Foyer missionario di Sassuolo
(NPG 1973-02-57)
Siamo tutti d'accordo che la dimensione missionaria è essenziale nella maturazione cristiana di un giovane, perché «tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi una spiritualità veramente cattolica, e devono spendere le loro forze nell'opera di evangelizzazione (Ad gentes, 36).
Il problema è un altro, quello di sempre: come fare?
L'esperienza che presentiamo è un tentativo di risposta, a livello di fatti.
I Missionari della Consolata stanno realizzando a Sassuolo in Emilia un centro per la formazione missionaria dei giovani: il Foyer missionario. Esso è sorto non solo per aspiranti al servizio missionario tra i popoli in via di sviluppo, ma anche come centro di formazione per animatori di gruppi missionari a servizio degli operatori della pastorale giovanile italiana.
L'esperienza ci pare pregevole e interessante a vari titoli:
• rappresenta uno stile di animazione vocazionale e missionaria della pastorale giovanile, in sintonia con le più vive percezioni ecclesiali attuali;
• propone linee concrete di animazione missionaria, dal cui confronto ogni operatore può ricavare suggerimenti pastorali molto stimolanti, per la sua azione quotidiana (per questo, come sempre, la documentazione di prima mano è abbondante, nella redazione dell'esperienza);
• offre un riferimento per giovani particolarmente sensibili alla dimensione missionaria della loro identità cristiana e del loro servizio, sia come missionari religiosi o laici sia come animatori di gruppi missionari;
• propone, nei corsi e nei campi di lavoro e di formazione, un'alternativa interessante per tutti coloro che non sanno dove sbattere la testa, per creare, a contatto di esperienze, una sensibilità missionaria nei giovani;
• il modello, per le molte valide intuizioni di cui è ricco, presenta progetti concreti per organismi missionari diocesani e nazionali.
La presentazione dell'esperienza si inquadra bene, quindi, nel piano globale della rivista. Crediamo che qualsiasi proposta di vita di fede matura, a livello di pastorale giovanile, passi oggi molto più sulla strada dei fatti concreti che su quella delle parole. Educare alla fede significa mettere a contatto con esperienze vive. Il Foyer di Sassuolo è una di queste.
(La redazione dell'esperienza è di R. Tonelli. Il materiale è tratto dalla documentazione offerta dal Foyer e da interviste con i responsabili e con i giovani ospiti. Il recapito del Foyer missionario è il seguente: s.s. Consolata - 41049 SASSUOLO (MO) - tel. 059.881090).
UNA PAGINA DI STORIA: PERCHÉ IL FOYER
A Sassuolo i Missionari della Consolata ci sono da oltre 20 anni. A loro la diocesi aveva affidato la cura d'anime in una delle parrocchie della cittadina. Ciascuno, nel servizio pastorale, porta il piglio di ciò che è. Non è possibile svestirsi della propria personalità: il servizio andrebbe a catafascio, per ridursi ad una semplice gestione di ordinaria amministrazione. I Missionari della Consolata hanno due passioni: i giovani e le missioni. Lentamente la parrocchia se ne è intrisa.
Tra la riscoperta della dimensione missionaria della chiesa sottolineata dal Concilio e l'aperta disponibilità di molti giovani, il rendez-vous è stato facile. Ai giovani che cercavano qualcosa di serio da fare, l'ideale missionario offriva una risposta entusiasmante. Nello stesso tempo le istanze di formazione ad una vocazione missionaria, almeno in senso ampio, erano un'ottima piattaforma per un'impegnata vita cristiana.
Come sempre, da cosa nasce cosa. Basta coraggio, fede ed un pizzico di fantasia.
Il 1969 segna i primi passi del Foyer missionario: un progetto a largo respiro per la formazione missionaria, maturato nel cuore di una parrocchia aperta ai problemi missionari.
Un progetto «diverso», per tentare di offrire una risposta «nuova» a istanze nuove.
Dunque, «Partiamo con il Foyer», decide in solido la comunità parrocchiale. La realizzazione è più complicata della progettazione. Si tratta di impiantare da zero un edificio, proporzionato alle attese; ma soprattutto è necessario prevedere una comunità permanente capace di gestire i progetti.
Ci si tira su le maniche e si incomincia a mettere mattone su mattone. Il primo gesto missionario... è farsi la casa, con le proprie mani. Il lavoro materiale «costruisce» casa e comunità. Il sacerdote che aveva entusiasmato la parrocchia all'idea del Foyer, ne diventa il primo responsabile. A lui si affiancano due confratelli provenienti dall'America Latina, esperti di problemi giovanili e missionari, quasi a trait-d'union ideale con quel mondo per il cui servizio ci si qualifica o da cui si assume la sensibilità per un inserimento nuovo nella realtà di tutti i giorni.
Qualche giovane chiede ospitalità. La comunità si consolida. Diventa una realtà.
nata da una battuta di entusiasmo, dà una sensibilità abituata a leggere in chiave giovanile e missionaria tutti i problemi pastorali.
Oggi è un fatto. Che dell'anima giovanile e missionaria conserva sempre la caratteristica dinamicità e mobilità.
Che cosa cerchiamo attraverso il Foyer? È difficile dirlo con parole.
Prima di tutto cerchiamo di fare qualcosa per dare la possibilità a chi lo desidera di andare in missione «preparato». È importante non essere dei generici o della gente che viaggia solo sull'ali dell'entusiasmo.
Però c'è tanta gente, tanti giovani che non se la sentono o non sono chiamati per andare in missione per tutta la vita e neppure per un periodo di tempo. D'altra parte essere cristiani significa essere missionari. Cerchiamo allora di offrire a costoro la possibilità di inserirsi in uno spirito missionario. Accanto e in appoggio ai missionari «veri».
Sull'impostazione teorica, tutti d'accordo. È abbastanza facile.
Ma in concreto, che cosa fare?
Ci sono i seminari per preparare i missionari sacerdoti. Ci sono speciali organizzazioni per i missionari laici. Ma, ci siamo detti, perché separare le «vocazioni» e la formazione. Nelle missioni si vive assieme. Quindi ci si deve preparare assieme.
Ecco una prima intuizione. Facciamo qualcosa dove sia possibile formare assieme tutti coloro che andranno in missione.
Un collegio? Certo no, se per collegio si intende ciò che abitualmente si definisce collegio...
Facciamo un centro, un foyer: dove si possa venire e andarsene. Dove sia possibile convivere. Dove soprattutto ci sia spazio reale per tutte le vocazioni, creando però specializzazioni, per rispondere alle molte e diverse vocazioni: preparare missionari laici, preparare sacerdoti e religiosi missionari, preparare giovani animatori missionari, diffondere una sensibilità missionaria a tutti i livelli.
Questo è il Foyer.
Oggi il Foyer ha un posto affermato nella chiesa italiana. Anche se l'efficacia di una realtà ecclesiale non si misura con il metro dell'efficienza, il Foyer ha le carte in regola: molti sono già i missionari laici usciti dal Foyer, varie migliaia i ragazzi e i giovani incontrati. Per molti giovani, il Foyer è la scoperta dell'ideale missionario, la proposta di uno spirito nuovo con cui vivere il ritmo quotidiano della vita cristiana.
IL FOYER OGGI
Se chiedete ad una persona superimpegnata «Che cosa fai?», la mettete sicuramente in imbarazzo. Fa tante di quelle cose che difficilmente riesce a catalogarle. Dovrebbe fare lunghi elenchi di attività, con il rischio di ridurre una vitalità prorompente ad una fredda statistica.
La stessa impressione si avverte chiaramente quando si tenta di descrivere le attività e le finalità del Foyer. Sembra di mettere le mani in un ginepraio.
Più d'uno, ogni tanto ci chiede: «Ma insomma, per chi lavorate voi? Lavorate per la diocesi, per le parrocchie, per il vostro istituto missionario, per la chiesa italiana...». Sotto sotto, la domanda è un'altra: «Lavorate per voi, strumentalizzando la diocesi, le missioni, la sensibilità missionaria?».
Stiamo tentando una strada nuova. Quindi i problemi e le perplessità sono ad ogni angolo. Ma non ci spaventiamo.
Cerchiamo di essere onesti e chiari.
Alla diocesi offriamo un contributo per l'aspetto vocazionale e per la qualificazione dei sacerdoti della diocesi che si preparano ad andare in missione. Alle parrocchie vicine, risolviamo tanti problemi pratici a proposito dell'animazione cristiana dei ragazzini. Offriamo una proposta a tanti giovani cristiani che hanno voglia di assumersi una responsabilità seria nella chiesa e non sanno che fare «perché nessuno ha offerto loro un posto di lavoro «.
E saldiamo le tre finalità assieme.
Dovremo cambiare strada, forse... Non ci fa paura. Intanto ci siamo detti: ci sono tante strade, bene! Imbarchiamone una e tiriamo dritti. C'è però una cosa cui teniamo molto. È nata dall'esperienza del servizio in America Latina. La pastorale delle vocazioni e l'animazione missionaria è problema di pastorale giovanile. Non possono essere dimensioni separate. Formare i giovani significa dare loro il senso della propria vocazione nella chiesa e quindi creare una forte sensibilità missionaria. Le specializzazioni verranno dopo. Non è importante a nessun titolo il fatto che uno viva la sua vocazione cristiana e missionaria qui o là. L'importante è che ne abbia coscienza e voglia viverla.
I documenti del Foyer danno queste linee di marcia:
• Il Foyer è prima di tutto una comunità destinata a giovani che vogliono impegnarsi nel servizio missionario. Vivendo in un clima di intensa vita comunitaria e di impegno esplicito apostolico, questi giovani hanno la possibilità di maturare la propria vocazione specifica, come sacerdoti, come religiosi, come laici.
• Il Foyer si offre come centro di formazione per animatori di gruppi missionari giovanili, attraverso l'organizzazione di corsi appositamente strutturati, di «campi di lavoro e formazione missionaria», di incontri periodici, in collegamento con le organizzazioni missionarie diocesane e nazionali.
• Il Foyer cura la preparazione e la qualificazione di missionari laici, attraverso corsi specializzati a servizio di tutti coloro che sono interessati al progetto.
• Foyer offre un immediato servizio alla diocesi in cui è inserito, attraverso la preparazione di giornate di ritiro e di gruppi di animazione, sia a livello parrocchiale che interparrocchiale. Ogni anno organizza corsi di orientamento per adolescenti e preadolescenti.
Questo servizio, collegato con la creazione di sussidi adeguati, è svolto dal Foyer mediante la collaborazione dei giovani animatori missionari, residenti in comunità o collegati con il Foyer.
Un elenco del genere non rispecchia però che molto in parte l'originalità e la novità della strutturazione interna del Foyer.
Gli aspetti nuovi e originali stanno proprio nella continua ricercata intersecazione delle varie finalità, per un reciproco servizio.
Fare servizio alla diocesi significa animare lo spirito missionario di quella chiesa locale, attraverso la qualificazione di giovani particolarmente sensibili ai problemi missionari. Il Foyer è prima di tutto il trampolino di lancio per quei giovani che decidono un impegno missionario a tempo pieno e partono per le «missioni» e per coloro che invece preferiscono vivere la dimensione missionaria nel ritmo quotidiano della propria vita. Questo stesso servizio, senza distinzioni di priorità, è vissuto a livello nazionale. Il Foyer è per tutta la pastorale giovanile italiana: il movimento di circolazione di valori ha come punto focale la diocesi (e per alcuni versi, l'Istituto missionario della Consolata di cui è espressione «vocazionale» ufficiale), ma si irraggia su tutta l'Italia.
Questa presenza a cerchi concentrici permette di saldare praticamente i due poli di ogni servizio serio: la concretezza che viene dall'inserimento in un «luogo» e l'apertura e la disponibilità che proviene da un afflato nazionale.
La diocesi offre il terreno continuo di verifica, di lavoro. Dà il duro sapore delle cose di tutti i giorni. E quindi permette di fare proposte a livello nazionale e mondiale libere dal rischio di slittare verso l'astratto. Nello stesso tempo, il confronto con una visione molto più vasta delle cose, la possibilità di spaziare fuori dai confini ristretti di ogni esperienza sempre limitata, favoriscono il continuo allargamento di intenti.
Il Foyer prepara missionari e animatori missionari, qualifica cioè chi intende partire per le missioni e chi desidera fare il missionario a casa propria. Le due finalità sono raggiunte attraverso un lavoro differenziato ma complementare. E questo permette di raggiungere un altro valore originale e significativo: il servizio diretto di animazione missionaria offre uno spazio di intervento concreto a coloro che si preparano ad andare in missione. La proposta missionaria esplicita e l'inserimento nella comunità del Foyer presenta uno sbocco molto interessante per i giovani qualificati dai corsi per «animatori missionari» che desiderano «fare qualcosa di più...». L'intuizione dà così concretamente la possibilità del ricambio e della continuità, la proposta dello sbocco, lo spazio operativo per un servizio immediatamente missionario.
Le pagine che seguono tentano di smontare gli ingranaggi di una macchina complicata proprio perché efficiente. Ne prendiamo in esame i «pezzi», utilizzando come chiave di scelta l'interesse che queste cose possono avere per gli operatori della pastorale giovanile italiana.
L'analisi non può far dimenticare l'insieme, quella piattaforma di circolarità di servizio (dall'inserimento in un luogo concreto alle proposte a livello nazionale, dalla vocazione strettamente missionaria alla larga sensibilizzazione ai problemi missionari, dall'appartenenza alla comunità alla partecipazione saltuaria ai corsi) che è, forse, la novità più originale del Foyer.
PER LA FORMAZIONE DI GIOVANI MISSIONARI
Prima di tutto il Foyer mira a preparare missionari in senso stretto: giovani disposti a lasciare casa e amici per qualche tempo o per sempre, per un servizio pieno ai fratelli.
L'obiettivo è raggiunto con quella duttilità che caratterizza ogni intervento del Foyer.
Qualcuno viene al Foyer deciso a partire per le missioni: chiede una mano per qualificarsi. I sacerdoti e i religiosi sono inviati direttamente dai loro superiori per approfondire un taglio di formazione. Molti giovani laici cercano proposte concrete per realizzare il progetto missionario: chiedono indicazioni di formazione e suggerimenti di luogo di intervento.
Altri vengono al Foyer per «verificare» la propria vocazione. Sentono una propensione all'apostolato missionario. Vogliono pensarci, per una decisione più matura e cosciente. Vogliono provare, per toccare con mano la verità di una chiamata.
Il Foyer non è area di parcheggio, ma luogo preciso di vita. Solo a confronto di vita è possibile scoprire la verità della propria vocazione. Ancora una volta, i due momenti hanno distinzione solo teorica, a livello di documento.
Formazione dei missionari laici
Giovani e adulti, uomini e donne, da soli o sposati, hanno scoperto nel laicato missionario la forma propria della loro vocazione.
Essi accettano volentieri di prestare la propria opera nei paesi di missione per la elevazione sociale dei popoli in via di sviluppo o di condividere con la gerarchia ecclesiastica la stessa ansia e lo stesso impegno per la formazione della chiesa locale.
A questi, uomini e donne, il Foyer offre la possibilità di una adeguata preparazione prima di partire per le missioni.
Verifica della propria vocazione
Nella ricerca di una fede più pratica, di un impegno più personale al servizio dei fratelli, i giovani sono incerti nel decidere quale ruolo assumere in questa collaborazione, quale posto occupare nel lavoro di costruzione di un mondo migliore.
Un'altra preoccupazione investe coloro che si sentono chiamati in qualche modo alla vita missionaria: prima di impegnarsi definitivamente essi vogliono «provare se saranno capaci di andare fino in fondo. Prima di legarsi ufficialmente ad una vita di comunità, essi vogliono sperimentarla. Prima di scegliere questa o quella forma di vita, essi vogliono confrontarsi con altri che hanno già scelto o che vivono i loro stessi problemi.
A questi giovani il Foyer si rivolge affinché possano provare la misura del proprio impegno missionario, vivendo nello spirito di famiglia una esperienza comunitaria o un approfondimento dei problemi missionari.
Confrontando insieme le proprie attitudini, il proprio carattere, con le attese del mondo contemporaneo e con le esigenze del Vangelo, essi potranno scoprire la dimensione esatta della propria vocazione missionaria, in missione o in patria.
Di fatto il raccordo quotidiano tra le due finalità è tanto intenso che la qualificazione comporta la verifica della propria vocazione. E la verifica si attua in uno sforzo attento di qualificazione.
IL CORSO PER MISSIONARI LAICI
L'impegno di qualificazione e di verifica ha un momento forte ed un lungo spazio di routine.
Il momento forte è costituito da un corso, promosso e gestito dalla direzione del Foyer. Una quindicina di giorni dedicati allo studio, guidato da esperti e vivificato dalla circolazione delle esperienze di tutti i partecipanti. I temi sono d'obbligo: la vocazione missionaria, vissuta ai vari livelli. Nessuna proposta è unidirezionale. Al Foyer si impara soprattutto il pluralismo di vocazioni missionarie. E con i fatti. Si potrebbe parlare teoricamente dei vari modi di vivere la propria vocazione missionaria...
e le riflessioni correrebbero prima di tutto sull'ali delle parole. Il Foyer cerca una via più concreta. I partecipanti ad ogni corso sono «selezionati» in modo da rappresentare tutto l'arco possibile delle vocazioni missionarie: sacerdoti, religiosi, suore, laici, giovani, sposati... Le parole hanno l'immediato riscontro nei fatti. Ciascuno coglie, nel volto degli amici, i modi concreti di vivere una comune vocazione.
Il corso ha senso se il quotidiano ne offre continua verifica. Per il Foyer, questo raccordo tra corso e quotidiano corre su due binari.
Qualcuno ritorna a casa propria, per continuare a quel livello, la maturazione della propria vocazione missionaria. Gli animatori del corso curano un intenso contatto.
Qualche altro chiede di restare al Foyer, di far parte della comunità: per un mese, per qualche anno... non esistono preclusioni di tipo giuridico. Il corso ha creato l'esigenza di una continuità di vita. La comunità è lo spazio di questa continuità.
I TRE PILASTRI DEL FOYER
Coloro che rimangono al Foyer accettano di stare al gioco, coinvolgendosi nella comunità. Sia che rimangano un mese sia che vi restino un anno, sono a tutti i titoli «membri» della comunità.
Tra noi religiosi e i giovani che vivono nelle comunità non ci sono distinzioni: siamo una stessa comunità, a tutti i titoli. Uno vale l'altro.
Non ci sono compartimenti stagni o incarichi per competenze. Non c'è chi si interessa di questo e chi dell'altro... Ciascuno porta un contributo specifico, in base a ciò che è e ciò che sa, nell'attività comune. Le cose le prepariamo sempre assieme, anche se poi sarà uno solo che le realizza.
Ci preoccupiamo di una cosa: di non essere in troppi. In troppi è necessario burocratizzare tutto. Allora... addio comunità.
La nostra comunità non è però una «comune», proprio perché ci sta a cuore la reciproca formazione e maturazione.
La formazione al Foyer è basata principalmente sull'autodeterminazione di gruppo. Essa ha come scopo di sviluppare nel giovane il senso della responsabilità personale e della collaborazione.
Autodeterminazione non significa che i giovani sono lasciati a se stessi; il Direttore è l'animatore della comunità. Suo compito specifico è quello di creare per i giovani il clima e le condizioni più propizie perché ognuno possa manifestare le proprie esigenze e le proprie attese. Il vero senso dell'autodeterminazione non è spirito avventuristico, perché di comune accordo, presa visione del grado di maturità di ognuno e nella comunità, si procede ad un piano di formazione. Questo programma sarà studiato insieme, per essere quindi insieme realizzato.
Esso naturalmente darà così la risposta alle reali aspettative dei giovani che si sentiranno perciò maggiormente impegnati nel realizzarlo.
Generalmente la conclusione della permanenza in comunità è la partenza per le missioni. Qualcuno non parte per le missioni. «Parte» per essere missionario nel proprio quotidiano ambiente di vita. La vocazione missionaria vissuta al Foyer gli ha arrovesciato la vita. Non si può far finta di non esserne stati toccati.
È stato ricordato che non ci sono tempi fissi per la permanenza in comunità. Esiste però un criterio discriminatore: la possibilità oggettiva di una qualificazione seria.
Il missionario ha bisogno, prima di apprendere alcune cose, di convertire la propria vita allo stile missionario.
Per imparare alcune tecniche, per imparare la nuova lingua, non ci vuole tanto tempo. Esistono oggi strumenti che permettono una qualificazione veloce.
Per giungere ad una conversione... le faccende sono più complicate. Ci vuole più tempo, se non si vuol correre il rischio del fuoco di paglia. Soprattutto ci vogliono condizioni proporzionate.
La comunità è lo spazio ideale di questa conversione, perché ciascuno si fa modello e proposta all'altro e perché la comunità è innervata di uno spirito che circola, come l'aria che vi si respira.
L'esperienza ha fatto indicare ai responsabili del Foyer tre pilastri per una formazione che sia prima di tutto conversione della persona: lo spirito di famiglia, il lavoro, le esperienze di apostolato.
Lo spirito di famiglia
AI Foyer tutti formano una famiglia. Ognuno sa che l'altro è suo fratello, non solo amico, non solo compagno. E come tale – da fratello – lo accetta con i suoi pregi, con i suoi difetti. Accogliere l'altro amandolo così com'è nello sforzo sincero e aperto di maturare insieme il proprio carattere per formarsi una autentica personalità è la base dello spirito di famiglia. Come si può capire al Foyer non c'è posto per l'egoismo, non c'è posto per la solitudine. La formazione del carattere, primo impegno della propria educazione, non è improntata soltanto sul lavoro personale, ma è frutto di un continuo confronto aperto e profondo con gli altri.
La personalità che ne uscirà non sarà falsata, ma aperta alla collaborazione con tutti, perché a tale apertura pratica è stata formata. L'esigenza fondamentale del missionario è spogliarsi continuamente di se stesso per rivestirsi, come Cristo che da Dio si fa Uomo, di mentalità, usi, costumi, lingua, forme mentali diverse per darsi tutto a tutti. Scopo della educazione del carattere è dunque arrivare ad essere attenti alle esigenze degli altri e porre le proprie a servizio degli altri superando l'innato egoismo.
Non è sufficiente questa prima fase della revisione della propria vita, bisogna confrontarsi col Vangelo.
La revisione di vita come ripensamento della esperienza quotidiana alla luce della Parola di Cristo porta sul piano soprannaturale la maturazione della propria formazione umana.
Nella parola del Vangelo si trova la proposta di Cristo, nel contatto umano di ogni giorno si scoprono le attese dell'uomo. È così che la revisione di vita diventa il primo mezzo di ricerca della propria vocazione missionaria perché invita in ogni momento alla verifica di se stessi, della propria disponibilità a Cristo e ai fratelli. In fondo è proprio nella verifica della propria disponibilità che si scoprono le attitudini alla vocazione missionaria.
Lo spirito di famiglia permette di fare una esperienza di vita cristiana autentica. La vocazione missionaria è vocazione alla costituzione della chiesa come famiglia di Dio. Oggi più che mai il mondo moderno non crede a certe proposte del Vangelo se esse non vengono vissute.
Al Foyer lo spirito di famiglia deve portare tutti ad una esperienza di vita soprannaturale.
La giornata iniziata nella preghiera di Lodi e conclusa con il Vespero, avrà il suo centro nella Messa: sono questi i momenti forti e vitali che sostengono tale spirito di famiglia: «la liturgia è la fonte e il culmine della vita cristiana (CL. 10).
La preghiera e la riflessione personale sul Vangelo, il dialogo intimo con Cristo permetterà di fare propria l'esperienza vissuta insieme.
Spirito di famiglia che si concretizza nel programmare insieme le attività comuni e quelle individuali.
Tutti i componenti provvedono a fissare un orario di massima per la partecipazione comunitaria alla preghiera, ai pasti, agli incontri di studio. Sempre di comune accordo vengono programmati i momenti di vita individuale per attendere agli studi, alle specializzazioni professionali, al lavoro. Sono anche comunitariamente studiati modi e tempi concreti per altre occupazioni e relazioni per mantenere il contatto con la comunità parrocchiale, con la famiglia, con la società dalla quale non possono sentirsi estraniati.
Spirito di famiglia nella amministrazione comune dei beni.
Il Foyer non ha altre fonti di introiti all'infuori del lavoro di quanti vi vivono. Ognuno lavora, ognuno guadagna, ognuno consuma: ognuno è responsabile e interessato a tutta l'amministrazione del Foyer. Insieme si programmano spese, insieme si distribuiscono incarichi e uffici. I soldi di uno sono i soldi di tutti. Ognuno e tutti dispongono di quanto è sufficiente a vivere una vita normale, ma nello spirito di povertà missionaria. Quanto avanza dal bilancio è anno per anno, di comune accordo, destinato alle missioni.
Il lavoro
Al Foyer tutti sono impegnati nell'esercizio di un lavoro secondo le proprie inclinazioni e secondo le proprie possibilità.
Lavoro organizzato in fabbrica, lavoro stagionale, lavoro per la manutenzione ordinaria della casa: è attraverso questi lavori che la famiglia del Foyer si mantiene, verifica le inclinazioni di ognuno e ne valorizza le doti.
Il lavoro non è solo mezzo di automantenimento, ma soprattutto ha valore formativo.
Risponde alle esigenze di una vita di povertà evangelica, abitua al senso della responsabilità personale, prepara alla futura vita in missione.
II lavoro permette una esperienza di vita più umana. Dà la possibilità di vivere con gli altri da uomo, senza riservarsi per le sole cose spirituali e culturali. Permette così di acquistare il vero senso delle cose e dei problemi umani e abitua ad un linguaggio più concreto e comprensibile.
Soprattutto il lavoro risponde ad una esigenza di autenticità e di praticità propria di un giovane impegnato. Ci sono troppi esempi di chi protesta e denuncia situazioni ingiuste solo a parole; c'è bisogno di uomini che paghino con il proprio impegno personale.
Le esperienze di apostolato
Impegno concreto di apostolato al Foyer è l'animazione missionaria. I giovani vengono impegnati in attività di animazione missionaria dei centri missionari diocesani. In modo particolare essi si rendono disponibili per un contributo alla formazione cristiana in una autentica espressione missionaria dei giovani e degli adolescenti nelle parrocchie.
Se da una parte i giovani del Foyer offrono il loro servizio missionario alle parrocchie, dall'altro ricevono un forte aiuto per la propria formazione. Infatti è in questa esperienza di apostolato che ognuno può vagliare le proprie disposizioni concrete ad un futuro servizio missionario nella chiesa. Le esperienze di apostolato sono oggetto di continua verifica nella revisione di vita comunitariamente e con l'aiuto di un sacerdote missionario.
IL FOYER PER LA FORMAZIONE
DI GIOVANI ANIMATORI MISSIONARI
Non tutti i giovani possono fare i missionari a tempo pieno. Ma non per questo lo spirito missionario può restare privilegio di pochi. Se esso è essenziale nella vocazione cristiana, è necessario che qualcuno se ne renda testimone e garante.
Di iniziative ce ne sono tante, per tutti i gusti. Purtroppo qualche volta difettose, per la mancanza di qualificazione presente in coloro che ne assumono il ruolo.
I gruppi ecclesiali avranno un tono missionario, nel senso più preciso del termine, soltanto se qualcuno, al loro interno, porterà una tensione decisamente missionaria, montata in una seria preparazione tecnica, perché nel gruppo non ci può essere uno che fa l'animatore e un altro che dà il tono missionario.
Dalla costatazione di queste esigenze, sono nate le proposte del Foyer per la formazione di giovani animatori missionari.
I responsabili si sono trovati provocati dall'urgenza di inventare un ruolo di cui si avvertiva la necessità, fornendo, nello stesso tempo, i requisiti operativi perché fosse possibile esercitarlo.
Parlare di giovani animatori missionari significa curare la preparazione di giovani ad esercitare un ruolo di animazione cristiana nei gruppi giovanili o nel servizio ai ragazzi, con un preciso taglio missionario. Giovani del genere non possono essere inventati a tavolino. Non è pensabile un animatore astratto dal suo gruppo o imposto al gruppo troppo dall'alto. Animare significa prima di tutto condividere.
Per animare in prospettiva missionaria è necessario assumere una sensibilità e una preparazione relativa. Non può essere un mestiere. E una vocazione. Comporta lo sforzo continuo di penetrare il suo più profondo significato e l'attenzione ad inserirsi nella riflessione teologica vissuta oggi dalla chiesa a proposito di servizio missionario.
I giovani chiamati a diventare animatori missionari hanno bisogno di un bagaglio di nozioni comuni ad ogni funzione di animazione e di una proposta di contenuti specifici relativi alla vocazione missionaria. Per vivere la propria esperienza di servizio come vocazione, hanno bisogno di prendere sempre più coscienza e quindi di maturare la propria identità in un contesto ricco di sensibilità cristiana e missionaria.
LE TAPPE PER LA QUALIFICAZIONE
La qualificazione dei giovani animatori missionari prevede due momenti forti: la presenza per un certo periodo di tempo al Foyer e la partecipazione a «campi di lavoro e di formazione missionaria».
I punti nevralgici della formazione sono sempre a livello di contatto con l'esperienza missionaria e di confronto con modelli viventi di impegno missionario. Una formazione teorica e nozionistica è destinata a lasciare il tempo che ha trovato...
Al Foyer i giovani animatori incontrano altri giovani decisi a «partire missionari». Per osmosi si trasmette una sensibilità ed un insieme di percezioni. Diventano animatori missionari «partecipando» alla vita e al clima di una comunità tutta protesa in un servizio missionario. In questo clima, si organizzano anche corsi di tipo teorico, sui problemi tecnici dell'animazione e sui particolari contenuti missionari.
Inoltre, nel Foyer si progettano, in piena corresponsabilità, le linee del servizio che gli animatori vivranno a casa loro.
Lentamente nascono i primi sussidi, frutto del lavoro comune nella personale preparazione e sensibilità. A casa, nel proprio gruppo, un abbondante materiale fa da supporto alla disponibilità e all'impegno. Un materiale che ciascuno sente proprio, perché lo ha elaborato di sua mano, gomito a gomito con altri amici.
Un momento particolarmente significativo di formazione è il ritorno al Foyer per la periodica verifica dopo le attività più importanti. L'azione è diventata essa stessa principio di formazione, nel momento in cui disponibilmente ci si siede per verificare quanto è stato operato.
Per noi questa è la vocazione missionaria
Molto spesso, per qualificare il nostro servizio di giovani animatori, ci siamo interrogati: che significa essere missionari oggi? che cosa è la vocazione missionaria?
Lentamente ci siamo costruiti una risposta. È diventata, questa nostra risposta, il programma di formazione alla vocazione missionaria che il Foyer svolge. Alla base della comprensione è il principio della creatività della vocazione missionaria attraverso la sperimentazione pratica del proprio impegno verso gli altri e una continua verifica della propria disponibilità a Cristo, nella chiesa.
La felicità
Partendo dall'esperienza personale dell'adolescente che avverte di possedere la felicità solo vivendo non isolato, ma in mezzo agli altri, confrontando questa costatazione con il mondo che Io circonda si arriva alla conclusione che tutti gli uomini sono alla ricerca della felicità. C'è chi cerca il modo più sbrigativo per raggiungerla.
In questo contesto si inseriscono due proposte: quella di Cristo e quella dell'umanità abbandonata a se stessa e respinta. Dall'esempio di quanti hanno raggiunto la felicità facendo felici gli altri, l'adolescente intuisce che è Dio che lo invita alla costruzione del mondo nella felicità, chiamando ognuno ad occupare un posto ben preciso (Vocazione). Costata anche come questa chiamata è condizionata da una risposta del singolo, strettamente legata alle sorti della comunità.
L'impegno
II giovane che passa dalla intuizione alla riflessione, si trova immerso in una grande confusione. Da una parte un mucchio di proposte, che lo lasciano insoddisfatto, ma nello stesso tempo gli si presentano in maniera categorica; dall'altra i grandi problemi del terzo mondo chiedono una soluzione. Tutto questo impone una costatazione: Bisogna fare qualcosa, ma che cosa fare?
Ci sono delle esperienze di suoi coetanei che attraverso un impegno concreto hanno scoperto negli altri un ideale di vita.
L'io
Per poter dare qualcosa di sé agli altri, bisogna essere qualcuno: la necessità di costruire la propria personalità, il proprio io per non andare allo sbaraglio e per non presentarsi agli altri con la maschera addosso. Occorre una conoscenza profonda di sé e degli altri per scoprire in sé e negli altri le più profonde aspirazioni.
Una vita di amicizia, un'esperienza di gruppo attorno al Vangelo, portano il giovane alla valorizzazione cristiana delle proprie doti fino alla costruzione graduale e progressiva di una nuova personalità, di un io nuovo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, dove l'impegno di migliorare il proprio io coincide con l'impegno di rendere visibile agli altri l'immagine di Dio.
Gli altri
Per poter comunicare Dio agli altri bisogna conoscere cosa gli altri vogliono da me. Gli altri hanno un volto ben preciso: gli adulti, la Chiesa, i coetanei. Gli adulti nella loro maturità umana e cristiana sono preoccupati che io trovi il mio posto; la Chiesa mi affida una fiaccola (messaggio del Concilio ai giovani); i coetanei mi chiedono una testimonianza di fede.
La mia risposta positiva non può concretizzarsi che attraverso l'impegno concreto nella comunità in un servizio di apostolato (animatore missionario). È una esperienza che mi aiuta a scoprire il vero volto degli altri: Cristo.
Dio
Durante tutto il processo di intuizione e di riflessione nell'impegno concreto il giovane avverte sempre più profonda e gioiosa la presenza di Cristo fino a scegliere Dio come unico centro di interesse, che non esclude gli altri impegni, anzi li potenzia, in quanto direttamente orientati a Lui.
È Cristo il punto di riferimento di ogni sua attività, è Lui ormai la base unica per l'orientamento della vita.
A questa scelta dell'uomo, Cristo risponde con un invito ad una ulteriore e più profonda esperienza di vita con Lui. Man mano che cresce l'amicizia con Cristo maturano gli impegni. Quelle cose che prima sembravano assurde, illogiche, ora sono una spontanea risposta a uno scambio di vita. La Croce, altre volte vista su in alto, ora è presente, vicina e normale nella serenità del volto di quanti hanno sperimentato nella morte la vita, nella certezza che la missione futura non cambierà gli atti di vita, ma solo il principio di vita: è Dio che attraverso la mia vita si rivolge ad un popolo disperso per formarne il suo popolo; quell'esperienza prima vissuta per formare la mia vocazione, ora Dio continuerà ad attuarla in me per quelli che sono ancora abbandonati come lo ero io all'inizio del mio cammino (Vocazione missionaria).
La vocazione comune
Il cristiano maturo nella fede sa di essere parte attiva di un grande e misterioso corpo: il Corpo Mistico di Cristo chiamato a crescere fino alla pienezza che si realizzerà quando da un confine all'altro della terra sarà offerto al Padre il sacrificio della Croce. Per questo impegno verso la crescita del Corpo di Cristo, tutta la Chiesa è essenzialmente missionaria.
Alla base della presa dí coscienza di questa realtà come impegno concreto sta un profondo e continuo rinnovamento interiore. Da questa continua conversione sorgeranno spontaneamente le opere della cooperazione missionaria: gli aiuti alle missioni, l'offerta della preghiera e del sacrificio, la promozione di vocazioni missionarie specifiche.
Tutto questo è compito esclusivo ed inderogabile delle comunità cristiane che formano la prima cellula del Corpo Mistico di Cristo: la Chiesa locale.
La vocazione specifica
Benché l'impegno di diffondere la fede cada su qualsiasi discepolo di Cristo, in proporzione delle sue possibilità, Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che Egli vuole per averli con sé e per inviarli a predicare alle genti non ancora cristiane.
Questa vocazione missionaria speciale non è altro che un modo di vivere la vocazione comune della Chiesa, un vertice qualificato nella sua specificità di impegno con Dio e di servizio di comunione con gli uomini, fino alla disponibilità totale alla Chiesa per fare della evangelizzazione dei non cristiani la via personale per arrivare al Padre.
Come laici
Quanti sono stati assunti a questo compito specifico nella Chiesa diventano partecipi della vita e della missione di Cristo.
li missionario laico trova la sua identità di vocazione specifica nell'incarnarsi tra i popoli ai quali porta il suo servizio nella testimonianza di vita e di parole attraverso l'esercizio della sua professione.
Immedesimandosi nel lavoro e nello stile di vita con i suoi fratelli prima con l'esempio e poi con l'insegnamento, nella cura delle malattie del corpo e dello spirito, avvia alla costruzione, nella giustizia e nella carità, quella nuova società desiderata durante il cammino della sua formazione. E nel pieno rispetto della cultura e dello spirito dei suoi fratelli, assicura il progresso globale della civiltà mondiale e garantisce con la testimonianza della sua fede il continuo sviluppo della famiglia di Dio.
Come religiosi
Testimone della preghiera e del servizio, il missionario religioso trova la identità della sua vocazione specifica nel raccogliere la lode di tutti i popoli al Signore. Spinto dalla sua missione di servizio accoglie il gemito dei poveri e dedica le sue premure a sollevare l'umanità abbandonata da tutte le sue tribolazioni.
Nella formazione della gioventù mette i cardini della nuova società e con il primo annuncio del Vangelo prepara la via del Signore.
Come sacerdoti
Al grido dei suoi figli dispersi, il Padre non rimane insensibile. II missionario sacerdote trova la identità della sua vocazione specifica nell'essere strumento attivo nelle mani di Dio per fare della moltitudine delle genti, un popolo nuovo. Nell'annuncio della Parola e nell'amministrazione dei sacramenti, Dio per mezzo di lui crea il suo popolo e si rende presente in mezzo ad esso condividendo le sorti perché dall'oriente all'occidente venga glorificato il suo nome e la famiglia dei figli dispersi venga ricostituita: una famiglia nuova, giovane, già completa.
GLI ANIMATORI IN SERVIZIO
Qualificarsi, d'accordo, ma per che cosa? Che fare?
Alla domanda, inquietante per ogni gruppo vivo, il Foyer risponde con due proposte.
Ogni giovane animatore missionario trova un impegno preciso di intervento nel suo quotidiano. Il suo servizio di testimonianza agli amici diventa stimolo a vivere la propria identità cristiana con una chiara dimensione missionaria.
Nello stesso tempo, il Foyer programma, come proposte di servizio a coloro che ne fossero interessati, una serie di attività con gruppi di preadolescenti e di adolescenti: queste attività sono il «cavallo di battaglia» dei giovani animatori.
Il Foyer vive pienamente inserito in una chiesa locale, è a contatto diretto con molte parrocchie vicine.
In queste parrocchie si esercita l'animazione missionaria: il Foyer attraverso i giovani animatori diventa il pugno di lievito missionario e dalla verifica quotidiana assume quella concretezza che gli permette un servizio stimolante.
I giovani animatori si offrono come animatori dei gruppi dei ragazzi della zona. Concordano con i parroci le linee di intervento, i programmi, i momenti di attività. Lavorando gomito a gomito con i coetanei, fanno «proseliti». Uno slogan che corre, ricorda: «Noi vi diamo una mano, ma voi assumetevi l'onere di dare una mano ad altre parrocchie».
Periodicamente i ragazzi più impegnati delle varie parrocchie sono invitati ad una giornata di ritiro al Foyer: il tema dell'impegno missionario come vocazione di tutti i cristiani emerge con molta chiarezza.
Punto culminante di questo processo sono le tre giorni di orientamento che animano l'estate del Foyer.
II programma di formazione alla vocazione missionaria per adolescenti prevede un ciclo di 2 anni.
Il 1° anno in genere riguarda i preadolescenti (11-13 anni); il 2° anno gli adolescenti (14-16 anni).
Il primo anno ha lo scopo di far prendere coscienza della aspirazione fondamentale dell'uomo di realizzare la propria felicità secondo un piano di Dio a servizio degli altri; il secondo anno tende a far prendere coscienza della responsabilità personale in ordine all'impegno di apostolato verso i coetanei e verso i più giovani.
II metodo consigliato è quello della dinamica di gruppo applicata all'animazione vocazionale missionaria, secondo le linee concrete della scuola pratica per animatori.
Il programma è sviluppato in 3 fasi successive:
♦ prima fase: ritiri mensili
Ogni mese nelle Parrocchie, previo accordo col Parroco, Animatori locali e ragazzi, viene svolto il ritiro generalmente in mezza giornata.
♦ seconda fase: ritiro interparrocchiale
A conclusione della prima fase i ragazzi che hanno già partecipato ai ritiri nelle loro Parrocchie vengono invitati ad un ulteriore approfondimento al Centro di formazione durante un corso per animatori. Hanno così modo di verificare i temi precedentemente affrontati, confrontandosi con altri ragazzi di altre Parrocchie, avere contatti più profondi con gli animatori giovani con la possibilità di una testimonianza concreta di un servizio missionario. Il ritiro interparrocchiale dovrebbe essere svolto in una giornata completa.
♦ terza fase: corsi estivi di orientamento
Durante l'estate adolescenti ed animatori vengono invitati ad un corso di orientamento e di vita insieme non tanto in vista di un orientamento in Seminario, ma di un approfondimento di alcuni aspetti della vocazione.
IL CAMPO DI LAVORO
Ogni anno il Foyer organizza alcuni campi di lavoro e di formazione missionaria. I due momenti (lavoro e formazione missionaria) sono complementari. Il campo è, assieme al corso, uno dei momenti forti della formazione dei giovani animatori e nello stesso tempo è altamente funzionale ad allargare il raggio degli amici del Foyer.
Esiste una metodologia sperimentata anche per il campo: si ha la coscienza che l'obiettivo è raggiungibile solo attraverso precisione di metodi e di proposte.
In ogni campo sono presenti alcuni giovani animatori, già ricchi di esperienza. Hanno il compito di «tirare», soprattutto attraverso la loro testimonianza.
Una tre giorni previa al campo mette a punto progetti e sussidi.
Particolare attenzione è posta nella scelta del tipo di lavoro.
Scegliamo il lavoro tenendo conto di due esigenze: un lavoro che renda economicamente e un lavoro che permetta una vita di comunità.
Sono i due criteri base di verifica.
Vogliamo un lavoro economicamente redditizio. Il lavoro al campo deve permettere il mantenimento dei partecipanti e nello stesso tempo deve contribuire a realizzazioni nelle missioni. I giovani che vanno in missione costano: abbiamo calcolato che un missionario costa un paio di milioni per la permanenza nel Foyer in vista della sua preparazione, poi c'è il viaggio, poi la permanenza nella missione. Mica possiamo chiedere al vescovo della diocesi in ai andrà... di contribuire alle spese!
Il lavoro è però prima di tutto un mezzo di formazione. Perciò dobbiamo scegliere un tipo di lavoro che permetta veramente la formazione: quindi la vita comunitaria, i tempi di riflessione e di preghiera.
Perché il campo è campo di lavoro e di «formazione missionaria».
Il lavoro è accompagnato da un piano «teorico» di formazione. Sono proposti temi di riflessione, puntualizzazioni, verifiche comunitarie.
Nella scelta dei temi cerchiamo di essere concreti, incarnati nella cultura e mentalità di coloro che partecipano al campo. Abbiamo dei «teorici» che elaborano una certa linea di argomenti e del materiale. Qualche volta ci imbroccano e tutto va bene. Qualche volta è necessario buttare tutto a monte, perché le esigenze concrete dei partecipanti al campo sono diverse, sono «altre».
Dobbiamo parlare alla vita dei partecipanti. Non alla loro intelligenza. Un'esperienza? Quella dell'ultimo campo cui ho partecipato.
I ragazzi hanno chiesto: che cosa possiamo fare per le missioni?
Abbiamo preso in mano il cap. VI della Ad gentes e abbiamo cercato di capirci qualcosa. Cooperazione missionaria, ma prima di tutto impegno interiore di rinnovamento, come base dell'impegno missionario. La testimonianza dei cristiani. E poi: che cosa il Signore vuole da me, personalmente? È affiorato il tema della vocazione missionaria, comune e speciale. La necessaria preparazione e il posto della preghiera in tutto questo processo.
Una pagina del documento conciliare sulle missioni ha fornito il materiale di riflessione per tutto il campo.
Qualche volta invece è necessario partire molto più alla lontana.
È stato varato un orario tipo che permette di affiancare lavoro, intenso per non bleffare sulle parole, a spazi di preghiera e di riflessione. Al mattino, prima del lavoro, un veloce incontro di preghiera. Si legge una pagina del vangelo o un brano di un documento conciliare (spesso ci si appella al decreto Ad gentes). Sono parole: al termine della giornata devono essere riempite di contenuto. Se rimangono a livello di parole, si ha la coscienza di aver sbagliato tutto.
Poi il lavoro.
A sera, ci si ritrova per tirare le somme della giornata, per mettere in comune le proprie esperienze, per approfondire i temi rimasti scoperti. La preghiera o la celebrazione dell'Eucaristia conclude la giornata. Una ventina di giorni vissuti con questo ritmo segna una vita. Quasi tutti i giovani animatori che oggi lavorano al Foyer sono passati dall'esperienza di un campo di lavoro.
IL FOYER: UNA COMUNITÀ A CERCHI CONCENTRICI
L'esperienza di tre anni conferma la validità di molte intuizioni.
Il Foyer è una grande comunità a cerchi concentrici: i missionari «veterani» e le «matricole», i giovani che si preparano ad essere missionari, i giovani animatori, i ragazzi dei vari gruppi. Coloro che vivono nel cuore della comunità trasmettono per partecipazione l'entusiasmo della propria scelta, la sensibilità missionaria, attraverso una quotidiana attenta testimonianza.
Chi ha di più, è tutto proteso verso un servizio più impegnativo. Con questa circolarità di rapporti, il Foyer si alimenta dall'interno. I ragazzi dei gruppi, affascinati dalla testimonianza dei propri animatori, continuano il servizio, diventando a loro volta animatori. Gli animatori spesso prendono coscienza di una chiamata più ampia: l'ideale missionario spinge molti a vivere a pieno ritmo la propria identità.
Le possibilità concrete sono tante: ciascuno trova lo spazio adatto alla sua vocazione. Nel Foyer, la presenza simultanea di religiosi, di suore, di sacerdoti, di laici missionari offre un paradigma ampio di possibilità di «vocazioni» concrete.
Dopo aver compreso che il problema missionario richiedeva il mio impegno personale, ho cercato di approfondire questa mia scoperta passando da una esperienza all'altra. Esse mi hanno permesso di arrivare a specificare sempre più la mia vocazione. Queste esperienze non sono state fuori dal comune perché vissute nell'ambiente in cui solitamente vivo.
Ho partecipato a corsi estivi per adolescenti e per giovani, alla fine dei quali le idee acquisite ho cercato di farle mie applicandole nella vita di tutti i giorni. In quei ritiri e corsi ho avuto compiti che erano in relazione alla mia maturità e alle mie possibilità in modo da poter sempre trarre degli arricchimenti e una crescita del mio essere cristiano. Così il mio servizio verso gli altri era più autentico e spontaneo perché pari alla mia persona.
L'impegno personale è continuato anche nell'ambiente abituale dove ho cercato di prestare un servizio di fede sia in famiglia che a scuola e all'oratorio. Ho sempre cercato, come del resto oggi, di eliminare quei compiti che fossero di carattere organizzativo volgendo la mia attenzione più alla formazione di bambini e adolescenti; di restare vicino ai giovani della mia età dando la mia testimonianza di fede, presentandomi come uno di loro, con gli stessi problemi, però risolvendoli come cristiano, come credente. Senza questo impegno continuato nel mio ambiente mi sarei perso con tutte le mie belle idee. Nello
stesso tempo ho scoperto la preghiera che a poco a poco è diventata fulcro della mia giornata: grazie ad essa riesco a «caricarmi», ad essere maggiormente coerente e vincolato a Dio e nel medesimo tempo essa mi permette di chiarificare meglio la mia situazione attuale e quella futura. Giunto a questo punto, senza forzature, mi è venuto spontaneo dare una risposta più precisa alla chiamata missionaria specificando ulteriormente l'orientamento del mio impegno missionario nella mia vita.
Se sono riuscito a chiarificare meglio il mio posto nella Chiesa, non è stato solo merito mio e delle mie riflessioni, ma soprattutto di chi mi ha aiutato: genitori, parenti, amici, padri missionari e insegnanti, in una sola parola gli altri o meglio Cristo che per me ha agito in loro. Oggi cerco di collaudare la mia scelta, cioè essere sacerdote religioso missionario, attraverso un servizio di fede in mezzo agli altri e verificando alla luce del Vangelo ciò che faccio in modo da poter offrire una testimonianza sempre più autentica e la preghiera acquista un'importanza sempre maggiore in questo collaudo perché mi aiuta nei momenti di dubbio e di confusione. Quando sarò diplomato, fra un anno, penso di continuare al Foyer la mia formazione (Giano - anni 19).















































