Mario Reguzzoni
(NPG 1973-01-02)
Quando si parla di scuola in un contesto come è quello per cui si caratterizza la rivista, affiorano immediatamente due grossi problemi: la capacità «formativa» della scuola e la sua dimensione più esplicitamente pastorale (educazione e educazione alla fede).
Abbiamo già preso, spesse volte, posizione a proposito di un certo tipo di scuola, contestata come incapace di una vera formazione, perché poco raccordata con la vita, nozionistica o ripiegata sul passato.
Il discorso è stato fatto a vari livelli e con una certa esaustività (cfr. Note di Pastorale Giovanile, 1971 /10, 12; 1972 /2, 3).
Più di una volta si è ricordato che la «pastoralità» della scuola termina a questo livello: educare alla fede, per la scuola gestita da uno stato necessariamente non confessionale, in una società pluralista, significa offrire un supporto preciso di educazione umana. Dalla scuola devono nascere gli uomini maturi. «Maturi» significa anche aperti al trascendente e perciò protesi verso quella più viva esperienza di fede, che è gestita in proprio dalla chiesa con altre appartenenze (gruppi, parrocchie, oratori e centri giovanili, movimenti ecclesiali...).
Di fatto però la scuola italiana ha tra le «materie scolastiche» l'insegnamento della religione. È un bene. Di cui a nessun titolo la rivista sostiene l'abolizione, anche se non ha mai affrontato di petto il problema.
L'insegnamento della religione qualifica la dimensione pastorale della scuola? L'insegnamento della religione connota la necessità che la scuola sia formativa anche sul piano dell'educazione alla fede?
O, ribaltando la questione, a quali condizioni la scuola è qualificante in prospettiva pastorale per un cristiano? Cosa devono offrire i cristiani (giovani, educatori, famiglie) alla scuola di stato, come condizione base per una loro presenza «attiva» e stimolatrice?
La redazione sta elaborando una sua risposta articolata per rendere più organica e comprensibile l'affermazione ripetuta in altri contesti e ripresa in sintesi poco sopra.
Nell'attesa di un più preciso discorso redazionale, trascriviamo una proposta di M. Reguzzoni.
Lo studio, tra l'altro, stimola gli operatori pastorali ad appoggiare con interventi specifici, tutti sul piano formativo a livello di circolazione di esperienze, l'informazione religiosa che, bene o male, la scuola passa.
Il problema dell'educazione religiosa nella scuola in una società pluralistica, quale è ormai la nostra, deve essere visto, a nostro avviso, nella prospettiva di una democratizzazione delle istituzioni scolastiche. La scuola infatti è un bene pubblico che interessa l'intera società, per cui tutte le componenti della società devono essere responsabili della gestione delle istituzioni scolastiche.
UNA «BUROCRAZIA DI GESTIONE» STATUALE
Nel nostro paese la gestione della scuola è invece oggetto di un monopolio di fatto da parte dello stato e l'amministrazione scolastica presenta l'aspetto di un'organizzazione centralizzata, gerarchizzata in organi centrali e periferici, attraverso i quali il ministro, in virtù del potere esecutivo del governo, esercita la funzione amministrativa nei confronti della formazione scolastica dell'intero popolo italiano.
Il popolo non ha alcun potere diretto sulle istituzioni scolastiche. Esso può esercitare la sua volontà educativa solo attraverso le elezioni politiche che, creando determinate maggioranze parlamentari, gli permettono di influire, in qualche modo, e sulla politica scolastica in generale e, in un senso molto largo, sulla designazione del ministro della Pubblica Istruzione.
Ciò potrebbe essere accettato come una conseguenza del metodo democratico, se il monopolio, da un lato, e il centralismo, dall'altro, non creassero una «burocrazia di gestione» che ci sembra contraddica alla natura stessa della vita democratica.
Indubbiamente la creazione di una scuola di massa suscita problemi gravissimi la cui soluzione può essere facilitata mediante una organizzazione burocratica di tipo «funzionale», in cui cioè le funzioni siano definite in modo chiaro, impersonale e razionale, precisando i rapporti delle diverse funzioni secondo un ordine gerarchico. Utilizzando razionalmente i mezzi educativi disponibili si potrebbe, infatti, lasciare sufficiente ampiezza alle decisioni personali e non preoccuparsi solo dell'efficienza tecnica del sistema.
L'organizzazione burocratica delle istituzioni scolastiche, incomincia a suscitare perplessità quando diventa di tipo «amministrativo», quando cioè il sistema dei mezzi educativi diventa autonomo in relazione sia alle decisioni personali dell'educatore sia agli scopi per i quali il sistema viene creato. Quanto più l'organizzazione scolastica è centralizzata, tanto minore sarà il potere di colui che deve prendere le decisioni personali nei confronti del singolo alunno. Conseguenza inevitabile di ciò è la perdita di efficacia educativa da parte della scuola.
Ma il nostro sistema scolastico, oltre ad essere centralizzato, è anche oggetto di monopolio da parte di un unico potere che si identifica con l'amministrazione. La conservazione del sistema dei mezzi diventa un fine per il potere che gestisce quei mezzi e si ha così una «burocrazia». L'istituzione scolastica è strutturata in modo da assicurare innanzitutto l'organizzazione della spesa e del personale, mentre le finalità educative passano in secondo piano. In queste condizioni non è più possibile contestare all'amministrazione di allontanarsi dai fini educativi poiché il potere di decisione al quale bisognerebbe riferirsi non è distinto dall'amministrazione stessa.
UNA PROPOSTA DI STRUTTURA NUOVA
Lo sviluppo della coscienza democratica mette ora in discussione la funzionalità e del monopolio e del centralismo, nel senso che non ci può essere sviluppo della vita democratica se i singoli individui e le singole
istituzioni non si assumono le rispettive responsabilità nei confronti degli obiettivi che si propongono di conseguire.
Per questo proponiamo una nuova struttura dell'organizzazione scolastica che tenga conto delle funzioni educative delle comunità storiche primarie, cioè di quelle comunità che nascono dalla natura stessa dell'uomo e senza le quali non è pensabile una vita sociale. Esse sono: la comunità familiare, la comunità ideologica, la comunità professionale, le autonomie locali e la comunità statuale.
♦ La primarietà della comunità familiare deriva dal modo in cui il nuovo individuo entra a far parte della società. La volontà educativa dei genitori nei confronti dei figli è un diritto-dovere che sorge come conseguenza della generazione: liberi di dare o no la vita a un nuovo essere «umano», cioè di un essere che non può vivere senza «pensare», i genitori devono introdurlo ad un determinato modo di «pensare» il mondo e tocca a loro scegliere liberamente a quale particolare concezione egli debba essere iniziato, salva sempre la sua libertà, quando sarà in grado di esercitarla, di accettare o rifiutare quella ideologia alla quale è stato iniziato.
♦ Da questo fatto essenziale all'uomo, di dovere necessariamente avere un proprio atteggiamento di fronte al mondo, deriva la comunità ideologica, cioè il diritto di associarsi per conseguire un'adeguata comprensione del mondo conformemente a determinati valori o criteri di valutazione. Primaria è quindi anche la comunità religiosa, la quale nasce dal bisogno di soddisfare le esigenze religiose, cioè di dare una spiegazione al mondo ispirandosi a valori di tipo religioso.
♦ La comunità professionale nasce dalla natura del lavoro come attività essenziale per il perfezionamento e della persona umana e del mondo. La primarietà della comunità professionale, cioè dell'organizzazione sociale del lavoro, non appariva nelle società agricole poiché l'attività lavorativa si riduceva a un rapporto individuale con la natura. Nella società industriale, invece, il lavoro è necessariamente organizzato e siccome esso è una libera attività creativa della persona umana, il diritto di associarsi in forme di lavoro organizzato risulta essere fondamentale per l'uomo. Negare la primarietà della comunità professionale vorrebbe dire attribuire allo stato la funzione di organizzatore universale del lavoro di tutti i cittadini, come appunto avviene in regime comunista. Ma allora si rinuncia al principio stesso della democrazia.
♦ Le autonomie locali posseggono le caratteristiche di una comunità primaria per il fatto che ogni agglomerato di cittadini residenti in un luogo determinato ha problemi suoi da risolvere e fini specifici da conseguire, legati al fatto dell'abitazione ed essenziali alla convivenza umana, che non sono quelli di tutta la società globale.
♦ I fini comuni a tutta la società globale vengono conseguiti mediante l'organizzazione statuale, la quale ha appunto come obiettivo specifico quello di provvedere alla realizzazione del bene comune.
LO STATO AL SERVIZIO DELLE «COMUNITÀ PRIMARIE»
Tutte queste comunità svolgono una funzione educativa primaria relativa al fine per cui ciascuna comunità si costituisce. Essendo, infatti, il raggiungimento di tale fine necessario per l'adeguato sviluppo della personalità umana, ne consegue il diritto-dovere per dette comunità di provvedere alla corrispondente educazione dei loro membri.
Nella società attuale, peraltro, l'attività educativa è svolta mediante l'azione spesso divergente di molteplici centri di educazione quali sono, oltre alla famiglia e alla scuola, la strada, i mezzi di comunicazione sociale, i gruppi informali, ecc., che rendono estremamente complessa la funzione educativa intesa come fatto pedagogico globale. Per cui emerge la necessità di un luogo di coordinamento e di critica dell'azione educativa svolta dai vari centri di educazione.
D'altra parte, la comunità statuale, oltre che occuparsi della specifica educazione dei cittadini al bene comune, dovrà anche supplire alle eventuali insufficienze delle altre comunità nella misura in cui esse non sono in grado di conseguire le loro proprie finalità educative.
In particolare, la creazione del luogo in cui avvenga il coordinamento delle attività svolte dai vari centri di educazione compete alla comunità statuale, la quale eserciterà tale suo diritto e dovere in funzione sussidiaria rispetto alle dimensioni educative specifiche di cui le altre comunità sono portatrici, riservando a sé, quale tutrice delle libertà civili, il controllo delle diverse attività di educazione e formazione.
Tuttavia, non ci sarà monopolio scolastico dello stato se la comunità statuale, che si serve dell'apparato statale per la realizzazione del bene comune, organizzerà la scuola in modo che la funzione educativa specifica delle altre comunità primarie possa essere adeguatamente esercitata. Si ha infatti monopolio scolastico dello stato solo se nella scuola le comunità primarie non sono sufficientemente rappresentate come invece avviene nel nostro paese.
È poi necessario che il potere di gestione si trovi ai vari livelli di operatività in cui si articola la comunità statuale: le regioni, le province, i comuni. Le varie comunità primarie devono trovare modo di esprimere la loro funzione educativa a ciascuno di questi livelli, che sono appunto quegli stessi in cui si attuano le autonomie locali.
IL RUOLO DELLE COMUNITÀ IDEOLOGICHE RELIGIOSE
Le comunità ideologiche, in particolare quelle religiose, a livello dell'istituto scolastico, eserciteranno il potere educativo, tramite la famiglia, in tre successivi momenti: quello dell'«istruzione» religiosa, quello dell'«iniziazione» religiosa e infine quello della «pratica» religiosa. Di questi tre momenti, soltanto i primi due saranno propriamente scolastici e dovranno rientrare nel quadro di una scuola a tempo pieno.
Per scuola a pieno tempo intendiamo quella in cui le diverse attività educative sono distribuite nell'intero arco della giornata, pur lasciando un certo tempo totalmente a disposizione dell'alunno, e vengono distinte in due tipi: le «attività curricolari comuni o ordinarie», che sono «obbligatorie» oppure «opzionali», e le «attività curricolari facoltative».
Esse sono modi diversi di perseguire un medesimo scopo: la formazione dell'alunno. Non è che le «attività facoltative» siano qualche cosa che si aggiunge in sovrappiù a quelle comuni; sono solo un altro modo, e forse più efficace dell'altro, per formare e orientare l'alunno.
Le attività ordinarie riuniscono alunni della stessa età (aula, classe) per lo sviluppo di attitudini comuni mediante i contenuti culturali comuni che tutti devono possedere per poter vivere in una società determinata; le attività facoltative raggruppano alunni di età e di classi diverse, aventi interessi e inclinazioni comuni, per lo sviluppo delle attitudini specifiche mediante attività speciali liberamente scelte.
Le «attività facoltative» trovano la loro ragion d'essere nella natura stessa della «scuola di massa» in cui gli alunni sono costituiti da giovani che, anzitutto a causa dei condizionamenti dell'ambiente sociale,
hanno un grado di sviluppo intellettuale diverso e, inoltre, presentano personalità variamente strutturate che, oltre a richiedere tecniche e contenuti educativi differenziati, esigono un processo educativo complesso che può essere svolto solo mediante l'azione collegiale di una équipe di specialisti.
È evidente che una simile differenziazione del processo di educazione non può più essere realizzata nello scarso tempo finora riservato alle lezioni del mattino.
A nostro avviso l'iniziazione religiosa dovrebbe essere situata nel momento delle «attività curricolari facoltative». Ciò infatti corrisponde alla natura della società «pluralistica consensuale» che si va sempre più nettamente delineando pur attraverso gli inevitabili conflitti sociali che caratterizzano la convivenza umana.
DALL'ISTRUZIONE ALL'EDUCAZIONE RELIGIOSA
Tale società – pluralistica, a causa della diversità di opinioni e ideologie, e consensuale, perché in essa ci si ritrova per consenso sui valori comuni, – esige un luogo di educazione dove sia possibile non solo l'istruzione, cioè l'acquisizione di quegli elementi culturali comuni (valori e mezzi espressivi) che sono necessari per vivere in questa società, ma anche un'educazione democratica, cioè l'introduzione progressiva in una determinata concezione del mondo, introduzione compiuta nel contesto sociale creato dalla compresenza di diverse e anche contraddittorie concezioni del mondo.
All'acquisizione dei mezzi culturali comuni (valori e mezzi espressivi) provvederanno le «attività curriculari comuni», mentre all'educazione democratica, cioè all'iniziazione progressiva all'affermazione di una propria ideologia nel contesto di ideologie contraddittorie, provvederanno le «attività curriculari facoltative».
♦ Nel quadro delle attività comuni rientrerà così il primo momento della dimensione religiosa, quello dell'«istruzione» che fa parte propriamente della storia e dell'educazione civica e che costituisce uno degli elementi della cultura «comune» di una determinata civiltà. Questo momento sarà oggetto delle lezioni dell'insegnante di storia, il quale, ovviamente, dovrà dare alle comunità ideologiche interessate e alla comunità familiare quelle garanzie di obiettività che derivano dalla sua delicata funzione.
♦ li Il secondo momento, quello dell'«iniziazione» religiosa o ideologica si avrà nelle attività facoltative [1].
♦ Il terzo momento, quello della «pratica» religiosa, si avrà nelle sedi più tipiche specificamente religiose o comunque extrascolastiche (parrocchia, circolo giovanile, ecc.).
Oggi d'altronde ci si va persuadendo che non si può continuare a considerare la scuola come unico luogo di formazione del giovane. Si parla di comunità giovanili autonome che potrebbero anche risolvere in modo diverso il prolungamento dell'obbligo scolastico e della formazione differenziata: invece di obbligare tutti a continuare gli studi si potrebbero offrire possibilità di formazione alternative a quelle scolastiche mediante la incentivazione di gruppi di lavoro e di ricerca giovanili. Essi troverebbero certamente i modi più consoni per esprimersi sia in forme corali (quali sono, ad esempio, le attività di drammatizzazione) sia utilizzando le tecniche audiovisive (TV a circuito chiuso, TV a circuiti miniaturizzati, ideofilm, ecc.), dando vita a centri di produzione culturale indubbiamente diversi da quelli istituzionalizzati.
Nel quadro di tali attività, a nostro avviso, si potrebbe forse trovare anche spazio non solo per il terzo momento dell'educazione religiosa, cioè per un approfondimento pratico dei valori religiosi, ma anche per una determinata concezione del mondo, purché però esse siano «pluralistiche». In tal caso, il problema dell'educazione religiosa verrebbe addirittura impostato fuori della scuola.
NOTE
[1] Secondo alcuni l'educazione religiosa o ideologica non dovrebbe rientrare nelle attività «facoltative» (che si possono non fare), ma in quelle «opzionali», (di cui è obbligatoria la scelta di una tra alcune proposte), poiché ogni «uomo» deve essere iniziato comunque ad una concezione del mondo. Siccome, però, altri negano quest'ultima affermazione, ci limitiamo a proporre l'educazione religiosa tra le attività facoltative.

