(NPG 1973-04-32)
Il numero di gennaio portava l'elenco degli argomenti in progetto per quest'anno editoriale. Tra essi figurava anche il tema «professione». In redazione abbiamo elaborato una linea di cammino precisa ed organica. Il problema dell'educazione a vivere la scelta professionale come sbocco ad un impegno umano e cristiano serio, non può essere risolto con battute disarticolate o, peggio, sull'ali del solo entusiasmo.
Una rivista, però, non è mai «un libro a puntate»: per definizione e per motivi contingenti. All'articolazione redazionale del progetto non potrà sempre corrispondere una logicità interna nell'ordine degli studi e dei sussidi.
Per facilitare la sintesi che ogni lettore è chiamato a ricostruirsi personalmente, in uno dei prossimi numeri trascriveremo la linea di studio in cui la redazione si riconosce e le scelte con cui vuole caratterizzarsi.
Questo primo intervento, intanto, apre la rassegna. Ha lo scopo di dare una mano a comprendere la realtà. Capire quello che ci sta d'intorno, situarsi con atteggiamento critico, avvertire gli elementi «spontanei» sia positivi che negativi, presenti in una determinata situazione, significa preparare il terreno per ogni proposta educativa e pastorale. Senza questa piattaforma, anche se si marcia con il vento in poppa... si cammina «fuori strada». Se è vera quella esigenza di incarnazione che anche RdC (96, 97, 128) raccomanda a tutti gli operatori pastorali.
Tentiamo di analizzare la realtà.
• Da che cosa dipendono le scelte professionali che i giovani fanno? Sono scelte libere o condizionate? E se condizionate, da quali fattori?
• Qualora il giovane scelga liberamente la sua professione, quali elementi vengono utilizzati come parametri di questa scelta?
• L'attuale sensibilità alla dimensione politica di ogni gesto e alla liberazione dell'uomo, come assume corpo nella scelta professionale? I giovani percepiscono l'esistenza di professioni in sé più liberanti di altre? Oppure avvertono che la funzionalità o meno della professione dipende dal suo esercizio?
• Se è vero che non è possibile mettere tra parentesi la propria personale realizzazione, nel mondo del lavoro a che cosa essa è collegata? Il lavoro aiuta a costruire un progetto realizzato di se stesso? Oppure il lavoro è funzionale solo a racimolare quel «materiale» che permetterà poi una realizzazione legata al tempo libero?
A queste e simili domande è necessario dare una risposta. Un progetto di educazione alla scelta professionale non può assolutamente ignorarle, pena la sua insignificanza.
Quale risposta danno mediamente i giovani?
Come si situano nei confronti della scelta professionale, con il peso del progetto globale di sé?
È estremamente difficile dare una risposta esaustiva e definitiva. Perché, come sempre, si rischia di ridurre la vita ad una fredda batteria di percentuali. Offriamo, con questo servizio, del materiale «vivo», perché ciascuno si costruisca una sua risposta. Meglio, perché chiunque si sente chiamato in causa, sappia leggere la realtà di cui è parte, utilizzando, se gli tornano comode, le chiavi di lettura che forniamo.
Il «materiale» è a tre livelli:
• una tavola rotonda sull'argomento; protagonisti un gruppo di giovani di estrazione culturale e di sensibilità «politica» diversa: possono rappresentare un buon campione dei giovani vicini ai nostri ambienti pastorali;
•la trascrizione dei dati di due ricerche sociologiche recenti, una su campione nazionale e l'altra relativa alla provincia di Milano (abbastanza significativa quindi, perché legata ad una zona particolarmente sensibile);
• alcune interviste ad assistenti sociali, per professione e per vocazione vicine a queste problematiche.
Un ultimo rilievo, conclusivo di affermazioni già espresse.
Una scorsa, anche veloce, sui «materiale» offerto può far toccare con mano la parziale contraddittorietà di alcuni dati (si passa facilmente da un cauto ottimismo ad un parziale relativo pessimismo: nel rapporto lavoro-realizzazione, nella diagnosi della funzionalità o meno del proprio lavoro...).
Non l'abbiamo eliminata, proprio per la verità di un discorso molto complesso: la concordanza dei pareri non è sempre sinonimo di retta percezione...
Questo servizio, in sintesi, intende offrire all'operatore pastorale il polso della situazione giovanile nei confronti della scelta professionale, in una panoramica spesso frammentaria di intuizioni, di dati, di interpretazioni.
All'interno di questo spazio, si situa la sua irrinunciabile responsabilità operativa. La «sua» proposta deve agganciare la «sua» realtà.
LAVORO E REALIZZAZIONE:
UNA TAVOLA ROTONDA CON GIOVANI
Partecipano alla tavola rotonda un gruppo di giovani di Torino:
– Beppe, quinto anno di ingegneria (nell'attesa di... tempi migliori, fa l'operaio)
– Carlo, insegnante di scuola di specializzazione
– Leonarda, insegnante di scuola media
– Franco, laureando Franca, impiegata
– Marilena, insegnante elementare
– Gianni, neo-laureato, in attesa di lavoro
– Emma, impiegata
PERCHÈ HAI SCELTO IL LAVORO CHE FAI?
D. Molti di voi lavorano, altri sono alle soglie del lavoro. Per tutti la scelta del tipo di lavoro è contenuta in matrice nella scelta degli studi fatti.
Chiedere quindi «perché hai scelto il lavoro che fai o che vuoi fare», significa rilanciare la domanda più a monte dell'attuale esperienza. «Perché hai scelto quel tipo di studi?». Le vostre scelte sono state influenzate da motivi esterni? Quali?
La domanda apre un'altra prospettiva: il lavoro che fate, comunque sia stato scelto, vi realizza? Vi ritrovate lo spazio del progetto che avete maturato dentro di voi? O la realizzazione va demandata al «tempo libero»?
BEPPE – Il lavoro attuale non è definitivo. Faccio l'operaio in una officina meccanica, per guadagnare qualcosa in aiuto alla mia famiglia. Ho cercato un mucchio di lavori che mi permettessero di terminare gli studi. Questo è l'unico che ho trovato e l'ho preso.
Preferisco parlare dell'altra scelta: studio ingegneria. Non è... una gran scelta! A 18 anni le cose si vedono in un altro modo.
Allora pensavo: riesco bene negli studi, quindi vado avanti a studiare, per mettere la mia professione al servizio della società. Ma non mi rendevo conto in pieno del significato di questo progetto.
Andando avanti, scopri che mettere il tuo studio al servizio della società, significa metterlo in un certo modo. Sono convinto che difficilmente un ingegnere riesce, nel suo lavoro, ad essere veramente al servizio degli altri.
più facile essere al servizio del sistema. Così almeno pensano molti miei amici. Non ho ancora provato. Adesso, però, non posso tornare indietro. Non posso buttare a mare cinque anni di studio. Come la metto con la mia famiglia? È chiaro che la famiglia ha un peso. Se il problema economico non esistesse in casa mia, potrei ricominciare tutto da capo... Oggi come oggi, non vedo molto senso sia nel lavoro che faccio che nell'ingegneria che bene o male studio. È chiaro che questo mi mette in crisi. La mia realizzazione è tutta «fuori»: tutta nel tempo libero. Mi butto a pesce lì. Il mio tempo libero è più importante del mio tempo occupato.
CARLO – Preferisco vedere le cose sotto un altro punto di vista. Io ho fatto ragioneria e poi economia e commercio. Quanto più il sistema scolastico è rigido su certi modelli di scelta e quanto più questa scelta viene anticipata, tanto più uno non è libero nelle sue scelte... Mi pare che il ragionamento fili. Nelle scelte, in questi casi, si è determinati dalla situazione familiare e da altre cose simili.
il mio caso. Non prevedevo di andare all'università, per motivi economici. Quindi non potevo andare al liceo. Ho scelto ragioneria, per il titolo. Poi è apparsa la possibilità dell'università. La facoltà è stata determinata dal tipo di studi fatti: quindi economia e commercio.
Non c'è grossa possibilità di scelta.
Dopo la laurea ho trovato un lavoro meno rigido di quello previsto. Sono assistente alla scuola di amministrazione industriale. Ho quindi uno spazio ampio di libertà, di ricerca e di studio. Ho la possibilità di fare certe affermazioni, anche se sono inserito in un'area tutta tesa a formare le pedine del sistema sociale corrente.
Tutto sommato, ho anche la possibilità di crearmi un'alternativa per cambiare professione.
Posso dire di sentirmi realizzato nel lavoro che faccio. Un po' meno se penso al significato del mio lavoro nel quadro sociale più vasto. Il tempo libero diventa per me una valvola di equilibrio. Ma questo solo provvisoriamente. Non ritengo serio continuare così. Il lavoro deve assumere significato per quello che è. La mia realizzazione va legata al tempo occupato e non al tempo libero.
FRANCA – Sono pienamente d'accordo con Carlo.
Il lavoro che faccio è una ripicca contro i miei genitori. Volevano che facessi ragioneria. Non ho voluto. E ho preferito un corso celere di segreteria e sono andata a lavorare.
Anche il luogo del lavoro... non me lo sono scelto. Sono intervenuti criteri familiari e di convenienza.
Sono convinta che è difficile pensare ad una scelta libera, programmata, del proprio lavoro. Il più delle volte devi prendere quello che ti si offre e basta.
Ecco, però, il problema si ripone. Non posso accettare, come diceva Carlo, di realizzarmi fuori, nel tempo libero, sopportando in qualche modo il tempo occupato. Credo sia necessario recuperare dal di dentro il lavoro che si fa, facendolo in un certo modo. Certo è duro, anche perché ci si deve impegnare fino in fondo. Forse, sono stata fortunata, nonostante le premesse, perché ora il mio lavoro mi permette di realizzare un po' dei miei progetti.
LEONARDA – Per me il problema è diverso. Ho potuto scegliere gli studi che volevo, quelli che mi interessavano di più. Dopo la laurea ho scelto l'insegnamento, forse per modelli familiari, perché l'insegnamento ti dà possibilità più ampie... La scuola mi ha fatto toccare con mano l'inutilità di buona parte dei miei studi. E così sono incominciati i problemi. Ti accorgi di avere una professione che può essere molto liberante: perché sei a contatto con persone, con ragazzi che tutto sommato puoi rigirarti come vuoi... E tocchi con mano di essere impreparata, dal punto di vista didattico soprattutto. Il lavoro incomincia ora: inventare modi nuovi di presentare certe proposte. Bisogna insegnare a leggere e a scrivere, ma anche ad esprimersi. E quando i ragazzi sanno leggere ma non sanno esprimersi... che fai?
Da una parte il lavoro che faccio mi soddisfa, perché mi accorgo che posso veramente fare molto, dall'altra mi preoccupa perché mi mancano gli strumenti tecnici. Accanto alla gioia di sentirsi utili e quindi realizzati, c'è la grossa difficoltà di inventare ogni giorno il modo di vivere il mio lavoro, per essere onesta con il mio lavoro.
MARILENA – Anch'io sono insegnante. Di scuola elementare.
Ho scelto la mia professione quando avevo 14 anni. In teoria nella più assoluta libertà; i miei genitori non mi hanno fatto alcuna pressione.
In pratica, però, nella più nera assenza di libertà. Perché nessuno mi ha aiutato a valutare criticamente le cose cui andavo incontro. Ho scelto di fare la maestra per motivi che mi sembravano validissimi e dopo quattro anni mi sono caduti tra le mani. Pensavo così: la donna non deve fare l'università, altrimenti non può sposarsi... molto meglio terminare presto gli studi; quindi le magistrali, oltre tutto gli anni di studio sono quattro e non cinque come per gli altri corsi... In casa la mia proposta è andata benissimo: tutti d'accordo.
Arrivata in quarta magistrale, ho scoperto che dell'insegnamento non me ne interessava proprio nulla.
Poi le cose sono cambiate e per questo mi pare di essere stata ben fortunata. Mi sono inserita in un ambiente di scuola decisamente positivo, tra colleghe molto preparate, in una scuola sperimentale a tempo pieno. I primi mesi sono stati una frana: una crisi fortissima. Volevo smettere tutto: avrei fatto qualsiasi altro mestiere. E questo perché? Mi riallaccio a quanto diceva Leonarda. La scuola non mi aveva preparato per nulla all'insegnamento.
Le cose sono cambiate, come dicevo. Adesso posso dire di fare un lavoro che mi piace moltissimo e che mi realizza.
Davvero l'insegnamento può essere altamente funzionale al sistema: prepara il bambino, il ragazzo e poi il giovane ad integrarsi fino al collo nel sistema. Fortunatamente mi si sono aperti gli occhi a tempo. Ho scoperto che la scuola può avere tutt'altra impostazione, decisamente liberante. C'è un modo di insegnare, di applicare metodi didattici, in un certo inserimento con le famiglie del quartiere... che fa della scuola una spina nel cuore al sistema. La scuola, vissuta così, davvero mi realizza.
GIANNI – Io non lavoro ancora. Mi sono appena laureato in biologia. E sto cercando.
La mia scelta non è stata chiara dall'inizio. Le cose sono maturate lentamente. Oggi ho una certa prospettiva, almeno teorica: la possibilità di inserirmi nel campo dell'ecologia, quindi di rendermi veramente utile, dal momento che ho scelto l'indirizzo ecologico, come specializzazione. Purtroppo sto toccando con mano quanto le cose siano complicate, passando dalla teoria alla pratica. Non esiste nessuna struttura capace di accogliere gente che voglia lavorare seriamente in ecologia: né a livello di privati né di enti pubblici.
Ci sono offerte succulente sul mercato: se accetto di fare il rappresentante di prodotti farmaceutici ho uno stipendio altissimo. Ma è chiaro che non mi beccano!
Non voglio trovare la realizzazione nel tempo libero e sorbirmi un lavoro alienante. Voglio che sia il mio lavoro ad avere significato. Magari mi illudo. Ma è l'unica strada che ho per sperare di far qualcosa di serio.
EMMA – Sono impiegata. La mia scelta è stata determinata dalle condizioni della mia famiglia. Non mi dispiaceva e l'ho accettata volentieri. Il problema è nato dopo: avrei voluto lavorare in un ufficio piccolo, a contatto diretto con le persone... saltato fuori un posto diverso, con uno stipendio più alto. E mi sono dovuta accontentare.
Sono partita piena di entusiasmo. Mi pareva proprio di non essere un numero, in un vasto casellario. Ma man mano che il tempo passava, scoprivo che non siamo altro che piccole pedine, che passano il tempo a fare sempre le stesse cose. Non mi sfruttano: mi pagano bene, il lavoro non è affatto pesante. Ma non ti permettono di essere persona. E questo non è sfruttamento?
Continuamente sono in lotta per rimanere viva dentro di me. Per rimanere me stessa. E non è facile. Basta che mi guardi attorno, alle colleghe, per scoprire che non è facile...
LAVORO E REALIZZAZIONE: LE ATTESE DEI GIOVANI
D. Nel primo giro di interventi è affiorato molte volte un certo disincantamento nei confronti del lavoro. Non sembra, cioè, che il lavoro scelto o fatto, risponda appieno alle proprie attese.
Il problema è più serio se si tiene conto che nessuno di voi è operaio, in senso stretto e che tutti voi fate un lavoro abbastanza elevato, secondo i parametri di misura normali della scala dei valori...
CARLO – Vorrei fare una precisazione sulla domanda. Nessuno di noi è operaio, nel senso normale del termine. D'accordo. Occupiamo, se si vuole, dei ruoli abbastanza alti.
Per me, però, la distinzione si pone ad altri livelli. Non tra chi è operaio e non lo è, ma tra persone che sono «proprietarie» del loro lavoro e persone che non lo sono.
Certamente gli operai, certi operai che fanno lavori pesanti o sono costretti alla catena, soffrono maggiormente i condizionamenti del loro lavoro. Ma di fatto anche un impiegato, pur non avendo fatiche fisiche speciali da sopportare, fa parte della categoria degli «esclusi», di coloro cioè che non sono proprietari del proprio lavoro né degli strumenti del proprio lavoro.
In queste condizioni, è possibile fare un discorso di liberazione; e se è possibile, come? Chi è proprietario del suo lavoro può più facilmente fare un discorso di liberazione e quindi di autorealizzazione. Ci sono altri condizionamenti, certo. C'è da liberarsi dai modelli sociali che uno si porta dentro e che sono frutto di un certo tipo di cultura in cui è stato educato. Secondo me, un medico almeno teoricamente, ha più possibilità di gestire un lavoro liberante. Se non lo fa, il motivo non è nel lavoro, ma nel modo con cui il lavoro viene vissuto.
Per un ingegnere in fabbrica, le cose vanno diversamente, perché è molto poco proprietario di ciò che fa. Tanto meno colui che sta alla catena di montaggio.
Mi pare di poter dire che la possibilità di esercitare una professione liberante (e quindi capace di realizzare i progetti che uno dovrebbe avere) è inversamente proporzionale alla vicinanza del nucleo della società: tanto più uno è inserito al motore della produzione e di divisione del lavoro, tanto più è vincolato.
LEONARDA – Condivido la distinzione inoltrata da Carlo. Coincide con la mia esperienza. Noi insegnanti siamo più liberi e quindi la professione può realizzarci di più, perché siamo «padroni» delle cose che diciamo e dei metodi didattici che utilizziamo. Entro certi limiti, quando il preside non ci boicotta...
BEPPE – Voglio aggiungere una mia esperienza. Si riferisce al lavoro a metà tempo che faccio. Lavoro in una industria che fabbrica impianti di depurazione, quindi faccio un lavoro che è direttamente al servizio dell'uomo, anche secondo una valutazione «poetica». Quando i vari consigli di fabbrica riescono a convincere le industrie ad acquistare questi depuratori, ci si rivolge a noi. Appena entrato mi sono buttato a capofitto nel lavoro. Pensavo: è un lavoro di immediato servizio sociale. Ma presto le cose sono cambiate.
Quando le industrie acquistano i nostri depuratori, non sono generalmente preoccupate di cercare quello più funzionale ma di trovare il pezzo più economico, per tacitare le pressioni dei consigli di fabbrica. Il lavoro non è fatto in quanto utile ma in quanto fa guadagnare. Al tecnico sono imposte scelte a monte. Diventa il manovale della tecnica, non il progettista per liberare e servire l'uomo...
D. Si potrebbe concludere, su questi interventi, che difficilmente ci si sente realizzati nel proprio lavoro, perché il lavoro è sfruttato per scopi non sempre vicini al servizio dell'uomo.
Nasce un problema. Voi avete coscienza che i vostri colleghi di lavoro siano tutti tanto sensibili a questa dimensione di servizio che il lavoro può acquistare? Vi pare, in ultima analisi, che si scelga il lavoro per fare servizio all'uomo o non si scelga il lavoro per guadagnare e basta?
Se è la seconda ipotesi quella che calza di più, essere contenti o meno, sentirsi realizzati o meno, non dipende dal tipo di lavoro che si fa... ma da altri fattori.
Qual è la vostra impressione al riguardo?
FRANCO – Non è molto rosea. Ho lavorato per tre mesi, l'estate scorsa, in una grossa azienda. Per molti miei colleghi, il fatto di non essere padroni del proprio lavoro... non faceva nessun problema.
Gli interessi erano altri. Ho trovato un sacco di gente felicissima di essere lì, perché in quel posto si fa soldi. Gente che ogni giorno faceva due ore di straordinario... Lo stipendio si arrotondava bene.
Le ferie sono molte e ben pagate. Non ci si preoccupa di essere «dipendenti» o di non esserlo. Ci si preoccupa di quello che si guadagna. E quando si guadagna bene, tutte le cose girano...
Un amico ha messo un cartello sulla porta del suo ufficio: «Questo è l'ufficio più bello del mondo».
La realizzazione c'è. Che livello sia raggiunto... è un altro paio di maniche!
EMMA – Anche la mia esperienza coincide con quella di Franco. Molti miei colleghi si ritengono una classe eletta, perché guadagnano più di altri.
E quindi guardano al commesso, all'operaio che viene a fare i lavori in ufficio, dall'alto al basso.
Le preoccupazioni «vere» sono altre: vivere bene, i viaggi in crociera, i bei vestiti, la vita «sociale» (come la chiamano loro). Se non pensi a queste cose, poverina, sei tagliata fuori, sei di un altro mondo... Anzi, fanno di tutto per smontarmi, con frasette, con battute...
Lentamente, se non ti ribelli, ti accorgi di aver assimilato quella mentalità.
BEPPE – Operai per vocazione... ce ne sono pochi. Tutti lo diventano per esigenze familiari. Tant'è vero che studiano per tirarsene fuori.
Però sta emergendo una chiara coscienza di classe che permette all'operaio di rimanere vivo, di esigere di essere trattato da persona e non come un ingranaggio di macchina. Molti miei amici operai trovano la loro realizzazione in questo impegno continuo.
Mi pare che, proprio per questo, anche se fanno un lavoro alienante, siano molto meno alienati di tanti impiegati, quelli di cui parlava Emma poco fa. Si credono importanti perché guadagnano più degli altri. Si credono riusciti solo perché portano a casa una busta grossa, sudata magari con gli straordinari. Sono più alienati di tanti operai!
FRANCA – Su questo argomento vorrei aggiungere un piccolo particolare. Non solo l'impiegato ha la percezione di essere libero perché ha una busta più grossa, ma anche perché all'impiegato si lascia prendere qualche piccola decisione. Lui si sente qualcuno perché ha deciso «qualcosa». Una cosa piccola piccola... ma sembra una montagna. È una nuova strumentalizzazione, che serve ad addormentare.
GIANNI – Non vorrei che si generalizzasse: impiegati «cattivi», operai «buoni». C'è un sacco di giovani, sia tra gli operai che tra gli impiegati, che pensa al lavoro come mezzo per fare soldi e basta. Fanno gli straordinari per comprarsi la moto. Accettano qualsiasi tipo di lavoro, pur di essere ben pagati. Perché con i soldi, con la moto, ci si sente finalmente liberi di essere se stessi, di fare quello che pare. Un mio compagno di tesi fa il rappresentante: con i soldi che si guadagna si gode il tempo libero. So che rifiuterebbe anche un lavoro nel campo della ricerca, se non fosse ben pagato...
CARLO – Davvero il problema è serio. Con il luccichio della grana, si integrano anche i più grandi contestatori. Conosco molti amici di università che erano di supersinistra al tempo della contestazione universitaria e che adesso sono puntualmente inseriti. Perché?
CHI È SOLO, È INGOIATO...
D. Rilancio la domanda di Carlo. Perché è così facile il passaggio dalla supercontestazione alla superintegrazione, anche nel mondo del lavoro? Quali rimedi progettate, per continuare a sperare in un ideale di realizzazione personale serio e maturo?
BEPPE – Credo che, prima di tutto, sia necessario rendersi conto presto del progetto di sé che si vuole condividere e realizzare.
Mi spiego. Mi pare difficile e neppur troppo giusto chiedere ad una persona sposata, con figli a carico, di abbandonare un certo tipo di lavoro
perché non lo si valuta in sintonia con i propri progetti. Quando si è responsabili di altre persone... bisogna andarci cauti.
Diverso è il discorso da fare prima. Il periodo dai 18 ai 25 anni, per me, è fondamentale: è il periodo in cui si sceglie e si sceglie «liberamente». Prima comanda la fantasia, l'utopia direi. Dopo, è troppo tardi. L'età buona è sui vent'anni. Se si sbaglia a quest'età... addio.
MARILENA – C'è un'altra cosa che vorrei aggiungere.
Non è possibile scegliere da «soli». L'individuo da solo o si inserisce nel giro del sistema o è un disperato. In altre parole, mi pare che la società abbia una forza di pressione tale per cui, se decidi di andar controcorrente da solo, rimani presto schiacciato. Quei giovani che contestavano nel periodo dell'università e poi si sono integrati dimostrano, almeno in parte, quello che voglio affermare: sono rimasti schiacciati. Dici bene tu: scegliere. Ma come si fa? Chi ti aiuta? Mi sembra che lo spazio di decisione sia molto piccolo, forse solo a livello personale. Nelle altre cose, l'unità di misura è il benessere, la produzione, il consumo...
Scegliere non da sola significa per me augurare ad altri la fortuna che ho trovato io. Sono inserita in un gruppo di colleghe che, sia a livello politico che didattico, mi danno una mano. Non ci toccano perché siamo in molti e andiamo d'accordo. Altrimenti, se fai delle cosette un po' rivoluzionarie, non dai i voti, non alzi la voce, vieni immediatamente trasferito o per lo meno bollato per sempre.
FRANCO – Purtroppo però, nel mondo del lavoro, non sempre si incontra una esperienza fortunata come la tua.
Quando si esce dalla scuola, ci si ritrova soli. Lì era stata maturata una certa coscienza, certi problemi erano condivisi. Poi a capofitto nel lavoro: se uno cerca di vivere in un certo modo, si ritrova solo come un cane. Mi pare che sia necessario prospettare qualcosa di più «sicuro», di più a monte. Io direi che è possibile tener duro se il gruppo cristiano a cui apparteniamo tratta i problemi del lavoro. Mi spiego. Molte volte i nostri gruppi chiacchierano di tante cose che non sono quelle del nostro mondo quotidiano. Ci aiutano a stare in piedi... nel tempo libero. Non ci aiutano nel «tempo occupato», come qualcuno diceva poco fa.
Devono convertirsi ad una nuova prospettiva. Sono utili se mi danno una mano a vivere il mio progetto nel quotidiano; altrimenti sono proprio un perditempo.
CI SONO PROFESSIONI LIBERANTI?
D. Molte volte, nel corso degli interventi, si è accennato a professioni liberanti e ad altre meno liberanti.
È opportuno affrontare di petto l'argomento. Secondo la vostra esperienza, ci sono professioni più o meno liberanti. Oppure ogni professione può essere liberante o alienante, di cambio sociale o integrativa, a seconda del modo con cui viene esercitata?
In altre parole, la funzionalità della professione dipende dall'esercizio o dalla realtà in se stessa?
MARILENA – Mi pare di aver già risposto in anticipo alla domanda. Per me, la scuola può essere alienante o liberante. Dipende dal modo con cui è fatta. L'insegnante «tradizionale», che insegna con i vecchi metodi, che si inserisce senza criticità nel mondo dei bambini e delle loro famiglie, che comunica una certa cultura... è perfettamente funzionale.
Uno stesso lavoro può avere due facce diverse.
Mi è difficile generalizzare al di là della mia esperienza. Grosso modo, penso che in tutti i lavori si verifichi ciò di cui ho parlato. Dipende molto dal modo con cui si esercita la propria professione.
Ci sono dei casi che mi lasciano perplessa. Non saprei come indicare ad un operaio alla catena di montaggio un'alternativa liberante...
BEPPE – Non sono d'accordo. Una volta pensavo anch'io che un tecnico potesse andare a lavorare facendo un discorso diverso da quello che fanno tutti gli altri tecnici. Adesso non ci credo più: un po' per sentito dire, un po' per esperienza diretta.
Se ti inserisci nella fabbrica, sei come una pedina dell'ingranaggio. O grippi tutto (ma allora ti spediscono) o giri con tutto il sistema.
Anzi, qualche volta la presenza di un contestatore... è funzionale all'industria. Può dire: vedete come siamo liberali... gli permettiamo anche di fare certi discorsi... Ma non cambia un bel niente.
Forse è possibile cambiare i rapporti primari nella fabbrica, attraverso una testimonianza personale. Ma questo basta?
LEONARDA – Questo capita anche per la scuola. Qualche insegnante fa una scuola diversa. Benissimo. E che cosa cambia?
GIANNI – Io penso che qualcosa possa cambiare. I trenta ragazzi che tu hai educato ad essere «critici», che hai educato ad essere uomini, potranno lavorare per fare lo stesso con altri.
LEONARDA – D'accordo. Ma il tempo del contatto è poco: 5 anni per le elementari. 3 anni nelle medie. E non sono da sola. Quindi le proposte non sono univoche. Con qualche contatto occasionale nella vita, tu pensi di cambiare una persona?
Questo non vuol dire che non avverta il significato del mio insegnamento. Per me è importante e mi realizza. Mi permette di fare un lavoro veramente liberante. Nascono i problemi seri, quando raffronto il mio lavoro con l'insieme delle cose...
CARLO – Quindi il problema è questo: che una professione sia più o meno liberante dipende dalla persona che la gestisce e dalla struttura in cui è inserita. Queste due variabili mi ricordano che è necessario dare una dimensione politica, cioè globale, a tutte le cose che vengono fatte. Proprio per non separare la realizzazione personale dal ruolo sociale. I ruoli sociali non sono cambiabili da un momento all'altro e spesso l'individuo si trova impotente di fronte ad essi. La realizzazione in parte supera il risultato che è legato al ruolo sociale e in parte coincide con il risultato stesso.
FRANCO – Vorrei aggiungere un altro elemento di valutazione a quelli già offerti e in cui mi riconosco. Dove si fa più storia? mi chiedo. La funzione di liberazione legata alla professione dipende, secondo me, dalla risposta che si dà alla domanda: dove si fa più storia, che cosa incide di più? Per me, la coscienza che il movimento operaio sta creandosi e creando in tutti noi, dice che ci può essere più spazio di liberazione all'interno di questo lavoro che in alcune professioni di per sé molto «libere».
GIANNI – Tento di spostare leggermente il discorso. Ci sono dei ruoli che di fatto debbono essere occupati. Penso, per esempio, allo psicologo che alcuni grossi complessi industriali hanno. Lo spazio di liberazione, in questo ruolo, è sempre piccolo, se lo si considera nell'insieme delle cose che andrebbero fatte. Grande se lo si considera in rapporto alle singole persone che incontra.
Concretamente mi pare sia necessario affermare che non si può scappare dai ruoli chiave. Se ci sono dei ruoli sociali che dovranno essere comunque occupati, è importante occuparli e cercare di cambiare le cose dal di dentro. Magari lentamente, magari a costo di grosse fatiche e delusioni. D'altra parte, è già liberazione l'incontro in un modo nuovo con la persona che mi chiede qualcosa.
Scappando si è certi di una cosa: non si risolve nulla. Il ruolo sarà occupato da un altro che forse farà peggio...
ESSERE CRISTIANI NELLA PROFESSIONE
D. Un'ultima domanda conclusiva e di sintesi delle nostre riflessioni.
Abbiamo coscienza tutti che la fede e il nostro essere cristiani non può limitarsi al tempo libero. È stato detto, con altri termini, molte volte nel corso di questa tavola rotonda.
O la fede dà significato a tutta la mia giornata, senza intervalli, o non ha essa stessa significato.
Secondo la vostra esperienza, che significa essere cristiani nell'impegno professionale?
FRANCA – Contesto e rifiuto subito un tipo di presenza cristiana che è una controtestimonianza. Dove lavoro io esistono persone che si sentono dei messia, gli... eletti che vengono a fare delle proposte. E intanto non stanno con gli altri, non stanno dalla parte dei più poveri. Insomma, si sentono superiori agli altri, non si sa perché.
Questo non significa essere cristiani nell'ambiente di lavoro. È un pericolo gravissimo l'arrivare con le risposte sempre pronte... con la «legge» in mano.
Per me essere cristiana significa essere capace, qualche volta, di trangugiare, saper accettare, significa prendere posizione quando occorre. Qualche volta mi chiedo: ho fatto tutto quello che potevo, nel mio ambiente di lavoro? Questa domanda nasce dalla mia fede.
EMMA – Cerco di vivere la mia fede instaurando dei rapporti diversi con le persone che sono in ufficio con me e cercando di parlare, con le mie colleghe, delle «scoperte» che ho fatto. Spesso mi accontento di apparire semplice, «pulita», diversa. Le mie colleghe sono preoccupate del vestito, del trucco, di arrivare sempre elegantissime. Cerco di far vedere, con il mio modo di fare, che non sono, queste, le cose più importanti.
Gioco la mia fede nel saper ascoltare. È difficile. C'è della gente che ha bisogno di trovare qualcuno che sappia comprendere. Se tutti e due abbiamo grossi problemi per la testa... addio ascolto.
Cerco di essere onesta nel lavoro, anche nei confronti del padrone. Lo tratto come una persona, come un collega. Se posso fargli un favore, sono disponibile sia «fuori» lavoro che dentro....È una persona, prima di essere il mio padrone.
LEONARDA – Essere cristiani significa, per me, rispettare tutti. Sono insegnante con trenta ragazzini pestiferi. Eppure sono tutti persone: dal più impegnato al più disimpegnato. Fare attenzione a tutti... è difficile. Sento una esigenza. Dovrei riuscire a vivere il mio insegnamento, ripensandolo in chiave di fede. Non per fare il moralista. Ma per dare una dimensione vera alle cose che insegno.
E complicato perché sarebbe necessario avere dei momenti di ricarica, di approfondimento. Vivere da cristiani nell'ambiente di lavoro comporta la necessità di trovare dei momenti di ricarica fuori del lavoro.
MARILENA – Ho scelto di far coincidere la mia scelta cristiana con il modo con cui imposto il mio lavoro didattico. Lavorare per liberare l'uomo per me è «lavorare da cristiano». Per cui non faccio cose specifiche. Cerco di fare bene, onestamente, la mia professione di maestra.
CARLO – Condivido quello che è stato detto finora. Voglio aggiungere solo un particolare. Essere cristiano significa per me avere il coraggio di parlare, di dire sempre tutto quello che si pensa, senza addomesticare la pillola per paura delle conseguenze. Quando le cose toccano sul vivo certi interessi... scoppia la bomba. Ogni tanto ci sono litigate favolose. Eppure mi pare di non poter fare altrimenti. Tradirei la mia coscienza se me ne stessi zitto.
Sai cosa mi butta in crisi? Accettare una presenza stimolante all'interno di situazioni che si vorrebbero diverse, per le quali si è lottato proprio per farle diverse... e per un sacco di motivi te le ritrovi davanti tali e quali. Non scoraggiarsi, tener duro, sperare e tirarsi su le maniche continuamente per cambiarle... Se non ci fosse un briciolo di fede, salterebbe tutto. Presto.
I GIOVANI LAVORATORI MILANESI E L'ATTIVITÀ LAVORATIVA
La rivista «Animazione culturale» sta portando a termine un'indagine sull'atteggiamento dei giovani lavoratori milanesi nei confronti della società in cui sono immersi («ricerca sociologica sui giovani lavoratori dell'area milanese», coordinata da Aldo Ellena con la collaborazione di Giancarlo Bazani, Giovanni Bianchi, Pier Ignazio Bovero, Michele Korfias e Antonio Revelli).
Dalla bozza provvisoria, pubblichiamo in anteprima alcuni dati che si riferiscono direttamente allo studio in corso.
Per meglio inquadrare i risultati, diamo alcune informazioni sulle caratteristiche della ricerca e del campione, pur non soffermandoci sulla complessità dell'indagine.
Per i fini della ricerca è stato studiato e tarato un ampio questionario somministrato in seguito, mediante interviste dirette, al campione prescelto. Il campione considerato è stato ricavato con tecniche che garantiscono una elevata casualità e risulta costituito da 994 elementi (52% maschi e 48% femmine), per l'80% celibi o nubili.
La ricerca era indirizzata all'universo dei giovani lavoratori dell'area milanese, compresi tra i 18 e i 26 anni dí età, senza alcuna restrizione per quanto riguarda la scolarità, la stratificazione sociale, la professione, la provenienza regionale, la religiosità (il 57% del campione si autodefinisce cattolico praticante, il 33% cattolico non praticante, il 3% non cattolico, il 6% circa non credente).
Il campione considerato per la ricerca comprende:
– 425 impiegati (42,7% del campione)
– 317 operai (31,89% del campione)
– 22 disoccupati (2,21% del campione)
– 27 elementi in attesa di prima occupazione (2,72% del campione)
– 72 professionisti o lavoratori in proprio (7,24% del campione)
– 38 agricoltori (3,82% del campione)
– 91 casalinghe (9,16% del campione)
– oltre a 2 elementi non classificati.
L'anzianità media nell'attuale posizione occupazionale supera i 2 anni per il 62,31% del campione, l'anno per il 13,87% ed i 6 mesi per l'8,12%.
Gli elementi che hanno esperienze di lavoro subordinato riferiscono tale esperienza per circa il 52% ad aziende di tipo industriale, per circa il 21% ad aziende di tipo commerciale e per oltre l'11% ad aziende artigiane. La scuola è presente con il 4,19%, la pubblica amministrazione con il 3,14%, l'insieme degli altri servizi (credito, assicurazioni, trasporti, forze armate, ospedalieri, ecc.) totalizza circa il 7%.
GIUDIZI ED ATTEGGIAMENTI DI CHI LAVORA «SOTTO PADRONE»
Perché questa professione?
Agli impiegati, operai, disoccupati è stato chiesto – con domanda aperta – perché viene (o veniva) svolta la professione denunciata e non un'altra.
La risposta «perché piace» ricorre in oltre il 38% dei casi, seguita dalle risposte «perché mi è stata imposta» (oltre il 17%), «perché è conveniente» (16,7%), «perché mi è stata consigliata» (11,1%), «per via della preparazione specifica» (4,3%), «per necessità» (8,5%), «per fini sociali e politici» (2%), «per fare pratica» (meno dell'1 %). La frequenza delle risposte che indicano sostanziale adesione al tipo di lavoro svolto, supera il 73% [1].
La grande quantità di dati forniti dalla ricerca ci consente un ulteriore approfondimento, ricercando l'influenza sulle risposte di particolari caratteristiche degli intervistati.
La differenziazione per sesso non ci fornisce indicazioni particolari. La percentuale della adesione al lavoro svolto è sostanzialmente uguale per i maschi e per le femmine; a favore di queste ultime sta un più elevato peso della modalità «piacere» del lavoro (51,99% delle risposte contro il 38,99% di quelle dei maschi).
Neppure lo stato civile e l'età forniscono distribuzioni particolari, salvo il dato curioso per i quali il lavoro «imposto» è percentualmente più frequente nei celibi o nubili che nei coniugati.
Il lavoro «che piace» è diffuso proporzionalmente all'anzianità di residenza nella regione, fornendo indicazione di frequenza che vanno dal 23,8% per chi ha meno di due anni di residenza al 55% per chi ha più di 20 anni di residenza.
Assai irregolare la distribuzione per il lavoro «obbligato» e per quello definito da «necessità», che mostrano un andamento decrescente verso le zone di maggiore anzianità.
La scelta del lavoro per «convenienza» ha andamento sostanzialmente complementare a quella del lavoro «che piace».
Gli impiegati appaiono più liberi nella scelta del lavoro rispetto agli operai; tra i primi il 50,5% fa un lavoro perché «piace» contro il 38,9% dei secondi.
Gli operai fanno registrare il 19,9% dei casi con lavoro «obbligato» e il 14% di lavoro fatto «per necessità» mentre, per gli impiegati, il dato in questione, indica, rispettivamente, il 12,79% e il 6,02%.
Scendendo ancor più nei dettagli di ciascuna delle posizioni occupazionali, troviamo le frequenze più elevate di lavoro fatto «perché piace» nei lavoratori in proprio (100%), negli insegnanti ed educatori (71,4%), nei giornalisti e pubblicisti (62,5%), nei medici ed infermieri (85%).
Le frequenze più elevate delle risposte che indicano una situazione di disagio nei confronti del lavoro svolto, si riscontrano a livello delle posizioni più umili (fattorini e guardiani con circa il 20% di risposte indicante lavoro «obbligato» ed il 10% di lavoro «per necessità»).
L'analisi non rivela, nella distribuzione delle frequenze con cui compaiono le varie risposte, alcunché di eccezionale. Tale normalità conferma la validità dell'indicazione, più sopra rilevata, concernente un livello imprevedibilmente alto di lavoro fatto «con soddisfazione», più o meno conclamata.
Come è stato ottenuto l'attuale posto di lavoro?
Il posto di lavoro occupato è stato ottenuto in oltre il 57% dei casi con un'azione diretta (concorsi, ricerca personale, annunci economici) mentre negli altri casi gli interessati si sono avvalsi di amici di famiglia (27,7%), personalità politiche (0,9%), sacerdoti (2,64%), parenti (5,85%), oltre ad insegnanti ed associazioni varie con modesta incidenza.
In quale modo deve essere trovato il lavoro?
Il 30% del campione ritiene che il lavoro debba essere trovato attraverso appositi «centri di orientamento», il 16% poi ritiene che il posto debba essere trovato con l'aiuto di «organismi pubblici» mentre oltre il 22% ritiene che nessun estraneo debba intervenire nella ricerca dell'occupazione.
Lo spazio che gli interessati intenderebbero lasciare ai mezzi consacrati dalla tradizione clientelare per la ricerca del posto di lavoro (personalità influenti, amici di famiglia, ecc.) è, come si vede, piuttosto limitato (meno del 20%).
Se potesse scegliere un lavoro a suo completo piacimento quale sceglierebbe?
Questa domanda fa rilevare il 14% di risposte mancate e se poi si vuole conoscere in quale ramo di attività (industriale, commerciale, artigiana, servizi, ecc.) il lavoro verrebbe scelto, la percentuale di chi non sa rispondere sale a quasi il 23%, segno evidente di una certa difficoltà a formulare prospettive per un lavoro diverso da quello svolto al momento. Le risposte ottenute mostrano la tendenza a non prediligere mansioni operaie (37,8% di mansioni operaie svolte contro il 10,2% di mansioni operaie ipotizzate) mentre si dimezzano le percentuali di impiegati amministrativi o segretarie e si triplicano o quadruplicano quelle delle professioni più «libere» quali quella del rappresentante di commercio (dal 3,4% all'i 1,12%), giornalisti e pubblicisti (dall'1,18% al 6,41%), dirigenti (dallo 0,39% all'1,18%), insegnanti ed educatori (dal 2,88% al 6,15%). Per quanto si riferisce al settore di attività, si rileva una spiccata tendenza all'abbandono del settore secondario per il terziario.
I desideri di lavoro ottimale che abbiamo appena considerati, sembrano in contrasto con il livello piuttosto elevato di soddisfazione mostrata per il lavoro effettivamente svolto.
Occorre in proposito rilevare che il quadro occupazionale scaturente dall'insieme dei lavori «ottimali» desiderati è utopico, in quanto irrealizzabile in una società concreta, almeno quale oggi possiamo prevedere. Siamo, pertanto, di fronte all'espressione di quel qualchecosa di diverso che ognuno di noi vorrebbe in astratto fare od essere, pur essendo cosciente della intraducibilità in fatti di quel desiderio.
Contento del suo attuale lavoro?
A riprova di quanto affermato precedentemente stanno le risposte alla domanda conclusiva di questo ciclo, che suona così: «in complesso, del suo attuale lavoro (o dell'ultimo svolto, per i disoccupati) è contento, abbastanza contento, poco contento o malcontento?». «Malcontento» risulta essere il 6,02% del campione, «poco contento» il 22,52%, «abbastanza contento» il 34,82%, «contento» il 32,85%, mentre non ha risposto il 3,8%.
La distribuzione delle frequenze riproduce quella della prima volta in cui si era chiesto un giudizio sul «gradimento» del lavoro svolto; gli scontenti ed i poco contenti sono un poco al di sotto del 30%.
Peraltro, al fine di meglio conoscere le motivazioni di fondo che producono le numerose dichiarazioni di soddisfazione, sarà opportuno che ci si addentri ancora nel campo per sapere che cosa cercano nel lavoro i giovani, che tipo di interesse è legato al lavoro svolto, quindi le prospettive di mobilità verticale a quest'ultimo soggettivamente legato, quali i rapporti con colleghi e superiori. Inoltre, una valutazione del grado di assorbenza della attività svolta, ci sarà fornita dalle risposte ai quesiti sul «secondo lavoro».
Fattori che hanno maggiormente importanza nella situazione lavorativa
I giovani lavoratori milanesi chiedono al lavoro, soprattutto, «buona retribuzione» (38,5%), «soddisfazione morale» (circa 38%), «indipendenza» (10,15%), «tempo libero» (3,5%), «carriera» (1,71%), «potere» (0,18%), «influenza» sulla produzione (0,09%).
La «buona retribuzione» è richiesta in prevalenza dai maschi (+ 4%) mentre la «soddisfazione morale» costituisce una esigenza più femminile (+ 6%); trascurabili le altre differenze di distribuzione fra i due sessi. L'aumentare dell'età tende ad accentuare – in modo tenue – l'importanza della «buona retribuzione» e della «soddisfazione morale» – in modo più spiccato – quella della «regolarità» e «stabilità» (9,6% nella prima fascia di età e circa 42% in quella di età più elevata).
L'analfabeta annette la medesima importanza alla «buona retribuzione» (50%) ed alla «soddisfazione morale» (50%). L'importanza della prima tende a decrescere con il miglioramento della istruzione (33,3% a livello universitario) mentre quella della seconda diminuisce a livello dell'istruzione elementare e media inferiore (circa 30%) per risalire e stabilizzarsi a livello della scuola professionale (42,7%), della scuola media superiore (41,4%) e dell'università (41,2%).
Relativamente accentuata l'importanza attribuita al «potere» (3%) ed alla «carriera» (3%), a livello universitario.
È interessante il lavoro svolto?
Il lavoro svolto è considerato molto «interessante» dal 31,7% del campione, «mediamente interessante» dal 48,7% dello stesso e poco interessante dal 18,3%. Sesso ed età non presentano variazioni significative nell'«interesse» per il lavoro. Il grado di istruzione, quanto più è elevato, tanto più è correlato positivamente con il giudizio «molto interessante» o «mediamente interessante».
Le possibilità di carriera offerte dal lavoro svolto
Può essere importante conoscere il giudizio degli interessati sulle possibilità di carriera offerte dal lavoro svolto, vale a dire conoscere la valutazione soggettiva della mobilità verticale potenziale. Il campione della ricerca fornisce un giudizio di mobilità «molto interessante» nel 17,3% dei casi e «mediamente interessante» nel 38,5% dei casi.
La mobilità è poi giudicata «scarsamente interessante» dal 21,7% del campione ed «inesistente» dal 19,7% dello stesso.
Da quanto sopra si deve arguire che quasi il 60% dei giovani lavoratori dà un giudizio positivo sulla mobilità verticale offerta dal proprio lavoro. Sarebbe però interessante conoscere se tale giudizio è influenzato o meno dal fatto che, come abbiamo rilevato più sopra, la «carriera» è stata relegata nelle ultime posizioni nella graduatoria delle «remunerazioni» richieste al lavoro.
Giudizio sui rapporti fra colleghi di lavoro
I rapporti fra colleghi di lavoro sono giudicati «abbastanza buoni» dal 61,3% del campione, «molto buoni» dal 30% circa e «non buoni» dal 5,5%. Andamento analogo hanno i giudizi sui rapporti con i superiori («abbastanza buoni» 60,3%, «molto buoni» 26%, «non buoni» 10,7%) il che lascerebbe supporre l'assenza di turbative sistematiche nel rapporto gerarchico.
Il fenomeno dell'attività lavorativa remunerata, integrativa di quella principale
Questo fenomeno appare relativamente poco diffuso. Solo l'11% circa degli elementi considerati si dedica infatti ad una «seconda attività» che nel 40% dei casi in cui è svolta è analoga a quella principale e nel 57% circa di essi è diversa.
Ai 671 individui che non svolgono un secondo lavoro è stato chiesto per quale motivo non lo facciano. Le risposte più frequenti sono state le seguenti: «preso dall'attività principale» (39,8%), «desiderio di sviluppare una attività disinteressata» (20,52%), «desiderio di dedicarsi alla famiglia» (17,6%).
Tra gli elementi che svolgono un secondo lavoro, il sesso e l'età non sono fattori che comportino distinzioni particolari, mentre invece in corrispondenza a gradi di istruzione elevati si riscontra un notevole addensamento del fenomeno (44% a livello universitario) ed una rarefazione ai più bassi livelli di istruzione (7,8% a livello elementare).
ALTRE CATEGORIE DI LAVORATORI
Sin qui abbiamo considerato gli atteggiamenti nei confronti del lavoro svolto da coloro che operano (od operavano, essendo ora disoccupati) in mansioni di tipo operaio od impiegatizio.
Completiamo ora il quadro esaminando la posizione degli individui in attesa di prima occupazione, dei lavoratori in proprio, degli agricoltori e delle casalinghe.
Gli atteggiamenti degli individui in attesa di prima occupazione nei confronti del lavoro
Gli individui in attesa di prima occupazione (2,22% del campione generale), focalizzano i loro orientamenti lavorativi su poche professioni quali quelle di operaio (11,1%), impiegato tecnico (11,1%), impiegato amministrativo (7,41%), insegnante elementare ed educatore (11,1%), insegnante medio o giornalista (37%), professionista (14,8%).
I settori di attività verso cui i giovani su considerati sono di preferenza orientati: quello industriale e della scuola (33,3% ciascuno), della pubblica amministrazione (11,1%), del credito e assicurazioni (7,4%), mentre per il 3,7% sono richiamati dal settore artigiano, da quello commerciale, dalle attività sanitarie, dai partiti politici e dai sindacati.
Gli elementi qui esaminati hanno già idea di come trovare lavoro in misura del 77,8% e pensano di trovarlo attraverso amici (31,43%), da soli (22,8%), attraverso enti ed organizzazioni (11,4%), con l'aiuto di personalità politiche (8,57%), di sacerdoti (5,7%) e di altre persone (17,14%). Il lavoro indicato lo hanno scelto perché piace (22,2%), perché «si adatta bene alle abitudini» (38,9%), perché «ben remunerato» (11,1%), «socialmente utile» (16,6%).
Essi pensano di trovare lavoro con «molte difficoltà» (59,2%), «poche difficoltà» (29,6%), «nessuna difficoltà» (11,1% circa).
Ci siamo soffermati ad illustrare analiticamente la situazione per mettere in evidenza lo spostamento delle posizioni di chi è ancora in attesa di lavorare rispetto le posizioni di chi già ha preso contatto con il mondo del lavoro. La vistosità di tali scostamenti non ci stupisce quando si prendano in considerazione due ulteriori dati: il livello di istruzione e il «tempo di attesa» dell'occupazione del piccolo strato del campione qui considerato. Sotto il profilo dell'istruzione, il 23,5% ha livello universitario, il 61,7% medio superiore e l'11,7% istruzione professionale.
Sotto il profilo dei tempi di attesa dell'occupazione il 18,5% del gruppo aspetta da più di due anni, l'11,1% da uno a due anni, il 29,6% da 6 mesi ad un anno, il 29,6% da meno di 6 mesi, l'11% circa non ha risposto.
Da tutto quanto sopra esposto, si può desumere che una buona metà del gruppetto di individui in attesa di prima occupazione costituisce, probabilmente, il nucleo dei disadattati «cronici» che nutre grosse aspirazioni con un disancoramento dalla realtà che gli impedisce di inserirsi nel tessuto professionale.
Gli atteggiamenti dei lavoratori in proprio nei confronti del lavoro
I lavoratori in proprio ed i professionisti (7,42% del campione totale) sono costituiti per il 38,9% da artigiani, per il 23,6% da commercianti al minuto, per circa il 7% da professionisti in senso stretto: altrettanti sono i commercianti all'ingrosso. I titolari di officine meccaniche sono il 9,7%, 5,5% i rappresentanti di commercio e 4,17% i tipografi e fotografi.
Il 73,6% dei lavoratori in proprio ritiene che la sua posizione sia migliore delle altre per la maggiore autonomia (30,4%), il maggior reddito (26%), l'affermazione della personalità (10,1%). Coloro i quali ritengono il loro lavoro più gravoso di quello prestato in subordinazione si lamentano prevalentemente delle preoccupazioni (7,2%), del reddito sicuro (7,2%) e del minor tempo libero (7,2%).
Gli atteggiamenti degli agricoltori nei confronti del lavoro
Gli agricoltori intervistati (3,82% del campione totale) sono per il 10,5% coltivatori diretti, per il 31,6% conduttori di aziende agrarie con dipendenti, per il 10,5 fittavoli e per oltre il 47% dipendenti di aziende agricole in conduzione diretta od in affitto. La dimensione delle aziende è caratterizzata dai seguenti dati: l'8% circa ha meno di 10 ha, il 15,8% ha una superficie variabile da 11 a 20 ha e lo stesso numero ha superficie da 21 a 40 ha: tra i 40 e gli 80 ha cade circa il 29% delle aziende ed oltre gli 80 ha ne troviamo il 31,4%.
I dati di non facile interpretazione, per la tradizionale riservatezza degli agricoltori nel rispondere ai quesiti che coinvolgono la posizione personale, rivelano soddisfazione più o meno piena in oltre l'80% dei casi. Il fatto di proseguire in un lavoro che non piace è giustificato dal 7,3% con una mancanza di soluzioni alternative, dal 2,4% con desiderio di non lasciare la terra in abbandono e da poco meno del 10% con motivi di carattere familiare.
Il 68,4% degli agricoltori è cosciente che i posti di lavoro in campagna sono destinati a diminuire ma il 21 % ritiene ancora che essi possano aumentare e l'8% ritiene che essi resteranno invariati.
Gli atteggiamenti delle casalinghe nei confronti del lavoro
Le casalinghe (9,16% del campione) sono tali perché «piace» loro fare quel lavoro, solo in misura del 14,2%.
I fattori che hanno condotto a quella scelta sono, tra gli altri, la coercizione dei familiari (11,8%), il non sapere a chi affidare i figli (16,5%), il desiderio di badare personalmente ai figli (26%), le esigenze familiari (8,6%), l'incapacità di trovare un lavoro adatto (7,8%), le condizioni di salute (5,51%), la perdita del lavoro in seguito al matrimonio (2,3%). Nel complesso però le casalinghe sono «contente» della loro posizione in misura del 25,2%, «abbastanza contente» per il 30,8% dei casi, «poco contente» è il 24,2% delle intervistate e «malcontente» è quasi il 10% di esse. Sono più scontente della posizione di casalinga le donne con titolo di studio meno elevato (!).
CONCLUSIONE
Considerato quanto sin qui esposto, occorre concludere in prima approssimazione che i giovani lavoratori lombardi rivelano una «soddisfazione» dichiarata nei confronti del proprio lavoro, che si aggira sul 70%. La distribuzione della soddisfazione e dell'insoddisfazione non è molto sensibile né all'età né al sesso né al titolo di studio dell'interessato.
INDAGINE NAZIONALE SULL'ATTEGGIAMENTO DEI GIOVANI VERSO IL MONDO DEL LAVORO
Nel 1970 veniva pubblicato dalla Shell Italiana il volume «Questi, i giovani», inchiesta nazionale sulle opinioni, gli atteggiamenti, le aspirazioni e gli ideali della gioventù.
Stralciamo qualche dato dal capitolo «Il mondo del lavoro».
Facciamo premettere alcune notizie sulle caratteristiche del campione. Nell'indagine sono stati considerati due tipi di campioni: un campione rappresentativo della popolazione giovanile italiana (C.N.) ed un campione di studenti universitari e neo-laureati (C.S.).
Il primo consta di 2.055 giovani selezionati dall'universo statistico da studiare che comprendeva tutti i giovani di età tra i 17 e i 25 anni, di ambo i sessi, presenti nell'intero territorio nazionale. Il campione speciale (studenti universitari e neo-laureati) è composto di 570 giovani distribuiti nelle varie regioni e nell'ambito di ogni regione tra i vari gruppi di facoltà.
FATTORI CHE INFLUISCONO
NELLA SCELTA DELL'ATTIVITÀ LAVORATIVA
Il primo aspetto preso in considerazione nell'esplorare gli atteggiamenti verso il lavoro e la professione è stato quello dei fattori che i giovani tengono presenti nella scelta della propria attività lavorativa. Agli intervistati è stata presentata una lista di fattori (indipendenza, prestigio, guadagno, ecc.) ed è stato loro chiesto di indicare quelli che hanno maggiormente influito (o che ritengono che potranno influire) nella scelta della loro professione.
I risultati, come appare dalla tavola seguente, vedono al primo posto la corrispondenza della attività lavorativa ai propri gusti e attitudini, seguita dalla sicurezza, dalla indipendenza e dalla buona remunerazione. All'ultimo posto, tra i fattori elencati, il prestigio e la responsabilità.


I totali superano 100 perché alcuni intervistati hanno dato più di una risposta.
FATTORI CHE HANNO MAGGIOR IMPORTANZA NELLA SITUAZIONE LAVORATIVA
Sono state poi rilevate le opinioni dei giovani circa gli aspetti che essi considerano più importanti nel lavoro.
Analogamente a quanto fatto nella domanda precedente è stato loro presentato un elenco di vari fattori (sicurezza, orario, retribuzione, pensione, ecc.) ed è stato chiesto di indicare i tre fattori più importanti. Ne è risultata la graduatoria riportata alla tavola, in cui le percentuali si riferiscono al numero di volte in cui ciascun fattore è stato indicato al 1°, al 2° e al 3° posto.
La tavola mostra che la sicurezza del posto è in testa alla graduatoria per il C.N. (relativo a famiglie che per il 42% appartengono alla classe sociale inferiore o medio-inferiore), mentre occupa la sesta posizione nel C.S. (di cui solo 8% appartengono alla classe suddetta).

Con l'elevarsi del grado di scolarità si nota un maggior interesse per due aspetti: soddisfazioni morali nel lavoro e superiori capaci e competenti; diminuiscono, al contrario, le aspettative per quasi tutti gli altri aspetti: possibilità di far carriera, ambiente di lavoro confortevole, retribuzione, sicurezza, pensione.
LAVORO E REALIZZAZIONE:
IL PARERE DI UN GRUPPO DI ASSISTENTI SOCIALI
All'EISS (Ente Italiano di Servizio Sociale) di Torino abbiamo incontrato un gruppo di assistenti sociali, a diretto contatto professionale con giovani operai e apprendisti.
La loro esperienza e qualificazione ha permesso una panoramica interessante e stimolante sui problemi più vivi del primo inserimento nel mondo del lavoro. Dalla lunga conversazione riportiamo, in una sintesi redazionale rispettosa spesso letteralmente dei vari interventi, il loro «parere» sui condizionamenti alla scelta professionale, sulle possibilità o meno di realizzazione, anche attraverso l'esercizio di una professione liberante.
LA SCELTA DELLA PROFESSIONE
D. Voi siete a contatto con giovani che entrano nel mondo del lavoro come primo impiego. Anzi, qualcuna di voi ha partecipato, anche se senza potere decisionale, ai corsi di orientamento professionale.
Ci interessa sapere i motivi che stanno alla base delle scelte del tipo di lavoro. Esistono condizionamenti e quali?
Per i giovani che si orientano verso il lavoro, c'è una reale possibilità di scelta? Le strutture di orientamento professionale indirizzano adeguatamente verso un lavoro proporzionato alle attese?
R. Per dare una risposta non generica, è necessario operare una distinzione. Esistono di fatto almeno tre modalità concrete di rapportarsi con la ricerca di un posto di lavoro. I giovani che per situazioni culturali e economiche fanno una scelta di lavoro dopo la scuola dell'obbligo: sono, naturalmente, i più poveri, gli emarginati.
I giovani che fanno questa scelta professionale dopo la scuola secondaria superiore. E, infine, coloro che operano la scelta dopo l'università o dopo corsi similari.
A ciascuno di questi momenti corrisponde un livello diverso di maturità e di capacità, anche strutturale, di fare scelte in termini di autonomia personale. Ma questo è un discorso teorico. Praticamente, purtroppo, la capacità di scelta è molto limitata. Le cause sono molteplici. Prima di tutto i condizionamenti familiari: molto spesso è ancora la famiglia che decide, per tante ragioni. Inoltre, le risorse che la società offre sono poche, mal organizzate e soprattutto mal distribuite nell'arco del territorio: quindi... c'è poco tra cui scegliere. Uno dei problemi più seri è la mancanza o, se si vuole, un modo inadeguato di circolazione delle informazioni all'interno della comunità, sia essa ristretta (come il paese, il quartiere, la città stessa) o sia a più vasto raggio come la nazione.
In altre parole, il fortissimo movimento di lavoratori costretti ad emigrare significa che non siamo giunti al livello «normale» di un «lavoro che cerca i lavoratori», ma siamo ancora allo stadio dei «lavoratori in cerca di qualsiasi lavoro».
Proprio a causa di questo «movimento», sarebbe necessaria un'informazione proporzionata, sui tipi di lavoro esistenti, sui posti disponibili, sui modi di realizzazione... Ma questa informazione manca. Tutto ciò rende i condizionamenti esistenti, di fatto molto più forti. E quindi la scelta praticamente impossibile, soprattutto nei ruoli inferiori della scala di modalità cui accennavo prima.
Parlo di condizionamenti e li sottolineo.
La mancanza di normazione costringe a scegliere la prima cosa che capita tra mano. Oggi, pochissimi hanno la possibilità di scelta, perché non hanno grosse alternative.
In più, a peggiorare il quadro, esiste un condizionamento culturale, frutto di una mentalità tradizionale (un modo di pensare coltivato dal sistema perché decisamente ad esso funzionale...), che, ad esempio, fa valutare il lavoro dell'impiegato più prestigioso di quello dell'operaio.
Le conseguenze non sono piccole: basti pensare al fiume di laureati disoccupati, a causa di una scelta scolastica rapportata non al servizio sociale ma al prestigio personale.
Questa classe di intellettuali disoccupati spinge alla competitività, per assicurarsi il posto di lavoro, e alla rassegnazione, una volta conquistato.
La distinzione ha aiutato a cogliere i condizionamenti comuni.
Non è possibile però mettere tutti sullo stesso piatto della bilancia..È necessario e onesto ripeterlo. Chi va al lavoro – chi è costretto a scegliere il lavoro – subito dopo la scuola d'obbligo (se non prima), si trova svantaggiato gravemente.
Desidero documentare la mia affermazione, prendendo in esame le «strutture» che dovrebbero teoricamente favorire una scelta professionale ben orientata.
Sono abbastanza pessimista nei confronti della capacità orientativa della scuola media. Purtroppo si sta riducendo ad un fatto puramente burocratico; il «giudizio» espresso dopo la terza media non tiene conto della realtà sociale in cui il ragazzo è immerso: da una parte si ignora il contesto familiare e dall'altra le effettive condizioni di mercato di lavoro, di possibilità di impiego, di possibilità globali di scelta aperte al ragazzo fuori dell'ambito scolastico.
Altra struttura orientatrice: la famiglia. Le interviste fatte con molti giovani al loro primo impiego mi hanno confermato nell'ipotesi che il più delle volte la famiglia condiziona e non orienta. Se la famiglia ha determinati bisogni, il ragazzo è indirizzato verso «quella» strada. I mezzi economici «decidono» se continuare a studiare (e magari anche quali facoltà scegliere) o se invece andare subito a lavorare...
Più da vicino per dovere professionale, ho verificato le strutture di apprendistato. Posso affermare che la scelta del tipo di lavoro è totalmente occasionale. Non esistono centri di orientamento professionale e i ragazzi che vanno al lavoro dopo la scuola media vengono assunti come «generici». Quindi, in base a casi fortuiti uno fa il commesso e l'altro il meccanico. Non c'è un minimo di possibilità di scelta, perché mancano le possibilità entro cui scegliere. Né, tanto meno, una responsabilità di scelta, perché al ragazzo in cerca di lavoro non viene offerta una panoramica sufficientemente chiara sul tipo di lavoro, sugli eventuali sbocchi, sulla qualificazione che il lavoro gli può dare. Prendere o lasciare il primo lavoro che capita e basta!
Ci sono infine strutture «pubbliche» che dovrebbero avere una funzione di orientamento professionale, attraverso visite preventive rispetto all'avviamento al lavoro, da cui dedurre l'idoneità, sia fisica che psicologica, ad un certo tipo di lavoro.
Generalmente questo esame «scatta» dopo l'assunzione: l'obbligatorietà è preventiva ma la prassi normale rimanda l'esame al dopo... Quando è stato trovato il sospirato posto di lavoro, si deve passare sotto le maglie dell'ente. Ancora una volta siamo a determinazioni burocratiche e inutili.
la normativa stessa dell'ente che stabilisce questo non-senso: l'esame serve a confermare o meno l'idoneità al lavoro già trovato.
La esperienza mi fa dire che questa non-idoneità viene rilevata solo in casi così macroscopici per cui non ha praticamente alcuna rilevanza. Potrei offrire statistiche. In un anno sono stati esaminati, in una grossa città, circa 400 casi. I giudizi di non-idoneità non hanno superato i 15... E – l'ho costatato di persona – molto spesso si trattava di non-idoneità di tipo fisico. Il giudizio psicologico o morale non ha mai trovato peso! Per concludere la rassegna si potrebbero dire tante cose a proposito dei «corsi professionali». Non sempre funzionano... Troppo spesso la funzionalità è solo relativa alle richieste del mercato di lavoro: il solito circolo chiuso. Qualche volta sono affetti da immobilismo e assenza di prospettive di riconversione. Mi spiego con un esempio, banale finché si vuole ma reale. Un corso professionale ha programmato una batteria di macchine da scrivere... e quindi ha preparato dattilografe per tutti gli uffici della zona. Ormai gli uffici sono coperti. Ma le macchine ci sono e devono funzionare. Quindi il corso continua a sfornare dattilografe...
Il panorama è abbastanza triste. Tale da concludere che, purtroppo, la possibilità di scelta, a livello di giovani che vanno al lavoro subito dopo la scuola d'obbligo soprattutto, è molto relativa, quasi nulla. I toni diventano più foschi quando si pensa che molte industrie assumono persone in base alle «qualifiche», perché le disposizioni di legge prevedono questo, ma poi di fatto li utilizzano come generici o non in base alla qualificazione tecnica; quando, peggio, con una manovra di licenziamento-riassunzione, non «dimenticano ufficialmente» ogni qualifica. Lo stipendio, la necessità del lavoro... spinge a chiudere un occhio e ad accettare il meno peggio.
LAVORO E REALIZZAZIONE
D. Ci troviamo di fronte ad una serie di fatti davvero impressionante. Tutto questo pone gravi problemi di ordine psicologico e umano.
Un lavoro non scelto è difficilmente sorgente di realizzazione personale. D'altra parte, l'uomo, ogni uomo, ha bisogno di sentirsi riuscito, realizzato, capace di creatività. Questi giovani di cui ci state parlando, dove trovano lo spazio per sentirsi... liberi, «vivi»?
La domanda potrebbe anche essere letta secondo un'altra prospettiva: coloro che hanno la possibilità di scegliersi il tipo di lavoro, operano una scelta che tenga conto di uno spazio di realizzazione personale, oppure sono, a loro volta, condizionati da altre motivazioni?
R. Tento di rispondere partendo dalla seconda istanza.
Purtroppo la mia esperienza mi fa essere negativa anche al riguardo di coloro che hanno la possibilità di scegliersi il lavoro.
Credo di poter affermare che sono veramente pochi coloro che si pongono problemi di realizzazione personale nella scelta del lavoro. Manca una base culturale. Ho intervistato tutti coloro che sono stati assunti, in un anno, da una grande azienda statale, anche per posti di rilievo. Pochissimi (meno dell'1 %) davano motivazioni di ordine culturale. La stragrande maggioranza sottolineava la sicurezza del posto, il tipo di lavoro, il prestigio di poter dire «Io lavoro alla...».
D'altra parte, la struttura ti schiaccia e pialla presto ogni progetto, anche il più ardimentoso. Parlare di realizzazione personale significa cercare uno spazio di autonomia e di decisione. Ma questo è pericoloso e non funzionale... Quindi chi cerca di lavorare «ragionando di sua testa», corre il rischio di perdere il posto. Con tutte le conseguenze del caso.
Si aggiunga la facile costatazione che i miglioramenti e i passaggi di categoria non sono quasi mai legati a fattori di tipo personale o di capacità lavorativa.
Insomma, sotto sotto, il premio sociale va a chi è «buono»: cioè a chi non contesta, non reclama, sciopera poco, accetta che la democrazia resti a livello di parole.
Purtroppo è tale e tanta la forza di pressione, che ci si adegua. Si integrano anche coloro che erano entrati al lavoro con un mazzo di grossi sogni.
In questi casi, la realizzazione personale è tutta «fuori»: nel tempo libero. Un tempo libero inteso prevalentemente in senso consumistico: il fine settimana in una nota stazione sciistica, perché fa «fine» ed è dalla meta scelta che si distingue il dirigente dall'impiegato e l'impiegato dall'operaio... Non è una battuta: la distinzione non poggia sulla possibilità di maggior o minore creatività nel lavoro, ma sulla quantità di «beni» disponibili per essere consumati.
Anche i giovani entrano in questa logica?
Purtroppo sì, e abbastanza presto. Sono pochi coloro che riescono a tener duro, nei loro ideali. Anche perché sono pochi coloro che entrano nel lavoro con un progetto sicuro e preciso di sé.
Non è possibile generalizzare e non è saggio essere semplicisti. Ma neppure si può diventare ciechi di fronte alla realtà.
Il sistema industriale attuale è tale da poter tranquillamente schiacciare ogni possibilità. Potrei fare nomi su nomi di amici...
Il sistema industriale ha i mezzi sufficienti per riuscirci. Basta pensare ai... figli da mantenere. Se il ritmo è «o ci si adegua o si salta», sono pochi gli eroi che hanno il coraggio di «saltare».
Il problema diventa serio, a questo livello. E troppo facile, ma inutile, fare voli utopici. La motivazione (i figli) non solo ti costringe ad accettare una certa logica ma anche ti giustifica, tacitando gli ideali.
Tutto questo, lo ripeto, vale per ogni «grado» di occupazione: dai dirigenti agli operai.
Più a monte del problema dei figli, o se si vuole, collegato ma indipendente, c'è il rapporto tra lavoro e sussistenza, tra lavoro e denaro. Se si perde il lavoro... non si mangia!
Quando parlo di «mangiare», faccio un discorso non univoco. Intendo tutto: dalla macchina più grossa, alla gita domenicale, alle ferie lunghe e «ricche»...
Per molti si tratta, alla fine, di una scelta ideologica. Dicono: il lavoro non mi soddisfa, non è quello che vorrei... ma da lì derivo i mezzi per vivere e per fare quello che mi piace. Quindi ci sto. Sopporto e tengo duro, per non farmi mandar via. Nel mio tempo libero faccio tutto quello che mi piace. Lì, finalmente, sono me stesso...
Sotto sotto, ci sono due filoni. La spirale del consumismo prende e avvinghia: non ci si può tirare indietro. Quindi si è disposti a tutto pur di poter consumare. Nello stesso tempo, il consumo per la parte negativa e il «peso» della famiglia nell'aspetto positivo, offrono un aiuto per superare i conflitti.
Si tratta però, il più delle volte, di un superamento solo apparente. La maggior parte di coloro che sono costretti a fare questa «doppia» vita, sono dissociati, vivono da nevrotici...
Anche i giovani li ritrovo in questa spirale. Per alcuni è una scelta accettata e riflessa; per altri diventa una rassegnazione subita.
Troppo spesso salta la base ideologica: si accetta come normale la motivazione di avere per consumare. E quindi, lentamente, nel lavoro si diventa disposti a tutto. Altre volte, gli ideali erano a livello di sogni: un pugno di nebbia che il sole disperde.
A questo riguardo, il discorso si allarga per toccare prospettive educative. Coloro che resistono, sono quelli che giungono al lavoro più disincantati: sanno ciò che li aspetta e vengono con i piedi per terra. Quando invece si vive, cullati da sogni troppo utopici, l'integrazione avvinghia presto e bene. E necessario tener desta una precisa scelta ideologica e nello stesso tempo conservare una visione molto realistica delle cose. Bisogna cioè dare per scontato che, piaccia o no, l'utopia di voler cambiare il mondo... si sbriciola con il passar degli anni, perché il sistema industriale ti fa sbattere la testa contro una realtà molto più dura di quella ipotizzata. Posso dire che restano in piedi quei giovani che hanno alle spalle un gruppo di impegno serio, un gruppo cioè capace di sostenere e motivare la spinta di una minoranza coraggiosa, pronta ad andar contro corrente.
PROFESSIONI LIBERANTI?
D. Un'ultima questione. In alcuni giovani tra i più sensibili all'impegno politico si assiste ad un fenomeno problematico: uno slittamento da professioni ritenute più funzionali al sistema verso professioni valutate più liberanti.
A parte un grosso interrogativo legato al fatto che ciò è possibile solo ad una determinata categoria sociale e difficilmente si inquadra con le prospettive di cui avete parlato prima, secondo la vostra esperienza, esistono professioni più o meno liberanti?
R. Parto da un'affermazione radicale: per me, non esistono professioni più o meno liberanti. Se uno vuol mangiare, deve accettare il gioco. Il libero professionista al servizio della «liberazione», chi lo assume? Il sindacato?
Preferisco parlare di «spazio conquistato» per rendere liberante la professione. Mi spiego attraverso alcune distinzioni.
Una prima distinzione la farei a proposito del «contesto di inserimento». Esiste un contesto in cui è facile esercitare la professione in modo liberante ed un altro in cui è più difficile.
Faccio un esempio: un ingegnere in una grande industria non ha certo molto spazio. Se vuole mettersi dalla parte dell'operaio, studiando gli elementi di nocività all'interno della fabbrica, il rumore, la polvere, i ritmi, sganciato dal servizio che deve rendere a chi lo ha assunto... rimane presto senza lavoro.
Un ingegnere inserito invece dove si fanno progetti urbanistici ad un certo livello, può trovare uno sbocco positivo alla sua professione, perché può ipotizzare un habitat più su misura d'uomo.
Una seconda distinzione mi pare sia relativa al «modo» di esercitare la propria professione. E in questo si coinvolgono tutti coloro che lavorano.
Un ingegnere può accettare a priori di servire l'industria anche in ciò che di disumano ha, visto che tutto sommato anche lui è un dipendente... o può cercare di imprimere ritmi e tempi, per esempio, in una catena di lavorazione in cui l'uomo sia più rispettato.
Lo stesso vale per l'operaio. Il suo lavoro è frustrante e alienante. Ma può, all'interno, creare dei momenti di «rivoluzione culturale», guidando ad una presa di coscienza chi gli sta vicino, per impostare le premesse operative ad un cambio strutturale.
In questi discorsi, c'è il grosso rischio di ridurre il tutto alla sola dimensione individuale, legando quindi il rapporto lavoro-realizzazione ai problemi della singola persona.
Tutto questo è importante. Ma chiaramente insufficiente. Sento opportuno introdurre una terza distinzione tra professione e impegno politico in senso stretto.
Posto che l'obiettivo sia tendere ad un cambio sociale, attraverso un rinnovamento dei rapporti sociali che superino le contraddizioni di cui abbiamo parlato, mi chiedo: quali sono i punti vitali attraverso cui ottenere questa modifica? Evidentemente, i centri di decisione politica. Non il solo «lavoro».
Ogni professione va orientata secondo un preciso obiettivo politico, tenendo conto che la neutralità, in questo campo come altrove, è impossibile.
Dare un «politico» alla propria professione significa assumere le dimensioni ricordate, cercando il tipo di adattamento che la società consente. Ma questo non basta. Perché i gangli sono altrove. E indispensabile un'azione diretta a livello di governo, di amministrazione politica. Perché solo giungendo a queste «posizioni-chiave» (il vecchio discorso è sempre valido...) è possibile raggiungere, con maggior stabilità, gli obiettivi.
L'operaio alla catena di montaggio crea una coscienza «nuova» nei suoi compagni di lavoro, attraverso la possibilità – ridotta ma urgente – di modificare la situazione qui-ora; ma non riesce a cambiare il sistema. Il perno rimane sempre il politico. E quindi una coscienza professionale liberante a questa dimensione.
Con queste condizioni pare veramente concreto un discorso di impegno politico nei termini di liberazione dell'uomo, anche nel mondo del lavoro.
NOTE
[1] Appare con chiarezza che non esiste grossa insofferenza nei confronti del lavoro. Ma forse questo dato è comprensibile nel quadro denunciato negli interventi orali, di un tipo di lavoro finalizzato soprattutto a «guadagnare», per poter consumare nel tempo libero! (ndr).

