Giochiamo... a scoprire il nostro quartiere



    Un gruppo giovanile di Piossasco

    (NPG 1973-05-56)

    La rassegna di esperienze ci pare uno dei modi più significativi per realizzare l'impegno di dare tono di concretezza alle nostre proposte.
    il lettore attento ha di certo avvertito una strana oscillazione... redazionale, a questo proposito. Si passa facilmente da esperienze di punta a descrizione di cose molto «normali». Tanto che, di fronte alle prime, qualcuno incrocia le braccia in gesto di resa e nelle seconde si stenta a trovare il bandolo della novità.
    L'oscillazione è programmata; le reazioni dei lettori non rientrano però nel nostro progetto... La vita è fatta di cose grandi e di cose apparentemente banali: si richiamano a vicenda per un servizio di reciproca verità.
    Dalle esperienze di punta nasce la necessità di una verifica globale dei propri ingranaggi educativi. Da quelle normali possono essere colti gli stimoli ad inventare una nuova formula e a tentare uno sbocco diverso. Le une e le altre sono, nel nostro piano, complementari.
    Anche perché la capacità creativa di ogni educatore si mette in movimento proprio grazie al confronto con suggerimenti diversi.
    L'esperienza del gruppo giovanile di Piossasco (un grosso paese alla periferia di Torino) ci pare vicina alla quotidianità per il contesto d'intervento, i tentativi a prova-errore, i mezzi «poveri» adottati, le problematiche e le attese.
    Offre però un messaggio veramente suggestivo, una scelta stimolante in quel quadro di pluralismo di metodi e di interventi su cui spesso abbiamo insistito. I giovani di Piossasco hanno scelto il «tempo libero» – conservato a livello di gioco, di divertimento – per una proposta di servizio ai ragazzi. Attraverso il gioco riescono a far passare la scoperta della realtà circostante e l'inizio di un impegno politico.
    Nella trascrizione dell'esperienza abbiamo preferito sottolineare l'aspetto strettamente educativo, senza giungere a dimensioni più esplicitamente pastorali, per fedeltà alle scelte dei protagonisti.
    Certamente, senza difficoltà, l'intuizione è aperta a prospettive più profonde. Ci sembra, cioè, una strada buona anche per una proposta di fede in piena regola.

    (Elaborazione redazionale sul materiale di documentazione messo a disposizione dal gruppo giovanile di Piossasco e interviste registrate con giovani protagonisti dell'esperienza).

    IL TEMPO LIBERO DEI RAGAZZI:
    UNA RESPONSABILITÀ DA DIVIDERE IN TANTI

    Attorno alla grande fabbrica, le case nascono come funghi.
    Questo fatto non solo determina la crescita rapidissima del numero di abitanti, un certo tipo di sviluppo urbanistico, ma, con una percentuale variabile, definisce le caratteristiche del modo e del ritmo di vita. Chi ne fa le spese, soprattutto, sono i ragazzi: le contraddizioni e il peso di questa situazione ricadono spesso su loro. Anche perché è facile intendere una certa proposta di «buona educazione» non tanto come crescita nella libertà e nella responsabilità, quanto invece come capacità di adeguamento allo stato di cose dominante.
    La conseguenza è facile da immaginare: tutti coloro che per cultura, mezzi, caratteristiche psicologiche non sono in grado di partecipare a questo stile di vita, vengono emarginati. Ed è la tragedia di molti immigrati. Questa situazione contraddistingue in maniera pesante il problema dei ragazzi nella nostra zona, dove queste trasformazioni sono avvenute in forma brusca e violenta e dove il tasso di immigrazione è altissimo. Fra l'incudine e il martello sta il «tempo libero».
    Può acquistare un valore di compensazione rispetto all'esperienza scolastica; e quindi diventare motivo d'integrazione. O, nel migliore dei casi, venire utilizzato per attività di tipo informale e di intenso movimento, con una funzione di scarico dell'aggressività, senza sbocchi o contenuti di rilievo educativo.
    L'esperienza politica, vissuta nella scuola e nella fabbrica, ha creato una sensibilità viva in molti giovani. La struttura parrocchiale offre un supporto stimolante.
    Inizia un lavoro a livello di gruppo per una presa di coscienza più approfondita, alla ricerca di interventi di servizio.
    Non potevamo quindi disinteressarci del problema, facendo la nostra strada tranquilla su altri binari.
    Molto dell'impatto educativo passa, per i ragazzi, attraverso il loro tempo libero: in esso riescono ad uscire da un orizzonte chiuso per aprirsi a nuove scoperte, a nuovi rapporti interpersonali, tra loro e gli adulti, a ricreare forme di vita comunitaria che non trovano a casa e a scuola. Per questo, ci siamo rimboccati le maniche.

    Le prime iniziative: chi è responsabile del tempo libero?

    Un vasto salone sotto la chiesa è diventato il luogo di raduno di frotte di ragazzi, alla ricerca di spazio dove consumare il tempo libero. Qualche giovane più maturo dà una mano per l'animazione dei vari giochi. Tentiamo un primo campeggio per ragazzi disadattati. E questo ci costringe ad allargare il cerchio: il gruppo degli educatori in erba è composto da studenti, insegnanti, operai. La consulenza di uno psicologo si dimostra validissima: con la sua guida abbiamo appreso una serie di tecniche veramente interessanti.
    Il problema però rimane e si fa ogni giorno più cruciale, anche a causa della presenza sempre più numerosa di ragazzi: lo sproporzionato insediamento di immigrati fa sentire il suo peso.
    Impiantiamo un oratorio di tipo tradizionale, con i suoi bravi campi da pallone e i «calcetti», con un po' di catechesi... e nulla più? Soprattutto accettiamo l'alibi dello scaricamento di responsabilità che molti genitori assumono... «tanto c'è l'oratorio»?
    La nostra risposta teorica fu presto pronta e decisa: no!
    Si trattava però di motivarla e soprattutto di creare una sensibilità adeguata. Abbiamo indetto una tavola rotonda sull'argomento. «Chi deve pensare al tempo libero dei ragazzi?», ci siamo chiesti.
    La partecipazione è stata alta: segno che il problema c'era. Molti interventi hanno però indicato che, anche da noi come altrove, si attendevano le soluzioni dagli altri, facendo slittare altrove la propria responsabilità. Pochi erano disponibili a «cercare insieme» qualche soluzione buona. E così il discorso è svanito, a poco a poco. Finalmente un gruppo di giovani matura un impegno di servizio più preciso nei confronti dei ragazzi. E rimette in questione le carte.
    Le prospettive di lavoro si aprono verso due direzioni:
    • Si avverte la necessità di coinvolgere in un progetto educativo le persone più sensibili del quartiere e quindi si programmano i momenti di questa corresponsabile presa di coscienza. La tavola rotonda aveva indicato che qualcuno era disposto a muoversi.
    • Nello stesso tempo, la vastità dei problemi all'ordine del giorno ci costringe a qualificarci. È necessario studiare per capire qualcosa di più e per offrire alternative di vero servizio. La biblioteca si arricchisce di volumi. Iniziano contatti con esperti, anche a livello universitario. Con una chiarezza sempre più lucida, incominciamo a vedere dove vogliamo giungere, in questo nostro complicato cammino educativo.

    I giochi del quartiere

    Il primo sbocco alla nuova coscienza sono stati i «giochi di quartiere». Per quattro domeniche consecutive abbiamo invitato genitori e ragazzi a partecipare ad una serie di attività che abbiamo venduto sotto il nome altisonante di «giochi di quartiere».
    inutile descriverne i particolari tecnici. Sono le solite cose: un prato, un sacco di ragazzini e un pizzico di fantasia.
    Ci sta a cuore sottolineare invece il tono di cui abbiamo impastato il tutto. Per la prima volta «giocavano» assieme genitori e ragazzi: abbiamo cercato di coinvolgerli in un unico progetto. E questo ha creato la coscienza che le cose potevano continuare, almeno per i più disponibili.
    La seconda novità: l'oggetto del gioco era il quartiere. Non volevamo per nulla creare una parentesi domenicale nelle preoccupazioni di tutti i giorni: il quartiere in cui tutti si viveva, con le sue problematiche aperte, è diventato il quadrato di gioco e il materiale con cui «divertirsi». E stato un gioco-scoperta.
    I risultati si sono presto fatti sentire: le due intuizioni sono diventate concrete. Abbiamo incominciato veramente a pensare alla possibilità di un tempo libero «diverso». Diverso perché formativo in quanto presa di coscienza critica dell'esperienza quotidiana e non solo sbocco ad una esuberanza compressa a casa e a scuola. Diverso, perché gestito corresponsabilmente da tutte le componenti educative normali: famiglie, insegnanti, giovani. I tempi erano maturi per pensare al «campeggio».

    IL CAMPEGGIO

    La stragrande maggioranza dei ragazzi del nostro quartiere passa l'estate a casa propria. Le ferie con i genitori sono, per molti, un sogno proibito. L'unica alternativa è la colonia diretta dalla fabbrica che monopolizza l'attività industriale del paese. Le vacanze, per molti, diventano un'estate di vagabondaggio. E questo non ci pareva giusto.
    A due passi dal paese, il comune stava organizzando un parco-verde in zona collinare. C'era già tutto: acqua, allacciamento elettrico, qualche gioco fisso, un po' di baracche e le attrezzature di base.
    diventata la nostra zona di villeggiatura.

    L'organizzazione

    Siamo partiti con molti mesi di anticipo, perché volevamo che il campeggio fosse un'esperienza di tutta la comunità del quartiere.
    Si è così costituito un gruppo di adulti interessati al problema e alla promozione del campeggio. Ciascuno portava il contributo di cui era capace. Accanto agli adulti, si è presto costituito un gruppo numeroso di giovani disposti a vivere un mese di servizio ai ragazzi.
    Non è stato facile trovare gli animatori preparati e disposti a correre questo rischio, senza nessuna garanzia di una retribuzione adeguata.
    Un primo gruppo di animatori è venuto dal nucleo di persone già esperte, con un certo grado di maturazione pedagogica tale da consentire un buon rapporto educativo con i ragazzi: tra questi vi erano anche alcuni insegnanti.
    Un secondo gruppo era costituito da futuri professionisti dell'educazione (allievi della SFES e della scuola magistrale). Il terzo gruppo era costituito da un discreto numero di volontari giovani, lavoratori e studenti, in funzione di aiuto educatori.
    Il tempo di preparazione è stato limitato. Per molti giovani era la prima reale attività con i ragazzi. Ma il campeggio doveva diventare anche un'esperienza educativa per gli stessi animatori.
    Con luglio, l'esperienza è partita.
    Ci premeva raggiungere un doppio obiettivo: creare una esperienza comunitaria tra i ragazzi e dare a tutti la dimensione viva del quartiere. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso i due poli del campo: il campo-base e la suddivisione dei ragazzi a piccoli gruppi, con un centro di attività autonomo.
    Al campo-base c'erano i servizi generali: cucina, magazzino, infermeria, biblioteca, il capannone che fungeva da sala da pranzo, qualche campo da gioco per «tornei» organizzati.
    Le mamme che non erano legate ad orari di lavoro hanno assunto l'incarico della cucina e dei rifornimenti. Gli operai, sfasandosi i turni, la manutenzione generale e l'organizzazione tecnica. Si è stabilito un orario che assicurasse ill servizio continuato, nei limiti delle possibilità di ciascuno. I giovani erano responsabili dell'animazione dei gruppi di ragazzi.
    Abbiamo preferito gruppi abbastanza numerosi (da 30 a 50 ragazzi ogni gruppo) per permettere una certa consistenza di attività autonome. Ogni gruppo, poi, viveva a sottogruppi. 5 o 6 animatori-giovani assicuravano il servizio.
    Quotidianamente, una riunione tecnica faceva il punto sulla situazione e prevedeva l'organizzazione delle giornate successive, per creare unità nel necessario pluralismo.

    Le attività

    Non vogliamo tentare neppure un elenco schematico delle varie attività programmate. È più utile indicarne le finalità.
    Volevamo giungere ad una scoperta della natura e quindi ad un nuovo rapporto con essa. Per noi, s'intende, «natura» è tutto ciò che ci sta d'intorno: quindi anche il nostro quartiere con i suoi quotidiani problemi.
    nello stesso tempo, «liberare», nei ragazzi, la capacità di comunicare le proprie scoperte, attraverso qualsiasi mezzo espressivo. Ci siamo riusciti? Ce lo siamo chiesto più di una volta alla fine del campeggio. Ma di questo parleremo più sotto.
    Ci pare utile indicare intanto l'iter di sviluppo cronologico a cui ci siamo attenuti.
    Il contatto con i ragazzi ci ha spinto a maturare queste tappe nelle varie attività:
    • un primo momento dedicato ai giochi di movimento con funzione di scarico dell'aggressività e di esplorazione del posto;
    • un periodo di assaggio di varie attività espressive e costruttive e della scoperta dei mezzi a disposizione (registratori, martelli, seghe, vernici...);
    • un terzo momento in cui i gruppi si indirizzavano in modo più o meno preciso (in base all'affiatamento raggiunto) verso attività specifiche (costruzioni particolari per gruppi, disegno, cinema, esplorazione e ricerche sul paese).
    Ai momenti critici (dopo il pranzo o quando la stanchezza degli animatori si faceva pesante...) si cercava di far fronte con giochi di richiamo (pallone, pallavolo, giochi di corsa...) che servivano ad occupare, con poca spesa, molti ragazzi.
    Gli obiettivi sono stati raggiunti?
    Trascriviamo sinceramente le nostre impressioni, così come sono maturate negli incontri di verifica successivi al campeggio.

    • Uno degli obiettivi che più ci premeva era la scoperta dell'ambiente naturale e la ricerca di un rapporto più equilibrato con la natura. Rispetto a quello che si pensava di poter raggiungere l'esperienza è insoddisfacente: i ragazzi sono chiaramente non educati nella scuola e nella famiglia a questo, per cui già ottenere il rispetto della natura era cosa ardua né si era preparati a tenere dietro ai loro spunti di ricerca e di osservazioni (farfalle, fiori, bisce, dove va a finire un corso d'acqua...).
    Hanno colto però molto bene il contrasto tra il verde che c'era attorno al luogo del campeggio e l'assenza di verde nel paese e nel modo di costruire le case.
    Questi temi sono poi emersi a livello di altre attività (disegno, film, cartelloni, interviste...).

    • Le attività espressive hanno trovato una risposta inaspettata ed entusiastica presso i ragazzi. È stata messa chiaramente in luce l'insufficienza degli strumenti scolastici a questo livello, che pure corrisponde ad una delle esigenze fondamentali del ragazzo. La cosa più difficile è stato dare uno sbocco educativo a queste attività. Alcuni gruppi (con un film fatto dai ragazzi con una attrezzatura da dilettanti, nei cartelloni, nei disegni e registrazioni...) sono riusciti molto bene a dare anche un significato di comunicazione a tutte queste attività. Si è notato anche un notevole interesse alla lettura, al di là di ciò che si attendeva. Il reale problema era soprattutto l'insufficienza di mezzi anche finanziari per predisporre i materiali adatti a queste attività.

    • Le attività costruttive hanno avuto un grande rilievo per i ragazzi in risposta al bisogno di fare da sé, di costruire e di far maturare un'intelligenza operativa e abilità che vengono totalmente trascurate dalle istituzioni educative in genere. Anche a questo proposito dover elemosinare la legna, contare i soldi per l'attrezzatura, e il conseguente dover attendere il proprio turno per usarla impediscono un approfondimento sufficiente.

    • Infine i giochi di movimento dapprima poco impegnativi poi sempre di più elevato impegno motorio, le passeggiate di una giornata, hanno trovato un terreno favorevole in ragazzi che si rivelano tante volte già carenti su questo piano a causa della elevata sedentarietà a cui vengono costretti dalla scuola e anche dalle famiglie e dal tipo di abitazione che lascia loro poco spazio libero per giocare.
    Un momento particolare nei giochi di movimento è stato determinato da due giorni di gare sportive, uno a metà, l'altro alla fine del campeggio. Queste due giornate non hanno avuto l'adesione così piena da parte dei ragazzi come nei giochi durante l'anno; ci pare che questo fatto sia indice di un risultato parziale ottenuto fra ragazzi ormai in grado di apprezzare di più le attività nuove di tipo più libero che non soltanto le cose che due o tre mesi prima erano abituati ad avere come unica possibilità.

    E DOPO? IL CAMPEGGIO CONTINUA...

    Con il campeggio non è finito tutto. La continuità è verifica della serietà dell'azione intrapresa.
    Abbiamo cercato un «dopo-campeggio».
    Molti dei ragazzi incontrati al campeggio continuavano a frequentare gli ambienti della parrocchia. Questo non ha permesso agli animatori di smontar di servizio. Il campeggio è stata un'ottima propedeutica al dopo-campeggio.

    Una scelta per il tempo libero

    Ci siamo trovati di fronte ad una prima alternativa da sciogliere: un'attività orientata sul tempo libero (nello stile del campeggio, per intenderci) o una gestione più strettamente scolastica, programmando, per esempio, un doposcuola. Abbiamo riflettuto abbondantemente prima di scegliere. E abbiamo scelto per il tempo libero, ancora una volta.
    Perché? Sono state proprio le difficoltà incontrate per un'azione diretta nella famiglia e nella scuola ad orientarci sulla sponda del tempo libero: non per occupare i ragazzi nei momenti in cui non sanno che fare, ma per cercare una possibilità educativa concreta in quello che è chiamato giustamente il «terzo ambiente educativo». In questo spazio vogliamo recuperare interamente le inadempienze della famiglia e della scuola e favorire una forma di socializzazione più ampia e profonda.
    Ancora una volta il punto di partenza è stato il nostro quartiere: in esso il ragazzo ha di fatto le sue prime esperienze di vita sociale su un piano di vasti rapporti interpersonali ed è a contatto con problemi che investono tutta la sua vita.
    Per affrontare a questo livello le problematiche che emergono non possiamo porci in modo autoritario e preconcetto, facendo calare noi le soluzioni dall'alto. Neppure basta creare dei parchi-gioco, dove occupare i ragazzi. Si tratta di inventare invece delle forme di servizio, di animazione come si dice, in forza delle quali l'adulto aiuti il ragazzo alla presa di coscienza motivata del suo mondo quotidiano, proprio attraverso quel gioco (nel senso più vasto del termine) che più lo prende e lo interessa. Attraverso un gioco guidato, vivificato, può nascere un modo nuovo di entrare in rapporto con l'ambiente e tra le persone.
    L'esperienza di campeggio ci aveva confermato che attraverso il gioco si poteva raggiungere questi obiettivi. L'abbiamo quindi scelto come base del nostro intervento.

    Quale gioco?

    Non facciamo distinzione di tipo di gioco, ma di modalità con cui è vissuto. Ci spieghiamo.
    Per noi va bene tutto: il lavoro per scoprire l'ambiente circostante, lo scherzo vissuto con i ragazzi, il disegno e le varie tecniche espressive, lo sport, le costruzioni...
    Sul modo invece stiamo molto all'erta.
    Evitiamo decisamente ogni competitività, perché la riteniamo un elemento diseducativo. Se, in un gioco, chi riesce meglio emargina gli altri, costringendoli ad assumere ruoli di semplici spettatori... evidentemente non ci siamo! Ciascun ragazzo è diverso dagli altri, d'accordo. Ma proprio per questo può portare un contributo specifico, in una ricerca a squadra. La bravura di uno riesce solo se è correlata con quella di tutti gli altri. Questa è la nostra scelta, alla ricerca di uno spazio educativo attraverso il gioco.
    C'è anche un'attenzione particolare sui contenuti.
    Facciamo un esempio. Se si programma un collage, desideriamo realizzare due condizioni. Tutti raccolgono ciò per cui si sentono più interessati, ma poi si siedono e discutono sulla realizzazione, cercando una decisione comunitaria. E così si educano alla collaborazione (evidentemente l'animatore veglia perché la riflessione comunitaria non si trasformi in monopoli di potere da parte di qualcuno). Ma non basta. Cerchiamo un tema al collage che aiuti a scoprire l'ambiente che ci sta attorno, che situi in un modo diverso nei confronti della natura... Non vogliamo temi «neutri», proprio perché non crediamo alla possibilità di una neutralità espressiva. Certo è più facile parlare di queste cose che... metterle in pratica. Mille difficoltà si sovrappongono, ogni giorno, ai nostri progetti. Difficoltà di tutti i tipi. Quando, per esempio, abbiamo cercato di far riflettere sui problemi del «verde» nel nostro quartiere... ci siamo trovati allo stato zero. I ragazzi non hanno esperienza di verde, perché viviamo in una giungla di case. E quindi non riescono ad esprimersi su argomenti che sono lontani dalla loro quotidiana esperienza.
    E poi c'è il disimpegno: dei ragazzi e degli animatori. Il difficile contatto reale con le famiglie, la poca collaborazione del mondo della scuola... Non mancano le difficoltà di tipo economico: una serie di impegni del genere comporta attrezzature e materiale: quindi soldi.

    Prospettive per il futuro

    Finora ci siamo mossi, nonostante tutto, ancora troppo a livello spontaneistico. Il problema dell'educazione dei ragazzi andava risolto. E ci siamo rimboccati le maniche. Le cose certo non possono continuare così.
    Non bastano dei rattoppi, imbastiti alla bell'e meglio, con tanta buona volontà. Ci vuole un progetto più serio e globale.
    D'altra parte non possiamo scaricarci di dosso la responsabilità, nell'attesa – troppo spesso vana – che le strutture ufficiali ci facciano qualcosa. Da qui la nostra decisione: continuare il lavoro tentando, nello stesso tempo, di guidare un intervento a raggio sempre più vasto.
    Concretamente, le nostre linee per il futuro sono le seguenti:
    • Un impegno di qualificazione sempre più intenso tra i giovani e i volontari. Si tratta di mantenere e di precisare ancora i collegamenti con i professionisti e gli operatori sociali disponibili.
    • Un impegno verso un valido aggancio con la scuola ( o almeno con un gruppo di insegnanti disponibili) e con l'amministrazione comunale. Si tratta di predisporre delle infrastrutture precise e stabili che permettano ai ragazzi di trovare risposte serie alle loro esigenze e agli animatori di svolgere un reale lavoro educativo, facendo uscire il tempo libero dalle strettoie in cui viene posto dai condizionamenti sociali.
    • Perché tutto questo discorso non resti campato per aria, si dovrà trovare uno sbocco nel quadro più generale della riforma dei servizi in vista anche della loro unità locale. Per questo tentiamo di stabilire i collegamenti tra i servizi assistenziali e psichiatrici per minori, la medicina scolastica e preventiva e questo impegno educativo per il tempo libero dei ragazzi.

    PROBLEMI EDUCATIVI

    Ogni esperienza vissuta seriamente pone grossi problemi educativi. Soprattutto quando sono in causa «ragazzi», non è possibile andar avanti a lume di buon senso o a spanne. C'è il rischio di rovinare con la scusa di costruire.
    Lentamente – e con una certa fatica – ci siamo posti una serie di interrogativi precisi ed abbiamo formulato una nostra proposta.
    Gli «esperti» con cui abbiamo cercato di condividere ogni iniziativa e il confronto con gli adulti che con noi hanno gestito le attività, ci sono stati preziosi: sia nel momento dell'individuazione dei problemi e sia nella elaborazione dei metodi.
    A conclusione del «racconto» sulla nostra esperienza, vogliamo tentarne una rassegna: ci pare un servizio utile agli amici interessati alla proposta. Sulla nostra pelle abbiamo scoperto che non è saggio ignorare quello che gli altri hanno vissuto, sofferto, scoperto.

    Il gruppo come momento educativo

    La prima modalità educativa che ci stava a cuore era quella di offrire una valida esperienza di gruppo ai ragazzi. Ne hanno bisogno. Soprattutto nel nostro quartiere per le tante ragioni espresse sopra.
    Abbiamo scelto il tempo libero come luogo dove creare un'intensa esperienza di gruppo, perché ci è parso lo spazio bisognoso di maggior liberazione e nello stesso tempo quello più incidente.
    Per noi, parlare di esperienza di vita di gruppo significa offrire:
    • una esperienza di decondizionamento pedagogico, nei confronti delle esperienze negative vissute nella scuola, nella famiglia, negli ambienti sociali;
    • una esperienza di scoperta di persone, ambienti e attività e di proposta di nuovi contenuti;
    • una esperienza di ricerca condotta assieme su un nuovo modo di vivere, di rapportarsi, di collaborare.

    La disciplina

    «Manovrare» un fiume di ragazzi scatenati pone immediatamente dei problemi disciplinari.
    Siamo partiti da presupposti che ci entusiasmavano: lasciamo il ragazzo libero fino in fondo, perché ha il diritto di provare. Presto abbiamo fatto un po' marcia indietro. Ci siamo accorti che è necessario «guidare la libertà». Quando si è in tanti, c'è il rischio del caos.
    È difficile dire di più. Forse si può affermare che cerchiamo di dare spazio a tutte e due le istanze: quel tanto di disciplina, insomma, che ci permetta un lavoro serio.
    Lavoriamo molto sul piano dei motivi, per aiutare i ragazzi dall'interno, a responsabilizzarsi.
    Facciamo un esempio che per noi è tutt'altro che astratto.
    Prepariamo un cartellone da esporre al pubblico... Nei primi tempi era una rovina... ciascuno voleva fare ciò che pensava opportuno; qualche altro trovava un gusto matto a distruggere quello che altri avevano fatto. E così non si poteva esporre nulla. Lentamente abbiamo cercato di far capire che era importante esporre agli altri le nostre idee attraverso il cartellone. Ma, per far questo, il cartellone doveva risultare ben fatto, comprensibile... Quindi la disciplina è diventata comprensione degli scopi del lavoro e assunzione di comune responsabilità.
    Questo stesso discorso vale per le attrezzature, per i giochi...
    Molti, ormai, sono entrati nella logica. Altri fanno un po' più di fatica. D'altra parte, in casa e a scuola, sono spesso costretti ad atteggiamenti repressi. Hanno bisogno di esplodere, per sopravvivere.
    Se anche noi chiedessimo uno stile di controllo, se proibissimo di muoversi, saltare, sfogarsi, magari distruggendo qualcosa... questi poveri ragazzi scoppierebbero.

    Il problema della responsabilità

    Ci siamo convinti che è possibile maturare come uomini soltanto se siamo capaci di avere una consapevolezza critica nei confronti della realtà. Ci sono tante cose che non funzionano. Non possiamo accettarle ad occhi chiusi.
    A questa «criticità» ci si abitua da piccoli. Dopo, è troppo tardi. Quando parliamo di criticità non diciamo subito «contestazione» a tutto e a tutti. Intendiamo invece educazione alla capacità di autogestirsi, capacità ad esprimersi attraverso un linguaggio non condizionato.
    Se un ragazzo ha tra mano un pezzo di carta e un pennarello, «dice» qualcosa. Il «che cosa», dipende dal modo con cui egli vede e si rapporta con la realtà. Se riesce ad afferrare la realtà con una dimensione critica, riuscirà ad esprimersi con spontaneità. Altrimenti non farà che ripetere degli stereotipi. Questo è per noi il nodo del problema educativo. Non eliminiamo l'adulto. Anzi. Come riuscirà un ragazzo ad acquistare la capacità critica se non è aiutato dall'adulto?
    Vogliamo eliminare invece l'adulto-che-sa-tutto e comunica al ragazzo la sua visione della realtà. Questa la chiamiamo «manipolazione». Abbiamo però la consapevolezza di un problema serio a questo riguardo. Oggetto delle nostre ricerche sono le cose di tutti i giorni, proprio perché dentro le cose di tutti i giorni è necessario acquistare questa dimensione critica. Parliamo del verde, della fabbrica, della scuola, dei soldi... Ci può essere il rischio di far vedere che se le cose vanno male, la colpa è degli altri: noi siamo «puliti», siamo a posto.
    Ci siamo interrogati molte volte su questo punto. Crediamo che la persona sia matura quando assume la sua parte di responsabilità e quando riesce ad impegnarsi per gli altri, proprio a partire da questa coscienza di responsabilità.
    Davvero il povero che non riesce a piegarsi verso un servizio a chi è più povero di lui... è un «nuovo ricco». Non vogliamo fare dei nostri ragazzi nuovi ricchi.
    È difficile però riuscirci.
    Il metodo che usiamo è semplice. Il ragazzo vive la sua esperienza in una comunità: vede adulti che dedicano per lui tanto del loro tempo. Certamente si accorge di questo fatto e si interroga sul perché. Scopre, con le sue forze, la necessità di una responsabilità nei confronti degli altri. Non crediamo sia cosa saggia fare lunghe spiegazioni sui doveri. Per noi l'alternativa è la comunità: chi vive in una comunità seria avverte l'esigenza ad impegnarsi in un servizio serio.
    Certo, la scoperta teorica non corrisponde sempre alla nostra pratica... Qualcosa siamo riusciti a fare a proposito del gioco. È un primo passo. La strada da percorrere permane lunga.

    Il rischio della manipolazione

    Ci siamo chiesti molte volte: i problemi che cerchiamo di far avvertire ai ragazzi, sono solo «nostri» problemi, di noi adulti? Riversiamo sugli altri una nostra sensibilità, approfittando della disponibilità dei ragazzi? Non vorremmo cadere in questa orribile forma di manipolazione. D'altra parte non possiamo tenere gli occhi chiusi e conservare gli altri in uno stato di ipnosi nei confronti della società.
    Come risolvere il dilemma?
    Abbiamo scelto la strada della concretezza. Sul tappeto non ci sono mai grosse questioni teoriche, ma i fatti di tutti i giorni: la casa, il verde, il quartiere, la fabbrica... Sono fatti che toccano l'esperienza del ragazzo. Li vive sulla propria pelle; qualche volta, forse, senza neppure accorgersene.
    Noi, nelle discussioni, evitiamo i «nostri» giudizi: cerchiamo di aiutare i ragazzi a formularsi un proprio modo di comprendere la realtà. Ogni tanto, nel gruppo dei responsabili, ci poniamo il problema, per verificare il livello di manipolazione eventualmente presente.
    Per noi è stimolante il confronto con il vangelo. E con questo parametro che è possibile emettere giudizi «liberanti».

    Il gruppo degli animatori

    Un tipo di servizio come è quello che ci siamo addossati comporta le spalle coperte da un gruppo. Per tanti motivi ne sentiamo l'esigenza. Perché solo in tanti, assieme, si può fare un lavoro serio. Ma soprattutto per evitare il rischio del «battitore libero». Il rapporto con i ragazzi è spesso a livello personale. Le mete, i progetti, i metodi di intervento, le problematiche sono però maturate sempre a livello di gruppo.
    Chi agisce in prima linea sente il clima del gruppo che lo sostiene, gli dà forza nei momenti difficili, gli offre prospettive di cammino quando gli interrogativi si incrociano accavallandosi.
    Per qualcuno di noi, il gruppo non basta più. Sentiamo di non potere impostare un servizio serio a livello di piccoli sporadici contributi. Ci vuole il tempo pieno, almeno come meta cui tendere.
    Il contatto con gli adulti che con noi collaborano ci incoraggia. Lavorare con i ragazzi diventa una vocazione.
    L'idea di una comunità di servizio... incomincia a farsi strada.