Appunti per una teologia della liberazione



    Eduardo Pironio

    (NPG 1973-02-02)

     

    Il termine «liberazione» è rimbalzato molte volte sulle pagine della nostra rivista.
    Ci siamo sempre preoccupati di definirlo attraverso le cose che si dicevano: le scelte operate e le proposte educative e pastorali consigliate ne descrivevano in termini concreti il contenuto e i significati.
    In Note di Pastorale Giovanile 1972/11 è stata utilizzata la «storia» dell'America Latina, riletta secondo dimensioni decisamente pastorali (e quindi mettendo in evidenza i pregi e i rischi di questa sensibilità nuova), come quadro simbolico - come «luogo teologico», si diceva in quel contesto - per comprendere a fondo il termine.
    Il progetto editoriale di quest'anno prevede una serie di interventi sui riflessi pastorali della «teologia della speranza». Necessariamente ci si dovrà appellare ancora una volta a categorie di «liberazione».
    Parlare di liberazione comporta un certo rischio di equivoco: come per tutti i termini nuovi, è facile la strumentalizzazione. Qualcuno contrabbanda con liberazione i suoi personali punti di vista; qualche altro avanza netti rifiuti preoccupato di qualsiasi voce che abbia anche lontane parentele con il marxismo. Per altri la parola serve a riaggiustare il tiro di una teologia abbastanza spuntata, proprio perché legata a situazioni storiche ormai superate. Anche la grande stampa si è impossessata del «disagio» che la «teologia della liberazione» si trascina talvolta alle spalle.
    Scrive, per esempio, «Panorama» (30 nov. '72) sotto un titolo da scalpore («Liberazione all'indice»): «La teologia della liberazione (si alla pillola, al divorzio, all'aborto e all'abolizione del celibato), basata sulla scelta di classe dei cristiani e sulla loro battaglia contro la repressione, lo sfruttamento, il capitalismo...».
    Evidentemente la teologia della liberazione... non è esattamente questa! In quale, Note di Pastorale Giovanile si riconosce?
    Offriamo una risposta all'interrogativo attraverso uno studio pregevole e stimolante. Mons. Pironio e vescovo e segretario generale del CELAM. Ha quindi le carte in regola per parlarci del tema in oggetto.
    Il testo ripropone una sua relazione all'assemblea generale dell'episcopato latino-americano. Da qui i frequenti accenni a situazioni dell'America Latina. La loro presenza impreziosisce lo studio, perché lo vivifica del sapore delle cose quotidiane e lo rende «vicino» alle nostre preoccupazioni pastorali, non così enormemente dissimili da quelle che si vivono al di là dell'oceano.

    LA LIBERAZIONE, OGGI: PROBLEMI E PROSPETTIVE

    Il tema della liberazione non è nuovo. È vecchio come la liberazione del popolo di Israele. E non è neppure meramente profano o temporale. È biblico ed escatologico come il Mistero Pasquale di Cristo, Signore dell'universo. Molto meno è un tema che inciti alla violenza. È profondo e portatore di pace come la riconciliazione operata dalla donazione generosa della Croce.
    Però dobbiamo intenderlo bene. Innanzi tutto diciamo che non esaurisce né l'essenza del cristianesimo né la riflessione teologica né la missione della Chiesa. Voler ridurre tutto a «liberazione», significherebbe paralizzare il messaggio cristiano, limitare l'orizzonte della teologia e immiserire l'attività apostolica. Continua a essere vero che l'unica cosa importante è «il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). E che la predicazione del Cristo crocifisso è l'«unica forza e sapienza di Dio» per i chiamati (1 Cor 1,23-24).
    Insistere esclusivamente sulla liberazione potrebbe portarci a oscurare la globalità del Mistero di Cristo e della sua Chiesa.

    La liberazione nella storia della salvezza

    Il tema della liberazione deve essere inteso nel contesto integrale della storia della salvezza e della missione essenzialmente religiosa della Chiesa. Come Cristo, la Chiesa è inviata ad «annunziare la Buona Novella ai poveri, a proclamare la liberazione ai prigionieri, a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Si tratta della Buona Novella del Regno (Mt 9,35) e della libertà essenziale dello spirito (2 Cor 3,17).
    La strada per qualsiasi cambiamento passa sempre attraverso le esigenze interiori delle beatitudini evangeliche (Mt 5,3-11).
    Prima di pretendere di trasformare le strutture è necessario rivestirsi dell'uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e nella vera santità (Ef 4,24). In questo senso la «liberazione» incomincia dall'interno.
    Ogni uomo ha bisogno di essere interiormente liberato. Per guadagnare definitivamente la vita, bisogna avere il coraggio di perderla (Mt 16,25). È veramente libero solo l'uomo che si lascia afferrare da Gesù Cristo (Fil 3,12) e «incatenare dallo Spirito» (Atti 20,22). Possono proclamare la libertà solo coloro che «liberati dal peccato, sono divenuti schiavi della giustizia» (Rom 6,18).
    Se il cristiano vuole diventare profeta e artefice della liberazione (esigenza, questa, della sua liberazione apostolica), deve incominciare a essere povero e crocifisso, amico vero di Dio e fratello universale degli uomini. In nome della liberazione possiamo rendere schiavo il pensiero degli altri, considerandoci i possessori assoluti della verità. Sempre in nome della liberazione possiamo facilmente condannare i nostri fratelli, giudicando con affrettata superficialità i loro atteggiamenti. Se ci interessa la liberazione dell'uomo è perché, in definitiva, ci interessa Dio e la azione redentrice di Gesù Cristo. Ci interessa la gloria del Signore (2 Cor 3,18), riflessa in ognuno degli uomini, come «nel volto di Cristo è riflessa la gloria di Dio» (2 Cor 4,6).
    Il senso cristiano della liberazione parte dal Mistero Pasquale di Cristo, morto e risorto per tutti, esige la ri-creazione dell'uomo attraverso il dono interiore dello Spirito e tende alla ricapitolazione finale delle cose nella consumazione dell'escatologia (Ef 1,10). Non possiamo perdere questa prospettiva essenziale senza cadere nelle limitazioni utopistiche delle concezioni materialiste. Il Concilio si esprime chiaramente: «Altri poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione dell'umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell'uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore» (GS 10). Cioè, la liberazione «vera e piena» suppone l'attività e lo sforzo degli uomini, però esige inoltre l'interiore comunicazione dello Spirito che dà la vita (Rom 8,2). Suppone il perfetto dominio della terra (Gen 1,28) «dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo» (GS 39); però esige pure la fondamentale tensione escatologica nell'attesa di una terra nuova.
    «Tra le forme dell'ateismo moderno non va trascurata quella che si aspetta la liberazione dell'uomo soprattutto dalla sua liberazione economica e sociale. Si pretende che la religione sia di ostacolo, per natura sua, a tale liberazione, in quanto, elevando la speranza dell'uomo verso una vita futura e fallace, la distoglie dall'edificazione della città terrena» (GS 20). È essenziale al cristiano la perfetta fedeltà ai suoi impegni temporali (GS 43); solo così prepara gli elementi di una società nuova dove l'uomo nuovo possa sviluppare pienamente la sua personalità, realizzare liberamente il suo destino ed essere generosamente fedele alla sua vocazione divina. Però il cristiano non può dimenticare che è profeta e testimone dei beni invisibili e cittadino del cielo (Fil 3,20) in situazione di pellegrino. La liberazione così concepita - interna ed esterna, temporale ed eterna - è essenzialmente evangelica. «Il Vangelo annunzia e proclama la libertà dei figli di Dio, respinge ogni schiavitù che deriva in ultima analisi dal peccato» (GS 41).

    La liberazione e le attese dell'uomo

    La strada che porta alla liberazione è quella di Cristo: la donazione generosa di se stesso fino alla morte di croce. L'unico sangue che deve essere versato è il proprio «per la vita del mondo» (Gv 6,51). La liberazione non suppone la violenza. Al contrario, la respinge. L'unica violenza che si chiede è quella del Regno e del perfetto esercizio delle beatitudini.
    Per questo si sfigura totalmente il concetto di liberazione quando la si confonde con la rivoluzione violenta o la giustificazione delle guerriglie.
    Nessuno può affidarsi a Medellín per seminare il caos. E nessuno pure può accusare Medellín di aver provocato la violenza. È necessario leggere Medellín nel suo contesto essenzialmente religioso dell'avvenimento salvifico. Solo così si potranno interpretare giustamente espressioni apparentemente dure e ambigue come «situazione di peccato», a strutture ingiuste», «violenza istituzionalizzata», «anelo alla liberazione», ecc.
    Oggi tutti parlano di liberazione. Alcuni «temono» la parola, altri ne «abusano». Vi è un'impressionante letteratura sul suo contenuto (dalla più valida e profonda alla più leggera e superficiale). È necessario «scoprire» il fatto, interpretarlo «alla luce» della Scrittura e indicare qual è «la missione liberatrice della Chiesa».

    LA LIBERAZIONE: UN FATTO

    Tocca alla Teologia interpretare, alla luce del Vangelo, gli avvenimenti che formano la trama della storia ed entro i quali si muove provvidenzialmente la Chiesa.
    Per quanto riguarda il tema della liberazione, il «fatto» ci si presenta da tre prospettive diverse: l'aspirazione universale dei popoli alla liberazione, l'impegno crescente di determinati gruppi (per esempio, i giovani) e l'atteggiamento assunto dalla Chiesa latino-americana a Medellín.
    L'aspirazione alla liberazione costituisce una caratteristica fondamentale del nostro tempo nell'America Latina. Le generazioni giovani sono particolarmente sensibili al fenomeno. E la Chiesa ha cercato di ascoltare con fedeltà la voce dello Spirito. Se l'aspirazione è legittima. l'impegno del cristiano per la liberazione è assolutamente necessario, ora. «Un profondo lamento sgorga dal cuore di milioni di uomini che chiedono ai loro pastori una liberazione che non arriva da nessun'altra parte» (M. 14,2). La risposta sarà allora: presentare «una Chiesa autenticamente povera, missionaria e pasquale, libera da ogni potere temporale e audacemente impegnata nella liberazione di ogni uomo e di tutti gli uomini» (M. 15,5). Sarà questa, soprattutto, la migliore risposta alle legittime e veementi richieste della gioventù.
    La «liberazione» costituisce una delle aspirazioni più profonde e forti dei nostri popoli. È uno dei segni dei tempi che dobbiamo interpretare alla luce del Vangelo.
    Questa aspirazione profonda appartiene al disegno salvifico di Dio. È una chiamata di Dio all'uomo. Un'irruzione della sua grazia. Un inizio della sua azione salvatrice. Dio rivela all'uomo la profondità della sua miseria e la grandezza della sua vocazione. Gli rivela la sua nullità e nello stesso tempo la sua chiamata a realizzarsi nella pienezza del suo essere.

    Aspirazione alla liberazione e impegno per la liberazione

    Questa aspirazione alla liberazione sorge dalla coscienza sempre più chiara e dolorosa di uno stato di dipendenza e di oppressione interna ed esterna. Dominio dell'uomo da parte dell'uomo, di un popolo da parte di un altro popolo. Questa visione, più profonda e tragica, completa e approfondisce la semplice costatazione immediata di uno stato di sottosviluppo o di emarginazione. Giunge sino alle radici stesse del popolo e segnala le cause.
    Parallelamente, risveglia la coscienza, negli uomini e nei popoli, di essere essi stessi, per volontà di Dio, gli artefici del proprio destino. Però si sentono legati da condizioni vitali - sistemi e strutture - che impediscono loro di essere gli autentici realizzatori della loro vocazione, gli attivi costruttori della storia. Avvertono di conseguenza la necessità urgente di cambiamenti strutturali profondi che permettano loro la creazione di un uomo nuovo con l'avvento di una società più giusta e fraterna.
    Da un lato, la liberazione comporta l'affrancamento da ogni tipo di schiavitù; dall'altro è la proiezione verso il futuro di una società nuova dove l'uomo possa, libero dalle pressioni che lo paralizzano, essere il soggetto attivo delle proprie decisioni. Cioè la liberazione è concepita sia come superamento di ogni schiavitù, sia come vocazione ad essere uomini nuovi, creatori di un mondo nuovo.
    Non si tratta, semplicemente, di sviluppare certe possibilità (economico-sociali) perché gli uomini abbiano di più. Si tratta di cambiare radicalmente quelle strutture ingiuste che impediscono agli uomini di essere di più.
    Frequentemente, da noi, questo legittimo desiderio di liberazione è accompagnato da disperate manifestazioni di violenza. Non possiamo approvarle né giustificarle facilmente: «La violenza non è cristiana né evangelica» (Paolo VI). Non possiamo neppure, però, condannarle con leggerezza, senza analizzare seriamente le cause. Esiste una «violenza istituzionalizzata» (M. 2,16) che provoca frequentemente il dramma della violenza armata.
    Un tentativo cristiano di liberazione deve essere compiuto sempre attraverso le vie della pace. Di una pace vera, però, che è frutto della giustizia e dell'amore. «Se il cristiano crede nella fecondità della pace per giungere alla giustizia, crede pure che la giustizia è una condizione indispensabile per la pace» (M. 2,16).
    Ogni cambiamento di struttura, radicale e profondo, deve essere compiuto dall'interno con l'effettiva partecipazione di tutti e la conveniente trasformazione interiore. Si esige rapidità. ma si esclude la violenza.

    La liberazione «provoca» la chiesa

    Questo è il fatto: da un lato, aspirazione profonda degli uomini e dei popoli alla loro liberazione, dall'altro, una crescente sensibilità di impegnarsi per conseguire tale liberazione da parte di determinati gruppi (cristiani e non cristiani).
    Tocca alla Chiesa interpretare questo fatto alla luce del Vangelo. Innanzi tutto deve prendere coscienza della sua importanza drammatica. Nell'introduzione alle conclusioni di Medellín i vescovi dicevano: «Siamo all'alba di nuova epoca storica del nostro continente, piena di un anelito di emancipazione totale, di liberazione da ogni schiavitù, di maturazione personale e di integrazione collettiva» (M 1,4). La liberazione suppone l'eliminazione di tutto ciò che opprime e la facilitazione all'uomo di una realizzazione piena del proprio destino; la liberazione suppone pure la possibilità di costruire la storia nell'autentica comunità dei popoli. La strada della liberazione porta sempre alla maturazione personale nella vera comunione degli uomini.
    La Chiesa scopre a Medellín una dolorosa situazione di sottosviluppo e di emarginazione prodotta da strutture di dipendenza sociale, economica, politica e culturale. La radice stessa del sottosviluppo è la dipendenza ingiusta. Vi sono strutture ingiuste, colpevolmente mantenute da gruppi di potere interessati, che impediscono a molti l'accesso alla cultura, la partecipazione alla politica, la migliore ripartizione dei beni della natura. Di qui gli «atteggiamenti di protesta e l'aspirazione alla liberazione», Di qui. pure, «la sfida di un impegno liberatore e umanizzante» (M. 10,2).
    Di fronte al fatto e all'urgenza della sfida. La Chiesa assume l'impegno evangelico di liberare pienamente l'uomo e tutti gli uomini. Ciò appartiene alla essenza della sua missione, come continuatrice della missione di Cristo Salvatore. «È lo stesso Dio che, nella pienezza dei tempi, invia suo Figlio perché, fatto carne, venga a liberare tutti gli uomini da tutte le schiavitù che li tengono soggetti al peccato. Nella storia della salvezza l'opera divina è un'azione di liberazione integrale e di promozione dell'uomo in tutta la sua dimensione» (M. 13.4).
    Per questo non ci si deve meravigliare se, in fondo, tutti i documenti di Medellín, convergono su questo punto: impegnare la Chiesa nel processo di promozione umana integrale degli uomini e dei popoli, perché ogni uomo e ogni popolo possa realizzare liberamente la sua vocazione originale e propria.
    A ciò tendono pure l'impegno per una nuova evangelizzazione del Continente (che permetta una fede più personale e comunitaria, più matura e impegnata) e la revisione delle strutture visibili della Chiesa.
    Non ci si deve meravigliare neppure se la maggioranza dei Documenti è fondamentalmente incentrata sulle esigenze evangeliche della liberazione.
    Però vi sono alcuni Documenti che meritano una particolare attenzione; per esempio quelli della Giustizia e della Pace, dell'Educazione, della Catechesi, del Movimento dei Laici, della Povertà della Chiesa. Concretamente, nel campo della educazione la liberazione è presentata come «anticipo della piena redenzione di Cristo» (compito essenziale quindi della Chiesa) e come vera creazione dell'«uomo nuovo», fatto a immagine del «Cristo pasquale, primogenito tra molti fratelli» (M. 4,9).
    L'«educazione liberatrice» - «quella che converte l'educando in soggetto del proprio sviluppo» - è concepita essenzialmente come «creatrice», in quanto anticipa il nuovo tipo di società dove l'uomo (fatto persona in comunione) si sente redento dalle schiavitù ingiuste e diventa artefice del proprio destino (M. 4,8).
    L'idea di liberazione costituisce cosi una delle idee forza di Medellín. Costituisce la chiave teologica di tutti i Documenti. Però è necessario interpretarla bene, in tutta la sua ricchezza biblica, in tutto il suo contenuto pasquale ed escatologico, nella totalità delle sue esigenze evangeliche.

    Verso una definizione di liberazione

    Non possiamo ridurre la liberazione alla semplice sfera dell'interiore e del definitivo (grazia ed escatologia). Però non possiamo neppure ridurla a ciò che è puramente storico e temporale.
    La liberazione deve essere intesa alla luce di Cristo e del Mistero Pasquale, nel suo senso pieno: realizzazione nel tempo della salvezza integrale, nella totalità dell'uomo e della sua storia, nella tensione permanente verso la consumazione escatologica.
    La liberazione suppone essenzialmente la creazione dell'«uomo nuovo». Però pienamente e definitivamente nuovo secondo lo schema del Signore risorto fatto «Uomo nuovo» (Ef 2,15) dallo «Spirito di santità» (Rom 1,4) che gli ridiede la vita (Rom 8,11). E ciò suppone la ri-creazione in Cristo, mediante il dono dello Spirito e la consumazione nella gloria. L'uomo nuovo dice relazione nuova con Dio, con gli uomini, con il mondo. È l'uomo della piena comunione divina, fraterna, cosmica. È l'uomo veramente figlio di Dio, fratello degli uomini e signore delle cose. Questo uomo nuovo è l'uomo che si decide a creare una società nuova, più giusta e fraterna.
    La liberazione ha così un senso temporale e un senso eterno. Si realizza già nella storia (meglio: è l'unico modo di realizzare la storia), però non può essere raggiunta definitivamente sino alla venuta del Signore. Si inserisce sempre nella tensione della speranza escatologica. L'uomo si realizza nella sua pienezza definitiva (anche nell'aspetto umano) solo nell'eternità. Solo allora sarà definitivamente se stesso.
    La liberazione ha, inoltre, un senso spirituale e un senso materiale. È tutto l'uomo che deve essere liberato (corpo e anima, cuore e coscienza, intelligenza e volontà) (GS 2). Si tratta di eliminare dal cuore dell'uomo il peccato che lo rende schiavo (Gv 8,34). Si tratta di liberare l'uomo dal potere delle tenebre per trasferirlo nel Regno del Figlio dell'amore (Col 1,13). Però si tratta pure di liberarlo da tutte le schiavitù derivate dal peccato (egoismo, ingiustizia, fame, miseria, nudità, morte, ecc.).
    La liberazione ha, finalmente, un senso personale e un senso sociale (in certo modo un senso cosmico). Non è liberato solo l'uomo singolo, ma anche i popoli, l'intera comunità umana, tutta la creazione «liberata già in speranza» (Rom 8,20-21). L'uomo è pienamente liberato non solo nella sua interiorità personale, ma nella sua essenziale relazione agli altri uomini e al mondo intero. L'uomo è pienamente libero quando può rendere liberi gli altri, quando può costruire liberamente la sua storia, quando può avviare il mondo verso la sua liberazione completa. Solo allora è veramente «signore», a immagine di Cristo, «Signore della storia».

    IL SENSO BIBLICO DELLA LIBERAZIONE

    Il senso cristiano della liberazione - piena, pacifica e feconda - ci è manifestato solo in Cristo e nella sua storia pasquale.
    Lo possiamo vedere da tre prospettive convergenti:
    * dalla «storia della salvezza», che culmina nel mistero pasquale di Cristo, «Signore dell'universo». La liberazione costituisce il centro di questa storia;
    * dalla creazione dell'«uomo nuovo», ri-creato in Cristo Gesù dallo Spirito. La liberazione tende essenzialmente a un uomo nuovo;
    * dalla «speranza cristiana». La liberazione suppone l'attività creatrice della speranza cristiana e tende alla sua consumazione escatologica.
    In definitiva, la liberazione si pone sempre nella prospettiva di una Pasqua (quella di Cristo, quella dell'uomo, quella della storia).

    La storia della salvezza

    La storia della salvezza raggiunge la sua pienezza in Cristo unto dallo Spirito del Signore e «inviato per portare la Buona Novella ai poveri, annunciare la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18-21).
    Cristo ci libera dal peccato, dalla legge e dalla morte. Ci rende essenzialmente liberi. «Cristo ci ha liberati per essere liberi» (Gal 5,1). Il messaggio del Regno ai poveri e agli oppressi è già una forma di liberazione. È la liberazione attraverso la conoscenza della verità che ci rende liberi (Lc 8,32). Tutta la vita e la morte di Cristo - fattosi «schiavo» fino alla croce (Fil 2,7) - ha un senso di liberazione piena. Cristo lo esprime in modo speciale nei miracoli che sono, allo stesso tempo, «segni» della gloria divina e della liberazione dell'uomo.
    Il mistero liberatore di Cristo è preparato nell'antica Alleanza.

    L'esodo

    Vi è tutto uno stato di oppressione che tende a far scomparire i figli di Israele (Es 1,11-14). Israele incomincia a prendere coscienza di questo stato di oppressione e grida per la sua liberazione. Si sente «consumato» dalla dura schiavitù (Es 6,9).
    Dio allora interviene e suscita la missione liberatrice di Mosè (Es 2,23-24). La liberazione suppone sempre il risveglio della coscienza dinanzi alla profondità della miseria e alla drammaticità della situazione. L'intervento di Dio è gratuito e definitivo ed è provocato dalla visione dell'ingiustizia o oppressione degli Egiziani e dal grido di sofferenza degli Israeliti. «Ho veduto l'afflizione del popolo mio in Egitto; ho udito il suo grido per la durezza dei soprastanti lavori; e conoscendo il suo dolore sono venuto per liberarlo dalle mani degli Egiziani, e condurlo da quella terra in un'altra buona e spaziosa... Il grido dunque dei figli di Israele è salito fino a me, e ho veduto la loro afflizione, oppressi come sono dagli Egiziani. Ma vieni, e ti manderò al Faraone, perché tu cavi il popolo mio, i figli di Israele, dall'Egitto» (Es 3,7-10).
    Mosè è inviato dal Dio dell'Alleanza (il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe) (Es 3,13-19), il Dio eternamente fedele alle sue promesse, che opera continuamente in mezzo al suo popolo e che, in definitiva, farà la storia di Israele.
    L'Esodo descrive la liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto. Dio interviene per una liberazione politica (Israele che esce dalla schiavitù d'Egitto). Tale liberazione determinerà l'inizio del popolo di Dio come un popolo nuovo, come popolo libero, come popolo consacrato (Es 6,5-7). Un popolo che fra tutti i popoli della terra sarà di esclusiva appartenenza di Jahvè, come regno di sacerdoti e nazione santa (Es 19,4-6), per essere davanti al mondo erede e testimone dell'attesa messianica (Ef 1,11-12). Dio libera Israele togliendolo dal «luogo della schiavitù» (Es 13,13), per condurlo a una «terra nuova». La Pasqua sarà sempre il memoriale di questo avvenimento salvifico o liberatorio. Il passaggio attraverso il Mar Rosso (Es 14) - momento centrale dell'intervento liberatore di Dio - costituirà il punto di partenza per il popolo nuovo, che si cementerà definitivamente con l'Alleanza del Sinai come «Popolo di Dio» (Es 19,4-6; 24,3-8).
    Il canto trionfale di Mosè (Es 15) sarà sempre in Israele la celebrazione liturgica della liberazione. Ogni israelita vi ricorrerà per cantare la fedeltà del Dio che salva. D'ora in poi, per Israele Dio sarà «colui che liberò il suo popolo dall'Egitto». Tutte le volte che si vorrà far presa (per esempio, il povero e l'oppresso dei Salmi) sulla fedeltà del Dio dell'Alleanza per risolvere una situazione difficile, si ricorderanno le meraviglie salvatrici del Dio che divide le acque del Mar Rosso con il segno di una nuova creazione e di una nuova liberazione, cioè con il segno della Pasqua. Tutti ricorderanno che «Jahvè aperse una via nel mare e un sentiero nelle acque precipitose» (Is 43,16).
    Importante, comunque, non è il fatto materiale dell'uscita dal «luogo di schiavitù». Importante - dal punto di vista storico di Israele e soprattutto da una prospettiva eminentemente religiosa - è la creazione di un popolo libero e consacrato; un popolo di esclusiva appartenenza di Dio (Es 19). Un popolo figlio (Es 4,22). Un popolo sposa (Is 50,1). Un popolo erede delle promesse, principio e germe della salvezza del mondo. Un popolo in marcia, che va costruendo la sua storia con l'aiuto della mano di Dio, ma che ancora non ha raggiunto la sua tappa definitiva. La lunga peregrinazione nel deserto è essenziale per tener desta la speranza della terra nuova ove «scorre latte e miele», per acquistare una feconda esperienza della provvisorietà delle cose e per sentire materialmente i continui e amorosi interventi di Dio che opera progressivamente la liberazione.
    Israele deve attendere «la pienezza dei tempi». Nel cuore del popolo di Dio, nel suo cammino verso la liberazione ultima, sorge la speranza dei tempi messianici. Cristo darà compimento a questa speranza e aprirà una nuova èra.

    Il nuovo esodo

    Ma nel frattempo Israele è ritornato a cadere - con l'infedeltà alla Alleanza - in una nuova schiavitù. La voce dei Profeti minaccia il castigo, chiama alla conversione e annuncia la speranza. I prigionieri di Babilonia piangeranno la loro deportazione e la loro oppressione presso i salici del fiume, sognando il ritorno nella propria terra. Anche ora Dio interviene gratuitamente, per pura misericordia, e il «Santo di Israele» diventa il «Liberatore». Questa seconda liberazione si inserisce nella stessa linea della prima; come «quando il Signore degli eserciti scosse la sua verga sopra il mare... E avverrà in quel giorno che sarà tolto il peso dalle tue spalle e il giogo dal tuo collo» (Is 10,26-27).
    Tutto questo, comunque, è una via a Cristo. Fiduciosi in Colui che liberò Israele dall'Egitto, aspettando Colui che libererà Israele (Lc 24,21).
    I salmisti interiorizzano - rendono più personale - questa idea di liberazione. Spesso la liberazione costituisce il motivo della preghiera nei Salmi; «liberami Jahvè, abbi pietà di me» (Sal 26,11); «nelle tue mani affido il mio spirito, tu mi libererai, Jahvè» (Sal 31,6). Il Signore sarà per il salmista la Roccia, il luogo sicuro, il Liberatore (Sal 17,3).

    I profeti

    I profeti proclamano la liberazione del povero, dello sfruttato, dello oppresso. Questo è il vero digiuno e il vero culto.
    Il digiuno che Dio vuole è questo: «Sciogli gli strozzinaggi dell'empietà, rimetti le obbligazioni gravose, rimanda liberi gli oppressi e rompi ogni gravame. Spezza il tuo pane a chi ha fame, e conduci i poveri e i raminghi a casa tua; se vedi uno ignudo, ricoprilo; e non disprezzare chi è carne e ossa come te» (Is 58,8ss.).
    Il vero culto è solo questo: «Se migliorerete veramente la vostra condotta e le vostre opere, se realmente vi renderete giustizia a vicenda e non opprimerete il forestiero... allora io rimarrò con voi in questo luogo» (Ger 4,3-11).
    Negli oracoli dei profeti vi è una continua chiamata di Dio alla conversione dalla ingiustizia e dalla oppressione. L'uomo stesso deve interiormente liberarsi dal suo egoismo per non trasformarsi in dominatore ingiusto degli altri.
    Il profeta Amos inveisce contro coloro che «opprimono i deboli», «schiacciano e dominano i poveri», «sopprimono gli umili», «si servono di misure false», «se ne fanno beffe della giustizia». Il vero culto non sta nelle feste e neppure nel sacrificio di vitelli ingrassati; consiste nel far sì che «la giustizia scorra come un torrente impetuoso» (Am 5,24).

    Verso il liberatore

    Nel popolo di Israele si va risvegliando la coscienza di uno stato di oppressione, cresce la speranza in Colui che deve venire a operare la liberazione e cresce sempre più il grido che sgorga dal cuore.
    I tempi messianici sono annunciati come tempi di giustizia, di libertà, di pace, di prosperità materiale, di liberazione dalle potenze straniere, di convocazione di coloro che erano dispersi in paesi stranieri.
    Il Liberatore promesso è segnalato come il servitore di Jahvè, l'eletto, colui che è stato prescelto e consacrato per essere «mediatore del popolo, luce delle nazioni. Egli deve aprire gli occhi ai ciechi, strappare dalle catene i prigionieri, e dal carcere quei che giacciono nelle tenebre» (Is 42,6-7).
    Lo spirito di Jahvè lo unge ed è inviato «ad annunziare ai mansueti la buona novella, a curare i contriti di cuore, a bandire franchigia agli schiavi e liberazione ai prigionieri» (Is 61,1).

    Cristo il liberatore

    Con Cristo arriva la pienezza dei tempi e il compimento delle profezie. «Questa Scrittura si è avverata oggi» (Lc 4,17-21). :È nato sotto la legge per riscattare dalla schiavitù della legge; è stato formato nel seno di una donna per darci una realtà nuova di figli adottivi (Gal 4,4).
    Essenzialmente Cristo è colui che «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Si sottometterà alla debolezza della carne di peccato perché è «Colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Per liberare l'uomo dalla schiavitù del peccato e della morte, Cristo pagherà il riscatto con la sua vita (Mt 20,28). Incomincerà a prendere coscienza del suo stato di servitù: «Colui che commette il peccato è uno schiavo» (Gv 8,34). «Vostro padre è il diavolo» (Gv 8,44).
    Il compito di liberazione di Cristo si realizza su un duplice piano: quello delle anime (Cristo annuncia la Buona Novella del Regno, la Verità che ci fa liberi, Gv 8,32 e introduce nelle anime la grazia del perdono; «I tuoi peccati ti sono perdonati», Mt 9,2; è un modo di farci passare dalle tenebre alla luce, di liberarci fondamentalmente dal demonio e dal peccato) e quello dei corpi (Cristo allevia la fame materiale, sana gli infermi, risuscita i morti).
    In definitiva, sono due aspetti di una stessa liberazione piena: se Cristo cura e scaccia i demoni, è segno che il Regno di Dio è giunto tra noi (Lc 11,20).
    La dimostrazione che Cristo è Colui che doveva venire è questa: «I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono e ai poveri viene annunziata la Buona Novella» (Lc 7,20-23).

    Il mistero pasquale atto della liberazione definitiva

    Il Mistero Pasquale segna il momento decisivo della nostra liberazione operata da Cristo.
    Con la sua morte, risurrezione e ascensione al cielo, Cristo rompe i legami del demonio, del peccato, della legge e della morte. Rende possibile un popolo nuovo, formato da Giudei e da Gentili (Ef 2,14). Mediante l'effusione del suo Spirito nel giorno della Pentecoste crea definitivamente l'«uomo nuovo». Invia da presso il Padre lo Spirito di adozione che annulla in noi lo spirito di servitù (Rom 8,15). Questa è ora la nostra vocazione: «Fratelli, siete stati chiamati alla libertà» (Gal 5,13).
    Con il suo Mistero Pasquale Cristo non solo tocca l'interno dell'uomo. La carne glorificata dell'«ultimo Adamo» è anticipo e pegno della liberazione futura del nostro corpo (1 Cor 15,12ss.).
    La liberazione si riflette su tutta la creazione «redenta nella speranza» (Rom 8,27). Cristo è stato definitivamente costituito Signore dell'universo. Il Padre gli ha ufficialmente sottomesso tutte le cose. E Cristo opererà incessantemente nella storia, attraverso la misteriosa comunicazione del suo Spirito, per far sì che tutti gli uomini diventino popolo di Dio e il mondo redento si trasformi in Chiesa.
    Però, finché durerà la storia, la liberazione sarà sempre in fieri. Ogni schiavitù - e Dio ci renderà definitivamente liberi - scomparirà con la venuta definitiva di Cristo. Allora gli sarà sottomesso anche l'ultimo nemico, la morte (1 Cor 15,16).

    L'«uomo nuovo»

    Il tema della liberazione è intimamente collegato con quello dell'«uomo nuovo», creato in Cristo Gesù dallo Spirito (Ef 4,24; 2,15; Col 3,10ss.), secondo il prototipo dell'umanità nuova inaugurata nella persona di Cristo risorto come «ultimo Adamo» (1 Cor 15,45).
    Tutto l'Antico Testamento dice relazione al «nuovo», al Nuovo Testamento. Cristo ci porta ciò che è definitivamente nuovo. Inaugura la nuova creazione. Con la sua risurrezione ha dato inizio all'umanità nuova.
    Cristiano è l'uomo che si impegna a rinnovare il mondo secondo lo schema della risurrezione di Cristo. L'uomo nuovo è l'uomo creato «nella giustizia e nella vera santità».
    Alla base della liberazione vi è tutta una antropologia cristiana: l'uomo come «immagine di Dio». Partecipe della sua intelligenza e della sua libertà libera. Capace di penetrare nel mistero delle cose e di dominarle (Gen 1,28). Chiamato alla comunione profonda con Dio, attraverso la conoscenza e l'amore, chiamato alla esistenza per completare l'opera della creazione mediante il dominio spirituale del suo lavoro.
    L'uomo costruisce così la sua storia, in permanente evoluzione creatrice, stabilendo un'essenziale relazione con gli altri e con le cose e un'intrinseca e fondamentale relazione con Dio.
    L'uomo è soggetto attivo - e non semplice oggetto - del suo sviluppo integrale. È pienamente uomo quando ha la capacità di progettare il suo futuro, di costruirlo giorno per giorno, usufruendo della ricchezza del presente e del passato; quando ha la possibilità di scoprire la sua vocazione originale e i mezzi indispensabili per raggiungerla; quando lo Spirito di adozione può gridare nel suo intimo: «Abba, Padre» (Rom 8,15). Tutto ciò che impedisce all'uomo di essere se stesso e di realizzare liberamente il suo destino distrugge in lui l'immagine originale di Dio.
    Anche qui appare la forza liberatrice di Cristo nel Mistero Pasquale. Incorporati alla sua morte e risurrezione attraverso il battesimo, incominciamo ad avere una «vita nuova» in Cristo (Rom 6,4). Cessiamo di essere schiavi del peccato. per entrare «nel servizio di Dio» (Rom 6,6.13). Crocifissi con Cristo attraverso il battesimo, viviamo della vita di Cristo (Gal 2,19-20).
    L'«uomo nuovo ,. è essenzialmente ri-creato in Cristo dallo Spirito Santo; «creati in Cristo Gesù» (Ef 2,10), siamo in lui una «nuova creazione»; «quel che era vecchio è sparito, ecco è sorto il nuovo» (2 Cor 5,17). Con il battesimo ci «siamo rivestiti di Cristo» (Gal 6,15).
    L'unica cosa che conta ora è «la creazione nuova» (Gal 6,15). All'uomo, nato dall'alto (Gv 3,3), si chiede che si spogli dell'uomo vecchio e «si rivesta dell'uomo nuovo» (Ef 4,24; Col. 3,10). Si esige da lui «che tolga il vecchio fermento, affinché sia una pasta nuova» (1 Cor 5,7).
    È la totalità dell'uomo - anima e corpo - che diventa «nuova», grazie allo Spirito di adozione che ci fu comunicato, che abita in noi come in un tempio e che ci dà sicurezza della novità e della liberazione definitiva.
    «E se abita in voi lo Spirito di chi ha risuscitato Gesù Cristo dai morti, farà rivivere anche i corpi vostri mortali per mezzo dello Spirito suo che risiede in voi» (Rom 8,11).

    La speranza cristiana

    Da ultimo il tema della liberazione si connette con quello della speranza cristiana.
    «Nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24). Siamo stati segnati con il sigillo dello Spirito «per il giorno della liberazione» (Ef 4,30).
    San Paolo definisce il cristiano come colui che spera (Ef 2,12-13). San Pietro lo classifica come colui che sa dare ragione della sua speranza (1 Pt 3,15). Però la speranza cristiana è essenzialmente produttiva e creatrice. Cristiano è l'uomo impegnato a ri-creare, a ri-fare la storia, scoprendo e anticipando il futuro.
    Dal punto di vista biblico la liberazione parte dalla Pasqua e trova la sua consumazione nella escatologia. Dal punto di vista personale, la liberazione incomincia con il battesimo - quando è stato crocifisso il nostro «uomo vecchio» e abbiamo cessato di essere «schiavi del peccato» (Rom 6,5) - e raggiunge la sua mèta nella gloria «quando saremo simili a lui, perché lo vedremo come lui è».
    Però la liberazione si realizza quotidianamente nel tempo, nella storia. Suppone l'impegno attivo di tutti i cristiani.
    La liberazione termina con la escatologia, con il ritorno del Signore. Solo allora l'uomo acquisterà la pienezza dell'immagine divina, quando il Signore e il Salvatore Gesù Cristo trasfigurerà «questo miserabile nostro corpo in un corpo glorioso come il suo» (Fil 3,20-21).
    Sarà la manifestazione dell'uomo definitivamente nuovo nella rivelazione gloriosa di Cristo «nostra vita» (Col 3,3-4).
    È l'inevitabile e gioiosa tensione della speranza cristiana. La novità ci è già stata data «nella vita nascosta con Cristo in Dio». Però non è stata «ancora» pienamente manifestata. «Già» ora siamo figli di Dio, però «ancora» non è stato manifestato ciò che saremo (1 Giov 3,1-2). Già lo Spirito Santo abita in noi come anticipo e pegno della redenzione futura, però gemiamo ancora nel nostro interno nell'attesa della redenzione del nostro corpo (Rom 8,23).
    La speranza cristiana è possesso e anelito, riposo e attività, presenza e cammino verso la pienezza.

    Speranza e liberazione definitiva

    Il momento definitivamente ultimo del compito liberatore di Cristo deve ancora giungere ed è oggetto della nostra speranza. Attendiamo «quella beata speranza che è l'apparizione gloriosa del gran Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi affine di riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo di sua proprietà» (Tit 2,13-14).
    Allora l'uomo sarà liberato dalla schiavitù dell'ultimo nemico che lo opprime, la morte. Cristo sarà l'unico signore a cui tutte le cose spontaneamente si sottometteranno ed egli affiderà la sua signoria al Padre affinché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15,26-28).
    Grazie al suo mistero pasquale - morte, risurrezione e ascensione al cielo - Cristo è stato costituito «signore dell'universo». Questo Gesù che gli uomini hanno crocifisso «Dio lo ha costituito Signore e Messia» (Atti 2,36). La suprema umiliazione della croce è la strada per la sua definitiva esaltazione come «Signore nella gloria di Dio Padre» (Fil 2,4-11).
    Cristo - in vista del quale tutte le cose furono create (Gv 1,3; Col 1,16) nella prima creazione - è ora «il Primogenito» della ri-creazione (Col 1-18), assume in sé la storia e ricapitola in sé «tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra» (Ef 1,10).
    Stabilisce così una relazione profonda tra la creazione e la redenzione, tra l'ordine della natura e l'ordine della grazia, tra la storia umana e la storia della salvezza.
    Esaltato alla destra del Padre, costituito Signore della storia, Cristo esercita ora la sua signoria mediante l'attività impegnata dei cristiani. Esiste sempre, comunque, la tensione creatrice della speranza.
    La creazione intera, intanto, geme nell'attesa del momento della manifestazione della gloria di Dio, della definitiva liberazione da ogni schiavitù e della partecipazione nella gloriosa libertà dei figli di Dio (Rom 8,18-23). La speranza biblica è essenzialmente una speranza cosmica; è orientata all'unico futuro del mondo. Quando il Signore ritornerà, la creazione intera sarà liberata da ogni schiavitù e il mondo sarà definitivamente trasfigurato.
    La liberazione escatologica si manifesterà così in tre livelli:
    * quello dell'uomo definitivamente nuovo: «immagine di Dio», «figlio di Dio», «Signore delle cose»;
    * quello dei popoli che avranno raggiunto la mèta della loro storia, si saranno integrati pienamente nella comunione umana e formeranno veramente l'unico «popolo di Dio», il «popolo delle promesse e dell'alleanza»;
    * quello del mondo, che sarà trasfigurato in «nuovi cieli e nuova terra» dove abita la giustizia (2 Pt 3,13).

    Speranza e impegno

    Però la speranza cristiana è essenzialmente attività e impegno. Non è una attesa passiva e oziosa della felicità sovrumana della liberazione futura. Non è evasione dal tempo, ma costruzione effettiva della storia. «La speranza escatologica non diminuisce l'importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno della attuazione di essi» (GS 21).
    Nella rinnovazione positiva dei beni temporali - aperti sempre alla consumazione escatologica - il cristiano si sente evangelicamente impegnato a cambiare incessantemente il mondo, a creare condizioni di vita veramente umane, a costruire quotidianamente la storia in perfetta comunione con i fratelli. In virtù del dinamismo creatore della speranza escatologica, il cristiano si impegna quotidianamente a trasformare la terra e a preparare il mondo futuro.
    La liberazione è qualche cosa che, dopo la Pasqua di Cristo, «già» si viene attuando. Però «ancora» non può essere piena sino alla venuta di Cristo. In questo tempo che ci separa dalla escatologia la liberazione viene essenzialmente assunta dalla Chiesa, che è la continuatrice della missione unica di Cristo: salvare il mondo, redimerlo, liberarlo.

    MISSIONE LIBERATRICE DELLA CHIESA

    La Chiesa non può non assumere come compito proprio, come sua missione essenziale la liberazione vista nel senso sopra indicato - nel suo contesto globale: spirituale e materiale, personale e sociale, temporale ed eterno.
    In definitiva la Chiesa deve - come Cristo - cercare la salvezza integrale di tutti gli uomini e di tutti i popoli. «Cristo, nostro Salvatore... incentrò la sua missione nell'annuncio ai poveri della liberazione» (M 1,7).
    Però si tratta di porre la liberazione nel suo contesto biblico e pasquale.
    Cioè si tratta di una «liberazione piena». E ciò implica, innanzi tutto, eliminare «il peccato dal mondo», il peccato che essenzialmente è la triste realtà che rende schiavi (Gv 8,34).
    Implica pure porre l'uomo in condizioni tali, che possa essere veramente artefice del proprio destino temporale ed eterno, che possa realizzare, con la perfetta libertà a cui è stato chiamato (Gal 5,13), la sua unica vocazione umana e divina. E ciò esige che l'uomo si liberi da tutte le schiavitù derivate dal peccato.

    Situazione di peccato

    La missione unica della Chiesa - «sacramento di salvezza» - comporta, come per Cristo, «l'eliminazione del peccato dal mondo» (Gv 1,29).
    Perché la salvezza comporta sempre una liberazione dal peccato, mediante la comunicazione della grazia di Cristo.
    «(Cristo) ci ha sottratti all'impero delle tenebre e ci ha trasportati nel Regno del Figlio dell'amore suo, in cui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati» (Col 1,13-14).
    Medellín ci parla di «una situazione di peccato» (M. 2,1). Concretamente si riferisce a una situazione di ingiustizia che grida al cielo, che genera tensioni e provoca violenza, che mantiene ingiustamente gli uomini e i popoli sotto la pressione, il dominio e la dipendenza. Conviene che ci soffermiamo a spiegare un po' di più questa espressione che può apparire alquanto dura e forse non attinente. Tuttavia nessuna liberazione ha senso se non viene vista nella duplice prospettiva di una fondamentale vocazione alla libertà e di una dolorosa esperienza del «mistero di iniquità» che continuamente è all'opera (2 Tess 2,7).

    Il peccato nell'uomo e nelle strutture

    Il peccato è sempre qualche cosa di interno dell'uomo che, con la sua libertà, è capace di respingere l'amore e di instaurare la ingiustizia. Cioè: è capace di respingere Dio. È sempre l'uomo, fondamentalmente l'uomo, che pecca. Ma dall'uomo il peccato passa poi alle attività dell'uomo. Alle sue istituzioni e cose, alle strutture create da lui. La stessa creazione - opera del Dio buono - può «essere soggetta alla vanità, non di propria volontà, ma per causa di chi l'ha assoggettata» (Rom 8,20).
    Di qui sorgono situazioni che, soggettivamente libere dall'immediata responsabilità di molti, risultano, tuttavia, obiettivamente situazioni di peccato. Costituiscono un disordine, lo manifestano o lo generano.
    Tocca alla Chiesa scoprire queste situazioni, denunciare le cause libere che le originano. Tocca alla Chiesa aiutare a superarle, in quanto dipendono dalla volontà colpevole degli uomini. Non sempre la disuguaglianza sociale - la emarginazione o dipendenza - è opera di una ingiustizia immediata e, di conseguenza rivelatrice di peccato. Fa parte, a volte, di un disegno divino, il cui mistero deve essere penetrato in un modo diverso. L'uomo è l'unico responsabile di non essere personalmente fedele alla sua vocazione divina di uno sviluppo integrale, di non assumere generosamente il proprio destino, di non uscire da una schiavitù interna ed esterna che lo opprime, di mantenersi passivamente sotto il dominio dell'altro o la schiavitù della propria natura, di non decidersi a essere pienamente se stesso. Il peccato risiede allora all'interno dell'uomo stesso.
    E allora il compito di liberazione della Chiesa consiste nel fare scoprire all'uomo il germe divino che risiede in lui, la sua missione, nel risvegliare la sua coscienza, nell'infondere in lui la potenza vivificatrice dello Spirito.

    Situazioni di peccato

    Però vi sono situazioni che dipendono da comportamenti ingiusti che danno origine fondamentalmente a uno stato di oppressione e di ingiustizia. Accumulo eccessivo di beni materiali, che Dio ha creato perché servissero a tutti, in mano di pochi, con la conseguente situazione di miseria nella maggioranza (fame, nudità, malattia, mancanza di abitazioni e di lavoro). Accaparramento del potere di decisione da parte di pochi, con la conseguente mancanza di partecipazione nella maggioranza. Condizioni infraumane di esistenza che rendono praticamente impossibile l'accesso di molti ai beni della civiltà e della cultura. Interesse di pochi per impedire ingiustamente lo sviluppo integrale degli altri. Tutto ciò costituisce un opprimente stato di dipendenza - a livello di popoli, di classi, di persone - che preclude l'esercizio di una libertà piena. Dipendenza economica, sociale, politica o culturale che impedisce che un uomo o un popolo raggiunga la sua propria originalità.
    Il peccato consiste qui nell'ingiustizia degli uomini che - per egoismo, per evasione o per insensibilità - creano o mantengono colpevolmente strutture che opprimono la dignità umana. Questi uomini danno origine a uno stato di «violenza istituzionalizzata» che provoca facilmente le «esplosive tentazioni della disperazione» (Paolo VI). Tutto ciò distrugge, impedisce o sfigura l'immagine di Dio nell'uomo. Colpisce Dio (e per questo è peccato) colpendo la sua opera. Rende difficile la libertà personale e mette in pericolo la pace.
    Tocca alla Chiesa - nel suo compito di liberazione - denunciare profeticamente queste ingiustizie, risvegliare la coscienza delle classi dirigenti e impegnare i suoi membri nella trasformazione pacifica, però rapida, globale e profonda, di tali strutture. Tocca alla Chiesa ispirare, promuovere e far suo quel cambiamento che non solo renda possibile agli uomini di «avere di più» e di vivere meglio, ma di «essere di più», di divenire veramente artefici liberi del proprio destino.
    Nel suo compito di liberazione la Chiesa non può tranquillizzare gli oppressi, cercare di addormentarli nella loro miseria, procurare di alienarli nella loro rassegnazione.
    Sua missione è questa: «Annunciare la liberazione ai prigionieri... rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18).

    Missione della chiesa

    La missione della Chiesa, come quella di Cristo, consiste sempre nella liberazione dal peccato (però in tutte le sue forme e in tutte le sue conseguenze). Suo compito diretto non è costruire la città terrena, ma preparare nel tempo la Gerusalemme definitiva. «La Chiesa ha una finalità salvifica ed escatologica» (GS 40).
    La sua missione è esclusivamente religiosa (GS 42), però nello stesso tempo «profondamente umana» (GS 11 ).
    La missione essenziale della Chiesa è predicare il Vangelo del Regno, che già si sta stabilendo ora, ri-creare gli uomini in Cristo, condurli per mezzo dello Spirito alla loro pienezza consumata nella gloria del Padre. In altre parole, sua missione essenziale è offrire a tutto l'uomo (anima e corpo, tempo ed eternità) la sua salvezza integrale.
    E ciò suppone l'impegno per liberarlo, in questo momento, dal peccato e dalle sue schiavitù, per aiutarlo a realizzare tutti i suoi valori umani, per inserirlo, per mezzo della fede e della carità, nel Cristo vivo.
    Sorge così l'impegno evangelizzatore della Chiesa, eminentemente religioso e apostolico. Il messaggio centrale sarà sempre lo stesso: «Che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture. Fu sepolto e risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture» (Atti 8,35).
    La realtà religiosa del nostro popolo, battezzato nella sua maggioranza, però appena superficialmente evangelizzato, esige un impegno serio in tutti i membri della nostra Chiesa: assimilare profondamente la parola di Dio per portare gli uomini a una saggia purificazione della propria fede, a una piena maturazione e a un autentico impegno. Sarà questo il lavoro di una «Predicazione», di una Catechesi, di una Liturgia autenticamente rinnovata.

    Vangelo e liberazione

    Però l'evangelizzazione - trasmissione della Buona Novella della salvezza attraverso la parola e la testimonianza - comprende necessariamente, se vuole essere vera e completa, tutto l'ambito della promozione umana. Si tratta di campi essenzialmente distinti, ma misteriosamente collegati tra loro e inseparabilmente uniti.
    La missione della Chiesa è una sola: salvare integralmente l'uomo. «La vocazione dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina» (GS 22). Non possiamo ridurre il Vangelo a una semplice dichiarazione dei diritti umani e neppure a una violenta protesta contro le ingiustizie dei potenti. Il Vangelo è essenzialmente la manifestazione della gloria di Dio, che è fonte di salvezza per tutti gli uomini (Tit 2,11). È una esigenza alla conversione e alla fede, perché il Regno di Dio è entrato con Cristo nella storia (Mc 1,15). È un invito all'annientamento e alla croce, come condizione essenziale per la sequela del Signore (Mt 16,24).
    È una esortazione alla vigilanza e alla fedeltà (Mt 24,44). Il Vangelo è essenzialmente la rivelazione dell'azione salvifica di Dio verso l'uomo. Però, allo stesso tempo, il Vangelo non può ridursi a una astratta proclamazione dei misteri divini senza alcuna relazione con la situazione concreta dell'uomo che deve essere salvato. E che deve essere salvato già da ora. Le beatitudini evangeliche costituiscono una mèta che deve incominciare ad essere raggiunta già nel tempo.
    A Gesù Cristo interessa l'uomo nel suo tempo.
    Si identifica con lui nella situazione concreta e lo assume nella sua totalità, eccetto il peccato. Sente la necessità di aprirgli «i misteri del Regno dei cieli» (Mt 13,11), però prova compassione «della moltitudine» che lo segue nella povertà (Mt 15,32). Concede al paralitico la grazia del perdono dei suoi peccati, però restituisce l'agilità alle sue membra paralizzate (Mc 2,1-13). Manda i suoi apostoli ad annunziare la Buona Novella, però concede pure loro il potere di curare gli infermi in tutto il mondo (Lc 9,1-11). Cioè: la proclamazione del Regno e il suo avvento prossimo sono sempre uniti alla liberazione e alla promozione dell'uomo.
    Il segno che il Regno di Dio è giunto a noi, è che Cristo scaccia il male con lo Spirito di Dio (Mt 12,28).
    Quando la promozione umana è intesa nella sua dimensione totale (inserimento vitale in Cristo sino alla vita eterna), è inseparabile da una autentica evangelizzazione. Questa deve portare l'uomo a una piena realizzazione della sua immagine divina. Quando l'uomo non può partecipare ai beni della civiltà e della cultura, quando non ha la possibilità di liberarsi dalle schiavitù che lo opprimono, quando non può essere l'artefice della sua vocazione divina, allora la Chiesa si sente in dovere di proclamare il Vangelo della salvezza, chiamando i responsabili alla conversione, testificando la verità, proclamando la giustizia, esigendo l'amore.

    Missioni diverse nello stesso compito

    La missione profetica della Chiesa - responsabilità di tutto il popolo di Dio - deve essere esercitata in modo diverso dal clero e dai laici. Tutti siamo responsabili dello stesso compito di evangelizzazione della Chiesa, ma in modo diverso.
    Anche nel campo della pura proclamazione della fede - in ordine a una religiosità più profonda e matura - il laico deve assumere la sua condizione essenzialmente «secolare» e realizzare il suo compito apostolico attraverso la parola e la testimonianza, vivendo in profondità tutti e ognuno dei doveri e delle occupazioni terrene; guidato dallo spirito evangelico, deve santificare il mondo «dal di dentro», a «modo di fermento» (LG 31).
    La vocazione apostolica dei laici, l'impegno concreto della loro fede deve essere inteso «all'interno e non al di fuori dei loro impegni temporali» (M 10,11).
    Comunque, è nel campo della promozione umana dove il compito di evangelizzazione della Chiesa esige di delimitare bene le proprie responsabilità. E questo perché i laici non esigano dalla gerarchia - vescovi e sacerdoti - ciò che essa non può dare.
    «Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero» (GS 43).
    Ai pastori tocca animare i gruppi apostolici, facendoli riflettere e facendoli maturare nell'azione mediante un costante riferimento al Vangelo.
    Da parte della gerarchia - vescovi e sacerdoti - vi può essere un semplice rischio: assumere compiti specifici dei laici (nuove forme di «clericalismo») oppure evadere sistematicamente, per ignoranza, per insensibilità, per paura o per mancanza di comprensione, da ciò che è loro compito specifico (esigenza piena dell'evangelizzazione, impegno attivo verso ciò che è religioso e spirituale): la denuncia concreta delle ingiustizie evidenti, l'appello chiaro e coraggioso ai principali responsabili per una trasformazione rapida e globale delle strutture che attentano alla dignità umana e alla promozione dei popoli.

    CONCLUSIONE

    Ci troviamo di fronte a un fatto: l'aspirazione legittima di tanti uomini e di tanti popoli che anelano alla loro liberazione. Aspirazione che sorge da una coscienza, sempre più chiara, della propria vocazione originale e da una dolorosa esperienza di diverse forme di schiavitù attentatrici alla dignità umana.
    Tocca alla Chiesa illuminare questo problema dalla sua prospettiva pasquale e impegnarsi audacemente per liberare pienamente l'uomo, perché questi possa essere l'artefice del proprio destino, il realizzatore della sua storia, l'attivo e libero costruttore del suo futuro.
    Se la Chiesa non lo fa con le efficaci «armi dello spirito», lo faranno altri, ricorrendo alla disperata violenza del sangue.
    Di qui la responsabilità comune dei cristiani, essenzialmente «costruttori di pace» (Mt 5,9); dovranno essere i testimoni del «Vangelo della salvezza» (Rom 1,16), i profeti della giustizia, gli impavidi araldi dell'amore. Incominceranno a liberare se stessi in Cristo, a trasformarsi, con l'aiuto dello Spirito, in «uomo nuovo» (Et 4,24; Col 3,10), in «nuova creazione» (Gal 6,15), in «nuovo lievito» (1 Cor 5,7). E diventeranno per gli uomini autentici artefici della liberazione cristiana - la pacifica e profonda liberazione dello spirito - che è nata con la Pasqua di Gesù e sarà consumata con la venuta gloriosa del Signore della storia.
    «A tale libertà Cristo, dunque, ci ha liberati» (Gal 5,1).
    Questa è ora la nostra vocazione.
    La nostra missione - come quella di Cristo - è: «Portare la buona novella ai poveri... annunziare la liberazione ai prigionieri... rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18-19).