Forme cristiane di libero incontro con Dio



    Mario Midali

    (NPG 1971-11-35)

    IL CONTATTO CON IL DIVINO

    Non è possibile avanzare indicazioni metodologiche per un accostamento dei giovani «lontani» se non dopo aver fermato l'attenzione sul fatto dell'incontro con Dio e sulle forme o vie con cui esso può avvenire nell'ambito del cristianesimo. Mi pare che questo sia un punto nevralgico da cui non si possa prescindere. Non è possibile infatti definire in qualche modo come condurre e formare i giovani al contatto con il divino, se prima non si è chiarito in quali maniere tale contatto può esser raggiunto dall'uomo nella sua esistenza terrena.
    Per «incontro con Dio» non intendo la semplice conoscenza di Dio quale si può avere attraverso un'opportuna istruzione religiosa. Né la pura ammissione della sua esistenza che può essere provata con il ricorso alle diverse vie di cui si è interessata da tempo la teologia. Tra l'altro tale ammissione può esser accompagnata da un senso di indifferenza di fronte a Lui ed anche da forme diverse di rifiuto. Per «incontro con Dio» intendo un rapporto di comunione con Dio in Cristo e nello Spirito. È quindi in gioco una realtà interpersonale in cui i protagonisti sono appunto l'«io» o il «noi» dei giovani e il «Tu» del Dio vivente del Nuovo Testamento che si è rivelato e comunicato nel Verbo incarnato e opera continuamente nella storia umana tramite lo Spirito.
    Quando poi parlo di Dio, lo intendo sempre non come un oggetto, come una cosa «accanto» o «sopra» gli altri oggetti e le altre cose del mondo, ma come soggetto, come Persona che parla ed interpella, come Amore sempre nuovo ed innovatore, come Libertà che suscita e libera le altre libertà, come il Dio che ci viene incontro dal futuro, come il nostro «Futuro assoluto» che in Cristo e nel suo Spirito ci offre la possibilità di fare tutto nuovo e di costruire l'avvenire nella linea del Regno di Dio.

    PLURALISMO DI FORME DI INCONTRO CON DIO

    Molte perplessità, apprensioni ed anche alcune forme di allarmismo degli educatori sono sovente motivate da alcune manifestazioni più appariscenti dell'atteggiamento dei giovani di fronte al cristianesimo attuale. Si tratta generalmente dell'indifferenza e dell'abbandono della pratica religiosa come, per esempio, della messa domenicale, della vita sacramentale e di altre espressioni di culto comunitario o individuale.
    Non escludo che a volte questo comportamento giovanile sia congiunto con un'eclisse ed anche con la perdita della fede cristiana, né intendo minimizzare la fondatezza delle preoccupazioni degli educatori al riguardo. Non credo però si debba misurare o far coincidere il senso cristiano o la fede religiosa con la semplice pratica religiosa intesa in senso tradizionale. Se quindi si vuol impostare rettamente la questione si deve andare al di là di questi fatti che riguardano la «religione» in senso stretto, cioè, l'azione di culto a Dio. Certamente il culto cristiano è un luogo privilegiato di un autentico incontro con Dio. Non è però né l'unico né quello prioritario. Vi sono altre forme con cui si può venire in comunicazione con il divino e senza le quali gli stessi atti religiosi in senso stretto rimarrebbero compromessi radicalmente.
    Ogni uomo è chiamato a vivere in comunione perfetta con Dio attraverso tutte le forme che il cristianesimo gli offre. Questo non significa però che tutti di fatto si trovino nella possibilità di poterlo fare. In pratica la stragrande maggioranza degli uomini raggiunge e vive un contatto con Dio in questo o in quel modo. Ed in ciò occorre vedere una pedagogia divina che raggiunge ogni uomo nella sua situazione concreta e lo conduce alla vita di comunione con Lui progressivamente e liberamente, attraverso la via che ciascuno di fatto può percorrere assecondando l'azione di Dio. Ma quali sono queste vie o forme di comunione con Dio?

    LA COMUNIONE CON DIO ATTRAVERSO LA FEDE E LA CARITÀ

    Il messaggio centrale del Vangelo è sicuramente quello del Regno di Dio che consiste essenzialmente nella presenza di Dio ad opera di Cristo e dello Spirito nella storia dell'umanità e di ogni uomo, mediante la quale chiama tutti alla comunione con Lui e tra di loro. L'accettazione di questa divina e misteriosa presenza di salvezza passa attraverso la fede che è insieme rispondere di «sì» alla Parola di Dio, accettare liberamente la sua offerta di comunione, aderire profondamente alla sua azione nella storia e fidarsi incondizionatamente della sua promessa di un cielo nuovo e di una terra nuova in cui abita la giustizia. Tale libera e fiduciosa adesione al dono di Dio in Cristo e nello Spirito avviene nella comunità cristiana, comunità di credenti, chiamata a testimoniare Cristo nel mondo e ad esserne il sacramento universale. Essa esige inoltre l'impegno nel presente per favorire la realizzazione piena del Regno futuro promesso da Dio.
    La fede (pistis) del Nuovo Testamento non è disgiunta dall'agape. È anzi animata dalla carità, conduce ad essa ed opera in essa. Questo insegnamento ricorre soprattutto in san Paolo. Ora, nell'agape si raggiunge la forma più elevata di comunione con Dio. La carità teologale è infatti necessariamente congiunta con la giustificazione, con la grazia e la santità che sono altrettante espressioni di comunione salvifica con Dio in Cristo e nello Spirito.
    Affermato l'intimo nesso tra «fede» e «carità», è opportuno richiamare le note tesi sulla «fede informe» fatte proprie in qualche modo dal Concilio di Trento nel decreto sulla giustificazione. Non tutti i peccati gravi o mortali comportano una rottura totale della comunione con Dio, ma solo quello di «infedeltà» o di perdita della fede. Per cui il peccatore che conserva la fede permane sotto l'influsso dello Spirito Santo che lo mantiene in unione spirituale, benché imperfetta, con Dio e lo spinge a ristabilire la piena comunione con Lui mediante il ricupero dello stato di grazia. Quest'ultima affermazione corrisponde al pensiero di numerosi Santi Padri e all'insegnamento del magistero pontificio. La sua rilevanza in sede di formazione morale e religiosa dei giovani non può essere sottovalutata.

    L'INCONTRO CON DIO NEL SERVIZIO AI FRATELLI

    Secondo la Bibbia, tra comunione con Dio e comunione con gli uomini esiste un legame ontologico inscindibile. Un'autentica comunione con Dio non può esser disgiunta da un'autentica comunione con gli uomini, non solo, ma nella comunione con gli uomini si attua e si manifesta la vera comunione con Dio. Questo principio è la logica conseguenza della presenza di Dio Uno e Trino nell'umanità, e spiega perché tra amor di Dio e amor del prossimo, che rappresentano la manifestazione più alta di comunione con la divinità e l'umanità, esista un nesso insopprimibile. Il Decalogo, la magna charta dell'alleanza antica, include già il comando dell'amor di Dio e dell'amor del prossimo come due aspetti inseparabili dell'unico atteggiamento di fedeltà al Patto di Dio. San Giovanni insegna ripetutamente nel suo Vangelo che il vero amore verso Dio include necessariamente l'amore ai fratelli consistente nell'umile servizio che si spinge fino alla disposizione a dare la vita per gli altri. Nella sua prima lettera va oltre, ed afferma che l'amore del prossimo è non solo condizione, mezzo e segno di vero amore a Dio, ma la sua realizzazione concreta e la sua manifestazione visibile. San Paolo mette in particolare risalto che l'amore ai fratelli, pienezza della legge e compendio di tutti i precetti (Rom 14,9 segg.), implica necessariamente un riferimento a Dio, perché è obbedienza al volere di Dio, è frutto dell'azione di Cristo e dello Spirito, ed è espressione di fede in Dio. I Sinottici infine ci parlano di un vero incontro, benché inconsapevole, con Dio tramite il servizio amoroso degli uomini. L'affermazione ricorre nel discorso escatologico, in cui si afferma che il criterio con cui Cristo giudica l'umanità, in ordine alla sua ammissione o meno al Regno di Dio finale, è l'amore o l'odio dei fratelli, indipendentemente da una conoscenza esplicita di Dio e del Cristo (Cf ad es., Mt 25,40 segg.; Mc 12,31). Il testo permette forse di parlare di unione di grazia con Dio raggiunta nell'amore al prossimo e congiunta con forme diverse di ateismo categoriale, accompagnata cioè dall'ignoranza, dall'indifferenza ed anche dalla negazione di qualsiasi credo, fatta però in buona fede.

    L'ACCETTAZIONE DEI VALORI POSITIVI DELLA PROPRIA VITA: INCONTRO NASCOSTO DI GRAZIA CON DIO

    Le forme di comunione con Dio finora indicate hanno una solida base biblica. Ci resta ancora da accennare ad un'ultima via, la quale anche se non è presentata dalla Rivelazione nei termini che indicheremo, trova tuttavia un riscontro nel Vangelo e nel magistero del Vaticano II. Si tratta precisamente della dottrina di K. Rahner e dei suoi discepoli sui «cristiani anonimi».
    Non è mio intento richiamarla qui anche solo in sintesi e neppure indicare le differenze riscontrabili tra il pensiero del maestro e quello dei discepoli. Mi preme solo formulare l'affermazione centrale che è quella che interessa direttamente il nostro argomento. Non è improbabile infatti che non pochi giovani che si dichiarano atei siano da porre nella categoria di quei «cristiani anonimi» che rifiutano il cristianesimo nella sua formulazione e nelle sue realizzazioni attuali, pur aderendo radicalmente al divino.
    La tesi fondamentale del «cristiano anonimo» suona così: il «sì» pronunciato dall'uomo nella parte più intima del suo spirito al senso positivo dell'esistenza, ossia ai valori o ideali per i quali sente di doversi impegnare, è, per grazia di Cristo, accettazione irriflessa (o a-tematica) ed implicita (di implicazione esistenziale) della misericordiosa vicinanza di Dio all'uomo in Cristo. Questo incontro inconsapevole, ma reale, di salvezza con Dio in Cristo e nel suo Spirito può essere accompagnato da espressioni diverse di ateismo categoriale, che però restano un fatto superficiale e non intaccano l'orientamento profondo verso la «realtà» Dio. Queste tesi, com'è noto, sono ispirate dal principio biblico della volontà salvifica universale di Dio e della possibilità offerta a tutti di partecipare al Mistero pasquale, ripetutamente richiamato dal Vaticano II a proposito degli atei in buona fede e delle religioni non cristiane (Cf ad es., Lumen gentium, 16; Gaudium et spes, 22, 14, 16, 17, 32).
    Anche se alcune asserzioni avanzate dai fautori del cristianesimo anonimo esigono delle puntualizzazioni e delle rettifiche, non credo tuttavia che si possa contestare con validi argomenti l'asserto fondamentale. Per molti non credenti in buona fede l'accettazione libera e responsabile dei valori positivi della propria esistenza rappresenta l'unica via con cui, in modo inconscio ma effettivo, si sottomettono al volere di Dio e partecipano di fatto alla comunione con Lui operata dal Cristo e dallo Spirito Santo.

    IL CRISTIANESIMO CATEGORIALE

    Queste osservazioni necessariamente rapide sui «cristiani anonimi» richiedono di essere integrate con alcuni accenni al cristianesimo categoriale e al cristianesimo convenzionale. Si tratta di due distinzioni che possono favorire una miglior comprensione dell'atteggiamento critico e negativo dei giovani di fronte al fatto religioso. È vero, le due espressioni sono forse imperfette e criticabili. Me ne servo perché divenute ormai di uso corrente.
    Per cristianesimo categoriale intendo le formulazioni culturali, assai differenti tra loro, con cui la realtà Dio, la sua azione nella storia umana e la risposta dell'uomo ad essa sono state presentate dalla Sacra Scrittura e dalla predicazione in genere della Chiesa lungo i secoli. Mi spiego. Nel credo cristiano si può distinguere la «realtà» da esso affermata e la sua «.formulazione concettuale». La «realtà» che esso presenta da credere è la libera e munifica autocomunicazione di Dio in Cristo e nello Spirito che chiama l'umanità a stringere un'alleanza di fede, di speranza, di carità e di vita con Lui in vista della liberazione totale dell'uomo da ogni forma di schiavitù e della sua promozione totale fino al raggiungimento di una comunione perfetta con Dio e con i fratelli nella gloria. Le «formulazioni concettuali» sono le «espressioni culturali» oppure i diversi «linguaggi» con cui tale realtà divina ed umana è stata percepita, annunciata e testimoniata nel corso della storia. È la nota distinzione tra res ed enuntiabile che san Tommaso utilizza quando insegna che la nostra fede ha come termine ultimo non l'enunciato del credo, ma la realtà da esso affermata.
    Fanno parte, con peso diverso, di queste formulazioni concettuali dell'unica realtà cristiana: il messaggio dei singoli libri della Sacra Scrittura, le diverse formule di fede elaborate nel corso dei secoli, i pronunciamenti del magistero, gli enunciati e gli elaborati della teologia, le formule liturgiche e la catechesi in genere della Chiesa. Queste espressioni culturali sono a volte assai diverse per il semplice fatto che sono state formulate in situazioni socio-culturali molto differenti. Nel corso della storia della Chiesa sono state incessantemente reinterpretate e tradotte in formule nuove. È questo un compito costante della Chiesa, perché solo in questo modo il messaggio essenziale ed immutabile del Vangelo può essere percepito e vissuto da uomini di culture e di epoche differenti.
    La concettualizzazione e verbalizzazione del messaggio cristiano corrisponde alla struttura fondamentale dell'uomo, essere dialogante con Dio e con gli altri mediante dei segni, cioè attraverso un linguaggio. Per questo motivo la fede del cristiano maturo per essere perfetta deve congiungere all'adesione interiore a Dio e alla sua azione salvifica nel mondo, la professione o testimonianza esteriore di tale credo mediante espressioni pubbliche o private di fede, che potranno essere quelle della Bibbia o quelle formulate dalla Chiesa e divenute tradizionali soprattutto nell'azione liturgica.
    Nel cristiano anonimo invece ci può essere e c'è di fatto una adesione intima e nascosta all'essenza del cristianesimo, cioè alla grazia nascosta di Cristo, congiunta con l'ignoranza del cristianesimo categoriale (nel caso in cui non sia ancora venuto a conoscenza della religione cristiana) od anche con lo stesso rifiuto del medesimo (nel caso in cui, in buona fede, rifiuti in parte o in blocco le formulazioni del credo cristiano). Secondo il Vaticano II una delle cause dell'ateismo contemporaneo va ricercata appunto nell'inadeguatezza di linguaggio con cui la Chiesa ha annunciato ed annuncia il Vangelo agli uomini del nostro tempo (Cf Gaudium et spes, 19, 21).

    IL CRISTIANESIMO CONVENZIONALE

    Impiego questa formula nel senso spiegato dal libro di Van De Pol (W. H. Van De Pol, La fine del cristianesimo convenzionale, Brescia 1969). Esso non coincide necessariamente con il cristianesimo della Bibbia. «Non equivale neanche alla dottrina ufficiale della Chiesa, alla liturgia e alla pratica sacramentale, né alla teologia dei Padri e dei teologi posteriori. Cristianesimo convenzionale... significa il cristianesimo così come fu globalmente inteso dal popolo cristiano e tradotto in pratica fin dall'inizio della cristianizzazione dell'Europa», praticamente, a partire dal IV secolo fino ai nostri giorni. Va distinto dal cristianesimo categoriale, in quanto non riguarda solo le formulazioni del messaggio cristiano, ma anche le convinzioni religiose e la loro espressione verbale, la pietà nelle sue diverse espressioni liturgiche e devozionali, la morale e il diritto canonico e le strutture ecclesiali in genere. Un largo margine di questo cristianesimo è il frutto di fenomeni culturali, di tradizioni e di comportamenti sorti in diversi periodi della storia della Chiesa e vissuti in modo pacifico dal popolo cristiano fino ai nostri giorni. È cioè un fatto convenzionale riscontrabile in ogni società e in tutte le religioni.
    Esso risponde a valide esigenze umane ed esercita una funzione importante nella vita religiosa della comunità. Al pari di quello di ieri, il cristianesimo di oggi e di domani non potrà far a meno di un margine più o meno ampio di «convenzionalità». Per il fatto però di essere frutto della libera pattuizione di uomini inseriti in un determinato contesto socio-culturale, fa parte dell'aspetto contingente del cristianesimo e muta con il mutare delle culture e delle epoche storiche.
    Il libro di Van De Pol parla di «fine del cristianesimo convenzionale» quale è stato vissuto negli ultimi quindici secoli di storia della Chiesa. Anche se non tutto quello che l'autore sostiene è accettabile, non si può tuttavia negare che soprattutto nel mondo giovanile attuale si assiste ad una progressiva e rapida scomparsa di tale cristianesimo. Le diverse forme di contestazione che i giovani hanno rivolto di recente contro le strutture ecclesiali attuali ne sono, in gran parte, una manifestazione abbastanza eloquente.
    Purtroppo la scomparsa della veste convenzionale del cristianesimo del passato porta sovente con sé l'abbandono del cristianesimo stesso. Se questo fatto non deve essere un motivo per inutili quanto dannosi allarmismi, deve però ispirare un atteggiamento vigile e lucido per le notevoli incidenze che ha soprattutto in campo educativo e pastorale.

    RAPPORTI TRA LE VARIE FORME DI INCONTRO CON DIO

    Le varie forme di comunione con la realtà divina che si sono elencate non si possono semplicemente giustapporre né collocare sullo stesso piano. Per la loro stessa natura vanno situate in una scala in cui ogni gradino superiore suppone ed include in qualche modo quello inferiore. Le disporrei allora in questo ordine ascendente partendo dalla forma meno completa a quella più completa: l'intima accettazione dei valori positivi della propria esistenza; il servizio disinteressato ai fratelli in vista della loro promozione totale; la fede e la carità teologali; gli atti religiosi in senso stretto.
    Il culto cristiano quale si realizza nei sacramenti e soprattutto nella celebrazione dell'Eucaristia, per essere a Dio gradito, suppone tutte le altre forme di incontro con Lui. Deve essere animato dalla fede ed accompagnato da autentico amore di Dio e del prossimo, ed esige la piena accettazione della propria vita che viene appunto offerta a Dio nell'azione liturgica di lode e di rendimento di grazie. L'insegnamento biblico a questo riguardo è assai esplicito. Dio non gradisce un culto, anche splendido, che non sia accompagnato dall'amore ai fratelli. Il culto pubblico come quello privato suppongono e sono espressioni rituali del «culto spirituale» tanto raccomandato da san Paolo e da san Pietro ai primi cristiani.
    Così pure, nell'attuale situazione pellegrinante del cristiano, l'amore a Dio, per essere autentico, deve radicarsi nella fede ed esserne una manifestazione operativa. E queste due forme cristiane di comunione con Dio non sono assolutamente concepibili se disgiunte dall'amore al prossimo. «Se uno dirà: "io amo Dio", e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?» (1 Gv 4,20) cf Nostra aetate 5 a; Gaudium et spes 24 c.
    Infine la fede e la carità teologali e l'impegno responsabile per il bene degli altri includono in sé in modo ontologico l'adesione ai valori fondamentali della propria vita, la quale si realizza appunto nello stabilire un retto rapporto con Dio e con gli altri.
    Giunti a questo punto si deve fare il discorso inverso a quello sin qui condotto, e dire che le forme di incontro con Dio collocate in un grado inferiore implicano in qualche modo quelle poste in un grado superiore. Per esempio, l'aderire interiormente agli imperativi della propria coscienza e ai valori morali essenziali include una qualche accettazione positiva degli altri e può esser qualificato come fede e carità implicite. Tutto questo poi costituisce un vero «culto spirituale», a Dio gradito. Il non credente in buona fede è evidentemente inconsapevole di questa realtà, può anzi misconoscerla. Ciò non toglie però che essa rimanga tale.
    Il cristianesimo offre la possibilità di una vita di comunione con Dio in Cristo e nel suo Spirito che abbraccia e si esplica in tutte le forme elencate. Di fatto però solo le persone che hanno raggiunto una piena maturità cristiana si trovano in tale situazione ottimale che, tra l'altro, risponde a tutte le esigenze profonde che ha l'uomo di unirsi con Dio. La stragrande maggioranza degli uomini raggiunge un rapporto salvifico con Dio percorrendo l'una o l'altra delle vie indicate. E la loro esperienza vissuta del divino non può essere che progressiva e rimane, per lo più, incompleta ed imperfetta.