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    Proposte per una pastorale tra i giovani operai



    Aurelio Boschini

    (NPG 1969-11-06)

    Nel delineare le proposte per una pastorale operaia giovanile, A. Boschini riprende il discorso iniziato nel numero di maggio. Allora erano state individuate le caratteristiche che essa deve assumere: un atteggiamento di ascolto, di stima, di rispetto della libertà, di amicizia.
    Ora l'interesse percorre due strade:
    • la certezza che la pastorale è azione di tutta la Chiesa, implica una attività simultanea e unidirezionale della famiglia, della parrocchia e delle tradizionali organizzazioni cattoliche;
    • la costatazione che l'ingresso nel mondo del lavoro apre una pagina nuova nella esistenza del giovane, sottolinea la necessità di curare una adeguata preparazione, di ordine psicologico, morale e sociale.
    Lo studio si conclude tratteggiando alcune linee operative di notevole carica.
    Il giovane apprendista deve imparare a scoprire subito il «mistero» del lavoro, collaborazione all'opera creatrice di Dio, pur nella sua dimensione di fatica perché castigo. E questo in termini concreti, non nella poesia di un discorso astratto e inconcludente.
    La «leva del lavoro» può diventare un momento significativo di questa iniziazione, soprattutto se sviluppato, con attenzione, lungo tutto l'arco dell'attività pastorale.

    UNA PASTORALE CHE INTERESSA TUTTA LA CHIESA

    Soprattutto dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II è chiaro che l'attività pastorale non è esclusiva del Clero ma è di tutto il Popolo di Dio. A mo' di esempio, prendiamo due citazioni dal n. 33 della Lumen Gentium:

    «I laici, radunati nel Popolo di Dio e costituiti nell'unico Corpo di Cristo sotto un solo capo, chiunque essi siano, sono chiamati come membri vivi a contribuire con tutte le loro forze, ricevute dalla bontà del Creatore e dalla Grazia del Redentore, all'incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità.
    ... Grava quindi su tutti i laici il glorioso peso di lavorare, perché il divino disegno di salvezza raggiunga ogni giorno più tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutta la terra.
    Sia perciò loro aperta qualunque via affinché, secondo le loro forze e le necessità dei tempi, anch'essi attivamente partecipino all'opera salvifica della Chiesa».

    È davvero una visione esaltante, se per poco riflettiamo alla potenzialità missionaria nascosta nel cuore dell'intero Popolo di Dio.
    Certo, la Gerarchia, i preti, debbono essere in prima fila per posizione ministeriale; però la Chiesa, per definizione, non è composta solo di Vescovi e di preti ma di tutti i battezzati e il soggetto della pastorale è la Chiesa intera.
    Un richiamo questo che ci serve a capire i soggetti della pastorale anche nei confronti dei giovani in procinto di entrare in fabbrica e dopo. Diremo allora che nessuna di queste tre forze: famiglia, parrocchia, associazione (ACI, ACLI, Oratorio, Circolo giovanile ecc.) può disinteressarsi dei due momenti: pre-lavoratore, giovane lavoratore. L'azione che esse possono svolgere è di varia natura e competenza.
    Evidentemente vi è una preparazione di ordine generale, di impianto spirituale del cristiano che risulterà sempre la cosa più efficace in tutte le età della vita. Oseremmo quasi dire che ciò ha lo stesso valore della personalità fisica di ogni uomo. Molte cose si modificano, prendono contorni vari; restano le linee essenziali. Il tuo volto sarà sempre il tuo volto. A meno di correzioni plastiche che tuttavia deformano il tuo io.

    La famiglia

    Innanzitutto la famiglia. E intendiamo la parola in una accezione molto ampia, che si essenzializza nei genitori, ma che comprende i fratelli, le sorelle, i nonni, i parenti. Riandiamo anche ai nostri ricordi personal
    d'infanzia e riflettendoci un istante troviamo che il filo che tiene insieme i grani della corona della vita parte dal cuore della mamma, si virilizza con la presenza del padre, è influenzato dai fratelli e dalle sorelle, acquista venerazione dall'affetto e dalla saggezza dei nonni. «Sapientia fluii, in gremio matris» dicevano i nostri antenati romani. La storia e l'esperienza confermano.
    E ciò vale anche per la religione. Evidentemente non si tratta di una correlazione meccanica, infallibile, necessitante, ma necessaria, sì, almeno nel più dei casi.
    L'unica cosa da sottolineare – in neretto – è che spesso la preoccupazione religiosa e morale non si estende alla vocazione professione o scelta di mestieri; il problema resta trovare lavoro e un posto che renda. Qui veramente la famiglia aiuta poco il giovane a inserirsi da cristiano. Questa rinuncia da parte della famiglia è la causa di tante situazioni giovanili di oggi che tanto preoccupano gli uomini pensosi dell'avvenire della Chiesa e del mondo.

    La parrocchia

    Vi è ormai una vasta letteratura che sottolinea la crisi della parrocchia; forse anche un tantino esagerando. Non che vogliamo negare il fatto, solo che, soprattutto nei paesi, la parrocchia rimane tuttora un formidabile centro di educazione, oltre che luogo d'incontro della Comunità cristiana. Non è vero che la preparazione alla Comunione sia episodio marginale o superficiale nella vita religiosa di un uomo; non è vero che le nozze in chiesa siano un semplice rito tradizionale; in parrocchia si va anche per tante altre cose, e il parroco (o altro prete) è una figura difficilmente cancellabile.
    Vorremmo qui approfittare per esprimere un'esigenza che se soddisfatta potrebbe cambiare radicalmente la situazione: l'inserimento nel catechismo italiano di tutto il settore della morale sociale cristiana.
    È davvero strano, per non dire incomprensibile, che nonostante tutte le encicliche, i radiomessaggi, i discorsi pontifici in proposito non si sia sentito il dovere di tradurre l'insegnamento in modo sistematico a tutti i livelli.
    Non vorremmo convincerci che anche questo prova come il nostro mondo abbia accettato, più che subito, una certa mentalità liberal-borghese. Eppure si diceva una volta: la Rerum Novarum, questa sconosciuta! Oggi, non è che la situazione sia cambiata sostanzialmente; il nostro popolo, specie il popolo lavoratore, dei campi e delle fabbriche, ignora la dottrina sociale cristiana. E perché scandalizzarsi se tanti, ma tanti preti si trovano nelle stesse condizioni?
    Ora, invece, la parrocchia, tutta la parrocchia, clero e fedeli, nella sua vita liturgica, nella catechesi dovrebbe educare alla testimonianza cristiana nella società.

    Le organizzazioni

    E qui, logicamente, il discorso si sposta sulle nostre Associazioni, parrocchiali o non, poco importa.
    Ecco una domanda: quante sono quelle che si preoccupano di preparare i propri iscritti alla vita di lavoro? Evidentemente parliamo di preparazione specifica e non di mestiere per la quale esistono Enti ad hoc, ma psicologica, morale, sociale. Non ci sembra, onestamente, che l'ampiezza delle iniziative sia tale da renderci tranquilli. Da qui quello sbandamento che notiamo da parte dei «nostri» che prima si mimetizzano e poi passano al di là della barricata. Pensiamo invece che con una certa razionalizzazione del nostro lavoro i frutti potrebbero essere vistosi. Perché non siamo davvero allo scoperto in fatto di Associazioni, capaci di intervenire: è questione forse di superare quel vizio tradizionale e mortificante costituito dal rifiuto ad aprirsi, a collegarsi, ad agire insieme delle varie componenti del mondo apostolico. Nonostante lo spirito esattamente opposto richiesto dal Concilio Vaticano II. A ciò concorrono non in modo indifferente anche gli ordini e le congregazioni religiose, sia maschili che femminili; ciò va detto pur riconoscendo il nuovo clima che lentamente sta instaurandosi.

    LA NECESSARIA PREPARAZIONE

    Preparazione psicologica

    Il ragazzo che si appresta a passare per la prima volta i fatidici cancelli della fabbrica ha bisogno di essere sorretto per capire il nuovo ambiente. Si apre davvero una pagina nuova della sua esistenza, una pagina che
    improvvisamente lo fa passare dall'adolescenza all'età adulta. La fabbrica matura rapidamente un individuo. Innanzitutto lo sposta da una dipendenza naturale e amorosa, come quella familiare (e per prolungamento scolastico), ad un tipo autoritario.
    Non solo, ma lo immette in un processo produttivo che ha sue leggi obiettive, intrinseche, ed ha finalità assolutamente estranee a quelle della propria esistenza. Il profitto è la grande legge che regola la fabbrica capitalistica; l'alienazione del lavoro e dell'uomo lavoratore è la condizione normale della componente subalterna chiamata maestranza. Il giovane sente subito l'urto psicologico che turberà il suo spirito e gli aprirà gli occhi sulla dura realtà di questa società industriale, disumana ed egoistica. E proverà un senso di rivolta che potrebbe renderlo cattivo. Ecco perché occorre prepararlo, anticipando nel suo spirito il domani, educandolo a non lasciarsi integrare e neppure ad assumere atteggiamenti anarchici o utopisticamente rivoluzionari. Che è poi la grande tentazione del giovane operaio di oggi. Il discorso potrebbe farsi estremamente serio per approfondire i valori che il cristiano comunque dovrebbe difendere e la non accettazione di una condizione moralmente condannabile. Il predicare la rassegnazione in questo campo equivarrebbe ad accettare la stortura perlomeno concettuale di una religione «oppio del popolo». Ma questa responsabilità storica, se ci fu, deve essere cancellata al più presto.
    L'equilibrio psicologico dovrebbe comunque costituire il fine di una intensa opera di informazione e di formazione pre-lavoro.

    Preparazione morale

    È chiaro che per morale non intendiamo solo il VI Comandamento, anche se esso rappresenta pur sempre un grosso problema per tutti, specie per i giovani.
    L'ambiente di fabbrica in tale settore, in genere non è particolarmente cattivo, anche se l'obbligatorietà della presenza lo rende insidioso, e l'esempio – o il cattivo esempio – degli adulti influisce pesantemente sull'anima dell'apprendista. E non vi è più la mamma, o le persone amiche a difendere, a incoraggiare alla resistenza, a gridare «sii buono!». Vi possono essere invece compagni e ragazze alleati del male se non proprio della corruzione, che «iniziano» il pivello a misteri di gioie proibite. Ma esiste anche il VII Comandamento, in tutte le sue implicanze di natura di rendimento, di applicazione psicologica, di custodia degli attrezzi e delle macchine, di rispetto degli orari e dei tempi, di normale rendimento.
    Lo stakanovismo non è comandato; la non collaborazione non è lecita.

    Preparazione sociale

    Entrare in fabbrica vuol dire accettare una disciplina di collaborazione sociale organica. L'azienda è un fatto eminentemente sociale di conspirazione di varie forze per un determinato scopo: la produzione. Si diceva fino ad oggi «ubbidire» – parola divenuta equivoca e psicologicamente ostica –, si potrebbe chiamare esecuzione di ragionevoli necessità manifestate da persone poste in gerarchia; ma è evidente che il giovane deve accettare l'insostituibile oggettività del comando. Deve saper distinguere autoritarismo e autorità, funzione da capriccio. «L'autorità, ecco il nemico» potrebbe rappresentare uno slogan antisociale e improduttivo. Vi è una logica nella fabbrica moderna, di natura tecnologica e diciamo efficientistica che non varia per quel che è dato sapere nei vari sistemi economico-sociali in voga nel mondo.
    Vi è pure una collaborazione che per renderci chiari chiameremo di classe o se si preferisce una solidarietà di gruppo. E perciò nella fabbrica dovrebbe essere naturale sentirsi uno, per difendersi, per progredire, per crescere insieme. Dovrebbe, ma non è, né in fabbrica né fuori. È una malattia molto diffusa quella della non sindacalizzazione, ad esempio, in Italia, come negli altri Paesi.
    Ed è un errore, oltre che un atto di egoismo. Infatti i benefici della lotta sindacale sono alla fine usufruiti da tutti.
    Errore anche sotto il punto di vista coscienziale e diciamo religioso. La solidarietà è una esigenza naturale di rapporti umani; è un comando della carità, virtù teologale. Purtroppo questa testimonianza del precetto evangelico non è abbondante, forse neppure «concorrente» di quella manifestata da coloro che si ispirano a concezioni non cristiane della vita e della società.
    Il giovane deve sapere che entrando in fabbrica ha il dovere religioso di attuare la grande legge dell'amor del prossimo in termini ambientali e di classe. Come diceva Toniolo, che non era un marxista, lo spirito di classe è fatto altamente morale. Diremo comandato. Evidentemente il classismo è un'altra cosa.
    Il giovane operaio cristiano deve appunto essere «immunizzato», per quanto possibile, contro le tentazioni proprie, quasi naturali della sua nuova situazione: l'invidia e l'odio di classe; il rancore e il senso di rivolta al «principale» e ai suoi rappresentanti; la sua collaborazione allo sfruttamento solo presunto; lo spirito rivoluzionario acritico e istintivo.

    L'ascetica del lavoro

    Diciamo l'ascetica del lavoro, ma potremmo dire meglio i valori religiosi del lavoro, il suo significato cristiano.
    Quando il battezzato impara dalla Chiesa che con il lavoro realizza il suo mestiere di uomo sulla terra, collabora all'opera creatrice di Dio; la prolunga, la «finisce»; fa atto di servizio al prossimo, moltiplicando i beni atti a soddisfare i bisogni dei fratelli uomini; in unione col Cristo che conobbe la legge del lavoro partecipa alla sua opera redentrice.
    Certo, il lavoro è anche fatica, si accompagna con il sudore e la sofferenza – magari il sudore è rappresentato dalla monotonia del gesto – ma il giovane deve subito sapere che solo questo fu castigo o retaggio di una creatura finita.
    E ogni lavoro, perché fatto da un uomo, ha una dignità e un valore grandi come grande è l'uomo.
    Queste cose il ragazzo apprendista deve portarle in cuore quando per la prima volta indossa la tuta e quando porta a casa la prima busta paga. Dopo sarà più facile non perdere l'orientamento.
    Sembrano cose semplici, logiche, elementari.
    Non è vero. Tralasciando il Cristo, per non discutere su l'opportunità o meno di adorarlo nell'atteggiamento di lavorare, chiediamoci quanto sia diffusa la devozione «alla Madonna che lavora». Anche nell'arte, quel poco che i secoli avevano creato è stato decentemente coperto da una diffusa mentalità borghese.
    La Beata Vergine è una regina, non una umile donna del popolo.

    COLLABORAZIONE RESPONSABILE

    Abbiamo detto all'inizio che tutte le componenti responsabili debbono procedere unitariamente a porre in atto una pastorale giovanile operaia efficace. Ci siamo soffermati piuttosto sul tempo prelavorativo perché ci sembra dovrebbe fungere da base su cui costruire tutto il resto.
    Ma quale organo parrocchiale o diocesano può fungere da protagonista e programmare ogni cosa? A noi sembra che per vocazione naturale ciò spetti al Consiglio pastorale, specie alla eventuale «commissione del lavoro» esistente nel suo seno. Vi sono tante piccole iniziative da portare avanti; noi ne suggeriamo una che ha avuto anche momenti molto belli in certe diocesi, come Milano, Bergamo, Treviso ecc.
    Si tratta della cosiddetta «Leva del lavoro». Nello spazio di un mese, o poco più, si tengono incontri-dibattito con i quindicenni del paese, appositamente invitati, su un ventaglio di argomenti impostati da persone competenti: un sindacalista, un capo nucleo aclista, un collocatore, un prete ecc. Gli argomenti potrebbero essere: il mondo del lavoro - l'azienda moderna - i rapporti umani nell'azienda - tutela dei lavoratori - clima morale nell'azienda - il movimento operaio - valori religiosi.
    E perché non terminare con una S. Messa tutta per loro, attorniati dai genitori, dai responsabili delle varie associazioni, dalla famiglia parrocchiale?
    Noi pensiamo che, se ben condotta, l'iniziativa sia efficace; gli operai adulti di domani ricorderanno sempre che all'ombra del campanile incominciarono ad apprendere tante cose utili, che la Chiesa si preoccupa di farli entrare nel vasto mondo del lavoro come risposta ad una vocazione religiosa.
    Evidentemente il tutto non si esaurisce qui, ma si sviluppa attraverso il confessionale, la celebrazione anche liturgica del 1° Maggio, la festa della pace del Capodanno, la sospensione del lavoro le tre pomeridiane del Venerdì Santo, la Pasqua ecc.
    Ma più diverrà adulto e maggiormente avrà bisogno di una fede espressa in modo più culturale, più personale, ogni giorno riconquistata; avrà bisogno di una morale autentica, non bigotta, virile, legata al piano di Dio e alla sua volontà, avrà bisogno di incontrarsi spiritualmente con un Dio dai lineamenti comprensibili e «uno di noi», come Cristo.
    Una pastorale giovanile operaia che già in anticipo non tenesse presente questo non sarebbe autentica. Adulto o ragazzo, il termine della azione pastorale è sempre l'uomo; il messaggio da trasmettere identico. Questo vale anche per il lavoratore per il quale non esiste un catechismo classista. Gioverà ricordarselo, anche per non tradire il depositum fidei.


    T e r z a
    p a g i n A


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