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    Perché poche ragazze si fanno suore?



    Magda Fiori

    (NPG 1969-11-26)

    Le vocazioni religiose, maschili e femminili, sono in diminuzione, un po' dappertutto. Le cause non sono riducibili ad un generico decadimento del sacro nella nostra società o ad una fame inconsueta di benessere e di conforts.
    Si deve ricercare molto più in profondità, scandagliando gli aspetti oggettivi (quelli legati cioè alle situazioni storiche socio-culturali) e quelli soggettivi. (derivanti forse da un mancato adeguamento di strutture e mentalità ai tempi nuovi).
    I motivi che tengono lontani giovani e ragazze dalla vita religiosa possono avere temi molto vicini, ma recano certamente sfumature e frange differenziate.
    L'analisi ne deve tenere conto, con molta sincerità. Anche per produrre rimedi adeguati.
    «Perché poche ragazze si fanno attualmente suore?» (poche, almeno in proporzione a indici di un passato non tanto remoto). Abbiamo girato la domanda ad una educatrice che affianca una notevole preparazione psicosociologica ad una quotidiana dimestichezza con il mondo giovanile femminile.
    Questa è la sua risposta, a titolo di ipotesi personale (anche se non mancano gli addentellati frequenti a ricerche a carattere scientifico), fatta per aprire una riflessione piuttosto che concluderla: è una semplice diagnosi fenomenologica.
    Il tema l'ha costretta a moltiplicare i risvolti negativi. Ella stessa però se ne scusa, precisando che la realtà è molto più rosea di come può essere stata qui descritta.

    Il problema in sé è un problema generale, non meno maschile che femminile: il problema della crisi delle vocazioni sacerdotali e religiose.
    Che le vocazioni siano in diminuzione è un fatto. Personalmente lo ritengo un fatto di transizione.
    Tuttavia è un fatto.
    In questo studio, tento di individuare alcuni dei «perché» che possono spiegare il calo preoccupante di vocazioni.
    La prospettiva è soprattutto quella delle vocazioni femminili. Naturalmente il tentativo di diagnosticare un fenomeno – tutto sommato – di fuga da un impegno di vita consacrata, mi porterà, per ragioni evidenti, a porre l'accento più sui «perché-no» che sui «perché-sì» del fatto. E quindi mi scuso in partenza, se la mia diagnosi – come tutte le diagnosi – farà emergere i lati negativi della situazione, anziché sottolineare la stupenda sostanza positiva, che sta alle radici di ogni vita consacrata.
    La prima impressione è che si tratti di una stretta concatenazione di cause e di conseguenze, che, partendo dal soggetto, ritorna al soggetto, passando attraverso le istituzioni: famiglia, parrocchia, comunità religiose. In questo senso, il problema di fondo è quello della carenza di formazione generale della ragazza e del giovane d'oggi.
    Questa carenza di formazione generale, per il raggiungimento di una serena maturità umano-cristiana è quella che più si nota nella nostra civiltà.

    NEL SOGGETTO CHIAMATO

    La scuola prende il soggetto per la testa: ma, in genere, lo informa più che aiutarlo a orientare le proprie scelte in maniera personale; lo sport lo prende per le spalle, le braccia, le gambe, o – più spesso ancora – per il tifo dello sport, anziché per la pratica dello sport; la politica lo strumentalizza e lo scaglia in manifestazioni di protesta di cui spesso ignora il perché; gli strumenti di comunicazione sociale esasperano le sue lacerazioni, mettendo l'accento quasi sempre sulla violenza, il successo, il sesso... infine la religione può trovarsi davanti un rottame, sordo e passivo, al quale rischia di parlare una lingua incomprensibile.
    Il quadro può sembrare esageratamente negativo, ma la pratica testimonia che vi corrisponde una realtà piuttosto diffusa.

    Mancanza di idee chiare

    La prima conseguenza nel campo della vocazione religiosa è, quindi, la mancanza di idee chiare.
    Manca, credo, al giovane d'oggi – in generale per lo meno – il concetto stesso di vocazione. Con questo non intendo affermare che ragazze e giovani di qualche decennio fa partissero tutti da idee più precise: ritengo, anzi, che la mancanza di un perché preciso della propria scelta sia uno dei motivi – non ultimo – di molti penosi ritorni indietro ai quali assistiamo. Rimane, però, vero che questa idea: «Sono uomo, sono donna e perciò stesso ho una "vocazione"», cioè una chiamata a corrispondere al piano di Dio, questa presa di coscienza della propria identità personale non è per niente l'idea-base dei giovani del nostro tempo. Questo primo, elementare, orientamento – se li trova disponibili – impressiona e fa riflettere ragazze e giovani: li fa sentire qualcuno. Ho visto ragazze rimanere fortemente colpite dalla scoperta di questa verità: «Io nella vita ho un ruolo da svolgere che è unico e irrepetibile. Se non lo svolgo io, nessun altro mi potrà sostituire. Sarà un'occasione perduta. In sostanza una vita sprecata: un non essere, un non senso».

    Il Battesimo come vocazione

    Che poi il Battesimo per il Cristiano sia una «vocazione», cioè una chiamata alla santità e una «consacrazione», cioè un'immersione nella morte di Cristo e una rinascita nella sua nuova vita, non è l'idea madre dei nostri giovani.
    Che tale rinascita, tale inserimento nella vita di Cristo renda il cristiano membrum Christi, un membro sacerdotale e profetico, un segno, un testimone di Cristo non è il fondamento, il punto di partenza, il criterio di giudizio per le scelte della ragazza e del giovane d'oggi. E che la consacrazione religiosa altro non sia che un inserirsi più intensamente e totalmente nella prima consacrazione del Battesimo, una chiamata a vivere quella prima consacrazione in profondità non è forse sempre chiaro neppure a noi religiose, che a questa chiamata abbiamo già risposto !

    Rinuncia e pienezza d'amore

    In genere si è posto l'accento prevalentemente sull'idea di rinuncia, che la consacrazione religiosa comporta, sull'idea di separazione, senza dare altrettanto risalto alla pienezza d'amore che tale «vocazione» suppone, prima di tutto da parte di Dio che sceglie, che chiama, e poi da parte del soggetto che risponde.
    Si è posto l'accento sulla consacrazione verginale nella vita religiosa come condizione oggettivamente migliore per raggiungere la perfezione della carità, cui ogni cristiano è chiamato, ma forse non si è sempre dato altrettanto rilievo alla santità del Matrimonio cristiano, che di quel massimo oggettivo di risposta d'amore è segno e simbolo.
    A parte ragazze e giovani indifferenti al problema, o per mancanza di preparazione, o di interesse, o di sensibilità; a parte pure il numero non trascurabile di prevenuti, per i più svariati motivi, non è infrequente ascoltare – da ragazze specialmente – obiezioni come questa: «Il sacerdozio, ancora ancora, riesco a capirlo: almeno è un Sacramento. Ma la consacrazione religiosa? Non è neppure un Sacramento. Meglio il Matrimonio».

    Mancanza di dimensione teologica

    Ritengo che in genere non sia presentata con sufficiente forza la stupenda analogia del mistero della Chiesa con la realtà dinamica della consacrazione verginale nella vita religiosa: questo realizzare direttamente – fuori d'ogni segno sacramentale – l'amore e l'unione di Cristo e della Chiesa, di cui il Matrimonio è immagine; questa anticipazione – sia pure in forma fragile e imperfetta – di quella parusia, dove sacramenti, segni e simboli cadranno come involucri, per sbocciare nella contemplante stabilità della gioia raggiunta (Mt., 22,30).
    In alcune occasioni ho visto brillare occhi giovani e non più giovani di vergini consacrate, alla riscoperta di questo beatificante significato dei propri voti religiosi.
    Per questo ritengo che il problema-base delle vocazioni religiose femminili (e maschili) sia – con quello di una formazione umano-cristiana completa – un problema teologico, un problema pastorale, un problema di catechesi generale.

    NELL'AMBIENTE SOCIALE CHE PREPARA

    Ma a rendere difficile tale catechesi – supposto che ci siano le persone preparate a farla in forma viva e convincente – si presentano innumerevoli altri problemi.

    Il clima familiare

    Ho creduto di individuarne alcuni fondamentali: alle radici della carenza di formazione generale umano-cristiana del giovane e della ragazza d'oggi sta il secondo problema, ed è da ricercarsi nel clima familiare in cui sono immersi ragazze e giovani.
    Essi respirano, fin dagli anni più teneri, un'atmosfera in cui l'ossigeno della fede e della pratica religiosa è scarso, superficiale ed esteriore, quando pure non manchi affatto (caso purtroppo non infrequente). Ricerche psico-sociologiche e religiose recenti a carattere statistico hanno fatto emergere percentuali notevoli di una pratica religiosa di tipo prevalentemente tradizionale, poco convinta, talvolta subita o accettata per calcolo, quasi come «pedaggio» d'obbligo, pagato alla volontà dei familiari, per transitare verso le attese mete del divertimento domenicale. Gli interessi, i valori, le aspirazioni di cui ragazze e giovani hanno oggi esperienza nell'ambito della famiglia non oltrepassano generalmente il livello terreno e temporale: denaro, impiego, professione e – per le ragazze specialmente – matrimonio vantaggioso.
    Del valore e della dignità della persona, di educazione alla libertà, al senso di responsabilità, di apertura agli altri, nulla o poco sentono in famiglia.

    L'ambiente socio-culturale

    Un problema, sempre più serio, è quello dell'ambiente socio-culturale in cui crescono le nuove generazioni.
    Le ricerche cui mi riferivo pocanzi, hanno messo in evidenza, in molte regioni, la realtà di una gioventù socio-influenzata, profondamente pervasa, cioè, dalle recenti trasformazioni di vita che, da un ambiente prevalentemente agricolo, stanno rapidamente passando a un ambiente fortemente industrializzato. Da ciò una notevole frattura fra la mentalità di due generazioni cronologicamente vicine, ma culturalmente distanti, con tutte le conseguenze derivanti da tale frattura, non ultima quella religiosa. Da una parte, quindi, l'ideale della consacrazione rischia d'esser rifiutato, perché confuso nel blocco di un sistema ritenuto sorpassato.
    Dall'altra – dove questa frattura è meno sensibile e il benessere è già una mèta praticamente raggiunta – manca la stessa sensibilità spirituale necessaria per guardare a quell'ideale con interesse e disponibilità.

    Gli strumenti di comunicazione sociale

    A ottundere ulteriormente questa sensibilità contribuiscono in maniera preponderante gli strumenti della comunicazione sociale.
    Cinema, TV, stampa propongono alle nuove generazioni in forma affascinante e suasiva modelli di comportamento addirittura opposti a un ideale di donazione a Dio, di sacrificio personale e di servizio degli altri come è quello della consacrazione religiosa.
    La ragazza e il giovane si abituano a miraggi di facile guadagno, di successo a buon mercato, di violenza spregiudicata, di comportamento sessuale libero e disinvolto, di irriverente realismo.
    È stato notato che l'abitudine a tali spettacoli può determinare, nel soggetto maschile immaturo, il salto di tutto uno stadio psicologico dell'adolescenza: quello dell'interiorizzazione, del disinteresse e dell'ideale, il più fruttuoso per la maturazione di una chiamata superiore, e può farlo passare immediatamente a uno stadio realistico banale, e a una mentalità materiale e utilitaristica di ripiegamento su di sé e di limitazione d'orizzonti. Si tratta di un autentico impoverimento interiore, di cui il soggetto risentirà per tutta la vita.
    Nella ragazza, poi, tale abitudine da una parte può diminuire sensibilmente l'innato senso del pudore e del riserbo e renderla più arrendevole e vulnerabile nel settore sessuale di quanto non lo fosse qualche decennio fa: ciò può determinare un ritardo nell'equilibrio emotivo, fattore indispensabile di maturità, nel senso di capacità d'amore e di dono, per la realizzazione di qualsiasi vocazione, ma particolarmente per una consacrazione verginale. Dall'altra, rischia di soffocarne l'affettività, la disponibilità e la ricchezza spirituale più intima, per chiuderla, in sostanza, in uno sterile narcisismo, o per conformarla ad atteggiamenti più esteriori, superficiali e disinvolti.

    Valori positivi 

    Tale disinvoltura ha tuttavia un suo lato positivo, che non va sottovalutato: l'assuefazione ad atteggiamenti, comportamenti e abbigliamenti più liberi che nel passato, immunizza per così dire le ragazze, le rende meno sensibili di noi adulti a certa realtà d'oggi, e quindi più adatte – una volta preparate e formate – a comprenderla e a operare in essa.

    Aspetti negativi

    Ma la varietà degli stimoli e la molteplicità delle tensioni artificiali che tali stimoli suscitano nel soggetto immaturo, finiscono col rendere il giovane e la ragazza nervosi, inquieti, contesi fra interessi contrastanti, indecisi e instabili, superficiali: finiscono, cioè, per ritardare in loro il processo di formazione etica della personalità e il raggiungimento, in definitiva, della maturità affettiva e psicologica. L'abitudine poi alla superficialità, alle decisioni irriflesse e incontrollate, alla volubilità li rende molto meno disponibili ad un certo tipo di scelta impegnata, e, una volta operata la scelta, rende loro molto più difficile accettarne la disciplina, adattarvisi e viverla con fedeltà.

    PROFILO DI PERSONALITÀ NELLE RAGAZZE D'OGGI

    Ciò non significa affatto che Dio non chiami più i suoi eletti tra le nostre ragazze e i nostri giovani. Né significa che ragazze e giovani d'oggi siano indistintamente sordi e insensibili all'ideale della vita consacrata. Ma l'ambiente socio-culturale in cui vivono e respirano incide profondamente sulla formazione della loro personalità. Essi vanno presi e orientati, perciò, partendo da dove sono, non da dove noi adulti talvolta li pensiamo. E lì, dove sono, sono in una situazione quanto mai sfavorevole ad una scelta che esige convinzioni precise e forte impegno volitivo.
    I risultati di un'inchiesta, svolta nel 1967 [1] e confermati recentemente da un'indagine molto più ampia, condotta nella Diocesi di Vittorio Veneto, hanno fatto emergere, per le ragazze venete, alcune caratteristiche di personalità piuttosto sconfortanti.

    Immaturità psicologica

    Le nostre ragazze presentano una situazione di notevole immaturità: fatto abbastanza comune nell'età evolutiva, ma accentuato oggi, a motivo del mito dei giovani. Rivelano notevole instabilità, ricerca ansiosa di riconoscimento, crisi di depressione per apprezzamenti negativi anche trascurabili, per difficoltà, contrarietà, insuccesso...; insofferenza per le correzioni; incapacità di accettare le proprie deficienze e i propri limiti, eccessiva tensione verso l'affermazione di sé; bisogno di farsi stimare, valere...

    Crisi dei valori tradizionali

    Presentano una preoccupante crisi dei valori morali tradizionali – crisi che si rivela ancora più acuta e generalizzata dallo spoglio dei risultati dell'ultima indagine –; si presentano ancora dominate da aspirazioni individualistiche di benessere borghese a orientamento unidirezionale, a una sola dimensione, alla Marcuse per così dire, sebbene tale direzione sembri attenuarsi nell'ultima inchiesta: contrariamente, infatti, alle previsioni di ricercatori, pur seri ed esperti, di un passato recente [2], molti nostri giovani e ragazze si rivelano sensibili e aperti ai problemi della giustizia sociale e della solidarietà umana internazionale.

    Caratteristiche di transizione

    Nella maggioranza, tali caratteristiche appaiono, però, di transizione; si tratta, cioè, di ragazze al limite tra fermenti innovatori e posizioni ancorate al passato, che presentano remissività sempre più visibilmente apparente verso le istituzioni (famiglia, scuola, parrocchia) quasi come meccanismo di difesa di un mondo intimo assai più personale, opposto o quanto meno divergente; e notevole tasso di dubbio e di incertezza circa i contenuti di fede.
    Si presentano inquiete, insicure, in posizione alternante di aggressività, di rifiuto e di difesa nei confronti all'ambiente familiare ed educativo, e particolarmente nei confronti del ruolo della religiosa educatrice.

    Immaturità sociale

    Non poche presentano, infine, accentuata immaturità sociale, comunitaria e politica: l'ultima indagine dà percentuali decisamente sconfortanti di interesse politico, forse perché all'immaturo sfugge il nesso serrato tra certa realtà sociale deprimente, in cui vorrebbe operare per cambiarla, e l'impegno politico, che gli potrebbe offrire la possibilità di operare.

    Aspetti positivi

    Ma in buon numero presentano anche meravigliose disponibilità sul piano intellettuale non meno che sul piano affettivo e sociale, confermate dalla recente indagine. Sono ottime forze in potenza, che, trascurate da noi educatori cristiani, rischiano di cadere in mano di gruppi di potere più accorti e senza scrupoli, per essere miseramente strumentalizzate.
    «Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo» diceva millenni fa Archimede. Noi educatori sbaglieremmo a non far leva su questo interesse per la dimensione orizzontale della realtà umano-sociale, verso la quale i giovani d'oggi si rivelano tanto sensibili. Ritengo che su questa disponibilità di fondo sia nostro compito innestare la dimensione verticale verso il divino.
    Molte adolescenti presentano una buona carica di ottimismo morale e sociale; sete di verità e di autenticità, desiderio di equilibrio ed armonia; tensione verso ideali religiosi e oblativi.
    Sono instabili – d'accordo – non reggono allo sforzo, difettano di continuità nell'impegno. Noi corriamo rischio di sorridere delle loro affermazioni: «Per me la vita è un dono, che io posso offrire a Dio e agli altri» come di un idealismo gratuito e velleitario, senza conferma nella realtà spicciola dell'impegno quotidiano.
    Ma fate che uno s'impadronisca di questa disponibilità, che le dia una mèta entusiasmante: ne farà una forza o di creazione o di distruzione. Noi sbagliamo – ripeto – a sottovalutarla.

    NELL'AMBIENTE RELIGIOSO CHE RICEVE

    Quando a questo soggetto sensibile, inquieto, acuto e problematico, instabile, sostanzialmente immaturo, ma potenzialmente generoso, come
    in genere tutti i giovani, si apre la porta di un ambiente religioso, molto diventa problema.
    Cercherò di elencarne qualcuno, parzialmente verificato di recente in colloqui personali con varie ragazze, e particolarmente con tre aspiranti alla vita religiosa: una universitaria romana, laureanda in legge, che entrerà nel Carmelo; e due liceali del nord Italia, una delle quali ha già iniziato la sua prova in un Istituto religioso femminile di vita attiva e l'ha momentaneamente interrotta in preparazione agli esami di maturità. Dico «parzialmente verificata», perché non dispongo di risultati statistici sul problema, ricavati da un campione sufficientemente rappresentativo. Ma date le differenze sostanzialmente irrilevanti dell'attuale situazione socioculturale in Italia, ritengo questi pochi casi indicativi di un atteggiamento psicologico più diffuso.

    A livello di strutture

    Qui il problema di base è spesso quello d'una troppo sensibile frattura tra la realtà attuale e certe prescrizioni, che possono apparire anacronistiche.

    L'abito 

    Il particolare più esteriore, ma anche il più immediato, è quello dell'abito. Alla ragazza che guida la propria auto, che si dedica allo sport, che viaggia e soggiorna all'estero, fuma, fa parte di una comitiva mista, ha atteggiamenti franchi e disinvolti..., ma anche alla ragazza che vive a un livello sociale più modesto, l'idea di «infagottarsi» – si esprimono così – in un abito ingombrante, talvolta complicato e irrazionale, fa realmente problema e le ci vuole una buona carica di spirito, di decisione e di... umorismo per accettarlo.

    La monotonia

    L'estrema elasticità delle abitudini familiari e sociali da cui le ragazze d'oggi provengono, le fa guardare con una certa apprensione alla prospettiva di giornate monotone, scandite da un orario fisso, inesorabile...

    La limitazione di libertà

    Così pure l'idea di dover rinunciare definitivamente ad ogni scelta, ad ogni libertà di movimento e di iniziativa, anche nei gusti spirituali, nella preghiera, nella meditazione... Il controllo, poi, della posta personale è per loro qualche cosa di inaudito, di assurdo: le irrita, provoca in loro allergia e ribellione come per un'invasione di domicilio; suona patente di minorità, violazione della personalità...
    L incredibile come si raggomitolano, si arricciano, protestano. Infine l'idea di un lavoro pianificato, organizzato un po' a scacchiera, quasi spersonalizzato le sgomenta.

    A livello di persone

    Qui il problema appare più fluido e più variamente differenziato, assumendo altrettante accentuazioni, variazioni e sfumature quante – appunto – sono le persone, le loro tendenze, il loro carattere, l'ambiente di provenienza, il grado di cultura e di educazione, l'età, i vari livelli di maturazione affettiva e psicologica, il tipo di attività in cui sono impegnate, l'intensità degli impegni e l'inevitabile usura di forze che tali impegni comportano... sebbene alcune delle ragazze interrogate abbiano dichiarato che, quanto a mentalità, le suore non si distinguono molto l'una dall'altra: sembrano costruite sullo stesso schema...
    Prima ancora di elencare i limiti che le ragazze 1969 possono avvertire nelle suore, e gli aspetti che possono suscitare le loro reazioni negative, si dovrebbe, credo, fare una diagnosi spassionata di certe situazioni in cui esse, a loro volta, sono immerse: si dovrebbe tentare di individuare le cause di certe carenze. Sarebbe uno studio estremamente interessante che, mentre ci aiuterebbe a prender serenamente coscienza dei nostri limiti, potrebbe pure servire ad attenuare qualche giudizio troppo severo nei nostri confronti e a stimolare nello stesso tempo, tempestive e coraggiose iniziative di rinnovamento. Se le ragazze che si presentano ai nostri Istituti provano qualche perplessità; se trovano che il comportamento della religiosa, il suo linguaggio, la sua mentalità... dànno talvolta l'impressione di qualcosa di convenzionale, d'artificioso e di inautentico; se talvolta trovano la suora poco umana, poco femminile, chiusa, irrealizzata come persona, arida...; se possono aver l'impressione che la vita religiosa – almeno così come noi in genere la rappresentiamo – non favorisca uno sviluppo armonico della personalità, una piena maturazione umana; se trovano in qualche caso la suora bloccata a stadi d'immaturità affettiva e psicologica, inibita, talvolta gretta, senza spontaneità, senza creatività, senza calore umano... non ci sarà qualcosa che non ha funzionato, o non funziona, anche a livello di strutture, nei metodi di formazione, negli stessi ambienti formativi?
    I rilievi sono indubbiamente pesanti, ma non ci devono stupire: fanno parte del modo di giudicare e di esprimersi caratteristico delle nostre adolescenti, che mancano di moderazione, di chiaroscuri e di sfumature. Certamente non toccano tutte le suore indistintamente, tuttavia sono indicativi di qualche «perché» della flessione reale di vocazioni che tutti notiamo. Non intaccano la sostanza dell'ideale che abbiamo scelto. Tuttavia l'offuscano e l'immiseriscono.
    Possono far l'effetto di un soprabito opaco, che nasconda lo spendore della veste nuziale che abbiamo indossato; che svaluti, in definitiva, la sostanziale ricchezza d'una vita tutta offerta, tutta generosamente sacrificata.
    Possono togliere alla nostra testimonianza l'efficacia del suo valore di segno e farci sembrare indecifrabili: una presenza senza perché tra la gente d'oggi, che ha poco tempo per pensare e ha bisogno, soprattutto, di vedere e di sperimentare.

    CONCLUSIONE

    Mi verrebbe qui la conclusione letta di recente in un autore piuttosto graffiante e provocatore, ma indubbiamente sincero: «Il problema delle vocazioni in un Istituto è un problema di fascino, vorrei dire di contagio, non di parole e neppure di accuse ai "tempi" e alla gioventù che rifiuta il sacrificio. Per poter dire che i giovani rifiutano il sacrificio, bisogna esser sicuri di presentar loro un ideale veramente affascinante, veramente rispondente alle esigenze e alle attese del nostro tempo. La vita di una suora è una parola in favore o contro la vocazione religiosa» [3].

    NOTE

    [1] G. Milanesi - M. Fiori: Ideali, problemi e atteggiamenti di 900 studentesse italiane - in «Orientamenti Pedagogici», n. 82, Luglio 1967.
    [2] P. G. Grasso: Personalità giovanile in transizione, P.A.S.-Verlag, Ziirich, 1964. S. De Pieri: Personalità delle adolescenti nel Veneto d'oggi, 1968.
    [3] A. Pronzato: Le mille e una suora, Gribaudi, Torino, 1968.
    Suggeriamo di integrare la lettura di questo studio con le conclusioni significative di una inchiesta «Le ragazze d'oggi di fronte alla vita di clausura», riportata in «Ancilla», 30 marzo 1969, n. 13 (n.d.r.).


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