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    (NPG 1969-11-81)

    Ritratto dei giovani francesi

    Ripensando ai fatti di maggio dell'anno scorso, uno dei primi interrogativi che si presentano è: fino a che punto i protagonisti erano rappresentativi della gioventù francese? Erano una élite di avanguardia o un gruppetto di estremisti arrabbiati?
    A queste domande hanno cercato di rispondere due settimanali parigini, L'Express e La Vie catholique. I risultati più significativi delle loro inchieste sono stati riportati da Dimensioni-Oggi (Via Maria Ausiliatrice, 32 - Torino) nel numero di giugno 1969 (Carlo Fiore, «La "nouvelle vague" 1969», pag. 48).
    Cominciamo da L'Express. La sua inchiesta (affidata, come quella del settimanale cattolico, all'IFOP, l'Istituto Francese di Opinione Pubblica) riguarda gli aspetti sociali e politici del mondo giovanile francese.
    Prima domanda: «Siete felici?». Il 35% ha risposto «molto», il 54% «abbastanza» e solo il 9% «poco». Le componenti di questa felicità sono varie e disparate: è in testa l'avere un lavoro o una professione gradita (98%); seguono a ruota un bell'appartamento, amici, possibilità di continuare ad istruirsi, avere bambini solo quando si vuole, prendere parte agli avvenimenti, avere tempo libero per gli svaghi, viaggi, macchina, non prendersela troppo per gli altri. Finale a sorpresa: solo il 36% indica come causa di felicità l'essere sposati. Nel complesso, nonostante varie voci contrarie, si ha l'impressione che dalla massa, la società dei consumi non sia così disprezzata e contestata come sembra. Tant'è vero che alla seconda domanda («Vi sentite liberi?») la stragrande maggioranza ha dato risposta affermativa, anche se il grado di questa libertà varia a seconda dei vari settori. La vita privata è quella in cui la libertà è maggiore, quasi totale: nei rapporti con i genitori (85%), nel modo di occupare il tempo libero (80%), nelle relazioni amorose (78%), nella possibilità di acquisti (71%). Maggior limitazione si avverte nella vita sociale (solo il 64% ha detto di essere libero nella scelta della carriera); e la libertà diminuisce ancora quando si entra nella politica: il 58% soltanto si sente veramente libero in questo campo. Ad una ulteriore richiesta: «Sentite di avere una certa influenza sui destini della Francia o avete al contrario l'impressione di essere in balia degli avvenimenti?», il 32% ha risposto positivamente, mentre il 62% ha detto no.
    Altro tema di rilievo: l'amore. Una domanda che pecca di genericità («L'amore ha importanza?»: ma non si specifica che cosa si intenda per amore) ha avuto risposte diverse da quelle che forse ci si aspettava. Solo il 56% (e più precisamente il 67% delle ragazze e il 45% dei ragazzi) attribuisce «molta» importanza all'amore. Il 27% gliene attribuisce «abbastanza», e il restante 17% si distribuisce tra «poco», «niente», «non so».
    Una domanda interessante: «La fedeltà in amore vi sembra essenziale?» ha ottenuto l'86% di risposte positive. La spiegazione non sembra molto difficile: i rapidissimi cambiamenti che avvengono sotto i nostri occhi ci rendono insicuri: l'unità più stretta della coppia diviene uno dei pochi fattori di sicurezza di fronte alla prospettiva di un mondo sempre più tumultuoso.
    Ciononostante, il mondo attuale è accettato con molto entusiasmo. Alla domanda «È una fortuna o una sfortuna vivere nell'epoca attuale?», l'80% delle ragazze e il 71% dei ragazzi ha risposto di sì, con una percentuale complessiva del 77%. Interessante il confronto con i dati di una inchiesta promossa nel 1957 sempre da L'Express: ad una domanda analoga, le risposte affermative erano state solo il 53%.
    Tralasciando varie altre domande di interesse più particolare, veniamo a due domande conclusive.
    «C'è qualcosa per cui rischiereste la vita?». Sì: 58% contro il 41% del 1957. L'elenco dei valori per cui sacrificarsi è molto significativo: per la famiglia, per difendere moglie e figli 52%; per il proprio paese 20%; per cambiare la società attuale 10%. Da notare che anche la libertà rimane per molti un valore che merita il sacrificio della vita.
    «Chi può contribuire di più al progresso dell'umanità?». La risposta è ovvia, per una generazione cresciuta in un'epoca di trionfo della scienza e della tecnica. Infatti il 72% delle preferenze va agli scienziati; seguono insegnanti ed educatori (56%, contro il 66% del 1957), politici (40%), economisti (26%), preti di tutte le religioni (16%), artisti (14%), e, fortunatamente ultimi, i militari, con un magro 6%.
    ***
    L'altra inchiesta, promossa da La Vie catholique, riguarda invece il mondo religioso dei giovani francesi. Due sono le linee essenziali che ne emergono: il calo della pratica religiosa e un progresso della fede. Sono dati ottenuti confrontando l'inchiesta di quest'anno con una analoga iniziativa promossa nel 1959 dallo stesso giornale.
    Alla domanda «Andate regolarmente in chiesa?» solo il 23% ha dato risposta affermativa, contro il 37% di dieci anni fa. La causa di questo calo pare vada ricercata nel comportamento dell'elemento femminile: infatti le ragazze hanno avuto una diminuzione dell'11%, contro un 2% da parte dei ragazzi. Il fenomeno è comprensibile se si pensa al forte progresso che ha registrato in questi ultimissimi anni l'emancipazione femminile: «Le ragazze hanno scoperto che cosa significhi autonomia e libertà: e questo ha rimesso in discussione tutto, i rapporti familiari e sociali, la stessa vita religiosa... La fede si è fatta più genuina, più autentica. I gesti di fede che non si integravano nella vita sono quindi caduti come foglie secche» (Carlo Fiore, art. cit.).
    Parallelamente a questo, si nota però che in dieci anni la fede dei giovani francesi è progredita. Prendiamo in esame due domande più significative.
    Prima domanda: «Credi in Dio?»: 81% di sì (1956: 72%).
    Seconda domanda: «Credi in Cristo?»: 72% di sì (1956: 52%).
    Interessante è osservare il variare delle percentuali a seconda degli strati sociali: i contadini si sono mantenuti sull'87%; gli studenti universitari sono calati dal 71% del 1959 al 60% di questo anno; gli operai sono invece saliti dal 53 al 74%. Perché queste diverse variazioni? Nelle università «si punta sempre meno all'accumulo di nozioni e più alla formazione dello spirito critico. Soprattutto con la contestazione, gli universitari hanno rimesso in discussione tutti i quadri di valori ereditati dal passato, fede compresa» (Carlo Fiore, art. cit.). Mentre, per l'ambiente operaio, hanno giocato a favore due fattori: il maggior interesse della Chiesa per gli operai (preti-operai, Missione-operaia, JOC...) e il prolungamento della scuola d'obbligo fino ai 16 anni, che permette al ragazzo di entrare in contatto con un numero maggiore di assistenti, sacerdoti, gruppi giovanili, eccetera.
    C'è ora da domandarsi il perché di questo divario tra fede e pratica religiosa. La risposta va cercata nell'inadeguatezza della liturgia, così come è normalmente svolta a livello parrocchiale: «Il modo di partecipazione alla messa, ad esempio, li lascia freddi, indifferenti, è scostante. (I giovani) parlano invece con entusiasmo di messe celebrate nelle varie comunità giovanili, messe cariche di vitalità e di dinamismo, dense di autenticità, ricche di riflessi sulle situazioni più drammatiche del mondo» (Carlo Fiore, art. cit.).
    * * *
    In conclusione, la risposta alla domanda iniziale sembra propendere per la prima alternativa: le caratteristiche emergenti dalle due inchieste – anelito a una maggior libertà e autenticità in tutti i campi, ottimismo sulla società attuale e futura, maggior apertura verso gli altri, desiderio di assumersi le proprie responsabilità – non ci sembrano molto lontane nella
    sostanza dalle aspirazioni degli studenti delle barricate di dodici mesi fa. Unico punto di divario potrebbe essere una aspirazione ad un maggior benessere, secondo gli schemi della società dei consumi: ma bisogna notare che questo è visto molte volte non come un fine, ma come possibilità di sviluppo ulteriore della propria persona.
    (Umberto Bardella)

    Una catechesi prebattesimale svolta dai giovani nelle famiglie

    Tante volte, per i genitori, portare il figlio in chiesa per il battesimo equivale a una «dichiarazione d'anagrafe». Lo si fa perché si è sempre fatto così, per abitudine, per «non essere da meno» degli altri, per pressione sociale. Unica preoccupazione è di sapere «quanto costa» quel battesimo. Ne nasce è ovvio un vero problema di coscienza per i pastori d'anime: come si può chiedere ai padrini quello che si è certi che quei genitori non daranno? Nell'intenzione di risolvere questa situazione, che riguarda tutta la comunità parrocchiale e quindi ecclesiale, è sorta una nuova e interessante iniziativa in una parrocchia operaia alla periferia di Bologna, S. Domenico Savio.
    Un gruppo di catechisti, composto di giovani, ragazzi e ragazze e anche da qualche coppia di sposi, si sono impegnati a visitare le famiglie i cui genitori avevano chiesto di far battezzare i loro figli, tentando di sensibilizzarli al significato del battesimo e agli impegni che essi si sarebbero assunti con quel sacramento.
    L'incontro avviene in casa e si superano così le difficoltà che potrebbero sorgerne chiamando in parrocchia i genitori (orari, lavoro, lontananza ecc.).
    l giovani che si sono impegnati in questa forma di evangelizzazione si trovano in stato di missione permanente. Ciò richiede una seria preparazione sul piano biblico, teologico, psicologico e umano. È una carica continua che esige un ripensamento delle proprie convinzioni, un aggiornamento sui grandi temi dibattuti in ogni momento e soprattutto una testimonianza di vita.
    Dai vari incontri dei giovani con le famiglie sono emersi tutti i problemi della catechesi per adulti: difficoltà di linguaggio, divisione fra religione e vita, religiosità di convenienza, un misto di tradizionalismo e di superstizione, la barriera della superficialità, la incredulità... Durante gli incontri parrocchiali dei catechisti stessi si sono invece evidenziati altri aspetti: per esempio la presa di coscienza di questi giovani dei loro impegni battesimali, riuscendo a comprenderne l'enorme importanza tanto da entrare in «crisi» loro stessi. «Come si fa a parlare di cristianesimo quando noi siamo così poco cristiani? – si chiedeva un giovane catechista – Come si può parlare del vangelo che si conosce così poco e non si vive?».
    Altri hanno costatato che uno o due incontri domiciliari non bastano per i genitori. Sarebbe necessario o impegnarli per una catechesi più seria in casa, oppure indurli a partecipare collettivamente a qualche breve corso in parrocchia.
    Tali iniziative sarebbero portate avanti meglio qualora la data del battesimo fosse fissata, nei casi ordinari, in un solo giorno del mese per offrire più occasioni d'incontri prima della sua celebrazione.
    (Ancilla)

    Violenza e pornografia

    Nel mese di maggio dello scorso anno l'Associazione Maestri Cattolici di Ancona e Falconara, in collaborazione con l'Ufficio Catechistico Diocesano, ha condotto a termine un'inchiesta sulla stampa letta dai ragazzi di quarta e quinta elementare. L'inchiesta ha riguardato un totale di ben 3059 alunni. Svolta nelle singole classi per mezzo di un modulo estremamente semplice che dava possibilità a ogni piccolo inchiestato di esprimersi con tutta sicurezza, si basava però su domande che permettevano al ricercatore un giudizio conclusivo molto obiettivo. Il primo spoglio veniva fatto dallo stesso insegnante di classe, che poi inviava il tutto ai vari circoli dell'Associazione, che, a loro volta, raccoglievano i totali per inviarli al centro diocesano.
    La lettura del cospicuo materiale ha richiesto molto tempo, e solo nello scorso mese si è potuto offrire all'opinione pubblica un quadro completo del sondaggio.
    Ed è qui che sono cominciate le sorprese di chi forse non riusciva nemmeno a sospettare l'ingente quantità di stampa ingurgitata di nostri ragazzi.
    Sono numerosi i bambini che giungono a leggere fino a trenta giornaletti alla settimana. In media dall'inchiesta appare che ogni alunno legge settimanalmente ben sette pubblicazioni, che riesce a procurarsi soprattutto mediante assidui scambi. Infatti la spesa dei ragazzi non supera le 250 lire a testa, che vengono però sfruttate con prodigiosa facilità. È immaginabile come, all'atto dello scambio, i piccoli lettori debbano anche scambiarsi impressioni e giudizi, che non dovrebbero essere la parte minore del danno che si causano reciprocamente. Nessuno infatti s'era mai potuto illudere che i ragazzi si scambiassero tra loro solo quella stampa che è programmata per loro. Basti dire che 2.196 ragazzi, pari al 71,10%, leggono frequentemente i cosiddetti fumetti per adulti, dove la pornografia e la violenza sono profuse con una esasperazione da anormali. Ed è su questi prodotti che i ragazzi scambiano le loro impressioni...
    Perché non restino dubbi sulla qualità della merce consumata, basta la graduatoria delle preferenze con cui i ragazzi hanno indicato il loro eroe prediletto: in testa a tutti Diabolik, seguito a una certa distanza da Kriminal; già meno amati sono Satanik, Sadik, Teddi Bob, Isabella, Killing.
    Le motivazioni addotte a giustificare le «mostruose» preferenze, sono riuscite di una gravità deprimente: «Mi piacerebbe essere Kriminal, perché è un eroe e uccide senza pietà». «Vorrei essere Diabolik perché ruba gioielli e soldi, senza essere preso dalla polizia». «Mi piace vedere Satanik quando strozza la gente». «Mi piace Kriminal perché uccide tante persone, vorrei sempre fare quello che piace a me». «Vorrei imitare Play-boy, perché sta nel letto con le donne nude». «Vorrei imitare Goldraik e Casanova, perché sono dei seduttori». «Mi piace Sexibel perché ci sono molte donne nude». «Mi piacciono Kriminal e Diabolik perché hanno la Jaguar e fanno molte rapine alle banche». «Mi piace Isabella perché fa l'amore e si spoglia davanti agli uomini».
    Nell'elenco della stampa usufruita dai ragazzi, va aggiunto anche il titolo del settimanale letto dal padre o dalla madre: per cui molti ragazzi conoscono
    ABC o Intimità, Playmen, Playboy, Playgirl, Eva, Ciao Big, ecc.
    (Ancilla)

    La stampa e la crisi della gioventù

    Dall'«Avvenire» riportiamo il resoconto di Paolo Emilio Widar, sul congresso tenutosi a Bruxelles sull'atteggiamento della stampa dei sei Paesi della Comunità Europea di fronte alla crisi della gioventù.
    Cinquanta i giornalisti rappresentanti di quotidiani e delle stazioni radiotelevisive più autorevoli dell'Europa continentale. Molti organi di stampa, a detta dei relatori, hanno recepito tardivamente i significati più profondi della rivolta giovanile e quando li hanno compresi, per ragioni diverse hanno in un modo o nell'altro tentato di strumentalizzarla. Merito della contestazione appare dunque anche quello di aver portato alla ribalta il grosso problema della libertà di stampa e di quella di espressione. Significativi in questo senso i rapporti delle delegazioni italiana e francese.
    Per la stampa cattolica è apparsa subito chiara una accettazione delle punte più ragionevoli della contestazione, quelle riformistiche e comunque portatrici di esigenze di rinnovamento sociale per passare alla condanna di estremismi violenti e rivoluzionari.
    Le conclusioni pratiche più salienti scaturite dal congresso possono riassumersi globalmente nella necessità che tutti gli altri paesi della Comunità, seguendo l'esempio dell'Italia e della Francia, costituiscano delle associazioni nazionali di giornalisti che si occupino dei problemi della gioventù.
    Il fondamentale problema dei giovani, infatti, è strettamente collegato al problema della stampa.

    7000 minorenni fuggiti di casa, nel 1968 in Italia

    Circa 7000 minorenni si sono allontanati da casa nel 1968. Circa quattro ragazzi su 10 mila, cioè, fuggono da casa ogni anno; di questi circa 390 si sono allontanati da casa per la seconda o terza volta. Ciò risulta dai dati elaborati dalla divisione politica amministrativa della direzione generale della P.S. Il 63 per cento dei «fuggitivi» è costituito da ragazzi, il rimanente 37 per cento da ragazze. Classificando per età, il 41,36 per cento è costituito da ragazzi dai 14 ai 18 anni, il 24 per cento da ragazze della stessa età; il 16,02 per cento da ragazzi di età inferiore ai 14 anni e il 7,6 per cento da ragazze della stessa età; il 6,65 da ragazze con età superiore ai 18 anni e infine il 5,42 per cento da ragazzi della stessa età.
    Se si analizzano i motivi che spingono i giovani alla fuga si nota che per quanto riguarda i ragazzi, il 39 per cento delle fughe sono dovute a «spirito di avventura»; il 33 per cento a dissapori di carattere familiare; il 2,2 per cento a motivi di «cuore»; il 2,3 per cento a cattivi risultati scolastici, e i rimanenti a motivazioni diverse. Per quanto riguarda invece le ragazze le fughe sono dovute per il 20 per cento a «spirito d'avventura»; il 30 per cento a motivi di carattere familiare; il 21 per cento a motivi amorosi e l'1,3 per cento a cattivi risultati scolastici.
    Per quanto riguarda quest'ultima voce, va notato che i ragazzi che si allontanano per paura di affrontare i genitori in seguito a un cattivo voto o a una brutta pagella sono di solito i più giovani, cioè quelli di età inferiore ai 14 anni. Per quanto invece riguarda i motivi di carattere amoroso va notato che essi riguardano particolarmente i giovani di età superiore ai 18 anni e in maniera particolare le ragazze. I giovani fuggitivi che si allontanano da casa rientrano in famiglia in massima parte (70 per cento) entro cinque o sei giorni dalla fuga.
    (da «La Gazzetta del Popolo»)

    Sul Servizio Nazionale della Gioventù

    Aldo Notario firma l'editoriale della rivista «Stadium» (n. 12 - Luglio), il cui titolo «I giovani non appartengono a nessuno» dà subito una idea chiara in tema di politica giovanile.
    Egli afferma che il termine «Servizio» che si è voluto usare nel prevedere un organismo nazionale che si occupi di giovani, indica la volontà di non creare un'organizzazione nazionale giovanile (che in un paese democratico sarebbe anacronistica ed assurda) ma di predisporre dei servizi articolati perché i giovani possano liberamente organizzarsi senza ipoteche ideologiche e strumentali. I giovani – continua l'articolista – hanno colto per primi il «segno dei tempi» di un nuovo umanesimo che il Concilio Vaticano II ha chiaramente indicato laddove afferma che «si sviluppa sempre più il senso dell'autonomia e della responsabilità, cosa che è di somma importanza per la maturità spirituale e morale dell'umanità».
    Quindi i giovani non vogliono più essere «proprietà» di nessuno, vogliono altresì essere «soggetti» e non più «oggetti» delle strumentalizzazioni o delle provvidenze altrui.
    (Gioventù Italiana)


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