(NPG 1969-05-92)
Che cosa cerca il Movimento Studentesco?
La Domenica del Corriere (11 marzo 1969) riporta il testo di una intervista fatta a Mario Capanna, lo «studente universitario che ha un ruolo di primo piano nelle cronache della contestazione». Da queste pagine, molto interessanti, per la profondità delle valutazioni e per l'attualità dei temi, riportiamo la risposta dell'intervistato, alla domanda: «Chi siete e che cosa volete, voi del Movimento Studentesco?».
C'è un fatto evidente: la realtà di un movimento studentesco. Esso sorge in un certo momento dello sviluppo storico, e non dieci anni fa o tra dieci anni. Sorge in seguito all'acuirsi di una serie di contraddizioni che si sono prodotte all'interno dei più vari sistemi sociali, in Europa come in America, nei Paesi dell'Est come in quelli del terzo mondo. Non a caso esso nasce nel momento in cui assistiamo alla grande rivoluzione culturale cinese, alla morte di «Che» Guevara in quel contesto politico ben preciso, alla scomparsa di Camilo Torres. Soprattutto il movimento nasce a fianco del Vietnam.
Il movimento nasce non tanto come movimento di contestazione universitaria, per un miglioramento della scuola, bensì come un movimento che dalla scuola prende immediatamente consapevolezza dei problemi sociali, di sfruttamento e di alienazione che ci sono.
Facciamo un'analisi dell'università. Noi diciamo che essa è classista per due motivi: primo perché esclude da sé la stragrande maggioranza della popolazione giovanile (nel sistema sociale in cui viviamo l'85 per cento della popolazione universitaria proviene dalle classi agiate, il 15% dalle classi subalterne, di cui solo l'8 per cento proviene da contadini ed operai. Ciò significa che all'università si ha il rovesciamento esatto di quella che è la situazione nel Paese); secondo perché alleva in modo classista quella parte di studenti che vi entra. Vi si insegna, infatti, soprattutto con criteri atti ad imparare a ubbidire oggi per comandare domani. L'esame è una forma di imposizione, lo stesso la lezione cattedratica.
Ma c'è un terzo punto per cui l'università è classista: perché abitua soltanto alla conoscenza teorica, non alla conoscenza dialettica, fatta di elaborazione teorica e insieme di esperienza pratica. Per conoscere il mondo bisogna viverci dentro. Io studio filosofia e l'università può consentirmi di conoscere tutto, dal primo all'ultimo filosofo. Ma quando anche avessi capito tutto questo non avrei ancora capito il mondo. Il mondo vive nelle fabbriche, vive nelle campagne, nella produzione, nei mass-media, che sono il complesso degli strumenti usati per il passaggio delle informazioni dalla televisione all'ultimo dei giornali di provincia, al volantino, al megafono che serve per un comizio volante.
L'università di oggi è funzionale al sistema: alleva dei cuccioli che siano in grado di perpetuare il sistema. Gli studenti si sono resi conto che per cambiare qualcosa occorre contare, cioè avere forza, cioè potere. Quindi si sono autorganizzati, donde le assemblee. Si sono resi conto che una radicale trasformazione dell'università è impossibile senza un analogo e contemporaneo radicale mutamento del sistema sociale: ecco il binomio «contestazione globale», e subito dopo rivoluzione. Cioè rovesciamento dei rapporti di potere cioè abbattimento del capitalismo. Ecco perché è stupido chi si chiede: ma che cosa c'entrano i contatti tra studenti e operai? C'entrano. Perché se è vero che il problema di fondo è uno solo, cioè fare la rivoluzione, in quanto essa è l'unico strumento valido per mutare radicalmente i rapporti di potere, significa che gli studenti non potranno mai farla da soli, ma solo insieme con gli operai, con i contadini, con il ceto medio che si sta proletarizzando.
Per cui esigenza del Movimento Studentesco è quella di operare per contribuire all'allargamento del fronte di lotta, unendosi quindi a tutte le forze antagoniste al sistema per porre insieme ad esse le basi per l'organizzazione rivoluzionaria. Allora bisogna portare avanti una demistificazione il più possibile allargata usando tutti quanti gli strumenti, dal volantino al comizio volante, alla contestazione alla Scala, alla battaglia contro la polizia, al blocco delle università. Il fine è di arrivare a una società dove ci siano diversi rapporti di potere, dove non ci sia una classe, quella borghese, che attraverso mille strumenti, ad esempio il Parlamento, i mass-media, i ricatti quotidiani, sfrutta un'altra classe, ma dove invece il potere sia effettivamente nelle mani di chi, lavorando, trasforma il mondo.
Una mozione degli orientatori vocazionali
Un ampio dibattito sulle vocazioni religiose in riferimento alle problematiche insorgenti dall'attuale momento storico si è svolto i giorni 8 e 9 gennaio a Triuggio (Milano) tra orientatori vocazionali, i loro superiori e i responsabili della formazione religiosa dei vari istituti, sotto la presidenza della CISM d'Alta Italia, rappresentata dall'abate Filiberto Ilari.
Esaminati gli aspetti critici della situazione e messi a punto i fondamenti teologici e pastorali della vocazione religiosa e dell'orientamento vocazionale, l'assemblea ha concluso i lavori con la seguente mozione:
«Vagliati attentamente i principali problemi di fondo imposti alla vita religiosa dall'ora attuale, il convegno
1. riafferma la perenne validità della vita religiosa che, quale stato di professione dei consigli evangelici per la perfezione della carità, «è un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva» (LG 43, 402) come dote personale affidatale da Cristo e come segno profetico del regno dei cieli;
2. esprime ai vescovi il desiderio che il carisma della vita religiosa sia debitamente valorizzato e promosso in seno alle loro diocesi mediante un'armonizzazione pastorale adeguata alle indicazioni del concilio;
3. invita tutti i religiosi a unirsi strettamente nella carità con il Papa, vicario di Cristo, i loro superiori e tra di loro
– per accogliere questo dono con atteggiamento di gratitudine responsabile,
– per approfondirne il valore con serio ripensamento teologico alla luce della rivelazione e del magistero,
– per esprimere le ricchezze spirituali in termini di attualità, purificando il nostro modo di vivere dalle scorie caduche del passato e dalle contaminazioni sottili del presente, in modo che rifulga di limpida evangelità;
4. invita gli orientatori vocazionali a una chiara impostazione teologica ed ecclesiale della loro missione;
5. invita i responsabili del nuovo catechismo italiano a inserirvi una catechesi dell'orientamento, con una adeguata presentazione della vocazione religiosa nel contesto di tutte le vocazioni;
6. invita i giovani a prendere atto, nella propria scelta vocazionale, del carisma ecclesiale tipico della vita religiosa, esaminando attentamente se il Signore li chiami a questa ardua ma fecondissima testimonianza di amore per Cristo e la sua Chiesa, imitando più da vicino il modo di vivere di Cristo, Figlio di Dio» (LG 44, 406; 46, 412).
(Settimana del Clero)
I problemi dei giovani d'oggi nelle riflessioni di un Vescovo
La Rivista del Clero Italiano (marzo 1969) riporta un intervento interessante, chiarificatore ed autorevole, sui fermenti del mondo giovanile.
È una voce finalmente pacata ed ottimista. Per questo ne riportiamo la parte centrale.
I giovani d'oggi rivendicano un maggior rispetto e libertà nelle decisioni che riguardano la loro vita; essi reclamano una più attiva corresponsabilità alla edificazione di una società, di un ordine diverso dall'attuale; invocano, con uno slancio generoso, la realizzazione di una maggiore giustizia sociale, il superamento di privilegi, la ricerca di una pace vera e duratura; reclamano una Chiesa svincolata dalle ipoteche umane, una Chiesa che anche nell'aspetto esteriore sia più autentica, più povera, più semplice, più evangelica.
Chi potrebbe negare che queste rivendicazioni non possano rientrare in una visione umana e cristiana della vita e del mondo?
I giovani per la loro età e di conseguenza per la loro esperienza solo iniziale, sono spesso, nel loro procedere, astratti e forse unilaterali e sarà nostro compito di educatori e di formatori di coscienze aiutarli ad avvertire che insieme ai diritti che si reclamano ci sono sempre pure dei doveri da assolvere; che l'esercizio della libertà presuppone un alto senso morale e il rispetto di tutti i diritti altrui e dei propri doveri; che la protesta è vana se non è accompagnata da indicazioni concrete e da un impegno di disponibilità e di servizio; che la bontà delle loro aspirazioni non li esime ma li obbliga a trovare i modi di rivendicazione più corretti e non meno efficaci; che la violenza non risolve i problemi ma li aggrava provocando altre violenze; che infine il primato nella vita sociale spetta alla carità che è capace di rivelarsi testimonianza ed incarnazione dei più nobili ideali dell'uomo. La protesta giovanile di oggi ha pure un'anima cristiana ed anche nelle sue incomposte e talvolta violente rivendicazioni, nasconde il bisogno di contenuti e di valori di cui essa è alla ricerca. I giovani di oggi hanno bisogno di riscoprire i valori del cristianesimo dei quali intravedono, sia pure inconsciamente, la validità e la bellezza.
La carenza di grandi ideali e di grandi maestri ha forse favorito in loro la suggestione della protesta e della violenza. Noi dobbiamo dare ai giovani di oggi «il senso religioso» della vita che li aiuti a convincerli che il rapporto con Dio è fondamento insostituibile di ogni autentico rapporto umano; che Dio è «Colui che libera» l'uomo da ogni legame, da ogni debolezza, da ogni servaggio; che la libertà di cui essi sono tanto gelosi non può venire che da Dio; che il Cristianesimo non comporta affatto – come va dicendo qualcuno dei loro presunti maestri – la negazione dei valori umani e come invece esso rappresenti ed attui quell'«umanesimo plenario» che porta l'uomo a realizzare tutta la sua dimensione umana e divina; che la solidarietà che essi cercano come valore irrinunciabile deve essere alimentata dalla carità che ha in Dio la sua fonte e che Cristo ha manifestato al mondo.
(Mons. Enea Selis)
Dare fiducia ai giovani
Con questo titolo, Remigio Cavedon affronta su Il Popolo il problema della contestazione giovanile.
La contestazione è diventata un problema sociale e politico sia che venga espressa dagli studenti o dagli operai, sia che appaia come forma di dissenso all'interno di organismi fino a ieri ritenuti monolitici.
La contestazione – afferma Cavedon – dal momento in cui si è espressa, è stata oggetto, da una parte, di precisi attacchi, dall'altra, di tentativi di aggancio e di strumentalizzazione in sede politica. Sgombrando il campo dai molteplici equivoci cui la contestazione si presta, sembra che la componente essenziale che anima la contestazione stessa sia la condanna che essa esprime di ogni tipo di organizzazione della società e dei partiti, compresi quelli della opposizione, e del loro modo di porsi di fronte alla realtà italiana.
Ci sono nell'aria molti segni che fanno capire che la società cambia radicalmente, che esige rapporti diversi fra direzione politica e paese reale; e proprio per questo l'attenzione dei politici si fa più acuta e più operante.
L'on. Mariano Rumor nelle sue dichiarazioni programmatiche ha auspicato un dialogo franco e aperto chiedendo soprattutto ai giovani di «assumere, senza nulla perdere della loro carica ideale e di novità, un atteggiamento di corresponsabilità e di partecipazione nei confronti del Paese». Rumor ha chiesto ai giovani di guardare avanti e prepararsi per continuare l'opera della generazione che guida il paese con l'impegno di rinnovarla e migliorarla.
E un invito carico di fiducia, e i giovani dovranno porre il proprio impegno per tradurre in atto tante comuni speranze. Lo stesso Rumor, parlando il 9 marzo a Verona, all'inaugurazione della Fiera, ha affermato categoricamente:
«Saremmo davvero miopi se non cercassimo di intendere e di apprezzare quanto vi è nei giovani di avvenire e non cercassimo di secondarlo – per quanto è possibile e giusto – quando si esprime in istanze di rinnovamento anche profondo.
Saremmo altrettanto colpevoli se non rifiutassimo con pari decisione il tentativo di distorcere il metodo del rinnovamento coraggioso ma democratico con quello della violenza, se non ci opponessimo alla tentazione dissipatrice della protesta irrazionale, tanto più eversiva quanto più confusa e inconcludente».
I GIOVANI
MANTENGONO GIOVANE LA CHIESA
I giovani sono degli strumenti segnalatori delle correnti del pensiero, della letteratura, del costume, del linguaggio, della politica...
E la segnalazione di tale fenomenologia spirituale e sociale, identificata nell'anima giovanile, è utilissima al pastore di anime, all'educatore, che vi ravvisa l'elemento condizionante del suo ministero.
La gioventù offre così alla Chiesa il campo sperimentale della efficacia, vale a dire della attualità, della modernità della sua azione salvatrice, in un dato ambiente sociale e in un dato ambiente storico.
Paolo VI
(5 nov. 1968)

