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    I giovani: il nostro peccato originale



    Michele Mouillard

    (NPG 1969-12-36)

    Ci si dirà che noi prendiamo sempre le difese dei giovani.
    È senza dubbio il peccato originale dei Salesiani ed è un po' il cattivo esempio che ci ha dato Don Bosco!
    Come Gesù: «I discepoli rimproverarono questi giovani. Gesù, vedendo ciò, si indignò...» (Mt 10,13-14).
    «Quando ogni giorno si vede la sofferenza di tanti giovani, ci si può impedire di lottare per un mondo meno crudele?», è stato scritto.
    Crediamo, in tutta umiltà e disponibilità, che la nostra missione sia di essere una specie di coscienza pratica dei giovani, specialmente di quelli poveri e abbandonati.
    Per questo, dal Dossier P.G., ospitiamo l'articolo di M. Mouillard, lucido e stimolante a far convergere il nostro sguardo – così spesso stanco e abbuiato – verso il mondo dei giovani.

    I GIOVANI SENTONO L'ANGOSCIA DELLA PACE

    I giovani americani bruciano le cartoline-precetto per il Vietnam... I giovani francesi strappano il libretto militare per protesta contro l'atomica... Gli obiettori di coscienza, in tutti i paesi del mondo, rifiutano di prestare il servizio militare... I manifestanti sfilano per domandare ai governi «Un giorno di guerra per la pace».
    È vero! Molti uomini e donne e le masse giovanili hanno un senso vivissimo della pace. E in questo quadro generale, di un gruppo di uomini che si impegnano con coraggio per formare l'opinione pubblica, per creare le condizioni più favorevoli per la pace, c'è ben posto anche per gesti profetici come quelli di cui abbiamo parlato sopra...
    Ricordiamo l'appello per la «Giornata internazionale della Pace» del 1 gennaio che il Papa ha lanciato per mezzo del «Consilium de Laicis». È una iniziativa in perfetto accordo con gli indirizzi conciliari. Leggiamo qualche passo della Gaudium et Spes, e vedremo che educare i nostri giovani a questa ricerca perseverante e coraggiosa della pace è contribuire a rendere la Chiesa presente al mondo odierno.
    Il tema di questa giornata era stato concepito in stretto rapporto con il ventesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: lavorare per stabilirli e farli rispettare, ecco la via verso la Pace... In fondo, quello che i giovani contestano è il falso diritto che la società della produzione e dei consumi sembra essersi preso sull'Uomo e che porta proprio ad accantonare i veri Diritti dell'Uomo; che, ad esempio, tradisce i giovani orientandoli verso dei bisogni superficiali come la moda, i gadgets di ogni genere, i prodotti di lusso, le cose inutili e frivole, invece di spostare la loro attenzione verso i problemi e gli squilibri dell'umanità.
    I giovani hanno buon gioco quando ci rinfacciano: «La società così come esiste è tale e quale gli adulti che l'hanno creata...». «Gli idoli che vengono lanciati sul mercato del disco, a chi fruttano?... Le guerre che tuonano sullo schermo della TV o del cinema, non siamo noi che le abbiamo fatte, no?... Il confort, le macchine, il denaro... è vero, noi ne approfittiamo, ma chi li ha rincorsi, molto prima di noi?... L'erotismo della strada e del cinema, noi ne siamo le prime vittime. E il divorzio che devasta le famiglie, credete che noi non ne soffriamo?». In fondo, essi non hanno il diritto di ribellarsi, se la società si è presa il diritto di alienarli?
    E l'indifferenza di troppi adulti cristiani di fronte ai problemi vitali della pace non può che scandalizzare profondamente i giovani... Essi considerano ipocrita una Chiesa che non volesse impegnarsi, per mezzo di coloro che si proclamano suoi seguaci, contro la complicità universale nel genocidio dei negri del Sudan da parte degli arabi di Kartoum, l'interminabile dramma vietnamita, i massacri e la fame nel Biafra, l'occupazione russa della Cecoslovacchia, l'oppressione di milioni di Latino-Americani da parte di sparute minoranze, l'egoismo delle grandi nazioni occidentali che hanno fatto fallire la conferenza economica di New Delhi, per citare solo alcuni fatti attuali, che attentano direttamente ai sacri Diritti dell'Uomo. Mentre i cristiani, che uniti e con la forza del loro numero e della loro posizione (sono molti i Capi di Stato che si proclamano seguaci di Cristo!) potrebbero svolgere un'azione efficace, praticamente avallano, agli occhi dei giovani, la politica degli armamenti, un nazionalismo e uno sciovinismo che, troppo sovente anche da parte dei cristiani stessi, trovano un appoggio molto più grande della lotta per la pace nella giustizia...
    «È a questo ideale, a questa visione di fraternità e di sviluppo umano che la nostra comunità spirituale desidera consacrarsi, con l'aiuto di Dio. Noi esprimiamo la nostra profonda gratitudine all'UNESCO che ci dà questa occasione di collaborare al suo programma futuro». Quando la Chiesa, per bocca del suo rappresentante ufficiale, nella XV Sessione Generale porta così il suo appoggio ai piani dell'UNESCO, allora per i giovani ci sono veramente delle possibilità di «ritrovarsi» in essa! Noi sappiamo quanto essi siano sensibili alle grandi correnti di giustizia, di solidarietà, di sviluppo, di promozione... che formano la nervatura della loro «Internazionale».
    Essi vogliono – con la foga e gli scossoni incresciosi e inevitabili delle recenti agitazioni in tutti i punti del globo: Brasile, Giappone, Cecoslovacchia, Roma, USA, Parigi o Messico – il diritto alla vita, il diritto alla non-discriminazione, il diritto di raggiungere la vera cultura, il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alle responsabilità della comunità, il diritto all'informazione oggettiva e alla libera espressione delle opinioni, il diritto di immigrare o di emigrare...

    IL COMPITO DI NOI EDUCATORI

    Certamente – e i giovani meno di ogni altro si accontentano di Dichiarazioni, soprattutto da parte degli adulti – noi, come educatori cristiani, dobbiamo esaminarci su quello che facciamo per essere costruttori di pace, per essere presenti e attivi, per partecipare alle grandi correnti salubri e purificatrici che dovrebbero irrigare il mondo in misura molto maggiore.
    Insomma, questi famosi Diritti dell'Uomo vorremmo vederli applicati molto di più, e bisogna che ciascuna delle nostre attività educative sia un luogo in cui si preparano, nella verità, uomini e donne, la cui prima necessità vitale, nell'ordine dei valori, domani, sia il rispetto di questi diritti. Non è per questo che Cristo è morto?
    L'OIEC (Office International de l'Enseignement Catholique), che raggruppa le associazioni nazionali delle scuole cattoliche di 89 paesi e rappresenta 40 milioni di allievi con i loro genitori e i loro insegnanti, nella VII Assemblea Generale, riunita a Madrid nel maggio-giugno 1968, ha votato due mozioni. Ne presentiamo una, la cui importanza non ci sfuggirà, e che soprattutto non sfuggirebbe a nessuno se fosse vissuta fino in fondo:

    «Cosciente delle responsabilità che gravano sulla Scuola per l'avvenire del mondo,
    cosciente della solidarietà che impegna la Scuola Cattolica nello sforzo mondiale di educazione e di sviluppo, in armonia con le Organizzazioni Internazionali che perseguono questi obiettivi,
    l'Ufficio Internazionale dell'Insegnamento Cattolico, fedele agli orientamenti della Chiesa in materia di educazione, e particolarmente alle direttive pastorali e sociali della Costituzione Gaudium et Spes, della Dichiarazione Gravissimum Educationis e dell'Enciclica Populorum Progressio, invita insistentemente le scuole cattoliche ad assumersi le responsabilità che loro spettano:
    • eliminando ogni passività e deficienza, al fine di rispondere positivamente alle esigenze della società contemporanea;
    • mettendo risolutamente al primo posto le necessità dei più diseredati, di coloro che hanno più difficoltà a realizzare le loro legittime aspirazioni;
    • associandosi alle aspirazioni dei giovani che vogliono un mondo più giusto, guidandoli ed aiutandoli a partecipare alla sua costruzione;
    • mirando a costituirsi in "Comunità educative" dove direttore, insegnanti, genitori ed allievi siano effettivamente associati, ciascuno col suo apporto specifico, per preparare e rendere operativa la funzione educativa della comunità scolastica».

    Questo testo è senza dubbio pervaso da profonda ispirazione, da qualcosa che se ne ride delle frontiere, qualunque esse siano, e che interessa il giovane africano come il giovane giapponese o il giovane occidentale. Ci si rende conto che «non si possono più risolvere i problemi educativi nel quadro sorpassato della nazione – e uno dei limiti dell'educazione deriva dal fatto che essa si ostina ad essere su scala nazionale» (Jean Cardonnel).

    UNA LEZIONE PER CHI VUOL CAPIRE L'ANTIFONA

    I giovani, essi, hanno buttato all'aria le frontiere, senza tutti i nostri complessi... Sotto questa spinta, il mondo degli adulti ha tremato. I più consapevoli non si scandalizzano: si studia questo fenomeno... Noi siamo prontissimi a moltiplicare le grandi dichiarazioni, restando tuttavia poco disposti ad un cambiamento radicale. E invece bisognerebbe mettersi all'opera con impegno estremo!
    Nell'attesa, sono i giovani che spesso ci precedono, questi giovani che esigono esperienze di vita fraterna, di giustizia e di responsabilità.

    ♦ Rosita S., di Milano, ha passato quattro mesi, con un gruppo di altri 22 giovani, a Sucua (Ecuador), al servizio totale del paese. Essa ha anche deciso, con quattro suoi compagni, di restare per tutto il tempo che sarà necessario. Ecco qualche brano di una lettera inviata alla mamma:

    «Carissima mamma,
    oggi è morto un bambino che stavo assistendo io. Non ho potuto fare a meno di scriverti. Come è brutta la morte soprattutto in un bimbo. Dovevi vederlo con le braccia e le gambe ridotte alle sole ossa mentre la pancia era gonfia all'inverosimile. Era malato, ha sofferto molto ed io nelle ultime ore pregavo il Signore che lo facesse morire presto, perché non soffrisse così tanto. Mi guardava e mi tendeva la mano, aveva paura che anch'io lo lasciassi solo; un momento mi ha anche sorriso.
    Scusami, mamma, se ti dico queste cose, ma ho pensato a te. Mi capita spesso di pensare a te in questi giorni e ti sento molto vicina: non sento nostalgia né di te né della casa anche se stessi via da parecchio tempo perché tu sei qui a Sucua con me.
    Quando vado in qualche famiglia, quasi tutti i giorni, penso, prima di fare qualcosa: "Ecco, mamma faceva così, avrebbe usato questa cosa". Mi sento molto cambiata, un pochino invecchiata forse, ma sono serena, mi sento tranquilla anche.
    Tranquilla perché ho fatto una scelta, perché so che cosa farò nella mia vita da oggi in poi. Prima di partire, non so se te ne ho parlato, non sapevo ancora bene se quella che iniziavo era una cosa giusta, ma ora lo so. In questi mesi ho riflettuto parecchio su questa decisione e su tutta la mia vita. Mi fermerò per quanto tempo sarà utile che io mi fermi, mi capisci vero? Soffrirai un poco, ma sarai contenta anche tu, perché io lo sono. Sono sicura di questo perché anch'io ho sperimentato che la gioia deriva dall'altro, a cui si vuol bene, e tu ne vuoi tanto a me!...
    Comunque sto benissimo... Da quel lato non corro alcun rischio, ma anche se ciò fosse, non credo sia un buon motivo per fregarsene del povero. Cristo ce ne ha dato un esempio.
    Io lavorerò nella federazione, come contabile nella cooperativa e dovrò istruire una ragazza, perché poi lo faccia al mio posto...
    Ciò che è più importante è la continuazione del lavoro sociale iniziato nelle famiglie, con un gruppo di giovani del posto.
    Il Direttore della missione mi ha parlato di un gruppo di maestre che verranno fra una settimana da Quito e si fermeranno nella missione per tutto l'anno, credo che si uniranno a noi nell'opera sociale.
    I ragazzi che si fermano lavoreranno nella cooperativa del legno che sta già procedendo bene. Ora è in arrivo la sega-tronchi ed il capannone regalatoci da una ditta. Il mercato qui assorbe molto legname e gli alberi non mancano di certo. Questo ci permetterà di venderli a minor costo possibile. Ciò che si ricaverà servirà per vivere e per il mantenimento delle macchine. Ma l'importante anche per i giovani è il lavoro sociale e anche l'esempio di vita cristiana che stiamo dando».

    ♦ Quattro ragazzi e due ragazze francesi scrivono dall'India:
    «Ogni giorno, noi scopriamo un nuovo aspetto della miseria che opprime questo paese, nelle vie di Madras, nelle campagne circostanti...
    Certi spettacoli sono sconvolgenti: la nostra impotenza anche! Ora non potremo più nascondere il nostro egoismo e la nostra indifferenza dietro il paravento dell'ignoranza!...».
    I giovani hanno capito, forse meglio di noi, la parola del Cristo: «Sono venuto perché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza». Ed essi percepiscono che è necessario proclamare il messaggio del Cristo in tutta la sua integrità... Populorum Progressio, Pacem in Terris, Mater et Magistra, Gaudium et Spes, sono importanti come l'Humanae Vitae. «In realtà, la vita umana è senza soluzione di continuità: si ha il diritto di essere intransigenti sulla vita umana al suo nascere, solo alla condizione di essere inflessibili a riguardo della vita umana, di tutte le vite umane, nel loro sviluppo, nella loro crescita, nel loro progresso» (Jean Cardonnel).
    È per questo che dei giovani donano le vacanze o 2 o 3 anni della loro vita, nel proprio paese o all'estero, per incarnare la volontà di servire Gesù Cristo nei suoi poveri o per difendere la dignità della persona umana. I Diritti dell'Uomo, i princìpi dell'UNESCO, le Dichiarazioni... siamo noi a farle, ma spesso sono loro a viverle.
    Si dice che «contestano», ma non sanno cosa vogliono, che sono incapaci di indicare delle soluzioni di ricambio. È proprio così sicuro? Avrei voluto presentare qui, a titolo di esempio (perché ce ne sono molti
    altri!), un documento che è opera di un gruppo di giovani... seminaristi parigini, «contestatari». Sarebbe troppo lungo... Ma bisogna notare e riconoscere la grande lucidità e l'aspetto positivo, costruttivo. Sintesi di un lavoro realizzato da numerose commissioni, presenta una serie di costatazioni su diversi argomenti: – stile di formazione – metodi di insegnamento – controllo dell'insegnamento, ecc... e tutte sono seguite da numerose proposte concrete. Solo un estratto:
    «Noi pensiamo, scrivono, che il giudizio basato sul voto è un ostacolo al dialogo tra professori ed allievi e che sviluppa una corsa ai punti o alla media, e non il desiderio di conoscere;... che molti allievi e genitori si fermano al voto. Quest'ultimo non può dare un giudizio valido su un lavoro perché non tiene conto del valore personale dell'allievo...
    Noi proponiamo... di sostituire il libretto scolastico – che tiene conto solo dei voti – con osservazioni frequenti da parte del professore, e con un carnet di valutazioni che ogni mese diano un giudizio sull'allievo considerato non in rapporto ai suoi compagni ma in rapporto alle sue possibilità. Questo spingerebbe il professore ad interessarsi maggiormente dei suoi allievi...» e così di seguito.
    In definitiva, sono i giovani che ci cambiano!... I giovani di tutto il mondo sono inquieti e ci rendono inquieti. «I genitori più miopi... quelli più legati all'orizzonte immediato, sono obbligati ad aprirsi, ad interessarsi al mondo perché il figlio o la figlia o tutti e due sono inquieti» (Jean Cardonnel). Queste grandi inquietudini, queste grandi ondate di paura che corrono da un polo all'altro, da un meridiano all'altro; questi grandi avvenimenti che hanno lo stesso aspetto; questi grandi rivolgimenti che presentano radici e volto identico a Roma, a Manhattan, a Parigi, a Praga o a Tokio... si tratta di un mondo nuovo in gestazione!

    CAPIRE PER GUIDARE

    Il compito degli educatori è di esercitare una presenza reale, attiva e gioiosa, per mettere in luce i filoni validi, e non di tirarsi da parte e lasciarsi imprigionare in un sistema di valori che ormai si ispira troppo all'interesse sordido, al meccanismo del reddito spietato, alla corsa al confort e ai falsi bisogni... Accetteremo ancora per molto di essere i sostenitori del più gretto materialismo?... I giovani ci cambiano!... Anche gli hippies!
    Eh, sì! Al di là dei capelli fluenti, dei vestiti eccentrici, dei fiori dipinti sulla pelle e di tutto il resto, c'è una certa ricerca di un mondo da costruire sull'amore e non sulla guerra... Su questo punto noi siamo d'accordo, no? Ascoltiamo parlare gli hippies:
    • «Essere hip è essere prima di tutto un amico dell'uomo... qualcuno gentile e aperto, che evita di fare del male agli altri... un non-violento che rispetta e ama la vita...
    • Non decidere nulla al posto degli altri, rispettare l'integrità della loro personalità e accettarli così come sono, senza tentare di costringerli ad essere come li si vorrebbe: è questo l'amore vero, e non l'amore cieco ed egoista che è alla base dei conflitto tra le generazioni...
    • Non restituire un colpo è portare un po' di luce...
    • Noi non abbiamo scoperto niente di nuovo... Noi vogliamo avere il tempo per vivere ed amare. Quello che noi cerchiamo è il desiderio di tutti i giovani di questa generazione. Noi siamo tutti in marcia per fare lo stesso viaggio... È tempo di rileggere il Vangelo» (frasi raccolte dagli inviati di Paris-Match nei villaggi hippies d'America nel gennaio 1968).
    Chi l'avrebbe detto?
    Un giovane affermava: «Noi cerchiamo un'uscita, e anche questa ricerca è un soggetto di angoscia. In fondo, la nostra angoscia ha qualcosa di kafkiano, perché è circondata da rumori, da automobili e lavatrici...» (Michel).
    Noi non siamo così ingenui da canonizzare tutto quello che dicono, pensano e fanno i giovani. Ma bisogna darsi da fare, con loro, per liberarli – loro, e forse noi per primi – da questi idoli che sono il frigorifero, la macchina e le cose inutili... E può benissimo darsi che lo Spirito batta la strada dei giovani più sovente di quanto noi siamo senza dubbio portati a credere...


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