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    Due film sull'educazione sessuale



    Angelo Schwarz

    (NPG 1968-08/09-56)

    Finiti i tempi del western all'italiana e dopo il successo di Bonnie e Clyde, un nuovo filone cinematografico ha colto di sorpresa registi e produttori: i film di educazione sessuale. Il capostipite della dinastia, Helga, sta facendo le fortune della casa cinematografica che lo ha presentato in Italia, seguito a ruota da un altro, il cui successo si preannuncia egualmente interessante. Dopo la comparsa di Helga e Eva, la verità sull'amore, il mondo del cinema ha scoperto una vocazione «sua propria», per quanto concerne un certo tipo di discorso educativo, e per l'autunno ci sta preparando altri «pamphlets» dal titolo Helga e Michael, Helga e la rivoluzione sessuale e, tanto per finire, (almeno lo speriamo) Adamo e Eva. Per quanto riguarda il titolo di Adamo e Eva, vorremmo ricordare che non si tratta di un film biblico...
    Il cinema di educazione sessuale è l'avvenimento cinematografico dell'anno e, come tale, ha mobilitato il pubblico delle grandi occasioni: giovani e vecchi, uomini e donne, critici cinematografici, giornalisti a corto di argomento, e la solita processione di psicologi, sociologi, sessuologi e moralisti, più propensi a portare lustro alle proprie teorie che a osservare concretamente il discorso cinematografico proposto dalle due opere rappresentate. Il risultato è stato il medesimo: tanta pubblicità a opere che proprio non la meritavano almeno in quella misura. I discorsi veri, quelli che si potevano fare, non sono stati fatti e questo articolo vorrebbe appunto toccare, se non tutti, almeno alcuni di quei tasti.

    DUE COSE DA NON SEPARARE

    «Eva, la verità su l'amore, che il regista polacco Alexander Ford ha realizzato in Svizzera con l'ausilio (a detta dell'ufficio pubblicità della casa distributrice) di qualificati ginecologi, sociologi e psicologi elvetici, è stato proiettato in seduta speciale nell'aula magna dell'Università internazionale degli studi sociali «Pro Deo» di Roma. Alla proiezione, svoltasi alla presenza di un migliaio di studenti, è seguito un dibattito al quale hanno partecipato «numerose personalità del campo scienti-
    fico e culturale». Che cosa ne è uscito fuori è facile immaginare. Un critico, molto noto, l'ha definito un «documentario scientifico drammatizzato»; uno psicologo ha sottolineato l'importanza del film in quanto «prende una precisa posizione contro l'aborto criminoso e illegale e tratta in modo interessante il problema della limitazione delle nascite»; una sociologa ha rilevato il fatto che il film mette a fuoco i problemi della solitudine di una donna il cui figlio nasce fuori della legalità (sic); il sessuologo ha infine osservato che Eva è un film molto utile anche perché può essere un valido strumento per eliminare troppi «tabù» che ancora regnano nella società attuale. Tanti discorsi, molto belli, che però si sarebbero potuti fare anche al processo della «Zanzara». La realtà del film è un'altra e i partecipanti alla tavola rotonda della «Pro Deo», come molti altri, se ne sono dimenticati. Discutere su un film non è fare una tavola rotonda sull'argomento, ma cercare dietro all'opera cinematografica una dimensione, una realtà che abbia il sapore di una testimonianza. Ginecologi, sociologi e psicologi non fanno un film. Si esprime con un linguaggio cinematografico chi sente questo linguaggio a lui congeniale e, nel caso di un film, questi è il regista; a lui si chiede un'opera di mediazione, una testimonianza. Che poi la dia più o meno è un'altra faccenda. È per fare questa verifica, senza stampelle scientifiche, che vogliamo qui ricordare alcuni elementi di lettura dei due film.

    RUTH GASSMANN: UN VOLTO PER HELGA

    La storia di Helga, interpretata da Ruth Gassmann, vorrebbe rappresentare idealmente la storia di tutte le donne che stanno per diventare madri. La prima parte del film si presenta come una serie di interviste, che tendono a dimostrare quanto sia diffusa l'ignoranza dei problemi sessuali. Il «clou» di questa prima parte è rappresentato da un quadretto, colto dal regista con una certa arguzia: alcuni ragazzi sono fotografati mentre scollano listerelle di carta apposte su fotografie in una bacheca di un night. Questa prima parte è, forse, assieme alla sequenza del parto, una delle meglio riuscite del film, anche se l'impostazione del discorso è a senso unico (tutto teso a dimostrare la tesi di una ignoranza in materia sessuale) e manca, tranne in qualche caso, la capacità di fornire agli enunciati proposti un approfondimento psicologico sia a livello verbale sia a quello cinematografico.
    Superate queste premesse, si passa alla sfera intimistica d'una famiglia, dove una madre dialoga, con la figlia e con alcune amiche di questa, sui vari problemi del sesso e sui misteri della vita. Dalla casa si passa alla scuola prematrimoniale, e di qui fino alla sequenza del parto il film non sarà altro che un diluvio di parole, di grafici, disegni, fotografie, che nell'intenzione del regista rappresentano la parte propriamente educativa del suo lavoro. In questa parte il film, facendo poco uso del linguaggio cinematografico come più sopra dicevamo, si occupa delle funzioni del corpo maschile e femminile, mostra le parti sessuali interne e esterne e ne indica le funzioni per mezzo dei soliti disegnini. Il film procede mostrandoci in parallelo la vicenda di Helga e del figlio che porta in seno. È questo sbocciare della vita forse la parte più bella del film, anche se le sequenze della crescita del feto nel grembo materno vengono girate e riprese da una serie di fotografie di Lennart Nilsson, se non prendiamo uno svarione, che sono state pubblicate già da tempo, e in un contesto più serio, in un libro d'educazione sessuale svedese, dal titolo «Ett Barn Blir Till», del quale si conosce la traduzione italiana con il titolo «La vita prima di nascere», edito da «Nuove Edizioni Romane». Giungono infine le ore del dolore, della paura, della trepidazione, della felicità: il bimbo lascia il grembo materno e lancia il primo vagito, la prima protesta per segnalare al mondo che ormai c'è anche lui. Da qui in avanti il film riprende il solito tran-tran nella visione di un ciclo che sta per ricominciare: quel bimbo tornerà tra poco a fare domande difficili e bisognerà rispondere.
    Il film finisce qui e rimane una certa impressione di asettico, e non si sa se provenga dalle immagini della sala parto o dalla constatazione che nel film esiste troppa sterilizzazione a livello di concetti e idee, non solo cinematograficamente parlando.
    Il film non cade mai nel banale e tanto meno nel volgare, e va bene; le cose sono mostrate chiaramente e vengono chiamate con il loro nome, e va bene; il film non è per nulla allettante dal punto di vista erotico e. accosta i cosiddetti «tabù» con occhio freddo e smagato, e anche questo va bene; vi sono dei tratti di documentario, come quello del salto del follicolo, del concepimento, fotografato tramite riprese microscopiche dal vero, e anche tutto questo va bene, ma quando mai il regista si ricorda che sesso, concepimento, follicolo, parto, sono risultati di un rapporto non tra due robot e nemmeno tra due manuali di medicina? L'amore, quello vero, dell'A maiuscola, che porta due esseri, in un certo senso, a pronunciare un nuovo «fiat» e a costruire di fatto, con una nuova vita, un mondo diverso e «più nuovo», nel film non c'è. Esiste l'informazione, ma è come sapere tutto sugli idrocarburi e non aver inventato l'automobile. È questo un tasto, quello fondamentale, che più di un critico non ha toccato (a questo riguardo gli interessati possono consultare il numero di Cineschedario in cui Marco Bongioanni, in una scheda sui medesimi film, tocca questo e altri tasti, solitamente trascurati dalla critica in nome di una qualificata «santa ignoranza»). E un discorso da riprendere, ma non prima di aver parlato del secondo film in questione.

    EVA: META STRADA TRA DOCUMENTARIO DIVULGATIVO
    E RACCONTO D'APPENDICE

    Lo stesso tema, l'educazione sessuale, diversa però l'impostazione del discorso. Eva, la verità sull'amore vorrebbe essere un film in cui i problemi del sesso vengono immersi in una dimensione che esce da considerazioni personalistiche per affrontare le dimensioni sociali del problema, come il preoccupante aumento della natalità, e la lotta contro l'aborto, l'uso degli anticoncezionali, il problema delle ragazze madri. Problemi tutt'altro che privi d'interesse e di necessità di approfondimento, che nel film però finiscono mischiati in un tutto tendente più a far spettacolo che ad approfondire un discorso. Il film praticamente, è la storia di Ursula, una ragazza di sedici anni che con un'ingenuità e un'imprudenza adolescenziale (maturata, si fa per dire, tra l'immaturità dei genitori) quasi inconsapevolmente si trova caricata del fardello di un figlio. Attorno a questa vicenda, circolano altre tre storie che assieme a un'introduzione sul preoccupante aumento della natalità e a una storia dei problemi di coscienza di un medico generico e di un ginecologo, servono da supporto a una storia il più delle volte addirittura melensa, se non ingenua.
    Tutto il film è la ricerca consapevole di non spaventare lo spettatore, anzi, di fornirgli in uno spettacolo latte, miele, e brivido. Le scene del parto sono orchestrate per non impressionare e il problema dell'aborto viene trattato in una maniera così didascalica da indurre a chiedersi se il regista ha voluto veramente preoccuparsene o piuttosto fornire un pretesto per la pubblicità del film. Anche qui l'insufficienza psicologica dei personaggi, come d'altronde in Helga, è spaventosa. In «Eva» si notano situazioni inammissibili: una donna sposata, di una certa età e cultura, chiede al medico una spiegazione dettagliata sull'uso dei vari anticoncezionali; un primario ostetrico di un ospedale tratta in maniera sconcertante una donna che aspetta un figlio, la quale gli chiede di procurargli un aborto, e non sa rialzarne il morale, chiaramente frustrato da una maternità non desiderata; tutto il problema dell'educazione sessuale giocato sul preoccupante dato dell'aumento della natalità e non invece sulle ancora enormi possibilità di vita del nostro pianeta che pongono il problema di sempre, della costruzione di un mondo migliore, in cui i figli non siano il frutto di un passatempo sessuale. Incongruenze, melensaggini, il tutto condito da spezzoni di documentari didattici per infermiere e studenti in medicina, tanto da fare risultare il film asfittico quanto il neonato del quale viene descritta la nascita. Al film manca il respiro, esso non riesce a descrivere la grande presenza di una vita che sta prendendo corpo già in mezzo a grosse difficoltà; si autolimita entro esatti, ma frammentari, e quindi insufficienti termini bio-fisiologici, medici, chirurgici, tanto che lo spettatore – dopo i primi attimi di curiosità – si chiede se invece che al cinema non sia capitato in un centro didattico per puerpere, dove le nozioni scientifiche sono anche illustrate con l'ausilio del cinema.

    HELGA E EVA: PRETESTI PER UN DISCORSO

    A voler andare al fondo di un discorso critico su questi due film, dovremmo dire che, come minimo, essi sono, almeno nel caso di Helga, dei tentativi realizzati alla «grande vitesse», quando non corrono addirittura il rischio di essere né più né meno, occasioni di uno spettacolo cinematografico diverso dal solito, come nel caso di Eva. Quindi pretesti, per un modulo nuovo di fare spettacolo, ma non solo questo. Pretesto soprattutto per affrontare un discorso su basi che molti hanno definito «scientifiche», ma che noi definiremmo alquanto facilone. La scienza, che pretende per sua natura l'oggettività e l'analisi completa e ripetibile all'infinito del fatto, se e come questo è possibile, non può e non deve dimenticare che, quando tratta dell'uomo, deve tenere conto della sua complessità anche psicologica e metafisica e non soltanto della sua dimensione di agglomerato, più o meno ordinato, di fatti geografici anatomici, biologici, fisiologici e chimici.
    Si deve tener conto di tutta la realtà complessa e completa che è l'uomo.
    E quest'uomo e questa donna sono assenti nel film di cui sopra, a beneficio della scientificità. Perché fosse presente questa dimensione umana, nel film bisognava correre un rischio di mediazione, partecipazione più viva ai discorsi proposti. Un pericolo evitato, che da qualche critico è stato sottolineato come fatto positivo, ma che da parte nostra non possiamo far a meno di denunciare, per un minimo di onestà. E bene non dimenticare che il cinema è segno, è parola, è linguaggio ed è quindi in definitiva una testimonianza che non è possibile scaricare, solo per il gusto di fare un lavoro che non tocchi nessuno, asettico per l'appunto, rifugiandosi nell'alibi della freddezza scientifica. Nel caso si parli di «scienza», allora sia veramente tale e non si abbrevi la sequenza del taglio cesareo in «Eva». Si è detto: sono film per un pubblico eterogeneo. E noi rispondiamo: un discorso educativo si pone in termini diversi a sei anni, a dodici, a diciotto o a venticinque o a coloro che sono già padri e che, dopo aver magari giocato a carte con gli amici mentre i figli nascevano, ora svengono alle scene, abbondantemente accorciate, del parto Un discorso educativo, e lo sanno gli educatori, ben difficilmente, anzi quasi mai, può essere fatto non solo a un pubblico di età diverse, ma di diversa cultura, estrazione sociale, ecc... Il risultato di questo discorso è abbastanza semplice. I film in questione possono essere un sussidio, un inizio e un'indicazione per un discorso più approfondito e più completo.

    ISTRUZIONE SESSUALE ED EDUCAZIONE SESSUALE

    Dal discorso sin qui fatto sembrerebbe quasi che Helga e Eva, la verità sull'amore siano film non utilizzabili sul piano educativo ed è questo l'ultimo discorso da chiarire. I due film sono tutt'altro che da buttare via, anzi, nella situazione attuale, rappresentano un sussidio serio per un discorso sull'educazione sessuale, proprio in quanto essi smiticizzano le fantasie giovanili, dando ad esse una dimensione più completa alla realtà femminile, almeno per i ragazzi.
    Resta però l'insufficienza dei discorsi e la necessità che essi siano ampliati in una dimensione di amore. Tutti e due i film trascurano, tra l'altro, quasi completamente la funzione del padre, relegandolo alla funzione meccanica della deposizione di sperma. Un po' poco per un futuro capofamiglia. Il discorso migliore, però, rimane quello del parto; qui il giovane scoprirà una serie di dati che, tranne per una psicologia troppo delicata, lo porteranno a valutare meglio se stesso, la grandezza di sua madre e il magnifico spettacolo della grandezza dell'uomo in quell'attimo partecipe della potenza e magnificenza creatrice di Dio.
    È in un discorso su l'educazione totale che questi film vanno inseriti ed è per questo che ci siamo dilungati a sottolineare più i fatti negativi che quelli positivi per i quali le due opere hanno richiamato una così vasta attenzione. A questo riguardo, la documentazione positiva su questi film non manca. Dalle stesse discussioni, che seguiranno alla eventuale visione dei film citati, usciranno altri elementi non certo privi d'interesse; i quali però hanno bisogno di essere inseriti in ciò che cinematograficamente c'è, e non sui discorsi che ne possono seguire.


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