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    Dalla protesta studentesca alla nostra azione educativa



    Ivo Paltrinieri

    (NPG 1968-11-23)

    Con la ripresa delle attività scolastiche è tornata di moda la protesta giovanile a livello scolastico. I fatti dello scorso anno e quelli che stanno per maturare, molte volte in forma violenta e irriguardosa, offuscano agli occhi dei più l'aspetto autentico della contestazione e neutralizzano nella opinione pubblica quanto dí positivo i giovani vogliono portare innanzi nello sviluppo della storia. L'educatore non può, come l'uomo della strada, incrociare le braccia e dire: Ma che cosa vogliono questi giovani?
    Deve invece saper accogliere e valutare le motivazioni profonde che stanno alla radice della rivolta.
    Le sopraffazioni e le violenze vanno condannate; la strumentalizzazione politica del fenomeno non va favorita; la libertà va riconosciuta e rispettata anche per quelli che non vogliono protestare. Ma solo questo non basta. Bisogna far nostra l'aspirazione di tanti giovani per una società non di privilegiati, ma nella quale ciascuno possa esprimere se stesso come persona e portarvi l'opera della propria generazione, con tutti gli ideali che essa sta maturando.

    CRISI EDUCATIVA DELLA SOCIETÀ

    Forse non è la comprensione che manca a noi educatori, ma piuttosto l'umiltà di riconoscere, di fronte ai nostri allievi, l'effettiva crisi educativa in cui si dibatte la società, la famiglia, la scuola in questo nostro tempo.
    Per la società il punto più critico è rappresentato dalla evoluzione tecnologica, così imponente dalla fine dell'ottocento ad oggi ed esasperante per gli anni successivi, poiché si vede sempre più chiaramente come l'uomo e il suo vivere saranno strumentalizzati agli interessi del meccanismo economico-produttivo. E il giovane comprende che non può vivere solo per il «consumo dei beni prodotti», quando ancora tutto questo ridonda a vantaggio di una oligarchia economica ristretta, con la sofferenza e morte di larga schiera di popolazione, cui questi mezzi di consumo non possono arrivare. Questi traguardi non raggiunti da parte dei singoli (che possono anche essere popoli), non sono sopportati dai giovani, i quali oggi sentono tutto il valore della persona umana e del bene comune.
    La famiglia ha perso la sua incidenza educativa, soprattutto per la ridotta presenza dei genitori allo sviluppo e alla maturazione dei figliuoli. Da troppo tempo essa ha abdicato al suo diritto-dovere per l'educazione dei figli, sia perché resasi culturalmente incapace, sia per una presunta sicurezza che l'opera sua sia stata svolta sufficientemente dalla scuola. Mentre invece la scuola è essa pure in crisi e vi è stata posta dagli allievi stessi, i quali, più di tutti, si sono accorti della sua inadeguatezza rispetto alle nuove esigenze della formazione personale. L'esplosione scolastica di questi anni, non sufficientemente prevista, non solo ha rilevato l'insufficienza quantitativa delle strutture della scuola, ma specialmente la sua ridotta efficacia educativa, proprio perché non aperta alle esigenze vitali del mondo giovanile odierno.
    Siamo allora di fronte a una crisi di crescita della scuola o della sua disgregazione? Certo della scuola non si potrà fare a meno: essa, oltre essere «la più grande impresa sociale per la massa dei suoi operatori», è pur sempre un gran mezzo di comunicazione e istruzione, essendo lontano il giorno in cui la famiglia assumerà questo ruolo, che primariamente le compete. Tuttavia la scuola, così come essa oggi si esprime, va incontro ad una vera disgregazione. E sono proprio i giovani studenti che opereranno un mutamento, decisivo per tutta la società, come lo fu nel passato la rivoluzione francese: proprio perché governo, partiti, sindacati, rappresentanze vogliono correre il rischio di rifiutare le affermazioni della protesta studentesca.

    CONTENUTI E METODI CONTESTATI

    Per il momento a noi interessa la contestazione a livello di scuola secondaria superiore. Infatti per osmosi, non pochi istituti secondari superiori hanno assunto toni e metodi, simili a quelli degli studenti universitari. Non c'è quindi da stupirsi se la protesta è alle porte di casa nostra.
    Ma precisamente che cosa contestano questi giovani?
    In genere essi pongono sotto accusa la validità educativa della scuola sia sul piano dei contenuti che dei metodi.
    Circa i contenuti, i giovani rifiutano il troppo nozionismo della istruzione scolastica, perché per lo più non lo trovano utile per una vera funzione formativa: la scuola d'oggi non investe da vicino quelli che possono essere gli interessi dei giovani e della stessa società: non prepara alla vita, se non in forma generica; sfiora i problemi senza aiutare a risolverli; si riduce ad un manuale, pesante di tante cose, ma che a sfogliarlo butta fuori polvere da fare soltanto starnutire. I programmi scolastici infatti non sono ordinati all'orientamento personale degli alunni e alle richieste della vita civile di oggi! L'educazione civica, una delle poche materie attuali, capace di assolvere a questo compito, è relegata fra le ore di storia, che i docenti continuano a sciorinare come successione di guerre e di date. Inoltre grava pesantemente sulla scuola l'idea liberale della selezione che favorisce purtroppo gli innumerevoli «Pierini» (oh grata segnalazione di Lettera ad una professoressa!) di un ambiente sociale che fa ancora storia, mentre la scuola non sempre favorisce il diritto alla promozione di ogni persona, che ne abbia volontà e capacità. Come i giovani possono amare una scuola, tutta ripiegata su se stessa, idolatra del proprio passato più che inserita in un mondo che continuamente si evolve?
    Anche i metodi educativi sono discussi: i programmi, con materie e sviluppi non più opportuni; la lezione cattedratica, con l'esclusione o quasi dell'azione di ricerca e di gruppo degli allievi; l'interrogazione per nulla pedagogica, ma molte volte intesa più a mortificare che a suscitare voglia di apprendimento. Così sono messi in discussione voti, scrutini, esami. Buon pro per i giovani che in tutto ciò trovano alleati i più recenti e provetti pedagogisti. Di qui la richiesta di una urgente riforma scolastica della scuola superiore, appunto perché la scuola dell'obbligo ha cercato di attuare una didattica più viva e moderna.
    Sarà capace la scuola di compiere in sé questa riforma, e specialmente si sentirà di abbandonare le sue caratteristiche di autoritarismo e di burocraticismo, così consoni alla scuola liberale, che ancora oggi è vigente in tanti paesi? Quando strutture fresche, appoggiate a forme rappresentative di famiglie e di alunni, toglieranno ai docenti gli atteggiamenti di funzionarismo, che tanto nuocciono nei rapporti con gli studenti, con i genitori e la società?

    ELEMENTI POSITIVI DELLA PROTESTA

    Dinanzi a queste situazioni, quale deve essere l'impegno degli educatori? Senz'altro non si deve rinunciare al diritto-dovere a educare i giovani. Ma gli educatori devono porsi lo sforzo di abdicare ad ogni sistema autoritario e ad un inefficace paternalismo. Invece orienteranno la propria azione verso la nuova realtà pedagogica.
    Occorre in primo luogo adoperarsi perché i fermenti positivi della contestazione studentesca siano il più possibile accettati per essere poi assecondati.
    Questi sono:

    1) la volontà dei giovani di partecipare attivamente alla vita della società e, in ambito a loro più particolare, della scuola: ciò costituisce un diritto della persona umana e può volgersi in un mezzo altamente educativo;

    2) l'atteggiamento critico dei giovani della società in cui sono inseriti. Essi si sono accorti che molte strutture per i giovani sono pensate e sfruttate da adulti per interessi che non sono quelli della loro formazione educativa. Quindi i giovani mirano a ricercare e a realizzare nuove forme di vita non solo scolastica, ma della stessa società, in cui i rapporti umani siano più positivi e le strutture più umanizzate;

    3) lievitazione politica degli altri nello scambio di rapporti vicendevoli e nella responsabilizzazione della massa. Un eccessivo individualismo ha troppo frenato l'opera educativa, mentre oggi questa deve compiersi in forme più ampie, nella collaborazione reciproca fra scuola, famiglia, allievo. La scuola, dice il documento conciliare Gravissimum educationis, «costituisce un centro, alla cui attività e al cui progresso insieme partecipano le famiglie, gli insegnanti, i vari tipi di associazioni a finalità culturali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana» (n. 5).
    Gli insegnanti, per rispondere a queste attese dei giovani, devono rivedere il proprio comportamento a loro riguardo; ridimensionare contenuti e metodi dell'opera educativa, secondo le aspettative degli allievi; impegnarsi a contribuire con sollecitudine alla riforma delle strutture scolastiche da parte dello stato.

    LA NOSTRA OPERA EDUCATIVA

    Relativamente al proprio comportamento nei confronti dei giovani, i docenti dovranno giungere alla conoscenza individuale degli alunni, nella loro situazione concreta e mostrare per ciascuno di essi un vivo interesse. Nella scuola dell'obbligo gli scolari sono stati abituati a scoprirsi e a prodigarsi: non si può nella scuola superiore troncare tutto questo con un giudizio precipitoso a loro riguardo, con la scusa di un programma scolastico da sviluppare, che non dà tempo a chi è più lento ed è capace di muoversi, solo se personalmente sollecitato.
    Tutto ciò sarà possibile se l'insegnante ricorderà a se stesso di essere a servizio dell'alunno e non del programma o del proprio sapere; inoltre sarà suo particolare dovere lavorare per la promozione non solo dei più pronti e aperti socialmente, ma anche di quelli, che pur avendo qualità e doti, sono limitati per pochezza di vocabolario e di termini espressivi. In una parola l'insegnante deve sentirsi più che un superiore, un fratello, un amico, una guida e il colloquio-dialogo sarà il mezzo permanente per ottenere una attiva partecipazione dell'allievo al processo educativo, che non può essere imposto dall'alto, bensì maturato dall'azione reciproca dell'educatore e dell'educando.
    Nel ridimensionamento dei contenuti, in attesa dell'opera parlamentare e governativa, è necessario fin d'ora un impegno sempre più attento per una educazione religiosa e morale più efficace. E più facile fare della erudizione religiosa, che sforzarsi per inserire nella vita degli allievi il senso del sacro e del rapporto interpersonale con Dio. Bisogna affrontare con preparazione i nuovi programmi di religione emanati dalla autorità ecclesiastica, con l'intento di una maggiore incidenza nella vita dell'alunno.
    La crisi morale poi non solo dei giovani ma di tutta la società va affrontata con una azione pastorale che allacci oltre la scuola, una sfera più vasta, quale la famiglia, le associazioni, la parrocchia.
    Infine gli insegnanti devono dare tutto il loro appoggio a sostegno delle proposte di trasformazione strutturale degli istituti scolastici secondari, specialmente perché sia soddisfatta l'esigenza di una presenza responsabile nella vita scolastica delle famiglie, come degli alunni, attraverso la partecipazione di loro rappresentanti qualificati (Comitati scuola-famiglia, organismi rappresentativi studenteschi).
    A questo scopo bisogna intensificare l'azione di informazione dei problemi della scuola in seno alle famiglie: è ora che i genitori sentano e vivano responsabilmente il loro diritto-dovere di partecipare alla formazione dei propri figli, anche dentro l'ambito della scuola.
    Così pure è opera altamente educativa chiedere agli alunni di essere presenti nel movimento studentesco, soprattutto nell'intento di portarvi quel «supplemento d'anima» senza del quale la contestazione potrebbe degenerare solo in rivolta. Non dobbiamo far dimenticare ai giovani le parole loro rivolte dal Concilio: «La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi».


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