Stefano Lupi
(NPG 2000-02-35)
«Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lana./ Agli occhi sei barlume che vacilla,/ al piede, teso ghiaccio che s’incrina;/ e dunque non ti tocchi chi più t’ama…».
Un mormorio si diffonde nella classe. Il professore interrompe la lettura e si guarda intorno.
Professore: Qualcosa non va?
Patrizia: Come sarebbe: «non ti tocchi chi più t’ama»?
Roberto: E poi, la fiamma che vacilla e il ghiaccio che s’incrina. Allora la felicità è pericolosa?
Professore: Certo. Nulla è più pericoloso che rincorrere la felicità e magari ottenerla.
Nessuno risponde, ma le espressioni dipinte sui volti dei ragazzi non nascondono confusione e perplessità.
Patrizia: Allora perché si combatte tanto nella vita se non per essere felici?
Roberto: E dopo aver combattuto e aver vinto, bisogna aver paura?
Professore: Vedete, uno straordinario intellettuale che qualcuno di voi incontrerà all’università, Roland Barthes, parla di gaudium e di laetitia. Il primo termine rappresenta la felicità intesa come possesso raggiunto delle cose che si desiderano. Il secondo termine si riferisce alla capacità di essere sereni nel pieno tumulto della vita. Mi spiego meglio: si ha il gaudium quando, se facessimo un appello nominale, le dieci cose che desideriamo con più intensità al mondo rispondessero «presente».
La laetitia subentra quando questo diventa impossibile e allora ci si deve abituare a vivere con qualche assenza.
Rossella: Dunque perché non combattere per raggiungere il gaudium? Con tenacia e forza di volontà, non mi sembra così impossibile.
Professore: D’accordo. Facciamo una prova. Rossella dimmi le dieci cose che ti renderanno felice.
Rossella: 1) sposare Stefano 2) avere dei figli e così una bella famiglia 3) salute per tutti i miei cari 4) diploma e laurea con il massimo dei voti 5) diventare una giornalista di prestigio 6) andare al teatro alla Scala quando voglio 7) denaro 8) viaggiare per tutto il mondo 9) vita culturale intensa 10) vecchiaia serena.
Il professore sorride di questo straordinario ottimismo, della tenerissima ingenuità, dell’onnipotenza giovanile che fa ritenere di poter mantenere la salute soltanto con la tenacia e mette più o meno sullo stesso piano una bella famiglia e il teatro alla Scala.
Professore: Vedi, Rossella, questa tua lista è la prova che è difficile ottenere la felicità, non solo perché per raggiungere questi obiettivi ci vuole del tempo, ma anche perché in questo tempo potresti raggiungerne uno e perderne un altro. Inoltre i desideri spesso cambiano con l’età e ciò che ci avrebbe reso felici a vent’anni, a trenta non lo fa più.
Francesco: Allora prendiamo questo momento esatto della mia vita. Pensandoci e facendo il famoso appello, ho tutto quello che potrei volere. Quindi sono felice!
Professore: D’accordo, ed ecco che la felicità diventa un teso ghiaccio che potrebbe incrinarsi, una fiamma che vacilla, insomma un filo di lana, precario e pericoloso. Alla paura di non raggiungere la felicità, si sostituisce quella di perderla. Di gran lunga peggiore. E la felicità diventa così uno stato perenne di ansiosa allerta.
La classe tace per qualche minuto.
Claudio: E allora che cosa devo fare: rifiutare le cose che tanto desidero per paura di perderle? È assurdo!
Professore: No di certo. Quello che vorrei dire a Rossella, senza sembrare un menagramo, è che potrebbe non sposare Stefano e questo, secondo i suoi discorsi, distruggerebbe per sempre la sua possibilità di essere felice. Quello invece che vorrei dire a Francesco è che la situazione che lui vive ora potrebbe cambiare a causa di forze che non possiamo assolutamente governare. Per esempio la scomparsa di uno dei nostri cari. Bisogna stare attenti a cosa si affida la possibilità di essere felice.
Anna: Ma così ci passa la voglia di lottare. Tutto quello che si raggiunge potrebbe essere perso. La morte è sempre all’erta. È orribile!
Professore: No, Anna, non volevo intristirti. Ma vorrei parlarvi della vita che non può prescindere dalla morte. Se affidiamo la felicità al raggiungimento di certi obiettivi dimentichiamo che non è affatto scontato avere accanto le persone che amiamo per sempre. E una volta ottenuto il successo, l’assenza di qualcuno che abbiamo amato, il vuoto al posto del suo sorriso, può spezzare la risata nella gola. Avete mai sentito qualche personaggio noto che, intervistato in occasione di un grande successo, risponde di essere addolorato perché sua madre o chi altro non sono con lui per vivere quel momento? Pensiate che sia felice? Quella non è già più felicità.
Anna: E tutta quella gente famosa che, intervistata per un grande premio, assicura che è il momento più felice della sua vita? Quelli non hanno perso nessuno?
Professore: Potrebbe anche essere. La realtà è che in un momento particolarmente felice della propria vita qualcuno comprensibilmente rimuove certe assenze e dice con gusto, credendoci fino in fondo, di essere felice al massimo. Questo nasce proprio dall’idea falsata che abbiamo dell’essere felici.
Patrizia: È orribile, ma ha proprio l’aria di essere vero. A questo punto invece di piagnucolare, la soluzione qual è?
Anna: Prendere quello che la vita ti dà senza chiedere di più ed essere pronti a restituirlo?
Professore: Certamente no. Io non ho la soluzione. Ho un’idea, della quale vi parlerò non perché voi la accettiate ma perché vi serva per riflettere e trovarne una vostra. Io credo che l’importante nella vita sia la serenità. Vi troverete ad affrontare mille tipi di eventi, e la serenità è la straordinaria capacità di saper guardare oltre, la ferma certezza che qualunque ostacolo potrà essere superato, l’accettazione coraggiosa che ci sia un prezzo per tutto. E naturalmente non parlo di denaro. Questo atteggiamento dell’animo è molto più difficile e prezioso della felicità che sembra piuttosto un’ubriacatura, ebbrezza momentanea che, se affrontata senza difese e senza controllo, lascia sfiancati.
Rossella: E la felicità? Che posto ha in tutto questo? Quello che lei dice mi sembra un invito ad accontentarsi delle piccole cose, quasi fuggendo dalle grandi prove e passare la propria vita a gestire le sconfitte.
Professore: Non potrei mai consigliarvi di vivere al rallentatore. Voi in questo momento vi sentite pieni di energia e pronti a conquistare il mondo. Questo è uno stato di grazia che io vi auguro di non perdere mai, ma la felicità non è raggiungere l’obiettivo. Non è così semplice. Così poca cosa.
La felicità è l’entusiasmo. Far parte di una squadra. È lottare per vincere quelle che Rossella chiama grandi prove. È riempire la propria vita di mille significati e soprattutto aprire le braccia al mondo e agli uomini. Non pensare solo alla propria casa.
Se raggiungerete il traguardo, godetevi la gioia, ma vedrete che sfumerà poco dopo, perché la vostra attenzione comincerà ad essere attratta dalla prossima sfida.
Se non lo raggiungerete, siate sereni e pensate che la vita offre infiniti motivi a chi vuole lottare. In sostanza la felicità, perché esista, esclude il dolore. La serenità lo affronta, lo vince e da quel punto ricomincia a lottare.

