Comprendere lo straniero: un’ermeneutica «poetica»



    Stefano Lupi

    (NPG 2000-02-59)


    Mille poeti camminano per il mondo. Mille e ancora mille. Sono fuggiti da paesi dove la dittatura militare stronca ogni respiro. Sono fuggiti da deserti dove una fame ingorda divora la vita senza più forza. Fuggono da città che amano con tutto il cuore ma che la guerra ha reso oramai irriconoscibili con il suo ghigno di rovine. Lasciano alle loro spalle tutto ciò che portano nel loro sangue, cose e persone, il padre, la strada della scuola, la propria madre, una bicicletta ricevuta in regalo per il compleanno, il mare e il cielo, che non sono gli stessi ovunque. Fuggono senza nulla perché la corsa verso la pace, la libertà, la fame saziata non abbia alcun ostacolo. Fuggono solo con la speranza e alcuni non hanno neanche quella. La speranza di poter tornare un giorno senza più paura. La speranza di non dover tornare più per dimenticare lontano quello che nella mente torna come l’oscurità della notte scivola sul mondo.
    Fuggono e quando finalmente giungono in terre dove gli orrori che loro conoscono sono leggenda, ci siamo noi ad aspettarli ma non li riconosciamo. E come potremmo? Infagottati da abiti e collanine, vagano mai stanchi, per le nostre spiagge, allegri e un po’ strafottenti ad infastidire le nostre sieste al sole.
    Tutti con lo stesso sorriso, un po’ invadenti, spuntano da dietro ogni semaforo rosso e corrono a pulire i vetri delle nostre macchine, facendo colare ovunque sul cofano schiuma di sapone orribilmente sporca.
    Allestiscono mercatini per le strade dove vendono migliaia di oggettini inutili e borse sempre le stesse, e orecchini e bracciali e piccola bigiotteria sempre la stessa. Li guardiamo: visto uno, visti tutti. Quando insistono li trattiamo come insetti fastidiosi, sotto gli occhi dei nostri figli che imparano dall’esempio e così saranno per sempre incapaci di riconoscere un poeta. Incapaci come noi. Forse per avere e per dare una speranza è necessario cominciare da un libro.

    La parola e il pianto

    Gezim Hajdari è albanese. Da «Destini sospesi di volti in cammino»:
    Ti buttano a terra / Mio rudere – mio tempio: / prima le tegole assottigliate dalla pioggia / poi il tetto, le mura oscure con chiodi / arrugginiti / anche l’edera invadente è caduta / sul Corso, come serpente velenoso / in questo fine dicembre // ma il tuo buio / i brividi umidi / resteranno con me / ovunque io vada. // Tutti stiamo per andare via: / i topi, la civetta, il merlo / ed io extra-comunitario anonimo // in cerca di un’altra dimora / in cerca di un altro buco. (…)
    Cosa è rimasto di umano, di dignitoso, nelle condizioni di Gezim l’albanese, che vive nel nostro paese da sei anni (È la sesta primavera / in questa triste città.), di buco in buco. Gezim che sperava di trovare un mondo dove circoscrivere per sé un piccolo spazio e farne una casa e invece ha perduto anche le ultime cose, gli unici tesori strappati all’orrore, la capacità, la voglia di comunicare finalmente con gli altri e il desiderio di creare come fosse terra fertile in attesa del giovane seme. Dice: «Ho perso la Parola / e il pianto». È diventato muto, Gezim. È diventato sterile. Per salvarsi, fa chiarezza vergando fogli. Scrive poesia. Da sempre gli uomini salvano la parte migliore di loro stessi scrivendo poesia. Così tolgono gli artigli alla paura, guardano negli occhi il male senza diventare pietra, mantengono intatto quello spiraglio sottile che fa parlare i cuori tra loro quando le bocche non si aprono più.
    Nessuno sceglie di nascere in un luogo piuttosto che in un altro. Gezim non ha scelto l’Albania, eppure l’ama in modo struggente e mai l’avrebbe abbandonata se non costretto. Noi non abbiamo scelto l’Italia e l’amiamo così tepidamente da desiderare spesso di andare altrove. Chissà dove.
    Scrive: «Il mio corpo / nato in un paese povero / è un verso cieco / senza memoria». Non deve accadere. Ai giovani va letta la poesia. È la sola capace di aprire brecce nei cuori, dove noi, cattivi maestri, abbiamo impedito che si spalancassero finestre. Perché ad un uomo può accadere di nascere nel deserto, nella guerra, nella fame, nell’oppressione ma non può accadere di nascere già sconfitto, senza occhi per il futuro, senza la dignità di un passato. E se questo invece accade è perché qualcuno ha rubato a quegli uomini il futuro e il passato. Si può nascere derubati ma non sconfitti. Certo è che da qualche parte si nasconde un ladro. Magari una banda di ladri. Forse tra noi. La gioventù deve sapere che un loro solo gesto, fatto per distrazione o volontà, si ripercuote tanto lontano quanto i loro occhi non potrebbero coprire. Accade come per le valanghe: all’origine c’è un improvviso, minimo cedimento. Chissà dove.
    Leggiamogli ancora poesia. NdiooK Ngana è del Camerun:
    Vivere una sola vita, / in una sola città, / in un solo paese, / in un solo universo, / vivere in un solo mondo / è prigione. // Amare un solo amico, / un solo padre, / una sola madre, / una sola famiglia / amare una sola persona / è prigione. // Conoscere una sola lingua, / un solo lavoro, / un solo costume, / una sola civiltà, / conoscere una sola logica / è prigione. // Avere un solo corpo, / un solo pensiero, / una sola conoscenza, / una sola essenza, / avere un solo essere / è prigione.
    Dal Camerun, forse perché gli orizzonti sono più vasti dei nostri, arriva la straordinaria consapevolezza che il mondo va conosciuto e amato, che la gente, la più diversa, va conosciuta e amata. E conoscendo e amando si diventa sempre più ricchi perché dietro ogni uomo è nascosta una civiltà, una lingua, un pensiero diverso dal nostro. Scoprendo gli uomini si scopre il mondo, fatto di tanti piccoli frammenti così diversi, così preziosi, così unici. Ognuno di questi frammenti ha una storia da raccontare, a volte tanto uguale da sembrare la nostra, a volte così diversa da sembrare incredibile. Né migliore. Né peggiore. Semplicemente diversa. Bisognerebbe studiare la storia per capire cosa porta un uomo ad abbandonare la propria terra e quanto gli altri uomini si possano ritenere in qualche modo responsabili di quell’abbandono. Bisognerebbe studiare la nostra storia per capire se anche al nostro popolo in tempi lontani o vicini sia mai capitato di dover fuggire.
    Quando gli italiani si imbarcavano sulle navi che li avrebbero portati in America, erano poveri e sporchi, vestiti di stracci, con le mani grandi. Avevano venduto tutto quello che avevano per pagarsi quel viaggio verso la speranza, lontano dalla miseria o dalla dittatura. Viaggiavano per giorni e giorni, pigiati come bestie, senza lavarsi e mangiando il minimo. Non erano crociere. Arrivavano conoscendo a malapena l’italiano, spesso soltanto il dialetto, senza sapere cosa avrebbero trovato, i più fortunati con un mestiere, la maggior parte solo con la volontà. I primi tempi dormivano dove potevano e mangiavano per la generosità di pochi. È una storia vecchia ma non vi sembra di sentirla tutti i giorni al telegiornale?

    Partenze crudeli

    Dove non arriva la storia di certo arriverà la poesia. I giovani leggano la poesia e sapranno come riconoscere un uomo anche quando è avvolto in tanti stracci da sembrare un fagotto, quando il volto è perduto nella fame e nella sporcizia, quando lui stesso non si riconosce perché intontito dall’alcool, l’ultima medicina per un male che magari si chiama paura o dolore o nostalgia. I giovani sapranno farlo se il cinismo e i pregiudizi dei loro maestri non renderanno muta questa loro sensibilità. Dentro ogni uomo si nasconde un tesoro e scoprirlo ci renderà più ricchi e più forti.
    Gustavo Lechini viene dall’Uruguay e scrive:
    La mia vita è stata una lunghissima / schiera di partenze / come se un karma fatale / mi impedisse di rimanere. // Le partenze sono crudeli, sistematiche / tolgono gli affetti più cari / strappano i fili dell’amore / (fammi restare amore mio, fammi restare).(…)
    Probabilmente Gustavo Lechini non è mai apparso nei testi di letteratura delle nostre scuole, magari nella sezione degli autori stranieri. Chi ha mai sentito parlare di poesia uruguayana? E congolese?
    Ascoltate:
    Per l’alta notte, per la vita intera, / di lacrima e di carta, di biancheria e biancheria, / sono andato in questi giorni cupi. / Fui il fuggitivo della polizia: / e nell’ora di cristallo, nella selva / di stelle solitarie, / attraversai città, boschi, / campi coltivati, porti, / dalla porta di un essere umano all’altro, / dalla mano di un essere a un altro essere, a un altro / essere. (…)
    Qualcun altro è costretto a fuggire e scrive poesia per parlare al cuore di chi lo ascolta, di chi forse non saprà mai niente dell’orribile destino che ora lui sta affrontando. Chi scrive è un poeta che fugge: Pablo Neruda. Nessuna differenza con Gustavo Lechini, un altro poeta in fuga.
    Immaginiamo che i due poeti si incontrino sulla strada segreta della poesia, in un testo, su un banco di scuola. Si abbraccerebbero forte come solo coloro che dividono uno stesso dolore e gli studenti da quell’abbraccio imparerebbero a stringere e non a scansare.
    Perché fuggire non è uno scherzo, non è un gioco, una passeggiata di piacere. Fuggire è abbandonare i propri amori, è tagliare le proprie radici, è affidarsi ad un mondo di certo diversissimo da noi e che forse non farà neanche un minimo sforzo per capirci. Un mondo che probabilmente non ci vorrà. Ma noi non sappiamo dove andare e non possiamo tornare indietro.
    È un punto fondamentale da tener presente quando ci si lamenta degli stranieri nel nostro paese: anche loro, anzi soprattutto loro avrebbero preferito restare nella loro terra che è anche la terra dei loro padri e della loro storia, se le condizioni glielo avessero permesso. Non credo ci si diverta ad abbandonare ogni cosa.
    Daghmoumi Abdelkader viene dal Marocco e scrive:
    Noi siamo i figli della sabbia, / del sole e dei fiori, / siamo i figli del mare. / Siamo venuti dai campi e dalle grandi città. / Noi ragazzi dai mille sogni spezzati, / infranti e traditi, / col cuore tenero e con gli occhi asciutti e bruni; / noi dalla chioma color pece, / siamo venuti a ballare nelle vostre piazze luminose, / nelle vostre case. / Siamo venuti a ballare per i vostri occhi / stanchi e immobili come specchi. / Siamo bambini nati da gocce di acqua di un fiume in secca / che fino a ieri scorreva lento. / Siamo spighe di grano piene e forti / siamo venuti a cantarvi le nostre canzoni d’amore, / canzoni dolci come mandorle e miele. / Le canteremo ad alta voce / finché toccheremo i vostri cuori / per poi cantarle piano, piano, / assieme, nelle vostre case, nelle vostre piazze, / nelle vostre città.
    Quanta tenerezza. Quanta garbata speranza. Quanta voglia d’amare. Di avere fratelli dalle braccia aperte, città con le mura crollate, case senza porte e piazze in festa dove la gente possa ballare e cantare di un mondo pieno di differenze ma senza steccati.
    Impariamo a guardare. Lo straniero che è davanti a noi, che dorme sotto i ponti o sui marciapiedi, che gira di notte senza una metà seminando paura, a volte ubriaco, quello straniero è stato un ragazzo che sognava una vita di gioia e dignità, di lavoro e piacere. Sognava una famiglia e una casa dove tornare la sera. Magari avrebbe voluto studiare per poi fare il medico o l’avvocato o l’architetto.
    Quello straniero non sognava di certo la strada come letto e il vino per avere calore e non pensare. Mille sogni spezzati, infranti, traditi, dice Daghmoumi. Bisogna imparare a guardare, a distinguere la fantasia ferita, la speranza lacerata, il futuro accartocciato su se stesso. Bisogna imparare a consolare.
    Ad un poeta risponde un poeta:
    Non verremo alla meta ad uno ad uno ma a due a due. / Se ci conoscessimo a due a due / ci conosceremmo tutti. / Noi ci ameremmo tutti. / Ed i figli un giorno rideranno / della leggenda nera / dove un uomo lacrima in solitudine.
    Al poeta marocchino Daghmoumi Abdelkader risponde il poeta francese Paul Eluard. Di nuovo un incontro sulla strada misteriosa della poesia. Una strada lastricata dagli stessi dolori, dall’abbandono, la fuga, l’esilio, l’amore perduto, il tradimento subito, che da sempre gli uomini piangono. Sotto il cielo dell’animo umano raramente appare qualcosa di nuovo. E i poeti continuano a scrivere.

    Il pane e le rose (e anche qualche soldo)

    Gladys Basagoitia Dazza viene dal Perù:
    Per ogni spina della tua vita vorrei donarti / un fiore / ma posso appena / farti arrivare un po’ di lire / poiché in Perù tu possa avere il pane / e forse un po’ di carne un po’ di latte / sorellina. (…)
    Gladys fa la biologa e come lei stessa dice:
    Chi scrive quest’oggi così prosastica / forse è il biologo che vuole ogni giorno / scongiurare la morte di altre donne / con l’occhio attento e la mente chiara…
    Occhio attento e mente chiara ma il cuore è in Perù dove ha lasciato i suoi affetti. In Perù dove manda gran parte del denaro che guadagna. In Perù dove il suo sogno è ritornare. Succede così: un componente della famiglia, quello che pensa di essere il più forte, si avventura fuori dalla propria terra lasciando a casa i più deboli perché possano avere qualche piccolo agio in più senza dover affrontare l’orrore del distacco. Così si impara ad amarsi da lontano. Le famose distanze che uniscono di più, come recita la retorica di chi non sa neppure cosa significhi andare via per sempre.
    Invece tu vai via, certo anche per il bene di chi resta ma questo non consola quando saranno malati e tu non potrai essere lì a rinfrescare la fronte che scotta. Quando avranno un dolore e tu non sarai lì ad asciugare le lacrime. Quando i piccoli cresceranno e a te rimarranno soltanto le loro foto e loro non avranno neppure un tuo ricordo nella memoria. Questo non consola quando qualcuno morrà e tu non avrai potuto salutarlo, tenergli la mano, dirgli che non doveva avere paura. Questo non consola.
    Ancora dal Marocco, Haim Rady:
    (…) Con amore e odio per una città, per un paese / che continua a festeggiare l’arrivo dell’augusto visitatore / ma riceve con rancore i propri figli tornati / da un lungo viaggio, sofferenti e pieni di dolore. // Con odio per un re, per un dittatore la cui vita vale / un milione di volte quella di un giovane / accusato di aver studiato troppa storia / e aver fatto troppe domande al professore.
    Ad Haim che così recita, va incontro un uomo che così sussurra:
    Amo sol chi in ceppi avvinto / nell’orror di una segreta / può aver l’anima più lieta / di chi a sangue lo percuo.
    Umberto Saba abbraccia Haim e piangono insieme per la libertà conculcata, per una patria straziata dalla dittatura, per la storia rivisitata e piegata alla volontà di regime. La Storia messa a tacere. Perché interrogata per bene essa sola rivela che troppo spesso la miseria è nata dalla rapina e il sottosviluppo dallo sfruttamento coloniale. Essa rivela che l’Europa decise di portare la sua luminosa civiltà nelle buie terre degli indigeni ma quando se ne andò, dopo aver fatto man bassa di ogni ricchezza esistente sopra e sotto quelle terre, lasciò di quella luminosa civiltà soltanto qualche chilometro di strada e dei binari. Ora quei popoli tornano a reclamare quello che gli è stato sottratto. Avremmo dovuto immaginare che sarebbe potuto accadere. Così come è chiaro che se il 20% dell’umanità continuerà a possedere e a gestire l’80% delle ricchezze mondiali, dovremo prepararci all’era delle grandi migrazioni.
    Chi cammina sprezzante, attraversando la Stazione Termini a Roma, lanciando insulti alla folla di extracomunitari, perché convinto che mettano in pericolo la sicurezza della città – peraltro già sufficientemente compromessa dagli indigeni – non vuole ricordare o forse non sa che le stazioni di Zurigo, di Hannover o Francoforte, negli ultimi anni Cinquanta, offrivano un’immagine di sé assai simile: ritrovo di immigrati, che infastidivano i tedeschi o gli svizzeri, come uno sciame insolente, uno sciame di italiani, poveri spaesati e soli.
    Su tutto quel dolore, quella solitudine, quella povertà vissuta dai nostri emigranti per più di un secolo l’opinione pubblica del nostro paese è del tutto impreparata e questo di certo non l’aiuta. Come non possono aiutarci tutti coloro che pur disponendo della preparazione e dei mezzi per alimentare un dibattito onesto e dignitoso compiono invece una truffa intellettuale. Un paese e il suo popolo non possono fare opera di chirurgia plastica sul proprio passato. Non si bara. Non si mistifica. I cammini della speranza che portavano in Francia attraverso le Alpi restano segnati nel nostro sentimento nazionale. Una truffa di questo genere potrebbe compromettere per sempre la capacità di valutazione delle giovani generazioni e quindi anche la possibilità di risolvere quello che probabilmente sarà il problema del nuovo millennio.

    Ricordando

    Mille poeti camminano per il mondo. Mille e ancora mille. Hanno la stessa rabbia di Dante, lo stesso sdegno di Petofi, la stessa dignità di Foscolo, la paura di Thomas Mann, la miseria di Musil. Potrebbero chiamarsi Bertolt Brecht, Carlo Levi, Rainer Maria Rilke, Luis Sepùlveda, Boris Pasternak.
    Potrebbero chiamarsi come noi o come i nostri nonni, che raggiungevano a piedi, dopo ore e ore di cammino nelle neve, i confini con la Svizzera o la Germania, per poi essere inseguiti dai cani dei poliziotti d’oltralpe. Potrebbero chiamarsi Giovanni Marcantonio, che abita a Berlin, una deliziosa cittadina nel Connecticut, e ha sessantadue anni. Per mandarlo in America, il suo paese, piccolo tra le gole del Molise, fece una colletta. Racconta che aveva diciotto anni, nelle tasche neanche un soldo, sulle labbra neanche una parola d’americano. Dormiva dove poteva e mangiava quando era il caso. È vero che per arrivare in America era necessario offrire una serie di garanzie, prima tra tutte il lavoro reso certo da una lettera di richiamo da parte di una ditta americana. È vero pure che gli imbrogli per aggirare le autorità e le leggi esistevano allora come oggi. Arte della sopravvivenza. Non era granché ben vestito. Neanche troppo pulito. In America c’è lavoro per tutti, basta avere la voglia, ma lui è comunque uno straniero, povero e brutto per la fame. Un giorno a Giovanni danno l’indirizzo di un cantiere. Si presenta con la faccia tosta dei suoi diciotto anni italiani. Gli chiedono cosa sa fare. Risponde: «Quello di cui c’è bisogno». Gli dicono che c’è bisogno di imbianchini. Risponde che quello è il suo mestiere. All’inizio non sa neanche distinguere i pennelli e tra le parole che ha imparato ancora non figurano i termini sulle misure, quindi quando il capo gli chiede un pennello di una certa grandezza, lui glieli porta tutti. È pagato poco ma non cede. Compra una macchina senza avere i soldi per l’assicurazione e la benzina. Soltanto per averla. Poi il resto verrà.
    Ed il resto viene. Sono trascorsi quarantadue anni. È il proprietario di una ditta di costruzioni che conta non so quanti dipendenti. Ha costruito per sé una casa di tre piani da duecento metri quadri l’uno. La casa è arredata con lampadari di cristallo perfino in cucina ma è la copia precisa della casa che avrebbe avuto suo nonno se fosse stato ricco. Parla mischiando americano, italiano e il dialetto del suo paese. Ora ha sessantadue anni: è bello, pulito e ricco. Domando se è questa la sorte toccata a tutti gli emigranti. Risponde: «Solo a quelli assistiti dalla salute e che avevano voglia di faticare». Dice proprio «faticare». Il lavoro per Giovanni non è mai stato altro che fatica. Anche adesso che è in pensione e che non riesce a stare fermo. Ogni stanza da letto – e ce ne sono cinque – ha il suo bagno, per giunta enorme e completo di bidè, un optional quasi introvabile all’estero. È la realizzazione del sogno di ogni notte, quando diciottenne dormiva dove poteva e non si lavava granché. Ora ha sessanta anni: è bello, pulito e ricco. Più pulito degli americani che il bidè non ce l’hanno. Costruisce o aggiusta le loro case, spesso meno grandi e ben rifinite della sua. Gli Americani amano pensare che sia uno di loro. Lo chiamano John e fingono di non sentire la musicalità della sua pronuncia. In salotto, la sala più nobile della casa, dove si mettono comodi gli ospiti (e per Giovanni gli ospiti diventano i padroni della sua casa e del suo cuore come ha imparato da suo nonno), in salotto – dicevo – sul camino è appeso, in una splendida cornice, il passaporto italiano con lui diciottenne e gli occhi grandi. Grandi come le mani, penso guardandole. Mi indica quel passaporto con una nostalgia struggente, impossibile da capire per me. Dice che lui è italiano e che il suo paese gli ha dato tanto. Non ricorda che sono quarantadue anni che non lo vede. «Tanto cosa?», domando io. Lui sorride. Passa una delle sue grandi mani sui miei capelli e sorride ancora. Ma non risponde. Forse non capirei. Invece capisco il silenzio. Allora apre un cassetto e tira fuori un vecchio quaderno ingiallito. Lo apre e mi permette di leggere alcune pagine. Con grafia incerta ed elementare, poesie. Pensieri. Dolore e speranza. Sembrano le lettere dall’esilio. Dal carcere. Sembra Haim il marocchino o Gladys la peruviana. Sembra Dante.
    Non lo avevo riconosciuto. È uno dei mille poeti che camminano per il mondo. Mille e ancora mille.