«Educare i giovani all'amore». D'accordo... ma come?



    Tullo Goffi

    (NPG 1974-01-20)

    Potremmo intitolare queste «note» sull'educazione dei giovani all'amore: «in margine ad una monografia».
    Il numero di agosto-settembre dello scorso anno, infatti, ha offerto il punto, maturato nel gruppo redazionale, su un tema così impegnativo come è quello dell'educazione dei giovani all'amore e alla famiglia. Nell'abbondante bibliografia sull'argomento, abbiamo cercato di trovare uno spazio caratterizzante, rileggendo il tutto secondo le categorie pastorali della rivista.
    Di problemi scoperti, ne sono rimasti un'infinità. A tutti i livelli.
    Agli operatori pastorali però soprattutto preme il «come» quel terribile «concreto» su cui si impattano presto le belle parole e gli ampi progetti. Non vogliamo lasciare a metà strada il discorso, con l'alibi comodo che... «il come te lo devi inventare tu!».
    D'accordo sulla necessità di farsi la propria strada, storicizzando a livello locale tutte le proposte. Ma c'è uno spazio intermedio possibile: tra i progetti e l'azione c'è il terreno della mediazione pedagogico-pastorale.
    Per guidarci ad occupare questo interstizio... abbiamo chiamato uno specialista, che gli operatori pastorali italiani certamente conoscono ed apprezzano, per la competenza dottrinale e per l'afflato pastorale.
    Invece di fare lunghi discorsi, abbiamo concordato una serie di interventi a flash. Anche perché sono più stimolanti ad aprire un colloquio con i lettori. Attendiamo quindi indicazione di problemi, di prospettive e di interrogativi, da sottoporre a Don Goffi, per continuare con lui un dialogo pastorale che ci auguriamo fruttuoso.

    prima nota:
    PASTORALE DI FRONTE ALL'AMORE DEI GIOVANI

    Supplire o integrare la famiglia?

    La pastorale ha il compito di educare adolescenti e giovani all'amore adulto? Oppure deve conservarsi estranea, a motivo della delicatezza e della profanità dell'argomento?
    La pastorale è chiamata a svolgere un compito educativo in favore della formazione umano-cristiana dei fedeli. L'affettività è qual forma costitutiva dell'io. Nessun educatore può sentirsi estraneo alla missione di educare all'amore. La sessualità è un dinamismo che investe tutto l'essere umano, anche se questo non è esclusivamente e primariamente sessuale. Allora il pastore d'anime dovrebbe sentirsi incaricato a supplire e a sostituire genitori ed educatori nell'aprire l'animo adolescenziale all'amore? Può darsi che, in passato, la pastorale sia stata intesa come una missione vicariante. Il giovane prete si sentiva incaricato dai genitori a educare i loro figli. Egli era occupato a tempo pieno nello stare con ragazzi e giovani, per esserne il pedagogo.
    La supplenza educativa può essere attuata in casi eccezionali. Normalmente la pastorale (al pari della scuola) è chiamata ad integrare la famiglia, in ciò che questa non può o non sa educare. Il compito primario della pastorale sta nel formare gli stessi genitori ad essere educatori cristiani.
    Rettamente oggi si cerca di influire sui genitori, così che essi stessi sappiano educare i propri figli a ricevere i sacramenti. E questo dovrebbe accadere ancor più per il campo dell'amore. Anche per l'attività pastorale i genitori diventano abilitati a inculcare l'amore cristiano nei propri familiari. D'altronde tutto questo è in perfetta armonia con la missione, che Gesù Cristo ha affidato alla sua Chiesa: non semplicemente convertire e salvare le anime, ma renderle apostole della fede-carità.

    Tra tacere e anticipare...

    Quale indirizzo la pastorale deve comunicare agli educatori in rapporto alla formazione dell'amore nei giovani?
    Si fa risalire a s. Filippo Neri il principio etico-pastorale: invitate gli adolescenti a distrarsi dai problemi affettivi; cercate di tenerli occupati in altre attività o interessi; rendeteli estranei dalle inquietudini dell'amore; nel campo della castità «vince chi fugge».
    L'educazione alla vita sessuale si raccoglierebbe in un compito prevalentemente negativo: l'amore è situazione piena di scogli e di insidie peccaminose; è necessario tener gli adolescenti il più possibile lontani dal suo contagio. Affascinate da questa prospettiva educativa, talune madri si compiacciono nel costatare come i loro figli siano alieni da qualsiasi inquietudine affettiva, da ogni richiamo sessuale.
    L'indifferenza sessuale indica una maturazione affettiva acquisita o uno stato ancora non adulto? E domani, affacciandosi la problematica affettiva, come verrà affrontata? Forse che la maturità affettiva non si attui con progressivo e continuo arricchimento? Le difficoltà sessuali dell'adolescenza si possono affrontare con più amabilità serena nell'età adulta? In contrapposto si è inculcata la necessità di immettere e introdurre i fanciulli nella cruda realtà sessuale. Questi diventerebbero esperti, qualora fossero necessitati ad affrontare per tempo le situazioni scabrose affettive. Si esige che i ragazzi conoscano la vita sessuale e ne esperimentino per tempo i pericoli.
    Forse in questo nuovo orientamento pastorale e pedagogico, non sufficientemente si è valutato come l'io possa maturare solamente se esposto a una lenta e diradata combustione nella sessualità. Sarebbe come buttare a mare un fanciullo, ritenendo che la necessità di sopravvivere lo costringa ad imparare a nuotare da solo e subito.
    La pastorale deve invitare gli educatori ad assistere ed integrare gli adolescenti nel loro spontaneo aprirsi affettivo. È necessario porsi accanto ad essi: esserne discreti; rispettandone l'autonomia; nello stesso tempo far percepire come siano in compagnia di una guida, che rischiara nell'amore rispettoso.

    Un'educazione «permanente»

    Non di rado i genitori si disinteressano dell'affettività di un figlio, quando questi abbia acquisito l'età giovanile. Anche perché i giovani non si sentono tali, se non godono d'autonomia. La pastorale dovrebbe ricordare la necessità di un'educazione permanente nell'amore. Non è possibile immaginare di poter offrire un'iniziazione affrettatamente completa, né pensare di fare tutto insieme, così da non avere più necessariamente una simile preoccupazione.
    Il divenire dell'amore umano si dispiega lungo tutto l'arco della propria esistenza, e mediante tappe successive ben distanziate. L'affettività personale è una storia che si snoda in continuità. Quando si vuol comprendere il significato di una situazione sessuale, sta la necessità di esaminarlo in raffronto a tutto il già vissuto affettivo. Il presente è un frammento, che è fiorito sul comportamento antecedente.
    Affermare che l'affettività personale è una storia, significa non immaginare di poter costruire un ordine sessuale-affettivo interiore, così che permanga staticamente stabile. È possibile educare gli adolescenti verso equilibri instabili, verso ordinamenti virtuosi precari, verso conquiste provvisorie. Necessariamente subentrano crisi, che costringono a conquiste nuove. Non bisogna vergognarsi di esperimentare rivalità interiori. Ogni uomo ha diritto ad avere conflitti interni. Bisogna sapersi accettare come un essere finito, che ha qualcosa di moralmente scompaginato; e non rammaricarsi perché non si è del tutto buoni. «Vedo nelle mie membra un'altra legge, che è in lotta contro la legge della mia ragione e mi fa schiavo della legge del peccato, che sta nelle mie membra» (Rom 7,23-25).
    Unicamente l'educatore deve tendere a rendersi inutile e far in modo che l'educazione iniziata si trasformi, nei giovani, in autoeducazione. Se il genitore persistesse nell'educare all'amore il figlio (ormai giovane), nel medesimo modo che lo educava da fanciullo, sarebbe evidente segno che non lo si è aperto all'affettività. L'opera educativa è riuscita inutile e dannosa.
    Rettamente i giovani rivendicano autonomia; se sono stati educati efficacemente, devono saper assumere la responsabilità di continuare da se stessi nella perenne autoeducazione all'amore.

    seconda nota:
    EDUCARE A UN AMORE GIOVANILE

    Con il matrimonio sono finiti i problemi...

    La pastorale ha, in passato, esaltato la famiglia come fattore di stabilità; come fortilizio di valori perenni; come roccia che resiste contro l'incalzare di marosi. I pastori d'anime solevano confortarsi, quando vedevano gli irrequieti giovani sposarsi. Per esperienza sapevano che uno si equilibra e diventa conservatore per il fatto stesso che si struttura entro una famiglia.
    Forse si è mistificato un atteggiamento meno bello della famiglia: la sua forza istituzionalizzatrice. Certamente i popoli hanno bisogno di reggersi su istituzioni salde e granitiche. Ma sarebbe deleterio se l'uomo venisse inquadrato entro istituzioni, così da esserne totalmente assorbito.
    La famiglia, se funzionasse come forza unicamente istituzionalizzatrice in rapporto all'amore coniugale e dei figli, sarebbe la tomba dell'amore umano. La famiglia deve essere istituzione, la quale consente il divenire dell'amore, un suo aprirsi in forme nuove, un suo avventurarsi in espressioni impensate prima.
    La famiglia non deve inculcare ai figli l'amore, come è stato vissuto e istituzionalizzato nella vita dei genitori, ma deve saper cercare, offrire e garantire un amore educato secondo le esigenze socioculturali nuove. La pastorale deve favorire l'istituzione familiare, ma aperta sul nuovo; deve amare la stabilità della casa, ma invitandola a tentare l'esperienza nuova dell'amore.

    Rinnovarsi «ascoltando»

    La pastorale che cosa deve dire ai genitori per renderli atti ad essere educatori dei figli verso una forma attualmente nuova d'amore?
    La pastorale deve impostare ogni vita, anche familiare, sullo sfondo della storia salvifica. Lo Spirito di Cristo opera fra gli uomini, orientandoli verso una manifestazione sempre nuova ed inesauribile della grazia salvifica. Lo Spirito purifica di continuo l'amore umano e ne fa apparire le sue virtualità incessantemente, per consentire di vivificarle nella carità del Signore.
    Lo Spirito si serve degli animi giovanili, in modo particolare, per far apparire i nuovi valori fra l'umanità. I valori nuovi non fioriscono spontaneamente ben delineati e purificati, sebbene allo stato brado. Se i genitori devono stare in ascolto dello Spirito, che ispira i giovani, quelli devono poi educare questi affinché sappiano essere testimoni fedeli dei doni dello Spirito.
    La pastorale indurrà i genitori ad essere aperti sulle novità dei giovani, ma contestandole nelle loro espressioni aberranti; li convincerà a stare in ascolto ammirato delle esigenze giovanili, mortificandole in ciò che hanno di disorientativo dal lato spirituale; li inviterà a temere non il nuovo, ma il disonesto eticamente.
    La pastorale stessa darà l'esempio, offrendo strutturazioni rinnovate e in armonia con le espressioni nuove dell'affettività giovanile. I genitori han diritto di vedere la pastorale in un perenne autorinnovamento, al fine di accordarsi alle richieste dell'oggi, assecondandole entro una mansione educativa. San Paolo ammoniva i primi cristiani apostoli: «Non estinguete lo spirito; non disprezzate le profezie; ma esaminate tutto, e ritenete ciò che è buono» (1 Tess 5,19-21 ) .

    Tutti discepoli nell'amore

    La pastorale deve proclamare il principio: nessuno è maestro fra noi nell'amore: siamo tutti discepoli in ascolto dello Spirito di Cristo, il quale parla ed istruisce anche attraverso gli altri. Mai si è imparato a sufficienza ad amare. Il più grande deve saper ascoltare il più piccolo, perché lo Spirito può servirsi di questo. L'unico maestro dell'amore umano e cristiano è lo Spirito. Nella regola di s. Benedetto si prescrive: «Abbiamo detto di chiamare tutti a consiglio, perché spesso a uno più giovane il Signore ispira la decisione migliore» (c. 3).
    Perché la vita umana deve impegnarsi a un continuo perfezionamento ulteriore nell'amare? Perché prepara alla vita beata futura, la quale si caratterizza come perfezione nell'amore. Ivi Dio ci si svelerà come carità (1 Gv 4,8); in Lui vivremo in misura che saremo abilitati a vivere nella carità. Lo stesso esame, che dovremo subire per essere ritenuti idonei alla vita eterna, verterà sull'amore: «saremo giudicati sull'amore» (s. Giovanni della Croce).
    L'assemblea cristiana deve raccogliersi con frequenza nel supplicare lo Spirito Santo, e deve prendersi come esemplare l'amore eroico e divino del Cristo. L'amore degli uomini è chiamato ad innestarsi sull'amore caritativo del Signore: ha significato umano-cristiano in misura che appare permeato da quello caritativo.
    I cristiani, di fronte ai non-credenti, dovrebbero essere fieri di appartenere a una comunità, che promuove e facilita l'amore nei suoi membri: e una famiglia cristiana dovrebbe distinguersi da una non cristiana, perché in quella l'amore è vissuto evangelicamente come Cristo ha indicato.

    terza nota:
    L'ETICA Dl FRONTE ALL'AMORE DEI GIOVANI

    La sessualità come forza di maturazione

    La sessualità è qual dinamismo, presente in ogni aspetto od atto dell'uomo, che inquietamente lo sospinge alla ricerca di una propria maturazione affettiva. Tutto l'uomo è sessuato, anche se la sessualità non è tutto l'uomo. Perché la presenza di questa fondamentale forza dinamica nell'io?
    L'io si affaccia all'esistenza come globalmente concentrato su di sé; come tutto raggomitolato nella ricerca della soddisfazione egoistica. Ripiegandosi su se stesso, percepisce appagamento e piacere. Sotto la spinta della vitale forza sessuale, l'io lentamente viene sospinto ad aprirsi; si rivolge verso gli altri non più trattandoli narcisisticamente; non più chiedendo ad essi se rappresentino qualcosa per un proprio godimento; non più accettandoli in quanto sanno offrire un vantaggio.
    Adolescenza e giovinezza sono un instancabile cammino faticoso e, insieme, gioioso verso la possibile accettazione dell'altro nella sua concretezza, verso la capacità di collaborazione attiva, che non elimina l'io, ma insieme non strumentalizza l'altro.
    Quando la persona conquista la capacità di un adulto amore oblativo, questo non si offre in una forma terminale, in una sua modalità definitiva, così da stroncare il suo divenire. L'oblatività è una maturazione che non ha mai finito di maturare ancora; è una meta che diventa una tappa provvisoria per un cammino successivo. La stessa carità, che Cristo continuamente ci offre, è partecipabile in intensità successive interminabili. Tutto questo perché la vita umana è essenzialmente un divenire in funzione di una propria personalità, che non è mai acquisita definitivamente.

    Un'etica improntata... di futuro

    L'etica, di fronte all'amore dei giovani, non inculca un ordine virtuoso già definitivamente costituito, un comportamento elaboratamente statico. Essa ha di fronte un giovane, che profondamente si modifica nella stessa capacità d'amare, che è proteso verso un amore adulto, che è incamminato verso una sua espressione più profondamente umana, che ha il dovere fondamentale di costituirsi uomo.
    L'etica prescrive la sua normatività in funzione, non di ciò che il giovane è già diventato, ma preminentemente di ciò che deve diventare. Essa non è il dover essere riflettente un attuale essere personale, ma il dover essere in vista di una personalità da acquisire. L'etica non si riduce a pedagogia, ma è norma che si struttura entro una missione educativa ed autoeducativa. L'etica non giudica le azioni di amore in se stesse, ma in rapporto alla persona che uno deve diventare. Certe scorrettezze affettive, certi atteggiamenti d'autoerotismo, certe maniere egoistiche, certe ricerche di soddisfazioni egocentriche, se sono forme peccaminose in un adulto, in un fanciullo od adolescente indicano la statura spirituale in formazione.
    Non è il caso di parlare di relativismo o di soggettivismo etico. L'etica indicata è strutturata sul soggetto che opera, sulla sua capacità operativa, sulla sessualità immatura diffusa nel suo essere, sul modo come sa aprirsi all'amore. Tutto questo è un ancorarsi a un valore oggettivo; è un esigere che uno agisca in virtù del suo io.
    L'etica, mentre si radica sul costitutivo di un essere personale, nello stesso tempo richiede che questa persona segua la sua vocazione verso una propria espressione più adulta e matura.

    L'etica cristiana

    In rapporto all'amore dei giovani, come si struttura l'etica cristiana? Essa si presenta come una profezia: è incaricata di comunicare un disegno di Dio sulla persona, che alla medesima diventa cosciente man mano che s'attua. Perciò la stessa morale ammette un suo progressivo evolversi, in quanto la sua normatività si integra sui valori nuovi che vanno apparendo nella vita umana.
    Questa prospettiva dell'etica appare in armonia con l'Evangelo. Il Signore, nel discorso del Monte, ha indicato la perfezione dell'amore: lo ha tratteggiato entro le perfette dimensioni sublimi della carità del Padre nel Figlio incarnato. Il messaggio evangelico d'amore perfetto viene delimitato, da parte degli scritti apostolici, secondo le possibilità e le esigenze della comunità cristiana esistente.
    Se la Parola rivelata ha tradotto il messaggio di perfezione evangelica in rapporto alla cultura delle varie epoche cristiane, la pastorale lo deve fare in relazione ai gradi di maturazione di una stessa persona. La pastorale deve saper enunciare l'etica programmatica dell'amore adulto ideale in senso umano-cristiano e, insieme, deve saper tradurre la normatività morale su misura della statura biopsichica spirituale, in cui si trovano i singoli. Non per legittimare e fissare la persona allo stadio in cui si trova, sebbene per partire da dove essa è ed orientarla verso un grado superiore umano-cristiano.
    L'etica cristiana, oltre prospettare la perfezione affettiva, caratterizzata in modo tipicamente personale, esige che ci costituiamo educatori degli altri e di noi stessi; che ci mostriamo instancabili nel promuoverci a una vita affettiva superiore; che con la nostra condotta induciamo la stessa morale a formularsi in una normatività sempre più grande e più perfetta.