Il fenomeno NEET

    tra i 25 e i 34 anni

    Una inchiesta sociologica a cura di ISFOL

    NEET


    CONCLUSIONI DELLA RICERCA

    Il fenomeno NEET, nelle sue componenti di fondo è il riferimento a una condizione che si realizza per sottrazione: i giovani (a prescindere dalla fascia di età considerata) dovrebbero profondere le proprie energie in attività educative o formative o in una occupazione lavorativa e invece i NEET sono giovani che non studiano, non lavorano, non sono impegnati in alcun tipo di esperienza di formazione.
    Questo stato di cose ha diverse ricadute: mancanza di contributo da parte dei giovani alla formazione della ricchezza prodotta; creazione di condizioni di debolezza e marginalità sociale di frange della popolazione giovanile, sino ad arrivare all’esclusione sociale; ripercussioni sui sistemi di welfare, sia in termini di costi attuali, sia in termini di mancanza di risorse in futuro. Si tratta, insomma, di una criticità nel presente che proietta ombre sul domani in termini tanto economici che sociali.
    Nall'indagine abbiamo intervistato persone in età tra i 25 e i 34 anni di età, supponendo che tra gli appartenenti a questa fascia di età i percorsi di studio siano ormai largamente consolidati, come pure le esperienze maturate nel mondo del lavoro iniziano ad avere una certa significatività.
    Il tema è stato affrontato con la convinzione che quello dei NEET non è solo un problema di giovani da reinserire in circuiti educativi e lavorativi, quanto piuttosto un nodo critico dei sistemi economici e sociali dei Paesi economicamente più evoluti, che ne interroga le scelte, le strategie di welfare e le prospettive future; in tal senso si è ritenuto che i giovani compresi nella fascia di età indagata abbiano anche raggiunto un appropriato grado di consapevolezza come cittadini facenti parte di un sistema sociale e come individui in grado di esprimere valutazioni tanto ideali che strumentali rispetto alle traiettorie portanti delle proprie vite e sugli ambienti sociali e relazionali in cui sono inseriti.
    Pur se riguardante una fascia di età più contenuta (e tutto sommato più omogenea) rispetto a quella “canonica”, i risultati dell’indagine hanno restituito pienamente le differenze di situazioni e di esperienze
    che si nascondono dietro alla generica etichetta di NEET, confermando una volta di più la necessità di pensare il tema in modo articolato, rifuggendo le facili (anche se in qualche misura inevitabili) semplificazioni.
    Un elemento che si manifesta con tutta la sua importanza è quello relativo al background socioculturale degli intervistati, inteso sia come grado di istruzione proprio, sia come livello di istruzione della famiglia di provenienza. In questo senso, come avviene anche analizzando i principali dati statistici a disposizione, si rileva che le famiglie di provenienza dei NEET tendono a presentare un livello di istruzione in certa misura meno elevato di quello medio complessivo, unitamente a condizioni economiche più basse rispetto al dato medio d'insieme.
    In modo coerente, si osserva che gli intervistati che hanno rinunciato a cercare lavoro, dunque meno attivi e probabilmente più demotivati, sono di solito in possesso di titoli di istruzione più bassi rispetto agli altri e, per contro, dalle interviste è emerso con chiarezza che il grado di attività sul mercato del lavoro cresce all’aumentare del livello di istruzione conseguito.
    Anche l’analisi dei percorsi di istruzione riconsegna un quadro coerente, segnalando che il grado di inattività degli intervistati è maggiore tra coloro i quali hanno avuto i percorsi di studio più irregolari, che spesso sono iniziati con bocciature o comunque grandi difficoltà a partire dalle scuole secondarie di primo grado.
    I fattori che determinano il fenomeno NEET sono diversi, interagiscono in modo spesso complesso e si rinforzano reciprocamente. Inoltre, non si può certo sottovalutare il peso della profonda crisi economica e finanziaria che ormai da diversi anni si è abbattuta sulla gran parte delle principali economie mondiali; tuttavia, allo stesso modo, non si può fare a meno di osservare, ancora una volta, il ruolo cruciale ricoperto dai sistemi educativi e formativi nel tentare di combattere il fenomeno, per almeno due ordini di motivi.
    Il primo è relativo al nesso tra gli esiti scolastici e formativi dei giovani e le loro possibilità di collocarsi attivamente nel mercato del lavoro, perché questo è evidente e ormai empiricamente dimostrato; infatti, per quanto conseguire alti livelli di istruzione non metta automaticamente al riparo i giovani dal rischio dell’esclusione dal mercato del lavoro, è altrettanto vero che l’uscita precoce dai percorsi di istruzione e formazione aumenta esponenzialmente la possibilità di ricadere in condizioni di marginalità sociale e, in ogni caso, li rende una forza lavoro (potenziale o effettiva) poco qualificata e a costante rischio di esclusione.
    Il secondo ha invece a che fare con la creazione di una cultura della formazione lungo l’arco della vita delle persone, anche a prescindere da esigenze immediatamente professionalizzanti. Infatti, non solo è necessario acquisire conoscenze, ma è parimenti importante rendersi conto che queste tendono a essere dimenticate, se non costantemente utilizzate e, anche qualora lo siano, in modo del tutto naturale esse sono soggette all’obsolescenza; pertanto, sin dagli anni della scuola, deve essere costruita una vera e propria cultura della manutenzione del proprio background culturale, delle proprie conoscenze e delle competenze acquisite.
    Allo stato attuale, invece, gli effetti indotti dalle bocciature, dai ripensamenti e dalle cattive riuscite a scuola sono sottoposti a pochi o nulli strumenti correttivi; basti pensare che, secondo le ultime statistiche dell’ISTAT, i due terzi dei NEET che non cercano neanche più lavoro sono usciti prematuramente da scuola e comunque con bassi titoli di studio; in egual misura, tra quanti hanno conseguito titoli di istruzione secondaria superiore o anche terziari, ma che risultano essere oggettivamente deboli sul mercato del lavoro, si assiste a una minor propensione ad accedere a corsi o percorsi di formazione professionale in grado di migliorarne o specializzarne le competenze, contrariamente a quanto fanno loro coetanei con titoli di istruzione già in partenza meglio spendibili sul fronte lavorativo.
    Diventa perciò essenziale spezzare quell’effetto perverso in base al quale tendono a fruire di meno di opportunità formative proprio coloro i quali ne avrebbero maggior bisogno e che ne trarrebbero i maggiori vantaggi.
    Anche tra gli intervistati, invece, la formazione professionale esercita una scarsa capacità di attrazione. Come infatti si è già avuto modo di vedere, mentre se ne riconosce in via teorica una potenziale utilità tanto nel favorire un inserimento lavorativo che in termini di crescita personale (e sono in pochissimi a ritenere che non abbia alcuna utilità), in concreto sono in pochi quelli che hanno partecipato ad attività di formazione professionalizzante; tra gli intervistati, difatti, la percentuale di occupati e di NEET in cerca di occupazione che in passato hanno frequentato uno o più corsi è praticamente identica, al di sotto del 17% ed è significativamente ancor più bassa tra i NEET che non stanno cercando lavoro, ovvero tra coloro che in assoluto dovrebbero esserne maggiormente attratti.
    Eppure la formazione professionale raccoglie un ampio consenso tra chi l’ha seguita ed è in grado, certo non da sola e non indipendentemente dalle congiunture economiche, di facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei suoi qualificati, poiché gli insegnamenti impartiti e le formule utilizzate sono pragmaticamente orientati alla spendibilità sul mercato del lavoro delle competenze acquisite e permettono ai giovani di avere esperienze in ambienti di lavoro durante il percorso formativo.
    La scarsa attrattività della formazione professionale, perciò, ha differenti sfumature e dimensioni. Di certo, c’è un problema di una poca e incompleta conoscenza da parte dell’utenza potenziale che si accompagna a una visione, nel nostro Paese, che privilegia le attività educative di stampo classico, che si svolgono nel sistema scolastico a esperienze di altra natura; nel contempo non ci si può però esimere dal porsi delle domande sulle capacità comunicative dei sistemi formativi nel loro insieme, sulla capacità di costruirsi un prestigio che, lo si è detto, ha anche una sua ragione di essere rivendicato visti i buoni risultati conseguiti, soprattutto tra i giovani qualificati in età scolare. Insomma, è necessaria una regia in grado di ottimizzare il lavoro della formazione e di renderla meglio visibile, valorizzandone le esperienze più qualificanti e proficue in termini di esiti lavorativi.
    Al tempo stesso, i dati sin qui analizzati lo suggeriscono, si rende necessario favorire il più possibile esperienze in contesti di lavoro ai giovani sia in età scolare, sia che abbiano concluso il proprio percorso di studi; in egual misura diventa sempre più importante individuare il modo in cui valorizzare le esperienze maturate dagli individui in contesti e ambienti di apprendimento differenti da quelli di tipo più tradizionale.
    Ovviamente, con ciò non si intende dire che il problema dell’inattività giovanile sia tutto risolvibile dentro ai confini della formazione professionale, né che quest’ultima sia una panacea, ma si sostiene con convinzione la sua utilità come strumento di intervento, soprattutto se accompagnata da una adeguata e flessibile programmazione delle attività, anche sperimentando formule innovative di gestione, di finanziamento, di somministrazione; queste si rendono ancor più necessarie in momenti di difficoltà del mondo produttivo e di contrazione delle risorse disponibili e nel momento in cui, come suggerito dall’inchiesta illustrata, formule più standardizzate di offerta formativa rischiano fortemente di non incontrare il gradimento del pubblico a cui sono indirizzate e di essere viste (il che non avviene di rado) come strumenti di “parcheggio” in attesa che all’orizzonte si affaccino migliori opportunità.
    Ma come accennato, al di là degli aspetti strutturali, quello dei NEET è anche un problema di definizione identitaria, di progettualità, di prospettive e, in ultima analisi, di una precarietà che ne pervade i vari aspetti del vissuto.
    La precarietà, perciò, diventa non solo una condizione, ma in quanto fattore che influenza scelte e prospettive, è anche una percezione; il primo riscontro di questo sta nella proiezione futura che i giovani NEET operano di se stessi: sollecitati a esprimersi, immaginano che gli attuali problemi lavorativi rimarranno tali anche nel futuro e gli inattivi manifestano questa convinzione in misura ancor più significativa. Il senso di precarietà a cui ci si riferisce si estende alle varie dimensioni collegate al mondo del lavoro e alle sensazioni che evocano, ma è interessante notare come, tra i NEET inattivi, si stemperino anche questo tipo di tensioni emotive e forse, tutto sommato, è proprio questo il frutto avvelenato della condizione di inattività. D’altro canto, ben difficilmente potrebbe essere diversamente, poiché le condizioni materiali hanno grande influenza nel determinare le prospettive e le aspettative, ma nonostante questo una volontà realizzativa di se stessi come esseri umani e nel dare un senso al proprio agire continua a caratterizzarne la progettualità, anche se ovviamente in modi diversi e con differenti propensioni.
    E dunque i NEET non si muovono nel vuoto sociale; la caratterizzazione per assenza della loro condizione rispetto allo studio o al lavoro non si traduce sempre e comunque nell’apatia o nell’anomia e, quindi, il senso e il concetto di tempo libero da impegni di tipo professionale non sono un’incongruenza, poiché solo una rappresentazione caricaturale del tema potrebbe indurre a pensarlo.
    Il tempo libero, per chi non studia o lavora è il tempo che si cerca di dedicare ai propri interessi, alla socialità e per alcuni anche all’impegno sociale; il tempo libero da un’occupazione che non c’è, lo abbiamo visto, è nella stessa misura una gabbia e una risorsa e nella gestione di questo tempo libero, ancora una volta, un ruolo non secondario sembra giocarlo il livello di istruzione degli intervistati.
    L’impegno politico e sociale in genere, il modo di interpretare cosa sia deviante o meno, gli aspetti verso i quali gli intervistati hanno mostrato rabbia, approvazione, indifferenza mostrano spesso interessanti correlazioni con il grado di istruzione; a esempio, maggiore è il grado di istruzione posseduto, maggiori sembrano le propensioni a una visione di bene della collettività piuttosto che orientamenti basati sull’individualismo.
    Un fenomeno tanto articolato quanto quello dei NEET necessita di risposte altrettanto differenziate e, come già osservato in sede di introduzione al presente lavoro, sotto un profilo meramente strumentale il Piano di attuazione della Garanzia Giovani sembra essere sufficientemente articolato per rispondere a differenti esigenze. Soprattutto, iniziano a essere sottoscritti accordi tra Regioni e Imprese, il che aumenta la possibilità di censire i posti di lavoro disponibili.
    I limiti e i pregi di questa azione sono naturalmente opinabili, come pure hanno cittadinanza le considerazioni critiche che vengono mosse, non da ultime le osservazioni sul fatto che con questo tipo di interventi si tende a provare a collocare le persone in posizioni lavorative già esistenti, anziché incentivare la creazione di lavori e nuovi modi di pensare il lavoro stesso. È un’osservazione non secondaria, al pari di quelle che ritengono troppo esigue le risorse che sono state stanziate.
    Nemmeno si deve omettere di riflettere sul fatto che quello dei NEET è un problema intimamente collegato a una più generale riflessione sulle scelte economiche e produttive dei sistemi economici più avanzati e sul funzionamento dei sistemi di welfare. Dopotutto, NEET è solo un acronimo con cui si identificano delle persone in base a una condizione di non studio e non lavoro, in una specifica classe di età; dietro tutto questo i veri problemi sono quelli collegati alla precarietà della condizione delle persone nel mondo del lavoro o quelli correlati alla difficoltà dei sistemi educativi e formativi nell’attrarre e trattenere dei giovani al loro interno per fornire loro una adeguata preparazione, oltre che nel diffondere una cultura della formazione lungo l’arco della vita e una cultura della mobilità geografica che superi sia i confini che le contingenze.
    Ma questi tipi di problemi, di fatto, affliggono tutte le fasce di età della popolazione e, dunque, i Paesi economicamente avanzati, oltre a strutturare azioni di risposta efficaci ed efficienti, devono anche riflettere profondamente su come gestire le profonde trasformazioni che stanno segnando il mondo della produzione di beni e servizi.
    È in questo quadro che, a esempio, va avviata la riflessione sul ruolo che le tecnologie hanno nel disegnare nuovi scenari e come possono contribuire a pensare un nuovo modo di concepire il lavoro, di trasmettere conoscenza, di creare comunità basate su pratiche condivise, di prevenire (anziché aggravarle) varie forme di esclusione sociale di cui, quella che investe i giovani, è solo una manifestazione, pur se particolarmente grave incidendo su quella parte della popolazione che è al tempo stesso risorsa e investimento sul futuro.

    ISFOL RESEARCH PAPER N. 25/2015 73

    neet-nellUnione-Europea