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Gesù e il

discepolo amato

Lectio divina su Gv 13,21-29; 19,25-27; 20,1-5

Rosanna Virgili


Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità.
(Fratelli, di Giuseppe Ungaretti)


Nel Vangelo di Giovanni il rapporto di Gesù con i suoi discepoli è molto particolare e diverso da quello che viene raccontato negli altri tre Evangeli. Una delle presenze originali è quella di un discepolo anonimo definito soltanto con un aggettivo: “amato”. Dovremmo pensare che Gesù avesse un prediletto tra i suoi apostoli e discepoli? Che per uno di loro, di cui si tace il nome, egli provasse una simpatia particolare, avesse un debole destinato a far ingelosire tutti gli altri? Possibile. C’è un fatto, però: che il rapporto tra loro due non era chiuso, elitario, possessivo, ma aperto a tutta la comunità ed esposto verso l’intero gruppo che seguiva Gesù e che lui chiamava i suoi “amici”. Gesù, dunque, amava tante persone, ma alcune le amava con un bene d’amicizia (philìa), mentre uno solo era quello cui era legato da vero e proprio amore (agapetòs “amato”, dal verbo: agapào: “amare” senza chiedere nulla in cambio). Certamente è così, ancorché di tutti i suoi amici – e non solo del suo “amato” – Giovanni dice che Gesù: “avendo amato i suoi, li amò sino alla fine”. Li amò tutti, sino alla fine. Per tutti, indistintamente, Gesù diede tutto sé stesso sino a morire d’amore per loro sulla Croce!. Ma allora dove si troverò la diversità di questo misterioso “discepolo amato”? Non ci resta che leggere i passi dove si parla di lui.

1. Attrazioni fatali: Gv 13,21-29

Ci sono persone che ci attraggono la prima volta che le incontriamo, perché ci colpiscono lo sguardo dei loro occhi, o un gesto, o anche la loro voce. Può capitare che, invece, una persona diventi importante e inizi a suscitare in noi un’emozione particolare solo dopo qualche tempo da che l’abbiamo conosciuta; a sorpresa viene il giorno in cui qualcosa di lei o di lui ci lascia un segno, un sapore, un sussulto speciale, destinato a imprimersi nella nostra sensibilità e nella nostra mente: è come se solo allora ci accorgessimo davvero di quel micro-cosmo infinito e meraviglioso che sono il suo viso o il suo sorriso. L’effetto è quello della nascita del desiderio di approfondirne la conoscenza, di risentirci, di frequentarci; ne restiamo, insomma, “sedotti”. Spesso tutto ciò è la culla di una storia più o meno duratura, ma che sempre ha un suo sviluppo e che può anche diventare determinante per noi, se non, addirittura, cambiare per sempre la nostra vita.
Una persona che amiamo può farci diventare un’altra persona; se in lei troviamo affinità, empatia, simpatia, corrispondenza, tale rapporto diventa essenziale e fonte di felicità. Se il rapporto penetra nelle pieghe della nostra intimità, se la sua parola è quella che stavamo aspettando, se crediamo negli stessi valori (o se siamo reciprocamente capaci di confrontarci, di comprenderci e di rispettarci pur da punti di vista differenti), se la sua presenza è provvidenziale nei momenti più duri e pericolosi che mi trovo ad affrontare, allora quella persona è un amico; ma potrebbe anche diventare il tuo “altro”, cioè la persona amata, con cui, magari, condividerai tutti i tuoi sogni.
Gli incontri sono fatti per spingerci a un cammino, per introdurci in un’avventura di relazione, perché l’intesa amorosa è l’approdo di ogni umano desiderio ed è ciò che tutti – nessuno escluso – cercano nel loro cuore. Tutti gli esseri umani… compreso Gesù!

Depose le vesti
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto (Gv 13,2-5).
La scena descritta in questi versetti è quella della sera in cui – nel Vangelo di Giovanni – Gesù consumò la sua ultima cena con i suoi apostoli. Come è evidente, essa è descritta in modo affatto originale, rispetto agli altri evangelisti: solo nel quarto Vangelo, infatti, Gesù, in quella sera, lava i piedi agli apostoli. Marco, Matteo e Luca non riferiscono di questo gesto, mentre raccontano dello spezzare il pane e del mescere il vino di Gesù nella cena pasquale. Giovanni inizia notando che era vicina la Pasqua e si avvicinava, quindi, anche il momento in cui il Maestro sarebbe «passa[to] da questo mondo al Padre», vale a dire sarebbe morto sulla Croce (Gv 13,1). L’urgenza che colpisce il cuore di Gesù, in queste ultime ore della sua vita terrena, non è, però, la paura, come sarebbe normale per ogni comune mortale; al contrario, è l’abbraccio del suo Amore verso i discepoli: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (ibidem). Gesù amava così tanto i discepoli che li chiamava «i suoi», «amici» che sentiva parte del suo stesso corpo! È talmente forte l’affetto incredibile di Gesù per quelle persone, che capendo che gli restava ancora poco tempo, voleva usarlo per dir loro il Suo amore, sino all’ultimo secondo; voleva immergerli nella sua pienezza. E lo fece con un gesto davvero toccante che rendeva evidente la forza di tale assoluto d’Amore, molto più di quanto non avrebbero potuto fare le parole. Gesù «depose» le sue vesti, come si farebbe per ogni atto d’amore fisico, come se fosse una donna che si prepara per il suo uomo, così come nel Cantico dei Cantici: «Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo?», dice l’amata (Ct 5,3). Gesù si toglie la veste e la depone a terra, resta nudo dinanzi a coloro che ama… poi prende un asciugatoio e se lo cinge ai fianchi: con quella originale cintura, Gesù asciugherà i piedi degli apostoli, dopo averli lavati, perché anch’essi possano entrare nel “gioco” dell’Amore: «Mi son lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?» è la seconda parte del discorso dell’Amata del Cantico nello stesso versetto.
Gesù lava i piedi ai suoi apostoli per renderli capaci di amare, a loro volta, ora che sono stati resi “puri” dal suo amore. Questa è la vera purezza: consegnarsi alla pienezza dell’amore! Gesù avrebbe voluto che il profumo, quello del suo stesso corpo, impresso nell’asciugatoio, potesse giungere dai loro piedi fino al loro capo, immergendoli da capo a collo!
Anche sulla croce Gesù sarà nudo: disarmato per poter «consegnare sé stesso» ad un dono d’amore perfetto. Perché chi ama non usa armature verso l’altro, ma apre la propria inermità come sete di amore e di carezze. Qualcosa che solo chi è innamorato capisce.

In seno a Gesù
Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Nonostante l’amore immenso di Gesù, non tutti gli apostoli si lasciano contagiare da esso; uno di loro lo tradisce, si allontana dal Maestro e risponde a quel suo amore con il disprezzo, la menzogna e la violenza: si tratta di Giuda! La comunità per cui Gesù aveva dato tutto sè stesso era spezzata, lacerata, divisa. Il “bagno” d’Amore che Gesù aveva operato con loro non era riuscito con tutti; anzi, forse era riuscito fino in fondo soltanto con uno di loro: il «discepolo amato». Lui era l’unico che aveva la testa sul seno di Gesù, che era accucciato sul grembo del Signore. La scena è di una dolcezza infinita e disegna la potenza dell’amicizia profonda, della lealtà, della sintonia, della comunione tra due persone. Chissà quanto bene avrà fatto a Gesù sentire la testa di quel discepolo “piegata” sul suo petto, chissà quanta tenerezza! Abbiamo bisogno di amicizia vera, di fedeltà, di tenerezza; tutti, anche Gesù! In quella sera, che sarebbe stata l’ultima per lui sulla terra, ciò di cui soltanto Gesù aveva bisogno era di qualcuno che lo amasse, che gli fosse accanto, che gli desse calore e compagnia.
Ma perché a tutti gli altri fu impossibile fare altrettanto? Sentire e mostrare a Gesù lo stesso affetto? Perché neppure Pietro – che poi diventerà il “pastore” della Chiesa (cfr. Gv 21,15) – poteva più parlare direttamente con Gesù, ma doveva chiedere ad un altro?
Quando il cuore va da un’altra parte o si ritira nelle sue solitudini, il filo rosso dell’intesa, della complicità, dell’amicizia, si rompe. Gesù soffrirà molto dell’abbandono dei suoi amici. Ma neppure il Figlio di Dio può costringerci ad amare: l’amore è un atto di libertà, che si rende in maniera gratuita, ed anche Gesù, il Figlio di Dio, non può oltrepassare questo confine. Ma beato quel discepolo che disse «sì» all’amore di Gesù; che liberamente si legò al Maestro e restò con lui sino alla fine. Amare è l’unico vero senso e scopo della vita; mettersi sulle vie dell’altro e, insieme, trovare la fonte dove dissetarsi. «Non è bene che l’uomo sia solo», dice il Dio Creatore (Gen 2,18); e non ci sono sostituti animali o virtuali di sorta alla vocazione all’amore. «Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo», dice il Cantico dei Cantici (8,7b).
Il discepolo amato da Gesù è l’unico che può avere un contatto diretto con lui, perché soltanto lui ha un posto intimo nel cuore del Signore; ma non l’ha conquistato con titoli o raccomandazioni speciali, bensì con la fedeltà, con l’amore senza ritorni, senza mezze misure. Per conoscere i segreti dell’anima dell’altro occorre custodirne il mistero, legarsi alle sue istanze più remote. Solo così si diventa amici “per la pelle” e tutto diventa condiviso. Non c’è una ricchezza che si possa acquistare nella vita più grande di un legame d’amore: l’unico che, da un lato, può rompere la maledizione della solitudine, e, dall’altro, quella dell’onnipotenza.

2. Ecco tua madre: Gv 19,25-27

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Tre donne, due madri, un’innamorata: tutte e tre si chiamano «Maria»; sono la famiglia di Gesù. Nessun uomo da casa sua! Tutta la sua “parentela” è fatta di femmine che ora si trovano sotto il corpo del loro figlio e uomo amato, crocifisso; un corteo minuto, muto e misterioso. Si sono viste così poco le donne di Gesù nel racconto evangelico; di loro non sappiamo quasi nulla. La madre l’abbiamo lasciata a Cana, alla festa di quel matrimonio in cui Gesù trasformò l’acqua in vino, poi è sparita dalla scena; la zia – sorella di sua madre – la incontriamo qui, per la prima volta e, ugualmente, la Maddalena.
Come accade ai funerali dei personaggi famosi, quando, spesso, per la prima volta, si rivelano i volti, sino ad allora sconosciuti, dei familiari, generando una curiosità e una tenerezza speciali, così è per Gesù. Il Vangelo di Giovanni è l’unico che ritrae questa scena che gli altri Vangeli non riescono a fotografare. Gesù! Un figlio che muore ammazzato e non c’è un padre a gridarne la denuncia, rivendicarne la giustizia, custodirne l’ignobile destino; nessun uomo, nessun goel (‘il vendicatore del sangue’) per quel figlio di nessuno, sulla terra… solo un fragile serto di donne, assenti alla parola, inchiodate alla vergogna di un morto senza diritto di lutto.
Gesù muore per la madre, con la stessa leggerezza con cui era arrivato nel suo ventre; Maria non ha potuto trattenere nulla di lui, neppure una lacrima.

Rispa e le lamentatrici
Nella storia della nostra civiltà – e in quella di molte altre – è alle donne che sono affidati i riti del lutto. La donna è sulla porta della vita e della morte: alla nascita è il suo corpo che fa transitare le creature dal non esserci all’esserci; alla morte è lei che grida perché la vita – da lei originata – si spegne. La donna grida mentre partorisce e grida ancora quando un uomo muore, venendo così a presiedere le porte di entrata e di uscita dalla vita, se è vero che «L’esistenza è il grido del bambino perduto nella notte», come dice Massimo Recalcati.
Per questo dalla notte dei tempi esistono le lamentatrici, professioniste del dolore, chiamate a celebrare la spaccatura che si apre sul grembo della terra quando una creatura muore. Il lamento è composto di atti di disorientamento, capelli strappati, smorfie grottesche del viso: ad esprimere lo sconcerto, lo smarrimento, il panico che la morte produce.
Le donne coprono col loro pianto l’oscenità di ogni morte, esprimono il rigetto della fine e la brama dell’esistere, querelano il cielo che ha permesso lo sfacelo, rivendicano la vita, battendo i pugni contro il vuoto (cfr. il lamento su Gerusalemme in Ger 9).
Allo stesso tempo quel loro pianto rituale ha una funzione di riparazione: vuole cicatrizzare la ferita che si è aperta; permettere alla famiglia di ritrovare quell’equilibrio che la venuta meno di un suo membro ha rotto. Tutti gli atti del lutto servono a riconciliarsi con la vita, per tenere la morte sotto controllo e far sì che non sia essa ad avere l’ultima parola.
Ma le donne di Gesù non sono professioniste delle lacrime: apparentemente non piangono, non gridano, non fiatano. Non c’è rito per lui, non è ammesso per un condannato alla morte di croce; un impuro, perché vittima della maledizione a cui lo ha esposto il delitto che ha commesso: si è fatto Figlio di Dio, «Ha bestemmiato», hanno detto i Giudei; per questo non meriterà un funerale: quel corpo è da gettare via come immondo. Per questo quel grumo di donne sembra nascondersi alla luce del mondo, seguendo i passi disgraziati di quel loro congiunto. Anche il loro è un gesto illegittimo: il crocifisso, infatti, non merita neppure la pietà dei parenti.
L’Antico Testamento presenta un anticipo di questa scena (cfr. 2Sam 21,1-14): anche lì c’è una donna che veglia dei morti, questa volta impiccati; maledetti anch’essi. Anche lei sotto la forca dove sono stati giustiziati i suoi figli. Quella donna era stata concubina del re Saul; ora pagava i numerosi delitti che il suo uomo – occasionale! – aveva commesso: un debito che si poteva pagare soltanto col sangue dei figli. Rispa veglia per mesi i cadaveri, tributando ai morti un rito illecito, impuro come i loro corpi: la sua veglia vuole che siano riconosciute loro la dignità e la vita. Alla fine dell’estate qualcuno la vede e avvisa il re David di quel culto ignoto alla corte d’Israele: un rito d’amore più forte della morte; la rivendicazione della vita sulla morte del figlio, attraverso l’amore della madre!
Colpito, il re farà seppellire quei corpi ancora appesi; li restituirà alla terra che è madre. La vita ha vinto.

«Ecco tuo figlio»: figli si diventa
Le cose con Gesù vanno un po’ diversamente: lui è ancora vivo, ancorché prossimo alla morte. Le sue parole suonano serene, non appare nessuna angoscia da ciò che esce dalla bocca del Figlio di Dio: Gesù si sente vicino alla Gloria del Padre. Ma sua madre resterà sola di lui: Gesù si preoccupa per lei. Chi lo farebbe, in una simile situazione? L’ultimo pensiero di Gesù è per sua madre. Lui che si era commosso il giorno che, a Nain, si era imbattuto nella madre, vedova, di un ragazzo morto, al seguito della sua bara (cfr. Lc 7,11-17); non aveva resistito dinanzi alle lacrime di quella disgraziata… non aveva potuto sopportare il deserto che si era aperto sul cuore di quella povera donna. Un morso alle viscere, aveva sentito Gesù, di fronte al dolore di una madre; e aveva richiamato il ragazzo alla vita per restituirglielo. Ora deve consolare la sua, di madre. Ma come? Gesù non scende dalla Croce per risparmiare lo strazio a sua madre; e lei deve bere quel calice sino in fondo.
In che modo si potrebbe riparare al danno della perdita di un figlio? Col dono di un altro figlio. Non per sostituire: ci mancherebbe (nessuno è sostituibile)! Ma perché il filo della presenza non si spezzi. Gesù aveva un «discepolo amato», non per caso anonimo: è lui che dona a sua madre: un pezzo del suo cuore, una parte di sè stesso. Quel discepolo siamo tutti noi, ha i nomi di noi tutti. In lui la nostra vita prende senso: nel diventare «figli» di una madre che ci adotta per amore e nell’Amore di suo Figlio.
Il discepolo amato diventa, dunque, figlio di Maria; mentre Gesù, piano piano, si ritira dalla scena. C’è una responsabilità anche nell’essere figli, non solo nell’essere madri. «Figlio, ecco tua madre», dice Gesù al discepolo: non è una sorta di ripetizione del concetto già espresso con Maria, ma la precisa volontà di rendere consapevole il nuovo «figlio» di ciò che significa prendere con sé una madre. La figura di Maria è davvero tenera: madre “adottiva” (del discepolo di Gesù), ma anche madre “adottata” da lui… Anche le mamme hanno bisogno, a un certo punto, di ridiventare figlie! Quanta sapienza e quanta emozione in questa scena, negli ultimi momenti della vita di Gesù. Gesù non sciupa neppure quelli e ne approfitta per dare un compito sia a sua madre sia al suo discepolo più caro: a lei di farsi madre di ogni figlio che non abbia madre; a lui di farsi figlio di ogni madre abbandonata e sola. Un’arte di reciproca tenerezza che abbiamo bisogno di imparare anche noi.
Essere figli non vuol dire vivere un rapporto a senso unico. Siamo tentati di credere che l’impegno verso i figli spetti specialmente ai genitori: talvolta li consideriamo come dei meri distributori di soldi e di permessi; sentiamo come dovute tante cose da parte loro e nessuna da parte nostra. Ma, se pure su piani diversi, non c’è relazione che non contempli reciprocità. Certo, quel che si esige da un padre verso un figlio non è identico a ciò che si esige da un figlio verso un padre: se così non fosse, finirebbe il rapporto padre-figlio. Ogni parte deve assumere la propria differenza e onorare il proprio compito. Ma come la madre agisce con libertà e gratuità verso il figlio, così dovrebbe essere anche per i figli verso i genitori: bisognerebbe smettere di identificare queste ultime esclusivamente col loro ruolo, ma bisognerebbe iniziare a vederli come persone bisognose anch’esse di amore, di dolcezza, di collaborazione, di solidarietà; di rispetto, di cura, di gratitudine; di comprensione e – perché no? – anche di perdono… Nessun genitore è perfetto, così come nessun figlio lo è, e crediamo che come ogni genitore potrà trovarsi a perdonare un figlio, così anche un figlio dovrà, a un certo punto, perdonare qualcosa a suo padre, o sua madre. Il perdono accresce e fortifica il bene che ci lega.

Gesù non è (più) un figlio unico
Sappiamo che nella dottrina cristiana Gesù è un figlio unico. Certamente egli è l’unico Figlio di Dio. Il Vangelo di Giovanni lo definisce, infatti, «figlio unigenito» del Padre (cfr. Gv 1,14). Dal punto di vista umano, Gesù è descritto come il figlio «primogenito» di Maria, secondo il Vangelo di Luca (cfr. Lc 2,7) ed il figlio adottivo di Giuseppe, nel Vangelo di Matteo (cfr. Mt 1,21). Nel Vangelo di Marco è scritto che Gesù aveva delle sorelle e quattro fratelli, che si chiamavano Giacomo, Simone, Giuseppe e Giuda (cfr. Mc 6,3); probabilmente si trattava di fratelli cugini di Gesù. Ad ogni modo, quel che conta per noi è sapere che Gesù, una volta lasciata la sua sede familiare, aveva costituito una fraternità con i suoi discepoli ed apostoli. Gesù non viveva solo e neppure con una famiglia di sangue, perché non si era formato una famiglia, fatta di una moglie e di figli, ma di una famiglia composta di «coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28).
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». (Mc 3,31-35)
Gesù ha, dunque, molti fratelli, ma ottenuti con l’amicizia di chi condivide la stessa fede. La famiglia di Gesù è “allargata”! Essendo, il Padre suo, Padre di tutte le creature al mondo, Gesù acquista fratelli dall’intera umanità: compresi noi. La paternità di Dio non è fisica, ma spirituale, trascendente. E Gesù indica quali sono i legami più forti: proprio quelli spirituali! Nei legami dovuti a fattori materiali ci possono essere interesse o costrizione; in quelli spirituali non ci sono altro che gratuità, libera adesione, leggerezza e generosità.

Amico e fratello
Il discepolo amato di Gesù che “adotta” la madre del Signore e la conduce a casa sua per vivere insieme a lei è, all’inizio, un amico di Gesù; poi diventa suo discepolo, e un discepolo affatto speciale, perché nessun altro, nel Vangelo di Giovanni, sarà definito come lui. La sua storia ci mostra che, davvero, fratelli si diventa e non si nasce; l’amore è il collante di questa seconda e più forte fraternità: l’amore che guarda il bene dell’altro e sa mettersi nei suoi panni, abbracciandone la vita e il destino, rischiando fino in fondo per lui.
Nella Bibbia sono molte le storie di fratelli litigiosi e cattivi gli uni verso gli altri. Prima ed emblematica quella di Caino e Abele: due fratelli che non riuscirono a diventare amici e, quindi, ad approdare all’autentica fraternità, ragion per cui finirono per non riconoscere più nessun legame vicendevole e spensero ogni rapporto con la morte.

3. La gara: Gv 20,1-5

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
«I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio», aveva detto Gesù (Mt 21,31), e che la Maddalena arrivasse per prima al sepolcro del Signore era perfino scontato. La gara che si gioca per vedere il primo segno della Risurrezione (= la tomba vuota) l’ha vinta Maria, ancorché ancora nello sgomento per l’assenza del suo corpo. Un fatto che ha un valore anche simbolico e nasconde un messaggio preciso: chi sarà testimone della Resurrezione? Chi è già stato “risorto” da e con lui. Lei era già stata liberata da ogni male, per mezzo delle mani care ed amanti del Signore; il calore delle sue parole, cariche di compassione e di comprensione, di condivisione e di abbraccio, avevano fecondato e convertito il cuore di lei, facendola entrare in una vita nuova. Maddalena è il primo tralcio sbocciato da quella Vite che è il Signore Risorto (cfr. Gv 15,1-8).
Adesso occorre svegliare gli altri concorrenti, perché partecipino anch’essi alla corsa… ed ecco che Maria “corre” per andare a chiamarli, perché non perdano i posti sul podio di quella gara così decisiva! Ne chiama due che erano i più forti nella velocità: Pietro e il discepolo amato. Per questo la gara si fa dura e nella corsa, fino a certo punto, essi saranno stati fianco a fianco; due “corridori” che, in realtà, se la disputavano. «Correvano insieme tutti e due», ma per primo arrivò il secondo: non solo perché doveva essere più giovane e veloce, ma soprattutto perché fu capace di andare sino in fondo, senza perdere colpi, prima dell’arrivo. La forza delle gambe e dei piedi doveva essere corroborata dalla tenacia, dalla resistenza, dalla fede… un’energia d’amore indefettibile che il vincitore aveva imparato dal Maestro. L’amore chiede molto allenamento, chiede la fiducia e la fedeltà, chiede di sperare fino all’ultima goccia di sudore residuo…

Collaboratori della gioia
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa. (Gv 20,6-10)
Questa gara ci riserva una sorpresa, un coupe de théâtre: piuttosto che mettere i piedi sul metro della vittoria, il discepolo che è arrivato prima lascia il taglio del traguardo a chi «lo seguiva» (letteralmente: ‘gli andava dietro, era dietro di lui’).
Che stranezza inaudita! Nessun atleta lo farebbe, in una gara sportiva vera, che sia di piccola o di grande importanza: si gioca per vincere, per mettere il proprio nome nella casella della storia. Ma il vincitore di questa assurda gara rinuncia al proprio primato per “aspettare” il suo rivale, che era Pietro. Tutto l’impianto competitivo, che pure era stato allestito a bella posta – usando un verbo tipico del gareggiare, quale era “correre” – viene a cadere. Scopriamo la volontà del discepolo amato di cedere il passo a chi era arrivato dopo di lui, Pietro. Quali ragioni avranno mosso l’evangelista Giovanni a dare un quadro simile? Tra le ipotesi che si fanno, ne scegliamo due.
La prima è perché Pietro aveva – nella comunità di Gesù – un ruolo di prima autorità, essendo stato al seguito di Gesù fin dall’inizio e, specialmente, essendo stato investito da lui con le precise parole «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Il discepolo amato sicuramente sapeva tutto ciò, nonostante le numerose debolezze di Pietro che ne avevano costellato la sequela nella fedeltà verso il Maestro (abbiamo visto come avesse perfino rinnegato Gesù: cfr. Gv 18,25-27). Ma la fragilità della fede di Pietro non autorizzava il discepolo amato a declassarlo dalla sua autorevolezza: egli rispettava in lui la volontà stessa del Signore. «Chi sono io per giudicare?», si sarà detto in cuor suo quel discepolo modello di Gesù.
La seconda ragione è quella della modalità di ogni “gara” all’interno della comunità dei credenti: si corre per vincere tutti insieme! In modo apparentemente paradossale, il mio “trofeo” diventa strumento della tua vittoria e viceversa. Nella comunità cristiana non si corre per far proprio un premio individuale, ma per condividere la ricchezza di quel premio; non si gareggia per una gloria narcisistica che serve a gettare disprezzo sui concorrenti perdenti, ma si vince per dare a tutti il sapore della bontà di quanto, in quel traguardo, verrà donato a tutti. O la vittoria è per tutti, o non lo è per nessuno… perché è solo il Signore che ha vinto sul male e sulla morte, il nemico contro il quale tutta la Chiesa “corre”; ed è una vittoria che si consegue soltanto in Cristo, unico Vincitore nell’Amore.

Castrovillari - 14 Settembre 2018 - lectio divina
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