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    Storie di vocazione


     

    (NPG 2010-06-71)


    UN MORMORIO DI VENTO LEGGERO
    Giacomo Ruggeri

    La scoperta della vocazione al sacerdozio, per quanto mi riguarda, è avvenuta in un clima e in un contesto feriale e quotidiano. Come a dire: non vi sono state esperienze o eventi particolari rivelatori che il Signore mi chiamava per quella strada.
    Come il mormorio del vento leggero di cui Dio si è servito per rivelarsi a Elia. L’intuizione che il Signore aveva posto gli occhi su di me è arrivata durante un normale e annuale campo scuola estivo vocazionale organizzato dal Centro Diocesano Vocazioni. In uno scenario stupendo come le Dolomiti (avevo 15 anni) mentre camminavano per i sentieri verso la Marmolada un sacerdote mi chiese: “Giacomo, hai mai pensato di farti prete?”. La mia risposta fu un solo sguardo verso di lui accompagnato da una risata. E il cammino sul sentiero proseguì. Ma il Signore era già all’opera e, con questa “dichiarazione esplicita”, aveva scelto di esporsi nei miei confronti.
    Dopo un paio di mesi ritornai da quel sacerdote con questa domanda: che cosa avevano visto i tuoi occhi su di me? Cosa vedevi che io non vedevo? Lui iniziò a raccontarmi la sua storia vocazionale. Dopo 16 anni che sono sacerdote comprendo la ricchezza del racconto esperienziale che parte dalla propria vita, quel racconto che può essere il terreno di intuizioni dove il Signore inizia a seminare segni precisi, tangibili, concreti, senza sprecare la Grazia.

    Indicatori precisi: parrocchia, gruppo, famiglia

    Avevo iniziato a comprendere, negli anni delle superiori, che ero chiamato a donare la mia vita in qualcosa e qualcuno di grande, ma che non era pienamente nominato e chiaro a me stesso. Da qui il passo successivo: l’importanza di non disperdere i piccoli segni e affiancarsi a persone che avevano fatto scelte stabili di vita. Così è stato. Ho iniziato, nel periodo delle superiori, un percorso al Cdv (Centro Diocesano Vocazioni) che aveva sede, allora, in una parrocchia. Il fine settimana rientravo nel mio paese, durante le mattine frequentavo la scuola. Il tutto in un contesto parrocchiale. A distanza di anni posso dire che una comunità parrocchiale è un buon filtro per vagliare e misurare lo spessore, la natura, la maturità di una vocazione. La gente vede ciò che un prete non vede e, forse, nemmeno il padre spirituale scorge. La gente sì. Consiglio caldamente nei percorsi vocazionali una vita di discernimento in una parrocchia.
    L’approfondimento è proseguito negli anni delle superiori aprendomi anche a dei servizi che il mio parroco del paese di origine mi aveva chiesto: accompagnare le liturgie domenicali con il suono dell’organo e aprire un gruppo scout. Il sì definitivo che si dà a Dio muove i primi passi nei «feriali sì» piccoli e anche, solo all’apparenza, frammentati. Ma nella logica di Dio tutto si ricompone con giusta misura.
    Quando personalmente si intuisce, e le persone attorno lo confermano a vario titolo, che si è chiamati ad una vita di donazione consacrata, è importante ricordarsi tre cose: fare i passi graduali, verificare con umiltà e nella preghiera, ascoltare la vita che ti parla attorno. È importante per un ragazzo, chiamato eventualmente al sacerdozio, non guardare unicamente alla meta da raggiungere, con il rischio reale di dimenticarsi dell’età che si ha, le amicizie, gli hobby, ecc. Negli anni delle scuole superiori (Tecnico Agrario) ho amato tanto (e a tutt’oggi è così anche se non lo vivo concretamente!) lavorare la terra, il lavoro nei campi, coltivare le piante. Il motto Ora et labora di matrice benedettina ha una sua grande saggezza e sapienza in un cammino vocazionale. Imparare a coltivare con amore i frutti della terra per saper custodire ciò che Dio ha seminato nel proprio cuore. Così dicasi per il servizio all’organo nelle liturgie, in parrocchia: senti di avere gli occhi addosso, vieni chiamato ad accompagnare celebrazioni nuziali, esequie, ecc. Ciò che si vive a quell’età porta frutto negli avvenire. Il medesimo discorso lo si può fare per l’esperienza scout che ha favorito e ampliato la vocazione sacerdotale. “Quanto sei disposto a servire?” dice la domanda nel rituale della Promessa Scout. La risposta: “Se piace a Dio, per sempre”.
    Si, per sempre. In ambito pedagogico si afferma, a volte, che i giovani di oggi temono ciò che è per sempre. Anche una volta era così e i timori erano gli stessi. Diverso, semmai, era l’approccio, la verifica, il discernimento. Oggi vi è la tendenza, forse, a porsi più domande e a cercare risposte immediate di conferma. Ma non è così che vanno le cose. Ci vuole pazienza e, soprattutto, imparare a mettere ordine nella propria vita, come direbbe S. Ignazio di Loyola. E’ l’ordine del fine, della meta, del sapere dove voler andare e il come. Non è l’ordine della perfezione, ma della stabilità interiore, senza la quale nulla potrà avere futuro e durata.

    Le difficoltà: un dono per maturare

    Volendo ritornare al sentiero di montagna, dove la salita inizia a farsi sentire, anche nel percorso vocazionale è cosa molto buona l’essere aiutati a riconoscere fatiche, difficoltà, paure. Una fra tutte è la seguente: l’aver sbagliato strada, il non essere adatti e capaci. È importante confidare subito ad una persona fidata, un uomo una donna di Dio, quanto si porta nel cuore. Tenerlo in gestazione significa amplificare la paura in fuga, la fuga in abbandono. Le difficoltà non sono degli ostacoli, né tanto meno delle conferme che la strada intrapresa è sbagliata. Le difficoltà sono il segno di un cammino dal volto vero, puro, autentico, sincero. E tutto ciò costa fatica, sopportazione. Una vocazione sana matura sempre in un contesto di difficoltà oneste. Mai nascondersi dietro falsi problemi e tanto meno situazioni non risolte del proprio passato. Se non fai verità oggi sarai chiamato ad essere onesto domani.
    Le difficoltà, inoltre, sono quasi sempre accompagnate da esperienze che confermano la strada scelta come giusta e che Dio, non a caso, ha pensato e non inventato. Sono esperienze solitamente di servizio, di gratuità, di dono verso altri. Le chiamerei le “esperienze centrifughe” che aiutano a trovare il centro fuori da se stessi. La Provvidenza di Dio, solitamente, si serve proprio dei poveri, degli ammalati, delle situazioni di degrado umano, affettivo, familiare. Il dolore altrui aiuta a purificare e ripensare il proprio.
    Nella mia esperienza di sacerdote posso affermare, grazie all’insegnamento dei miei genitori (ora entrambi nella Vita eterna), che le difficoltà sono un’occasione di Grazia, di crescita interiore, di maturità a tutto tondo.
    S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, parlava di Satana come il “nemico”, rispetto all’amico, il Cristo. Nel momento delle difficoltà, dei tentennamenti e nei passi che si fanno incerti, il nemico si mette all’opera per distrarre dall’intenzione iniziale. In queste occasioni è provvidenziale il rimanere fermi e saldi – non ostinati – all’intuizione iniziale frutto dello Spirito. Il nemico gioca sporco, facendoci dissuadere dal cammino intrapreso, mostrando una via più facile, veloce, meno faticosa. E nella debolezza il cedere è quanto mai facile. Saggio, in tale situazione, confrontarsi con una persona del quale si ha stima, fiducia, riservatezza. Il parlare genera movimento interiore e impedisce alla desolazione di annidarsi, attecchire e portare frutto, a modo suo.

    Una volta scelto? Maturare nella perseveranza

    Le scelte si pensano, si compiono, si portano avanti. Non basta aver scelto, bisogna essere perseveranti nella scelta. Quali aiuti, in tal senso? Come primo elemento vedo cruciale una costante chiarezza interiore e onestà con se stessi, nel dirsi che cosa si desidera, si vuole fare e scegliere. Le motivazioni iniziali esigono una quotidiana purificazione. Vi può essere il rischio di rivestire un ruolo, un incarico, esercitarlo anche bene, ma interiormente si sono perse le motivazioni di fondo di ciò che si è e si fa. Si impazzisce. Penso ad alcuni confratelli che hanno attraversato questa fase con tribolazioni forti.
    Come secondo elemento indicherei, quale aiuto, una vita spirituale che sia fedele alla Parola di Dio, ai Sacramenti. Un ulteriore aiuto lo vedo nella vita di condivisione tra sacerdoti, partendo dalla mensa comune, nel realizzare esperienze pastorali insieme, senza umiliare i confratelli e avendo stima di loro, senza fermarsi al carattere personale del quale ognuno risponde in prima persona.
    Ed infine, ma non da ultimo, l’aiuto arriva dalla gente della comunità, dai bambini agli anziani, passando attraverso tappe di gioia e di dolore. Questo è l’aiuto principale.

    (D. Giacomo Ruggeri è parroco nella diocesi di Fano)


    HO SOGNATO IL SUO SOGNO
    Maria Mercedes Guaita

    Car@ amic@:
    Non mi è facile parlarti di vocazione perché non ti conosco e perché, in questo, Dio è molto originale… fa ognuno diverso dall’altro e la “sua” chiamata è unica per ciascuno.
    In ogni caso ti racconterò di me e delle cose che mi hanno aiutato in questo “andargli dietro”, seguirlo, conoscerlo, imparare ad ascoltarlo e a dirgli di sì. Spero che qualcuna ti possa servire per scoprire e seguire anche tu questo cammino che ci “accorda” con la melodia del Signore e fa sì che suoniamo una parte del concerto immensamente bello che lui dirige.
    Mi chiamo Mercedes, sono nata e cresciuta in Argentina, in una famiglia bella, molto bella, dove c’è serenità, gioia e amore, dove ancora oggi non manca il pane quotidiano e il quotidiano è intessuto di valori come la speranza, il rispetto, la fedeltà, il vivo senso della solidarietà, la fede e l’allegria.

    Le piccole e grandi domande

    Una delle cose che mi ha sempre accompagnato nella vita sono le domande. Le ho portate sempre con me e pian piano hanno fatto breccia dentro, mi hanno spinta in avanti, mi hanno aperto pezzi di cielo. Credo veramente che senza domande non si cammini, non si vada avanti, non si cresca, non si trovi... Alcune di queste domande me le porto dentro sin dall’infanzia e altre si sono accumulate col tempo, alcune hanno già trovato risposta e altre le sto scoprendo mentre cammino. Per capirle bisogna imparare ad ascoltare la storia, le persone e, soprattutto, te stess@, senza fuggire il silenzio, senza cercare risposte da supermercato.
    Ricordo una volta, nell’ora di catechismo, che la catechista ci raccontò la storia di Massimiliano Kolbe, che offriva la sua vita al posto di un altro prigioniero in un campo di concentramento. Sono rimasta particolarmente colpita e ho detto ad alta voce: “Io non ce la farei mai”. La catechista sorridendo mi ha detto di non preoccuparmi, che quelle cose non s’improvvisano, che s’imparano giorno dopo giorno, che sicuramente lui si era allenato nella generosità. Mi ricordo che mi sembrò una risposta ragionevole ma il traguardo mi sembrava troppo lontano dai miei 10 anni. Anche “amare Dio su tutte le cose” era per me impossibile: come si faceva ad amare Dio più di quanto amavo i miei genitori o i miei fratelli? Dio ci chiedeva qualcosa di troppo alto... Ricordo anche una volta in cui mi raccontarono la parabola dei talenti (Mt 25): a me nella mia ingenuità sembrava di averne ricevuti almeno 10 e questo mi preoccupava un bel po’: come facevo a dare tanto frutto?
    Queste domande “da bambina”, che non erano per niente piccole, rimanevano come interrogativi forti che si univano a quelli che la realtà mi metteva davanti: le ingiustizie sociali, la differenza tra ricchi e poveri, la gente che soffriva vicino e lontano da casa mia… Sa­perle senza risposta mi dava la sensazione che dovevo fare qualcosa, perlomeno continuare a cercare: c’erano tante cose da scoprire, da imparare; e questo è vero finora.
    Ti devo confessare, car@ amic@, che un grande aiuto in questo percorso sono state le persone che hanno accettato di camminare al mio fianco. Devo tanto a mia madre che mi guidò nei primi passi della fede e che mi è rimasta sempre accanto, ma anche a papà, un po’ meno credente, ai catechisti, agli animatori, ai preti e alle suore che mi testimoniarono la bellezza di conoscere e seguire il Signore. Credo che ognuna di queste persone sia stata un dono senza il quale non avrei potuto percorrere questa strada. Se tu non li hai ancora trovate (le persone di fiducia) CERCALE! Non si va lontani da soli… il Signore ci orienta attraverso i cristiani compagni di viaggio che condividono con noi l’esperienza del cammino. Senza di loro il rischio è fare di testa nostra o capire ben poco. Di questo ne è un esempio Samuele, che non capisce che è Dio che parla finché non glielo dice Eli (1 Sam 3).

    Sognare a occhi aperti

    Una cosa che ti consiglierei, se mi permetti, è di sognare, a occhi aperti… di pensare cosa vuoi dalla tua vita, dal mondo, dalla Chiesa, dalla politica, cosa ti piacerebbe per i poveri, cosa immagini per i bambini, cosa vorresti fare per chi soffre. Anche se sembrano cose impossibili... soprattutto se sogni cose impossibili! Per sintonizzarsi con Dio bisogna sognare, con ottimismo, sognare cose grandi, belle, alte, fino a sognare i “suoi”sogni, quelli che Lui ha per questa storia, per il mondo, quelli che ci mette nel cuore come desideri, a volte come ribellioni. Se sogni così, a occhi aperti e “alla grande”, poi sarai in grado di capire il sogno che Dio ha per te. Ad Abramo ha promesso, all’età di 75 anni, di avere una discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia del mare. Più impossibile di così!
    Lo sai, si sogna soprattutto col cuore. E allora ti dico che bisogna modellarlo, renderlo morbido e aperto perché Dio vi possa lavorare. Non saprei come si fa. È Dio che l’ha fatto in me, ma so che il tutto è avvenuto nell’intimità, nella preghiera semplice e quotidiana. Non è possibile scoprire cosa vuole da noi qualcuno la cui lingua non parliamo e i cui gesti non abbiamo imparato a decifrare. Per me questo è avvenuto lentamente, con la lettura della Parola e l’Eucaristia. Da quando il Signore si è presentato nella mia vita, o almeno da quando io ho notato con forza e chiarezza la sua presenza (avevo 18 anni), ho iniziato ad andare a Messa il più possibile, durante la settimana, mi organizzavo per poterci andare e anche per poter ogni giorno leggere la Parola, quella che la Chiesa propone per la Messa quotidiana. Tentavo di capire il messaggio di Gesù, quello che aveva detto e fatto; questo illuminava la giornata da vivere (per questo preferivo pregare la mattina presto) e mi permetteva di conoscere colui che mi amava e che amavo sempre di più. In questo l’immagine del fuoco mi è sempre servita: quando Dio si presenta a Mosè lo fa sotto la forma di un fuoco che arde ma non consuma (Es 3).

    La presenza del Signore

    Così il Signore è stato molte volte con me: la sua Parola, la sua presenza, la sua amicizia facevano ardere il mio cuore, crescere l’entusiasmo, accendere la passione, e questo non passava, anzi, piano piano diventava intimità, conoscenza sempre più profonda e iniziava il faccia a faccia, come per Mosè: percepivo la vicinanza di un Dio che si faceva compagno di strada, pur percependo l’immensa distanza dalla quale mi avvicinava.
    A un certo punto del mio cammino, quando già le cose di Dio mi cominciavano a risultare familiari, la sua Parola iniziava a bruciarmi dentro e si allargavano dentro di me gli orizzonti del cuore e della mente, ho chiesto al Signore come potevo amare di più, come potevo servire meglio il suo Regno, come voleva che costruissi la sua Chiesa. La risposta non tardò ad arrivare e fu durante una Eucaristia: il prete che celebrava fece una pausa prima dell’offertorio e invitò tutti i presenti (eravamo quasi tutti giovani) a mettere la propria vita sull’altare, insieme al pane e al vino, per scoprire la nostra vocazione nella Chiesa, nel progetto di Dio. E io lo feci. Così. Con semplicità. E fu grande la sorpresa quando dentro di me ebbi la certezza della vita consacrata. Mi piaceva l’idea ma ciò smontava i miei piani e poi non mi sentivo affatto il “tipo” adatto.

    Una guida

    Fu così che iniziai a pensarne seriamente, a parlarne con la mia guida spirituale, a dirle che ero troppo estroversa, che avevo altri progetti in corso (stavo studiando ingegneria) che c’entravano ben poco, che mi piacevano i ragazzi, che mi piaceva divertirmi, fare sport... e innanzitutto, che avrei sconvolto TUTTI! Ma c’era qualcosa dentro di me che andava oltre il buon senso, oltre qualsiasi buona scusa che io potessi trovare per dire di no a quella che era, sempre più chiaramente, la chiamata di Dio per me. Non mi sentivo assolutamente preparata e non sapevo come sarebbe andata, ma decisi di lanciarmi in quella avventura che oggi è la mia vita. L’avventura di camminare in fedeltà al Signore, costruendo il suo Regno, nella Chiesa, con Lui come il mio unico tesoro, la mia più grande passione, e servendo i miei fratelli, soprattutto i giovani e i più poveri.
    Ormai sono consacrata da 14 anni e penso di star vivendo a pieno la mia vita e, sebbene abbia avuto momenti difficili, ringrazio Dio per ogni cosa, per ogni persona che affida alle mie mani, per ogni lacrima che ho potuto asciugare, per ogni persona per cui e con cui lavoro, per le consorelle con le quali condivido questa passione di essere segno del amore di Dio, della sua vita potente, della sua risurrezione. Lui è stato sempre fedele alle sue promesse e io imparo giorno dopo giorno a rispondere a un così grande amore di predilezione, a un così caro compagno di viaggio. Ho imparato a fidarmi anche quando non si vedeva la linea dell’orizzonte e il cielo sembrava pieno di nuvole; ho superato delusioni e tristezze e mi sono sentita tante volte salvata.
    Mi avvio alla fine. Vorrei dirti tante altre cose, raccontarti delle avventure in missione in Patagonia e a Roma, condividere con te la passione di Dio per me, per te e per questo mondo e tante altre cose, ma sarà per un’altra volta. Ti lascio quindi dicendoti che ho scoperto che non c’è miglior strada che quella che mi appartiene, quella che Dio ha sognato per me e con me (perché Dio sogna con noi…) e che per questo ho voluto scriverti, perché anche tu la scopra, perché tu sappia che è pienezza scoprirla, che è gioia grande percorrerla. Se ancora non sai quale è, mettiti alla ricerca, Dio te la farà scoprire; se l’hai scoperta ma ancora non la percorri, deciditi e giocati. Se già la stai percorrendo, avanti con coraggio, il Risorto ci accompagna lungo le strade del Regno, condivide con noi l’acqua quando abbiamo sete e ci fa da guanciale per riposare il capo di notte. A tutti, giovani o non... Buon cammino!
    Mercedes

    PS. Ti ho raccontato la mia storia perché ho voluto dirti da dove mi viene la gioia che provo. Se anche tu vuoi raccontarmi la tua, o se una volta forse hai sentito una voce che chiamava proprio te col tuo nome, ne sarei felice. Per questo ti lascio qui la mia mail:
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    DALL’AMORE ALL’AMORE TENENDOCI PER MANO
    Elisabetta Locatelli e Gabriele Facchetti

    Il percorso con cui ogni coppia si forma, prima, e scopre, poi, la propria vocazione matrimoniale è diverso: cambiano il modo di incontrarsi, di conoscersi e le vie attraverso cui il rapporto cresce e matura.
    Possiamo quindi dare qui solo una testimonianza del tutto personale della strada che abbiamo percorso insieme. Usiamo questa metafora perché, ripensando alla nostra storia, ci rendiamo conto che insieme abbiamo vissuto tante esperienze diverse che hanno però lasciato una traccia coerente sul terreno.
    Non c’è, infatti, un momento preciso in cui abbiamo maturato la nostra vocazione al matrimonio: è stato piuttosto un cammino di crescita graduale e costante a cui, riguardandone a posteriori lo svolgimento, potremmo dire fossimo chiamati fin dall’inizio.
    La nostra attività, infatti, prima di diventare una coppia era già impegnata in ambito cattolico e sociale con l’MGS, l’Azione Cattolica, il volontariato e la frequentazione della vita della nostra comunità, seppur ciascuno di noi avesse avuto esperienze differenti. Scoprire questo comune impegno, il desiderio di incontrare una persona con cui condividere anche una dimensione spirituale e religiosa pensiamo sia stato uno dei motivi che hanno contribuito a farci nascere come coppia. Certamente non abbiamo pensato subito al matrimonio, ma dopo qualche anno - sei per la precisione - abbiamo sentito che la nostra relazione per poter essere autentica doveva saldarsi, proiettarsi in una dimensione nuova, non solo terrena ma anche spirituale.
    Quello che era evidente in quei mesi erano sia una presenza che una mancanza: presenza di un legame forte, saldo, costruito nel tempo, basato sulla fiducia e sulla complicità; mancanza di condividere la quotidianità, di porre la nostra relazione nelle mani non solo nostre ma anche in quelle di Dio in modo definitivo, di fare un passo in più anche nella nostra crescita personale.
    Così abbiamo deciso di sposarci e di intraprendere il cammino di preparazione in piena adesione con quello in cui abbiamo sempre creduto. Questo significa, anche, che non abbiamo aspettato che fosse tutto perfetto (il lavoro, la casa, i mobili, ecc.) ma abbiamo affidato le nostre vite alla Provvidenza, impegnandoci con responsabilità ma lasciando aperta anche la porta ad un sano rischio.

    L’accompagnamento di Tobia

    Abbiamo scelto di non fare il corso di preparazione al matrimonio in parrocchia ma insieme a un amico salesiano, che ci ha guidato in un percorso di scoperta delle radici profonde della che avevamo maturato attraverso la lettura del libro di Tobia. Abbiamo messo l’accento sul significato del sacramento che stavamo per celebrare, ma soprattutto ci siamo resi conto che il nostro percorso si poneva in una storia più grande, quella delle nostre famiglie e quella della Chiesa.
    Ci siamo trovati di fronte anche a indicazioni che allora forse non comprendevamo pienamente ma che poi ci hanno aiutato a costruire i primi mesi di matrimonio, quelli in cui il “rodaggio” della coppia è forse più difficile. Camminare con altre persone è stato fondamentale, sia prima che dopo, perché essere guardati da uno sguardo esterno aiuta a prendere consapevolezza della propria posizione, del punto in cui si è giunti, a relativizzare le proprie fatiche. Obbliga anche, in un momento in cui spesso la maggior parte del tempo è presa nell’organizzazione pratica della cerimonia e della casa in cui si andrà ad abitare, a confrontarsi nella coppia sul passo che si sta compiendo, un aspetto che si è rivelato fondamentale per dare basi solide alla nostra famiglia.
    Abbiamo capito che uno dei limiti del fidanzamento è che la coppia in qualche modo si possa chiudere in se stessa, vedere solo il proprio amore. Il matrimonio fa passare invece dall’amore all’Amore, trasforma un sentimento umano nel raggio dell’Amore di Dio e lo apre al mondo, come un arcobaleno che rende visibili i colori di cui è composta la luce.

    Alcuni punti fermi

    A margine di quel cammino abbiamo deciso, per esempio, di tenere come punti fermi da vivere insieme la preghiera quotidiana e la messa domenicale, per dare sempre nutrimento spirituale alla nostra relazione. L’accompagnamento alla nostra nuova famiglia è continuato anche dopo la cerimonia con il confronto con le nostre famiglie di origine, ma anche con la decisione di intraprendere un cammino di incontri con altre giovani famiglie in cui non solo fare gruppo ma avere anche un punto di confronto e di appoggio. Abbiamo cercato, con qualche limite dovuto anche al trasferimento in una città diversa, di tenere i nostri impegni e di dare anche attraverso ad essi stimoli nuovi alla nostra crescita. Sono momenti che è importante mantenere perché, se smarriti, disperdono il matrimonio nella minuzia della vita quotidiana, certo indispensabile per la gestione di una famiglia, ma che non le consentono di cementarsi. Ricorrendo ad una metafora, sarebbe come costruire una casa affiancando solo dei mattoni, senza mettere delle fondamenta e del cemento per tenerle insieme.
    Un’ultima nota: il matrimonio ha dato certamente forza alla nostra coppia che è diventata una famiglia, ma anche a ciascuno di noi nella propria crescita personale, poiché celebrare il sacramento è stato come iniziare una nuova vita, vedere che non siamo soli nella gestione dei piccoli problemi di ogni giorno, ma che lo Spirito ci assiste sempre, anche se i suoi percorsi non sono sempre lineari o come noi li vorremmo: i momenti difficili rimangono, ma sapere che non siamo da soli dà una risorsa in più per trovare la soluzione. Trovare un equilibrio fra tutte le dimensioni non è facile né semplice, ma, per riprendere l’immagine con cui abbiamo iniziato, siamo in cammino e continuiamo a camminare tenendoci per mano.


    T e r z a
    p a g i n A


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