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    Il cappellano universitario nei documenti del Vaticano II (seconda parte)


    Temi di pastorale universitaria /9

    Luca Peyron *

    (NPG 2019-01-63)

     

    Continua il nostro breve excursus nei documenti della Chiesa sulla vita del presbitero a sostegno del lavoro e della missione di un cappellano universitario [1].

    1. Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d'apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati. […] Per questo l'eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione. (PO, 5)
    Noi tutti abbiamo sognato negli anni della preparazione al ministero il giorno della nostra prima Messa: quelle parole, quei gesti, quel mistero tanto più grande di noi ci veniva consegnato. Quel pane lo possiamo spezzare per la vita del mondo, ogni giorno sempre indegni, ma sempre riconoscenti, anche quando ci capita di celebrare distrattamente, magari correndo da una chiesa all’altra o celebrando tra una corsa e un’altra. Ma quel punto, quel calice e quella patena, restano il centro della giornata, comunque essa sia andata, comunque possa andare. Parole non nostre ma che hanno la nostra voce, segni a cui prestiamo le mani, ma senza che siano ferite come le Sue, dono che facciamo, rinnovando nell’amen che ci viene detto in cambio, il nostro ci credo, come un rosario di professioni di fede che immeritatamente suscitiamo con quel piccolo grande gesto di offrire Il corpo. Il cappellano universitario non può che essere eucaristico perché è lì in mezzo a radunare attorno ad un centro per rendere grazie di essere stato attirato lui, per primo, da quell’Amore; non può che farsi spezzare in parti anche minime per chiunque abbia bisogno di un po’ di pane del pellegrino; non può che vivere per suscitare con il dono di sé e della sua presenza un amen, anche solo sussurrato, anche biascicato ma che segna l’inizio di un ritorno o di un principio. L’Eucarestia è la presenza, fisica, del Risorto: un cappellano universitario ogni giorno deve chiedere la grazia della Trasfigurazione perché i suoi gesti, le sue parole, il suo volto e il suo corpo siano luminosi segni di quella stessa presenza. Ogni cappellano universitario dovrebbe essere un tabernacolo che custodisce l’Amore portandolo al capezzale della conoscenza, dei saperi, della gioventù che sboccia, della ricerca che indaga, dell’umanità che crea. Un cappellano universitario anche e soprattutto se non ha una cappella universitaria, deve essere e può essere quel Tempio in cui abita la Presenza. Non deve essere santo, deve desiderare di esserlo, come un calice sbreccato, come una patena ossidata. Indegni, ma graziati. Sarebbe bello che trasparisse che il nostro maggiore desiderio sia incontrare le persone nel momento in cui incontrano Dio.

    2. E nel trattare gli uomini non devono regolarsi in base ai loro gusti bensì in base alle esigenze della dottrina e della vita cristiana, istruendoli e anche ammonendoli come figli carissimi secondo le parole dell'Apostolo: «Insisti a tempo e fuor di tempo: rimprovera, supplica, esorta con ogni pazienza e dottrina» (2 Tm 4,2) (PO,II, 6)
    Nella casa della ricerca e della verità non possiamo essere uomini del compromesso. Dobbiamo scegliere strade che siano al sole, indicare mete che siano vette. Fini e mezzi che siano degni dell’essere chiamati figli di Dio come ebbe a dire Paolo VI. Semplicemente lo dobbiamo fare con amorevolezza, sistematici e pazienti come le onde del mare che plasmano grano a grano una spiaggia o una scogliera. Le relazioni di amicizia non ci esimono dalla verità, anzi la permettono, la facilitano, la esigono. Fortificare il desiderio di buono e di bello che esiste nel cuore delle persone smascherando le trame dell’Ingannatore. Possiamo far toccare con mano alle persone non la nostra grandezza, ma la loro scoprendo chi possono essere liberandosi di ciò che li disumanizza e impoverisce. Un cappellano universitario ha dalla sua un’arma formidabile: quella di essere in un contesto formativo dove il pensiero è continuamente soggetto a critica, dove ogni teoria è in bilico sull’orlo della falsificazione. In questo tempo poi in cui la semplice conoscenza e nozione è alla portata di chiunque con un click, l’università è il luogo in cui non si può semplicemente affermare, è necessario rendere ragione. Il cappellano universitario ne deve approfittare, ma non solo per rendere ragione della sua fede, come forse vi aspettereste, deve approfittare per chiedere ragione dell’errore altrui. Dobbiamo in università resistere alla tentazione di insegnare e metterci invece nella posizione di chi ha diritto di avere delle risposte e fare delle domande. L’errore non si regge in piedi, e se anche lo riesce a fare nell’informazione e nella politica, perché ha molti mezzi per poter urlare molto forte, così non è in università o perlomeno possiamo chiedere che così non sia. Vi invito a leggere o rileggere la favola di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore”. Semplici come colombe abbiamo impostori da smascherare.

    3. Ma, anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito e la cui evangelizzazione è presentata come segno dell'opera messianica (PO, II, 6).
    Ci sono molti più poveri di quello che non si pensa in università, lo sappiamo molto bene. Ci sono poveri di mezzi, che arrancano con fatica continuamente umiliati da un diritto allo studio zoppicante, ci sono poveri di intelletto che segretamente schiumano di rabbia al sentire la cantilena retorica dell’eccellenza e del merito, ci sono i poveri di umanità che spesso sono nel novero di quell’eccellenza ma a prezzo delle relazioni. Ci sono tanti poveri anche tra i docenti e il personale, schiacciati dalla carriera, fatta o negata, schiacciati dall’irrilevanza perché anche se altrimenti titolati sono senza quel prof. che ancora segna in università la divisione per caste. Dobbiamo prediligere costoro, cercarli e affiancarli per annunciare loro che il Regno di Dio è vicino, è per loro, che sono nel novero dei beati, che prima di tutto siamo lì per loro. Il cappellano prende per mano i poveri per distinguere con loro ciò che è vero da ciò che è seducente. Gesù smaschera le false ricchezze, infatti non è beato chi vive delle proprie idee considerato che la verità non si crea ma si scopre; chi comanda in solitudine considerato che siamo creati per la relazione; chi confonde le scintille con le stelle perché siamo fatti per quel che resta e che la morte non porta via. Possiamo annunciare che la dignità dell’essere umano sta nella ricerca, nel pellegrinaggio, nella speranza, nella tensione. Ai poveri che non hanno dove poggiare il capo possiamo offrire una pastorale dei punti fermi attorno a cui fondare una ferialità efficace a cominciare dalla guarigione dalla rabbia che li corrode. Imparate da me che sono mite e umile di cuore: all’inesperienza rancorosa offriamo la sapienza pacificata.

    4. Ma la funzione di pastore non si limita alla cura dei singoli fedeli: essa va estesa alla formazione di un'autentica comunità cristiana. Per fomentare opportunamente lo spirito comunitario, bisogna mirare non solo alla Chiesa locale ma anche alla Chiesa universale (PO, II, 6).
    La tignola di ogni comunità, anche di quella accademica, è sempre la paura dell’altro, la passione per i distinguo, il timore di perdere qualche cosa. Benché parcellizzata in campanili la Chiesa è cattolica, sappiamo che in ognuna delle Chiese locali insiste l’unica sposa di Cristo. Che cosa ci rende cattolici? Cosa garantisce l’unità di un gruppo? Un centro, avere un centro, condiviso, accolto, custodito. Nel Credo noi riconosciamo la nostra identità, non per opporla ad altri, ma per invitare chiunque a farvi parte. Senza un centro non vi può essere comunità di sorta, senza un centro gli opposti si allontaneranno sempre di più, senza un centro unisce ogni moto sarà dirompente. L’universalità è garantita da una responsabilità. Qualunque sia l’ecclesiologia, collegiale o singolare, sempre di responsabilità si tratta. Non abbiamo bisogno di buone teorie sulla comunità, queste ci sono, abbiamo bisogno di gesti concreti. Il cappellano universitario è colui che in Università si assume delle responsabilità, prima tra tutte quelle di mettere al centro l’umano e il divino insieme: custodisce la dignità della persona e la dignità della dimensione spirituale e religiosa. Egli non è il baricentro della vita accademica, ma tesse quelle relazioni fondate sulla verità che annuncino non il dovere dell’unità, ma il diritto ad essa. In questo dobbiamo essere profetici e porre gesti profetici, sapendo bene qual è il salario del profeta, ieri e oggi. Tuttavia questo è un nostro dovere primario, non vi può essere evangelizzazione senza comunità e la comunità è il primo frutto di una vera evangelizzazione.

    5. I presbiteri devono riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell'ambito della missione della Chiesa. […] Allo stesso modo, non esitino ad affidare ai laici degli incarichi al servizio della Chiesa, lasciando loro libertà d'azione e un conveniente margine di autonomia, anzi invitandoli opportunamente a intraprendere con piena libertà anche delle iniziative per proprio conto. (PO, II, 9).
    La pastorale universitaria senza il laicato semplicemente non può esistere. Senza docenti e personale credente, senza un gruppo di studenti attivo e credibile, il cappellano universitario è semplicemente una voce che grida nel deserto, ma senza gli stessi esiti del Battista. A differenza di una parrocchia, la cappellania universitaria non corre il rischio di delegare il fare trattenendo il pensare. Mentre un parroco può ipoteticamente, ma erroneamente, avere accanto a sé solo degli esecutori nel molto fare di una comunità oberata dalle strutture, il cappellano no. In università è reale il popolo di Dio dipinto dalla Lumen Gentium nella varietà dei carismi. I laici impegnati in università sono le radici di una vita accademica che radici non ha, radici che attingono al cuore della Rivelazione dando linfa alla storia. Essi sono le orecchie, il cuore, la carezza della Chiesa in università, in ogni corridoio, laboratorio, aula, ufficio. Al cappellano è chiesto di coordinare tutto questo, senza dimenticare che il Capo è sempre e soltanto Cristo. Noi dobbiamo amarli con singolare dedizione, formarli se si rende necessario, spronarli e sostenerli. Non devono essere a nostra immagine, tanto più sono diversi da noi e lontani nella sensibilità e nell’orientamento politico o sociale, tanto più saremo quel poliedro di attenzioni con cui papa Francesco raffigura la Chiesa stessa. In un luogo in cui vi sono molti professori non ci sono molti padri, noi lo saremo (cfr. 1 Cor 4,15). L’università è il campo dove possiamo trovare il nostro tesoro, un laico impegnato è la perla preziosa, un professore che sceglie di prendere Cristo a modello del suo insegnare ha un potenziale impensabile; un gruppo di giovani che escono allo scoperto e portano in aula e nei corridoi tutto il percorso di vita che hanno fatto in parrocchia o in una associazione trascinano dietro a sé numeri impensati; un amministrativo capace di compassione evangelica ridetermina la vita di migliaia di studenti. La difficoltà in tutto ciò è che siamo chiamati ad essere contemporaneamente assistenti spirituali e assistenti intellettuali. Per non uscirne divisi pensando di dover fare delle scelte dobbiamo vivere di pensiero e regolarlo sulla contemplazione: Spirito di Sapienza e di intelletto (Is. 11,2).

    6. La carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano lavorino sempre in stretta unione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio. (PO, III, 14-15)
    Un momento nell’anno in cui il Vescovo prega con il mondo universitario e uno o più momenti in cui dialogare con i superiori, con il Vescovo se si può, del ministero in università non è semplicemente una prassi scaltra, ma un imperativo ecclesiale. Per sapere e per far sapere, per essere confermati in quello che facciamo e per aiutare i superiori a fare discernimento, per noi e con noi, sul nostro ministero ma non solo considerato le notizie che portiamo da uno degli avamposti della cultura e della pastorale. Ogni Vescovo dovrebbe poter chiedere ai suoi cappellani universitari: sentinella quanto resta della notte? (cfr. Is 21,11). Poi la comunione con gli altri presbiteri: cappellani universitari, confratelli parroci, confessori, preti giovani e anziani. Come in università siamo abituati a frequentare tutte le facoltà e tutte le età della vita così ci fa del bene tessere relazioni con i confratelli impegnati dei campi più diversi, per raccontarci e per farci raccontare, per non dimenticare le fatiche della vita ordinaria e per non abbandonare la storia che ci precede. La fraternità sacerdotale per un cappellano universitario è la cartina al tornasole del suo ministero di unità nella molteplicità e permette quelle confidenze che la vita universitaria spesso invece nega. In ultimo solo un prete può comprendere un altro prete ed essere ogni tanto ridimensionati dal sano pragmatismo di qualche confratello parroco ci aiuta a non diventare intellettualistici e dona a lui la possibilità di non diventare un praticone pastorale.

    NOTA

    [1] La prima parte del contributo è stata pubblicata nel numero di novembre della Rivista.

     

    * Cappellano universitario presso l’Università degli Studi e il Politecnico di Torino.

     


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