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    La teologia della prosperità

    Gianfranco Ravasi

    Nell’aprile 2016 a Rio de Janeiro attraversavamo in auto con l’arcivescovo, il cardinale João Tempesta Orani, la città diretti al celebre Cristo del Corcovado per una cerimonia interreligiosa, quando rimasi sorpreso vedendo la costruzione in atto di una sorta di imponente cattedrale.
    La risposta del cardinale fu ancora più sorprendente: si trattava del tempio che stava erigendo Marcelo Crivella, “vescovo” della Igreja Universal do Reino de Deus, un miliardario brasiliano allora candidato a sindaco della metropoli, carica che ottenne nelle elezioni di pochi mesi dopo. È noto anche che uno dei bacini di voti più ampi per l’ascesa al potere del presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro è stato proprio quest’area religiosa in forte espansione un po’ in tutta l’America Latina.
    Si tratta di una costellazione di gruppi spirituali che sbocciano come funghi soprattutto nei quartieri poveri e che hanno a capo ricchi proprietari, dotati di diffusi network radio-televisivi, come nel caso della Rede Record fondata da un pastore protestante della stessa “Chiesa” di Crivella, un tale Edir Macedo, anch’egli miliardario. Siamo in presenza di un fenomeno in espansione che ha come matrice il protestantesimo “pentecostale”, detto anche “evangelicale”, da non confondere con le confessioni “evangeliche” classiche (in Brasile dette anche de missão) come i luterani, i presbiteriani, i metodisti e così via.
    La galassia pentecostale, fluida e diffusa in mille ramificazioni e aggregazioni, tendenzialmente di taglio conservatore e integralista, ha simbolicamente un avvio già nel ’700-’800 col cosiddetto “Risveglio”, una riforma nella Riforma protestante di impronta spirituale e carismatica. La nascita più o meno leggendaria di tale fenomeno ha come culla una data emblematica, la notte tra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, quando un’allieva della scuola biblica di Topeka (Kansas) si mise a “parlare in lingue”. È, questo, un fenomeno estatico, variamente interpretato, che risalirebbe alle origini cristiane sotto il termine equivalente greco di glossolalía. In realtà, allora si faceva riferimento non tanto a un profilo poliglotta quanto piuttosto alla capacità di proporre discorsi di intensa e alta spiritualità, con un linguaggio complesso e un po’ esoterico.
    Accanto a questa componente si registrava il potere di compiere prodigi soprattutto terapeutici, a cui si accompagnava un’oralità emotiva intensa che privilegiava il corpo con canti, danze, predicazioni enfatiche secondo modalità di genesi afro-americana. Dal punto di vista più teologico, si allegavano altri due temi. Da un lato, l’holiness, la “santità” – evocata già nel protestantesimo classico metodista (col fondatore John Wesley) – posta in parallelo alla famosa dottrina luterana della «giustificazione della fede» e che si esprimeva attraverso il «battesimo nello Spirito Santo».
    D’altro lato, le comunità pentecostali erano percorse da brividi millenaristici: Cristo sarebbe tornato presto sulla terra in mezzo a epifanie catastrofico-apocalittiche, per inaugurare un regno di mille anni destinato a sfociare nel Giudizio Finale.
    È curioso notare che l’Enciclopedia delle religioni in Italia pubblicata nel 2001 a cura del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) sotto la direzione di Massimo Introvigne, elencava e descriveva ben 95 diverse denominazioni di impronta pentecostale presenti nel nostro paese. Ma la specificità dei gruppi latino-americani (in particolare brasiliani) è legata a una teoria che è solitamente classificata come “teologia della prosperità”. Ad essa avevamo fatto riferimento qualche tempo fa su queste pagine presentando la figura di Gustavo Gutierrez fondatore della “teologia della liberazione”, che ne è l’esatto antipodo. Già allora un nostro lettore ci aveva chiesto di precisare questa concezione che paradossalmente esercita grande attrazione in ambiti sociali miseri e dà vigore alla crescita dei movimenti pentecostali. È incredibile, ma la citata “cattedrale” del sindaco di Rio, come mi faceva notare l’arcivescovo Tempesta, sorge su una via intitolata a Hélder Camara (1909-1999), vescovo di Recife, noto alfiere della giustizia e della liberazione sociale.
    La “teologia della prosperità”, invece, canonizza una concezione neoliberista e meritocratica secondo la quale la ricchezza sarebbe il segno di una benedizione divina che premia la fede del soggetto col benessere, il successo economico-sociale, la salute, la prosperità appunto. Povertà, malattia, miseria, infelicità sono, al contrario, espressioni del giudizio e della maledizione divina, per cui è necessaria la conversione e il discepolato nei confronti di coloro che sono esaltati da Dio con la ricchezza. Non ci si deve, quindi, impegnare nei mutamenti sociali, nella redenzione delle classi misere, nella liberazione dall’oppressione economica, ma dedicarsi alla sequela dei protetti da Dio, alla ricerca del guadagno personale, nella prevalenza dell’individualismo sul bene comune.
    La spiritualità di questi gruppi religiosi (chiamarli “Chiese” è teologicamente scorretto) è per certi versi alienante e illusoria, ma affascina molte persone semplici che si sentono orgogliose di essere accolte in un ambiente così prestigioso e desiderose di imitare questi personaggi dalla riuscita così trionfale. Le radici della “teologia della prosperità”, che spopola le chiese cattoliche e protestanti classiche, sono remote e, attraverso la mediazione di una certa visione calvinista, risalgono fino a una tesi presente soprattutto nell’Antico Testamento e nota come «teoria della retribuzione». Si trattava di un escamotage sbrigativo per risolvere lo scandalo del male e delle sofferenze: essi non sarebbero altro che una punizione divina per una colpa del soggetto colpito.
    In pratica, i binomi “delitto-castigo” e “giustizia-premio” risolverebbero con un semplice giro di ruota etico-teologica lo sconcerto che genera il male della storia. A questa visione reagirà con veemenza Giobbe nel suo dialogo con gli amici teologi nel celebre libro biblico omonimo. E lo stesso Gesù sarà netto nel cassare questa teoria semplicistica quando, davanti al caso limite del cieco nato, alla domanda secondo il canone “retributivo” dei suoi discepoli – «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» – replicherà spazzando via e ribaltando l’asserto: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Giovanni 9,1-3).

    (“Il Sole 24 Ore” - 21 luglio 2019)


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