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    La speranza che fa vivere

    Bruno Forte

     


    1. Dal bisogno d'amore un'ineludibile domanda

    Il cuore umano ha bisogno di amare e di essere amato per vivere e imparare a morire: si tratta di un bisogno incancellabile, personale e collettivo. Quest'attesa di amore è così grande, che tutte le esperienze che potrebbero soddisfarla restano prima o poi incompiute, segnate dalla fragilità della vita, dalla caducità delle opere, dalla brevità del tempo, spesso ferite dal male. Ecco perché il bisogno di un amore grande, vittorioso di ogni battaglia, si lega indissolubilmente a una speranza che sia affidabile: in questo senso, la penuria più grande del tempo che viviamo è forse proprio quella della speranza, perché la sete di un amore, che vinca la morte, risulta troppe volte svenduta o soddisfatta in modo effimero, come avviene nelle tante forme in cui è esibito e offerto oggi l'amore. La penuria che ci unisce tutti è quella di un amore, che vinca l'ingiustizia, la solitudine, l'infedeltà e la morte e risani le ferite dell'anima. È per questo che la tentazione più forte che potrebbe proporsi di fronte agli scenari del cuore è la disperazione: «Pensare con chiarezza e non sperare più» (Albert Camus).
    Se il rischio dei tempi di tranquillità e di relativa sicurezza è la presunzione – l'illusione di poter cambiare facilmente il mondo e la vita –, il rischio opposto, proprio dei tempi di prova, è di vivere la paura del domani in maniera più forte della volontà e dell'impegno di prepararlo e di plasmarlo. La speranza, al contrario, è, prima di tutto, una proiezione in avanti dell'io, un uscire dal ripiegamento egoistico o dalla solitudine timorosa: perciò, accogliere la sfida della speranza vuol dire volersi veramente umani. Rinunciarvi è rinunciare alla vita. Papa Benedetto XVI ha raccolto questa sfida della speranza nell'enciclica intitolata Spe salvi, "salvati nella speranza", espressione usata dall'apostolo Paolo nella sua lettera ai Romani (8,24). Il bisogno di speranza – osserva il papa – è un'urgenza decisiva, a cui nessuno può sottrarsi se vuol dare senso alla vita: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» [1]. Solo se c'è in noi una speranza certa, potremo dare significato ai nostri giorni e riusciremo veramente ad amare, al di là di ogni misura di stanchezza. Nasce da qui la domanda decisiva: «Che cosa possiamo sperare?». Si tratta di un interrogativo che ci uarda tutti, dal momento che tutti abbiamo bisogno di una «speranza affidabile, in virtù della quale poter affrontare il nostro presente».
    La varietà di risposte offerte a questa domanda ne mostra la radicalità e l'ineludibile ritorno. In un'epoca di passioni ideologiche, Roger Garaudy aveva definito la speranza «l'anticipazione militante dell'avvenire», con una sottolineatura – tipica di quella stagione – dello sforzo prometeico del soggetto personale e collettivo nella realizzazione del futuro sognato e atteso. In un contesto analogo, anche se in forma alternativa a un'aspettativa solo mondana, il teologo della speranza, Jürgen Moltmann, l'aveva definita come «l'aurora dell'atteso, nuovo giorno che colora ogni cosa della sua luce», evidenziando come vivere nella speranza significhi «tirare l'avvenire di Dio nel presente del mondo». In questo senso, egli aveva polemizzato col filosofo della speranza, Ernst Bloch, marcando la differenza fra l'homo absconditus del "principio speranza", risolto nelle sole possibilità dell'umano, e il Deus absconditus, il Dio nascosto che viene dal futuro, indeducibile e sorprendente rispetto a ogni calcolo o misura del mondo.
    In verità, sulla speranza si confrontano due concezioni dell'uomo fra loro radicalmente diverse: c'è, anzitutto, una visione del mondo che fa della speranza la proiezione in avanti delle possibilità dell'umano, un'espressione della capacità dell'uomo di trasformare il mondo e la vita in una sorta di anticipazione militante dell'avvenire. È la visione moderna, legata alla nascita del protagonista adulto ed emancipato della scienza e della filosofia del progresso: «La restaurazione del "paradiso" perduto – afferma ancora Benedetto XVI – non si attende più dalla fede, ma dal collegamento tra scienza e prassi [...] la speranza ora si chiama: fede nel progresso» [2]. Con Marx, poi, «la critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica politica. Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società e indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose» [3].
    Di fronte a questa concezione della speranza sta la visione cristiana: la salvezza attesa e sperata non è un fiore della terra, spuntato esclusivamente grazie alla fatica dell'uomo, ma è dono dall'alto, certamente preparato e atteso, e tuttavia sempre sorprendente e irriducibile a un calcolo puramente umano. Si profila così la scelta fra due diverse visioni di ciò che possiamo sperare: l'"emancipazione" o la "redenzione", il futuro come realizzazione delle potenzialità del soggetto storico o il domani come frutto dell'alleanza fra l'attesa umana e il dono divino. Quale delle due possibilità promuove veramente la causa dell'uomo? L'Enciclica Spe salvi vuol mostrare come la risposta a questa domanda provenga dalla stessa parabola della "via moderna": una speranza umana, troppo umana, non ha prodotto maggiore libertà, uguaglianza e fraternità. Come provano le avventure ideologiche dell'epoca moderna, la speranza affidata al solo portatore umano è sfociata nell'inferno dei totalitarismi, dei genocidi e delle solitudini, in cui l'altro è stato ridotto ad avversario da eliminare o a semplice "straniero morale" da ignorare.
    La speranza, insomma, non è qualcosa che possiamo creare e gestire con le nostre sole forze: la speranza è Qualcuno che viene a noi, trascendente e sovrano, libero e liberante per noi. È questo il dono della speranza che si è realizzato in Gesù Cristo: in lui si è offerto all'uomo il Deus adveniens, il Dio dell'avvento, il Dio che ha tempo per l'uomo. Venuto fra noi nella pienezza del tempo, il Verbo fatto carne ha dischiuso un cammino, ha acceso un'attesa, ancora più grande del compimento realizzato. È questo il kerygma, la proclamazione gioiosa del Dio con noi! Perciò, nella tradizione cristiana l'avvento di Dio nella storia è pensato come revelatio, uno svelarsi che vela, un venire che apre cammino, un ostendersi nel ritrarsi che attira. Negli ultimi secoli la teologia cristiana aveva concepito la rivelazione soprattutto come Offenbarung, apertura, cioè, e manifestazione totale. Così, l'avvento di Dio era stato spesso pensato come esibizione senza riserve e si era aperto il campo alla sostituzione della speranza della redenzione con quella frutto dell'emancipazione. Questa presunzione di ridurre Dio a certezza disponibile alle nostre catture è la pretesa dell'ideologia moderna, in tutte le sue forme. Il Dio dell'ideologia è possesso, non vita: è il Dio oggetto, non il Dio dell'esodo e del Regno. Interpretare la rivelazione come manifestazione totale, risposta incondizionata e senza riserve alle domande del nostro cuore o della nostra mente, è l'opposto dell'annuncio cristiano dell'avvento divino e della speranza che esso fonda.

    2. La speranza della fede

    La speranza intesa come la Persona stessa del Figlio venuto fra noi per la nostra salvezza è quella di cui ha bisogno il cuore dell'uomo, affamato com'è di un amore affidabile: la speranza in un amore, che vinca l'ingiustizia, la solitudine, l'infedeltà e la morte e risani le ferite dell'anima, impossibile alle sole nostre forze, reso possibile dal dono di Dio. È un poeta, Renzo Barsacchi, a farsene voce singolare, in una lirica scritta scrutando l'ultima soglia con la luce offerta dalla speranza della fede:

    Portami via per mano ad occhi chiusi
    senza un addio che mi trattenga ancora
    tra quanti amai, tra le piccole cose
    che mi fecero vivo.
    Non credevo, Signore, tanto profondo fosse
    questo sfiorarsi d'ombre, questo lieve
    alitarsi la vita nello specchio
    fragile di uno sguardo,
    né pensavo che il mondo
    divenisse, abbuiando, così acceso
    di impensate bellezze [4].

    Alla domanda decisiva «Che cosa possiamo sperare?», è la fede cristiana a dare, dunque, sin dall'inizio una risposta affidabile: la speranza è dono che viene a noi, non semplice attesa che viene da noi. «La redenzione, la salvezza... ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza» [5]. Dire che la speranza è dono non significa, tuttavia, ignorare lo sforzo che essa esige: «Oggetto della speranza – affermava già san Tommaso d'Aquino – è un bene futuro, arduo, ma possibile a conseguirsi» [6]. Sperare non è la semplice dilatazione del desiderio, ma l'orientare il cuore e la vita ad una meta alta, che valga la pena di essere raggiunta, e che tuttavia appare raggiungibile solo a prezzo di uno sforzo serio, perseverante, onesto, capace di sostenere la fatica di un lungo cammino. Nello stesso senso, Kierkegaard aveva definito la speranza «la passione per ciò che è possibile», mettendo in particolare l'accento sull'elemento del pathos, di quell'amore doloroso e gioioso che lega il cuore umano a ciò di cui ha profonda nostalgia e bisogno. Basta, tuttavia, il solo sforzo umano per incontrare la speranza che non delude?
    Consapevoli o meno, tutti abbiamo bisogno di una speranza più grande, ultima al di là di ogni orizzonte penultimo: in modo specialissimo, ne hanno bisogno i giovani, aperti come sono al futuro della loro vita da costruire. La fede cristiana riconosce il fondamento di una tale speranza nel futuro di Dio, dischiuso all'uomo come patto e promessa nella risurrezione di Gesù Cristo. Nel Crocifisso risorto Dio ha avuto tempo per l'uomo: l'Eterno è uscito dal silenzio, perché la nostra storia entrasse nel suo eterno silenzio, ricco del dialogo dell'amore, e vi potesse dimorare. L'incontro dell'umano andare e del divino venire, nel tempo e per l'eternità, è la speranza della fede. Essa è lotta, agonia, non riposo tranquillo di certezza posseduta. Chi pensa di aver fede senza lottare, non crede. La fede è come l'esperienza di Giacobbe al guado dello Yabbok: Dio è l'assalitore notturno, l'Altro, il fuoco divorante (cf. Is 33,14; Eb 12,29). Se l'incontro con lui fosse soltanto tranquilla ripetizione di gesti sempre uguali e senza passione d'amore, egli non sarebbe il Dio vivente, ma il Deus mortuus, otiosus. Perciò Pascal affermava che «Cristo sarà in agonia fino alla fine del tempo»: questa è l'agonia dei cristiani, la lotta di credere, sperare e amare nella fedeltà, la lotta con il Dio vivente!
    Ecco perché il desiderio e la sancta inquietudo, l'inquietudine cioè della ricerca insonne del mistero divino, abiteranno sempre la speranza della &dm rami conosciuto il Signore non esimerà nessuno del «RIP re sempre di più la luce del suo volto, accenderà anzi sempre più la sete dell'attesa. Il credente è e rota in questo senso un cercatore di Dio, un mendicante M cielo, sulle cui labbra risuonerà sempre la struggenti invocazione del salmista: «Il tuo volto, Signore, Io «h co. Non nascondermi il tuo volto» (Sai 27,8s.). Davide, l'amato, cerca il volto rivelato e nascosto del suo Dio: volto rivelato, perché non potrebbe essere cercato se In qualche misura non avesse già raggiunto e rapito il suo cuore; e, tuttavia, volto nascosto, perché resta ardente in quello stesso cuore il desiderio della visione. Nella notte del tempo la sua anima si mostra ancora assetata della luce dell'Eterno. Il volto del Signore vuole essere sempre cercato: lo lascia intendere anche il termine ebraico panini, "volto", vocabolo plurale, che dice come il volto sia continuamente nuovo e diverso, mai uguale a se stesso, eppur sempre lo stesso, com'è l'amore di Dio, fedele in eterno e proprio perciò nuovo in ogni stagione del cuore.
    In quest'incessante ricerca del volto amato, il credente, riconoscendosi raggiunto, toccato e trasformato dal divino Altro, rivelato e nascosto, vive la propria resa al Signore: che cos'è la speranza della fede, se non il lasciarsi far prigionieri dell'invisibile? Questo avviene in un incontro sempre nuovo, mai dato per scontato: chi crede non è mai arrivato, vive da pellegrino in una sorta di conoscenza notturna che sta fra il primo e l'ultimo avvento del Signore, già confortata dalla luce che è venuta a splendere nelle tenebre e tuttavia in una continua ricerca, assetata di aurora. Pellegrino verso la luce, già conosciuta e non ancora pienamente raggiunta, chi crede spera, avanza nella notte, unito alla croce del Figlio, morto e vittorioso sulla morte, stella della redenzione. La speranza della fede non è l'assenza di lotta, di agonia, di passione, ma è il vivere arresi all'altro, allo straniero che invita, al Dio vivente: la fede è scandalo, non risposta tranquilla alle nostre domande, ma, come lo è Cristo, sovversione di ogni nostra domanda, ricerca del suo volto, desiderato, rivelato e nascosto, e proprio così sorgente di pace e di luce sempre nuove.
    Crederemo nel Dio della speranza se saremo sempre cercatori del suo volto, guidati dalla stella venuta nella notte, Gesù, in un sempre nuovo inizio. Perciò, fede e speranza sono inseparabili. E perciò il credente non è che un povero ateo, che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Se non fosse tale, la sua speranza non sarebbe altro che una rassicurazione mondana, una delle tante ideologie che hanno illuso il mondo e prodotto l'alienazione dell'uomo. La sua luce resterebbe quella del tramonto: «La terra interamente illuminata risplende di trionfale sventura» [7]. Diversamente da ogni ideologia, la fede è un continuo convertirsi, un continuo consegnare a Dio il proprio cuore, e la speranza che da essa nasce è un cominciare ogni giorno in modo nuovo a vivere la fatica di amarlo e di amare il prossimo. La speranza della fede è aurora di chiesa aprirsi all'oltre e al nuovo del Dio che viene, nello st6pore e nell'adorazione.
    Da questa apologia della ricerca animata dalla speranza viene, allora, un grande "no": il "no" alla negligenza della fede, il "no" ad una fede indolente, statica ed abitudinaria. E ne viene il "sì" ad una fede interrogante, capace ogni giorno di ricominciare a sperare, consegnandosi al divino altro, per vivere l'esodo senza ritorno verso il silenzio di Dio, dischiuso e celato nella sua Parola. Quel "no" raggiunge però anche il non credente tranquillo, incapace di aprirsi alla sfida del mistero, attestato nella presunzione del "come se Dio non ci fosse", non disposto a rischiare la vita "come se Dio esistesse": il "no" va detto anche al disimpegno del pensiero, come il "sì" al mettersi sempre di nuovo in questione, da pellegrini della speranza. Se c'è una differenza da marcare, allora, nella ricerca di speranza affidabile, che è in fondo la ricerca di Dio, non è anzitutto quella tra credenti e non credenti, ma l'altra tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell'ultimo orizzonte e dell'ultima patria.

    3. Apprendere a sperare

    La speranza è, dunque, un dono da chiedere a Dio: una speranza più forte di ogni calcolo, umile e fiduciosa nella promessa del Dio venuto a visitarci per iniziare il suo domani con noi. In risposta a questo dono il Dio vivente chiede una fede viva in lui, fatta di lotta, di resa, di passione sempre nuova, fedele per sempre: «La vera, grande speranza dell'uomo, quella che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora "sino alla fine"» [8]. In questo senso, si comprende perché la conoscenza di Dio è non solo docta fides, ma anche docta spes, speranza portata al concetto. A testimoniarlo vorrei richiamare una voce poetica che mostra bene come la relazione d'amore con Dio – fondamento della speranza della fede – possa essere vissuta sempre e solo come unità di vita e di morte a favore della vita, cammino nella speranza della fede. Si tratta dei bellissimi versi di Ada Negri, intitolati Atto d'amore:

    Non seppi dirti quant'io t'amo, Dio
    nel quale credo, Dio che sei la vita
    vivente, e quella già vissuta e quella
    ch'è da viver più oltre: oltre i confini
    dei mondi, e dove non esiste il tempo.
    Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta
    di ciò che tace nel profondo. Ogni atto
    di vita, in me, fu amore. Ed io credetti
    fosse per l'uomo, o l'opera, o la patria
    terrena, o i nati dal mio saldo ceppo,
    o i fior, le piante, i frutti che dal sole
    hanno sostanza, nutrimento e luce;
    ma fu amore di Te, che in ogni cosa
    e creatura sei presente. Ed ora
    che ad uno ad uno caddero al mio fianco
    i compagni di strada, e più sommesse
    si fan le voci della terra, il tuo
    volto rifulge di splendor più forte,
    e la tua voce è cantico di gloria [9].

    La salvezza è dono, grazia da accogliere sempre di nuovo fino all'ultima ora, oltre ogni calcolo e misura: «La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire, ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una "prova" delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro» [10]. La speranza non è qualcosa che possiamo creare e gestire con le nostre sole forze: la speranza è il Figlio eterno che ci viene incontro nel tempo ed entra nel cuore di chi l'accoglie, lui per il quale vale la pena di vivere, amare e soffrire, radicati e fondati sulle parole della sua promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Come apprendere a sperare così? Benedetto XVI propone alcune vie, capaci di aprirci al dono della speranza, che viene a noi: la preghiera; la disponibilità a pagare un prezzo d'amore per realizzare la speranza, soprattutto al servizio di chi soffre; l'obbedienza al giudizio di Dio, misura di verità e di giustizia per ogni scelta e sorgente di senso e di bellezza per il cuore che l'accolga.
    La preghiera è lo spazio dell'invocazione, in cui – lasciandosi amare da Dio – il cuore si apre alle sorprese del suo avvento, si fa invocazione, desiderio, attesa. Chi prega, spera! Nella preghiera ci rendiamo disponibili all'ascolto del Signore, docili alla luce che egli vuol darci, per discernere le vie su cui vuole condurci e corrispondere ai doni che ci fa. Pregare, in questa prospettiva, vuol dire lasciarsi amare da Dio, lasciare che sia lui a plasmarci secondo i disegni della sua grazia. Proprio così la preghiera è l'atmosfera in cui si fa strada per ciascuno il discernimento della propria vocazione, della chiamata cioè rivolta dal Padre celeste a ciascuno, perché nella sequela di Gesù e nella forza dello Spirito realizzi con speranza e amore la propria vita al servizio del prossimo e per la gloria della Trinità. Pregando, ci si apre al giudizio di Dio, al fuoco, cioè, della verità che ci guida verso il suo futuro e ci fa comprendere la vuotezza di ogni scelta o progetto che sia unicamente secondo le misure dei nostri egoismi e delle nostre paure. Sotto il sole di Dio si impara ad accogliere il suo domani, lasciando il nostro presente in un esodo sempre nuovo della speranza. Nella preghiera, in obbedienza a Dio e nella disponibilità a servirlo, la vita vissuta nella speranza della fede diviene compimento di una vocazione, di quel legame misterioso e vitale, cioè, che unisce il pellegrino nel tempo alla sua sorgente e meta eterna. La vocazione viene dall'alto e tende verso l'alto: è speranza donata dalla prima Origine e cammino proteso verso l'ultima meta...


    NOTE

    1 BENEDETTO XVI, Enciclica Spe salvi (30 novembre 2007), n. 1, in Enchiridion Vaticanum 24, EDB, Bologna 2009, 1439.
    2 Spe salvi, n. 17 [1455].
    3 Spe salvi, n. 20 [1458].
    4. R. BARSACCHI (1924-1996), Le notti di Nicodemo, con introduzione di E Lanza, Ed. Thule, Palermo 1991, 11.
    5 Spe salvi, n. 1 [1439].
    6 «Obiectum spei est bonum futurum arduum possibile haberi»: Summa Theologiae II IIae q. 17 a. 1 c.
    7 M. HORKHEIMER - TH.W. ADORNO, Dialettica dell'Illuminismo, Einaudi, Torino 1966, 11.
    8 Spe salvi, n. 27 [1465].
    9 A. NEGRI, Il dono, in Poesie, Mondadori, Milano 1966', 847s. La lirica prosegue così: «Or – Dio che sempre amai – t'amo sapendo / d'amarti; e l'ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d'una gioia più grande della morte. / Resta con me, poi che la sera scende / sulla mia casa con misericordia / d'ombre e di stelle. Ch'io ti porga, al desco / umile, il poco pane e l'acqua pura / della mia povertà. Resta Tu solo / accanto a me tua serva; e, nel silenzio / degli esseri, il mio cuore oda Te solo».
    10 Spe salvi, n. 7 [1445].


    (FONTE: I giovani e la fede, Querianiana 2017), pp. 81-95)


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