Attesi dal suo amore
    Proposta pastorale 2024-25 

    Materiali di approfondimento


    Letti 
    & apprezzati


    Il numero di NPG
    luglio-agosto 2024


    Il numero di NPG
    speciale sussidio 2024


    Newsletter
    luglio-agosto 2024


    Newsletter
    SPECIALE 2024


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Pensieri, parole
    ed emozioni


    Post it

    • On line il numero di LUGLIO-AGOSTO di NPG sul tema degli IRC, e quello SPECIALE con gli approfondimenti della proposta pastorale.  E qui le corrispondenti NEWSLETTER: luglio-agostospeciale.
    • Attivate nel sito (colonna di destra "Terza paginA") varie nuove rubriche per il 2024.
    • Linkati tutti i DOSSIER del 2020 col corrispettivo PDF.
    • Messa on line l'ANNATA 2020: 118 articoli usufruibili per la lettura, lo studio, la pratica, la diffusione (citando gentilmente la fonte).
    • Due nuove rubriche on line: RECENSIONI E SEGNALAZIONI. I libri recenti più interessanti e utili per l'operatore pastorale, e PENSIERI, PAROLE

    Le ANNATE di NPG 
    1967-2024 


    I DOSSIER di NPG 
    (dall'ultimo ai primi) 


    Le RUBRICHE NPG 
    (in ordine alfabetico
    e cronologico)
     


    Gli AUTORI di NPG
    ieri e oggi


    Gli EDITORIALI NPG 
    1967-2024 


    VOCI TEMATICHE 
    di NPG
    (in ordine alfabetico) 


    I LIBRI di NPG 
    Giovani e ragazzi,
    educazione, pastorale

     


    I SEMPREVERDI
    I migliori DOSSIER NPG
    fino al 2000 


    Animazione,
    animatori, sussidi


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV





    Il futuro del mondo

    passa attraverso

    la speranza dell'uomo

    Joseph Ratzinger [1]

     


    Fenomenologia delle varie epoche

    S. Agostino nelle sue Confessioni [2] studia lo strano fenomeno del tempo e cerca di sondarne l'essenza. Nella penetrante analisi, ch'egli svolge, incontra un fatto sorprendente: non esiste propriamente il presente come una grandezza illimitata. Infatti nell'istante in cui ci accingiamo a chiamare qualcosa presente, questo presente è già passato ed ha già ceduto il passo ad un nuovo istante. E così il presente, esaminato con precisione, è soltanto il punto d'intersezione, privo d'estensione, di passato e futuro; l'impressione del presente sorge dal fatto che la nostra coscienza abbraccia e riduce ad unità un tratto di tempo e lo ritiene suo presente. Il presente è dunque un fenomeno psichico e spirituale. Per questo sono così diversi i presenti dei singoli uomini, perché il tratto, ch'essi abbracciano ed unificano, ritenendolo il loro 'ora', è del tutto disuguale. Agostino prosegue a questo punto nella sua analisi e si domanda: ma allora, stando così le cose, che cos'è in senso vero e proprio il reale? Il passato non c'è più, il futuro non c'è ancora, il presente lo creiamo noi stessi, unendo passato e futuro in un tutto. Che cos'è allora il reale? Non vogliamo qui proseguire in queste riflessioni, anche se è utile di quando in quando richiamarle alla memoria, per portare davanti alla coscienza la problematicità del nostro approccio alla realtà, che a noi sembra d'incontrare così salda e sicura.
    Arrestiamoci alta prima osservazione: il presente è una formazione della coscienza umana, ché 'abbraccia e riduce ad un 'oggi', passato e futuro. Questo significa, e lo abbiamo già detto, che il presente può avere diverse accentuazioni. Ci sono tempi, in cui il presente è interamente riempito del passato, come accade nelle culture tardive, che non guardano più in avanti, ma solo indietro. Nella chiesa prima del concilio, sotto certi aspetti, vi era una situazione simile: la teologia sembrava aver già esplorato tutto, la pietà sembrava aver già sperimentato e formato tutto ciò che si poteva pensare, fare e formare, tutti gli spazi erano riempiti con i dati della tradizione, proprio come lo spazio di una chiesa è interamente riempito di altari, quadri, testimonianze della pietà delle passate generazioni. Dove si arriva a tanto, o affonda il presente, e rimane solo il passato, un passato definitivo; oppure si giunge ad una specie di esplosione, che vuol creare spazio al nuovo e che poi generalmente getta da parte assieme a talune cose veramente invecchiate anche cose preziose e tuttora valide.[3] Ci sono invece tempi totalmente assorbiti dall'assillo del momento presente così da non esserci nessuna possibilità di guardare indietro o avanti. E finalmente ci sono tempi, in cui tutto il peso è posto sul futuro; tempi, nei quali il presente è riempito con lo sguardo rivolto al domani. Di questo tipo era il presente del cristianesimo primitivo, che in una storia riempita di passato considerava questo tutto come fondamentalmente conchiuso e si apriva all'attesa di ciò che doveva venire, del nuovo mondo, ch'esso attendeva dal Cristo, che sarebbe ritornato. Di questo tipo, ma con segno del tutto diverso, è anche il nostro tempo, al quale il fin qui accaduto appare spesso solo come la preistoria al totalmente nuovo, verso cui l'umanità è diretta a passi sempre più veloci.

    Ambiguità della nostra epoca

    In realtà noi viviamo oggi sotto l'impressione di una grande svolta nell'evoluzione dell'umanità, una svolta che ci fa passare, senza che noi ce ne accorgiamo, dal medioevo all'epoca moderna, ed al cui confronto, anche le migrazioni di popoli, * che stanno tra l'antichità ed il medioevo, sembrano perdere significato ed importanza, una svolta, in ogni caso, paragonabile solo ai più grandi sommovimenti nell'evoluzione dell'umanità. Forse mai come oggi l'uomo è diventato sensibile al fattore 'tempo', 'evoluzione'. Chi ha vissuto consapevolmente anche solo negli ultimi trent'anni, è stato buttato da un cambiamento all'altro.
    Ciò che ieri era ancora romanzo utopistico del futuro, che presentava sogni inattuabili come realtà, è oggi superato dall'evoluzione, appare innocuo e modesto di fronte a ciò che viviamo e di fronte a ciò che incomincia a diventar possibile. Il sogno di Dedalo e Icaro di volare in cielo non è più un mito lontano, che conferma solo in modo rassegnato la gravità terrestre, cui soggiace l'uomo, al quale non sono cresciute le ali; esso è diventato attuabile: la mano dell'uomo raggiunge il 'cielo' e non vi è più nulla d'impossibile. Scompaiono i confini ben delineati della natura delle cose e subentra la mobilità di ogni realtà; la dottrina dell'evoluzione diventa per così dire dall'interno credibile e fattibile per l'uomo. Il mondo di una volta era contrassegnato dalla continuità. Usi e costumi rimanevano uguali di generazione in generazione. Uomini e cose apparivano ordinati in modo fisso. Appariva inconcepibile che ci fosse un passaggio da una cosa all'altra, anche quando lo si considerava come fondato scientificamente e giusto. Oggi noi siamo i testimoni della incompiutezza di ogni essere esistente, testimoni di una realtà, che non è stato, ma divenire.
    L'uomo d'oggi ha il suo sguardo rivolto al futuro. La sua parola d'ordine è 'progresso', non 'tradizione'; 'speranza', non 'fede'. Egli conosce anche un certo romanticismo per il passato. Ama circondarsi di oggetti preziosi dalla storia, ma tutto questo conferma proprio soltanto che quei tempi sono passati e che il regno dell'uomo d'oggi è esattamente il domani, il mondo, ch'egli stesso costruisce. Infatti ciò che si aspetta è, al contrario di quanto avveniva nella chiesa primitiva, non il Regno di Dio, ma il regno dell'uomo, non il ritorno del Figlio di Dio, ma il sorgere definitivo di un ordine razionale, libero e fraterno; un ordine che sorge dagli uomini e che essi stessi hanno trovato. L'evoluzione, che noi viviamo, non si presenta come un dono dall'alto, ma come il prodotto di un lavoro duro, di un'azione pianificatrice, calcolatrice ed inventiva. Per questo la speranza non si chiama più per l'uomo d'oggi contemplazione di ciò di cui l'uomo non può disporre, ma azione compiuta con la sua propria forza. L'uomo attende la salvezza da se stesso e appare essere in grado di darsela. Al primato del futuro si unisce così il primato della prassi, un primato dell'attività umana, che diventa l'atteggiamento umano fondamentale. Anche la teologia si apre sempre più a questo atteggiamento, contro l'ortodossia entra in scena l'ortoprassi, l’'escatoprassi' sembra più importante dell'escatologia. Se prima si lasciava a una certa specie di illuminismo popolare di dire al contadino che i concimi chimici sono più efficaci della preghiera, ora, un po' in ritardo invero, si può leggere qualcosa di simile anche in un certo tipo di letteratura religiosa, che si sforza di essere 'moderna'. E vi si dice anche, che, in tali circostanze, la preghiera dovrebbe 'cambiare funzione': è dubbio ch'essa possa continuare ad essere un'invocazione di aiuto divino; essa dovrebbe invece essere considerata come una concentrazione in vista della prassi dell'uomo capace d'aiutare se stesso. La fede nel progresso, ripetutamente data per morta, si fa viva di nuovo, e l'ottimismo, secondo il quale l'uomo alla fine riuscirà a creare la città dell'uomo, trova nuovi seguaci.
    La città dell'uomo: ciò che per molti rappresenta una bandiera della loro azione, per altri ha tuttavia un suono melanconico. In-fatti insieme alla speranza si diffonde la paura. Cresce di nuovo l'angoscia, che nel momento ottimistico del dopoguerra sembrava estinta. Quando gli uomini posero per la prima volta il loro piede sulla lupa, nessuno poté sottrarsi all'entusiasmo, alla fierezza, alla gioia per la grande impresa, che l'uomo era riuscito a compiere in quel momento. Si accolse l'avvenimento non come la vittoria di una nazione, ma come la vittoria dell'uomo. Ma nel momento della gioia si intrecciavano motivi di una profonda tristezza, perché lo stesso uomo che aveva compiuto una tale inaudita impresa, non è in grado di impedire che di anno in anno migliaia e perfino milioni di uomini muoiano di fame, perché non è in grado di dare a milioni di uomini, suoi fratelli, un'esistenza degna dell'uomo, perché non è in grado di por fine alla guerra e di arrestare l'ondata crescente di delinquenza. Il potere tecnico non è necessariamente un potere umanitario; il potere di agire su se stessi sta ad un piano del tutto diverso dal piano dell'esecuzione tecnica.
    Dobbiamo continuare. La tecnica crea, senza dubbio, nuove possibilità all'umanità. Il cristiano non ha nessun motivo per coltivare un risentimento nei confronti della tecnica. Chi è cresciuto ancora in un mondo in gran parte pre-tecnico, non è tentato di cadere nel romanticismo di ciò che è naturale. Egli sa quanto fosse difficile tutto questo, quanta disumanità poteva ammassarsi proprio nel mondo senza tecnica; egli sa quanto sia meglio, più bello e più umano ora. Ma la stessa tecnica, che apre tali possibilità all'umanità, offre anche nuove vie all'antiumano. Non c'è assolutamente bisogno che parliamo degli ultimi orrori, delle armi atomiche, delle armi biologiche, delle armi chimiche, anche se la provvista di cose terribili non può non rappresentare un potenziale terroristico, capace di agire in qualche modo nella coscienza sotto forma di angoscia nascosta. Guardiamo solo alla 'città dell'uomo': sempre più pianificazione significa anche sempre più pianificazione dell'uomo. Io penso che le eruzioni, che scuotono la nostra moderna società, sono anche una insurrezione inconscia contro la totale pianificazione della nostra esistenza, che produce un senso di soffocamento, dal quale ci si vorrebbe difendere e non si può. La pianificazione produce dipendenza ed insieme impotenza dell'individuo, come forse mai prima d'ora c'era stata. A ciò s'aggiunge che noi sentiamo la sorte delle nostre proprie opere sempre più terribile: aria, acqua, terra, che sono sempre gli elementi di cui viviamo, minacciano di decomporsi nell'alito velenoso della nostra tecnica; le energie, che noi consumiamo, ci appaiono in ciò che esse lasciano indietro, come le forze, capaci un giorno di distruggerci. La città dell'uomo incomincia ad incuterci paura; essa potrebbe diventare la tomba dell'uomo.[4]

    Fede e progresso

    Ora sarebbe certamente troppo facile dar di piglio a questo punto al mazzuolo del teologo e dire: dunque redenzione dalla tecnica e non attraverso la tecnica, dunque speranza attraverso la fede, e non contro di essa. Un dio così fondato sembrerebbe troppo al deus ex machina della tragedia greca, che in Euripide sembra essere già quasi una derisione degli dèi e della fede: il mondo è siffatto che solo un dio- che entri improvvisamente potrebbe portarvi ordine, ma questo accade solo in teatro, sembra voler dire. Con Euripide la tragedia si fa ancor più di prima senza via di uscita, perché la realtà rimane atea ed ingiustificata. Il Dio cristiano non è venuto come un deus ex machina a mettere tutto in ordine in moda miracoloso dall'esterno, ma come il figlio dell'uomo, per soffrire dall'interno con l'uomo la passione dell'uomo. E proprio questo è il compito del cristiano: partecipare dall'interno alla passione dell'uomo, allargare lo spazio a ciò che di umano vi è nell'uomo, perché sia guadagnato spazio per la presenza di Dio in lui.
    È a partire da questi contesti che si deve comprendere il sorprendente ottimismo con il quale il concilio accoglie l'era tecnica e giudica i suoi progressi come realizzazioni del comando della creazione di rendere la terra soggetta all'uomo.[5] Esso non cede con questo all'euforia di una coscienza acriticamente tecnica, che non è ancora diventata conscia dei suoi propri abissi. Esso, al contrario, sa bene che un cielo svuotato non è ancora sufficiente a creare una terna felice, come sembrano pensare taluni profeti della nuova umanità. Ma esso non ha bisogno di mettersi in fuga verso un romanticismo della natura pura o di consegnare semplicemente l'uomo alla passività. Creare la città dell'uomo diventa un tentativo che ha significato, se si sa chi sia l'uomo. Se si conosce la misura dell'umano. E la tecnica diventa poi speranza, se si lascia orientare dal fatto che l'uomo è fatto ad immagine di Dio, perché proprio qui sta il nucleo della sua essenza. L'affermazione del concilio, che il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi dei beni dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancor più stringente, può suonare apologetica.[6] Se si parte da un punto di vista globale dei fattori dell'azione storica, questa affermazione risulta avveduta e convincente. L'uomo è la speranza dell'uomo ma è vero anche che l'uomo è l'inferno dell'uomo e la sua costante, minaccia. Se la fede tuttavia osa considerare l'uomo, in ultima analisi, come speranza, questo dipende dal fatto che per essa l'uomo non è più un'essenza indefinibile, come l'uomo propende continuamente a valutarsi, ma si chiama, in ultima analisi, Gesù Cristo. In lui e definitivamente solo in lui l'uomo è la speranza dell'uomo. Ma questo significa anche che Dio non ha voluto essere la speranza dell'uomo, se non facendosi uomo. Il Regno di Dio sarà la città dell'uomo – il Nuovo Testamento si chiude con uno sguardo beatificante su questa città. Certo, questa città significa la fine di tutte le nostre progettazioni e il loro andare a monte. Essa viene dall'alto. Ma essa viene solo, perché e se l'uomo ha percorso lo spazio del suo essere-uomo e ha sofferto fino al limite delle sue capacità. Per il momento a noi rimane soltanto questo: verificare l'asserto della fede, che afferma che in Cristo l'uomo è diventato la speranza dell'uomo; verificarlo, vivendo noi stessi questo paradigma d'esistenza, diventando speranza per gli altri e cercando di siglare il futuro con i lineamenti di Gesù Cristo, con i lineamenti della città ventura, che per questo sarà totalmente umana, perché essa è totalmente di Dio.


    NOTE

    1 Questo testo è stato composto per una serie di conferenze per illustrare la costituzione pastorale del concilio Vaticano si sulla chiesa nel mondo contemporaneo.
    2 Confessiones XI 13,17 — in fine. Cf. l'analisi del testo fatta da H.U. v. BALTHASAR, Il tutto nel frammento, Jaca Book, Milano 1970, 10-13.
    3 Su questo cf. la ricca esposizione di A. GRILLMEIER, Die Reformidee des II. Vatikanischen Konzils und ihre Forderung an uns, in: L. SCHEFFCZYK - W. DETTLOFF - R. HEINZMANN (curatori), Wahrheit und Verkündigung. M. Schmaus zum 70. Geburtstag, Paderborn 1967, 1467-1468, specialmente 1469 ss.
    * [Come è noto, ciò che la nostra storiografia suole chiamare ' invasioni bibliche', è chiamato dalla storiografia tedesca 'migrazioni di popoli'].
    4 Questa ambivalenza dei progressi moderni è esaminata con cura da P.H. SIMON, Woran ich glaube, Tübingen 1967, 127-197.
    5 Costituzione pastorale, parte I, c. 3, specialmente art. 34. Cf. il commento di A. AUER, in: LThK-Erganzungsband III (Das Zweite Vatikanische Konzil, Freiburg i. Br. 1968) 377-397.
    6 Parte I, c. 3, art. 34 in fine: Unde apparet christiano nuntio homines ab extruendo mundo non averti, nec ad bonum sui similium negligendum impelli, sed potius officio haec operandi arctius obstringi.

     

    (FONTE: Fede e futuro, Queriniana 2005, pp. 87-98)


    T e r z a
    p a g i n A


    NOVITÀ 2024


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano
    nella letteratura


    I sogni dei giovani x
    una Chiesa sinodale


    Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una
    "buona" politica


    Sport e
    vita cristiana
    rubrica sport


    PROSEGUE DAL 2023


    Assetati d'eterno 
    Nostalgia di Dio e arte


    Abitare la Parola
    Incontrare Gesù


    Dove incontrare
    oggi il Signore


    PG: apprendistato
    alla vita cristiana


    Passeggiate nel
    mondo contemporaneo
     


    NOVITÀ ON LINE


    Di felicità, d'amore,
    di morte e altro
    (Dio compreso)
    Chiara e don Massimo


    Vent'anni di vantaggio
    Universitari in ricerca
    rubrica studio


    Storie di volontari
    A cura del SxS


    Voci dal
    mondo interiore
    A cura dei giovani MGS

    MGS-interiore


    Quello in cui crediamo
    Giovani e ricerca

    Rivista "Testimonianze"


    Universitari in ricerca
    Riflessioni e testimonianze FUCI


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi


    Sguardi in sala
    Tra cinema e teatro

    A cura del CGS


    Recensioni  
    e SEGNALAZIONI

    invetrina2

    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani Etty


    Semi e cammini 
    di spiritualità
    Il senso nei frammenti
    spighe


    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono
    06 4940442

    Email

    Main Menu