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    La temperanza

    Una virtù per il nostro tempo

    Lettera pastorale per l’anno 2018-2019

    Bruno Forte

    Nelle lettere pastorali degli ultimi anni ho proposto una riflessione sulle virtù teologali, la fede, la speranza e la carità, partecipazione alla vita divina che il Signore Gesù ha reso possibile a chiunque creda in Lui. Ora vorrei proporre l’approfondimento delle virtù cardinali, cardine su cui ruota la vita cristiana, premessa umana all’incontro sempre nuovo col Dio venuto a noi in Gesù Cristo. Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono queste quattro virtù: educarsi ed educare ad esse significa mettere le premesse migliori perché l’opera divina non trovi ostacoli in noi. Quest’anno invito tutti a riflettere e verificare le nostre scelte e i nostri stili di vita sulla temperanza.

    1. Perché la temperanza?

    Le ragioni della scelta sono presto dette: gli stili di vita che la globalizzazione diffonde fra noi risultano troppo spesso tutt’altro che temperanti, privi come sono di equilibrio e di moderazione, attratti e sollecitati, anzi, dagli eccessi, incapaci di quel controllo che serve a valutare e a scegliere le opportunità, aiutando a relazionarsi agli altri e alle diverse situazioni in modo appropriato. I modi di comportarsi che i “media” propongono sono spesso smodati tanto nell’agire, quanto nel linguaggio, e favoriscono atteggiamenti di prepotenza e di volgarità, che spesso caratterizzano anche i protagonisti della vita pubblica e della scena politica, col risultato di esercitare influenze fortemente negative specialmente sui giovani. Anche nell’uso del tempo la fretta, la volontà di bruciare le tappe, l’idea dominante che “il tempo è denaro” e va sfruttato al massimo (“time is business”), rivelano forme di intemperanza. Eppure, nella storia si sono sempre avute voci che richiamavano la necessità di darsi una misura e di agire in maniera temperante. Così, nella sua riflessione sull’etica, Aristotele elencava la temperanza insieme al coraggio, alla liberalità, alla magnanimità, alla mansuetudine e alla giustizia, come giusto mezzo tra l’intemperanza e l’insensibilità. Nel mondo classico, poi, la temperanza era spesso indicata come aurea mediocritas, quella “medietà” dorata, con cui si voleva segnalare il giusto mezzo da cercare in ogni azione o scelta. Cicerone la descriveva come “acquietamento delle passioni e giusta misura in ogni cosa”. Queste voci autorevoli del passato dimostrano quanto la temperanza possa essere importante nella vita e nella storia degli uomini di ogni tempo.

    2. La temperanza nella Bibbia.

    Troviamo riferimenti alla temperanza anche nei testi biblici. Così, ad esempio, nel libro del Siracide si afferma: “Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore” (5,2). L’idea è ripresa in altri passi di questo testo sapienziale: “Non seguire le passioni, poni un freno ai tuoi desideri” (18, 30; cf. pure 37,27-31). Nella seconda lettera di Pietro, poi, si dice: “Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità. Questi doni, presenti in voi e fatti crescere, non vi lasceranno inoperosi e senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo” (2 Pt 1,5-8). E nella lettera a Tito troviamo l’affermazione seguente: “È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,11-13). La Parola di Dio, dunque, tanto del Primo quanto del Nuovo Testamento, ci esorta alla temperanza e ne sottolinea il valore per un’esistenza che voglia piacere a Dio e operare il bene fra gli uomini.

    3. La tradizione spirituale.

    La temperanza venne indicata come virtù cardinale, assieme alla prudenza, alla giustizia e alla fortezza, da San Tommaso d’Aquino. Queste virtù furono definite “cardinali” in quanto considerate come il cardine delle scelte di un uomo che voglia avvicinarsi veramente a Dio. La temperanza, poi, può considerarsi come il tratto che lega fra loro anche le altre virtù cardinali, perché esse non saranno mai veramente complete se non verranno accompagnate dalla misura della moderazione, senza la quale la prudenza diverrebbe timore, la giustizia sopruso, la fortezza violenza. In un testo incisivo Sant’Agostino afferma: “Vivere bene altro non è che amare Dio con tutto il proprio cuore, con tutta la propria anima e con tutto il proprio agire. Gli si dà (con la temperanza) un amore totale che nessuna sventura può far vacillare (e questo mette in evidenza la fortezza), un amore che obbedisce a lui solo (e questa è la giustizia), che vigila al fine di discernere ogni cosa, nel timore di lasciarsi sorprendere dall’astuzia e dalla menzogna (e questa è la prudenza)” (De moribus ecclesiae catholicae, 1, 25, 46: PL 32, 1330s). Nel Catechismo della Chiesa cattolica, poi, la temperanza è definita “la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore (cf. Sir 5, 2)” (n. 1809). Si può dunque affermare che la temperanza è la virtù che ci fa relazionare in modo giusto a noi stessi, agli altri ed alle cose.

    4. In rapporto a noi stessi…

    Anzitutto, la temperanza ci dà una regola e una misura nel relazionarci a noi stessi: essa è la virtù che ci aiuta a stare lontano dagli eccessi, anche e in particolare da quell’eccesso nella considerazione di noi stessi che induce a mettere il nostro io al centro di tutto e a farne la misura di ogni relazione con gli altri. Tanto l’egoismo ingordo, quanto l’egocentrismo proprio della superbia, sono il frutto di una mancanza di equilibrio e di temperanza. Quanti si avvelenano la vita per nutrire ambizioni esagerate, che generano gelosie, invidie, malevolenza verso gli altri e i loro eventuali successi, alimentando affanni ed ansie del tutto contrari alla pace del cuore, che solo l’agire in umiltà e obbedienza al Signore può procurarci! La sobrietà, cui induce la temperanza, è fonte di gioia, di libertà interiore e di una sana leggerezza nell’affrontare le prove e le consolazioni della vita. Certo, giungere ad una forma matura e salda di temperanza non è facile: occorre perciò chiedere l’aiuto del Signore, che col Suo Spirito sani le nostre fragilità e ci dia la forza del Suo amore. Educarsi alla temperanza esige la necessaria custodia dei sensi e del cuore, che porti ad evitare la ricerca disordinata di stimoli passionali o - in rapporto agli altri - la possessività e il confronto smodato, quasi che la vita si debba giocare in una continua corsa a possedere di più, potere di più o godere di più. Il senso del pudore, la giusta riservatezza, l’educazione al silenzio e all’uso equilibrato della parola, evitando ogni compiacimento nello sparlare degli altri o nell’esaltare se stessi, sono altrettante vie di realizzazione di una vita equilibrata, serena e in pace.

    5. Nel rapporto con gli altri…

    La temperanza va poi vissuta con impegno nei rapporti con gli altri: essa si esprime anzitutto nel rispetto dovuto a ogni persona umana, atteggiamento per il quale ci si relaziona all’altro considerandolo sempre come fine e mai come mezzo, valorizzandone la dignità e i doni e non agendo con secondi fini o in base a calcoli egoistici. Un tale esercizio della temperanza comporta uno spirito sincero di accoglienza degli altri, fatto di disponibilità all’ascolto e all’accompagnamento dell’altrui cammino. Questo stile è fondamentale in tutti i rapporti, ma lo è in modo particolare in quelli che intessono la nostra vita quotidiana, come la relazione di coppia, la vita in famiglia, il rapportarsi ai colleghi sul lavoro, il modo di accogliere e incontrare le tante persone che ogni giorno entrano nel nostro mondo vitale. Nel campo delle relazioni diventa oggi sempre più importante educarsi a un uso misurato dei “social” e delle “chat”, evitando ogni rischio di dipendenza da connessione, come ogni caduta di freni inibitori e ogni possibile confusione fra virtuale e reale. L’educazione all’uso consapevole della rete per le giovani generazioni - e non solo - risulta di grande importanza per evitare di sviluppare atteggiamenti che riducano ogni rapporto all’affermazione di sé, dei propri gusti e piaceri, o all’esercizio di quell’egoismo sottile che può sempre insinuarsi in noi.

    6. In rapporto alle cose…

    Un aspetto importante della temperanza è infine quello che si esprime nella capacità di vivere un giusto distacco dai beni e che aiuta a condividere i nostri doni con chi ha meno di noi o ha più bisogno di noi. In rapporto alle cose, da cui tante volte siamo dipendenti a causa di desideri eccessivi o ambizioni smodate, la temperanza equivale alla sobrietà, a quel dominio di sé che porta a desiderare e volere il solo necessario, perseverando nell’unica vera esigenza, che è quella di piacere a Dio e di fare la Sua volontà. Lo spirito evangelico della povertà è il nome positivo di questo distacco, e va chiesto in dono al Signore coniugando questa domanda a scelte piccole e grandi di libertà rispetto al possesso e alla volontà di dominio che a volte ci prende. L’esercizio della penitenza, anche in piccoli gesti e azioni circoscritte (come i “fioretti”, e cioè i piccoli sacrifici e le rinunce da offrire al Signore), risulta in questo campo una grande scuola di vita, che può far crescere la persona nella libertà e nel dominio di sé secondo le esigenze più autentiche dell’amore di Dio e del prossimo. La temperanza, poi, conduce a quell’atteggiamento che la tradizione spirituale chiama “reverentia”: esso consiste nel rispetto verso gli altri, come verso lo spazio pubblico e il bene comune, ma trova la sua radice nel senso profondo di riverenza verso il Signore e la Sua presenza misteriosa e viva. Occorre sempre ricordarci di quello che Sant’Ignazio di Loyola afferma nei suoi Esercizi spirituali, e cioè che siamo stati creati per “lodare, riverire e servire Dio nostro Signore” (“alabar, hacer reverencia y servir a Dios nuestro Señor”: n. 23).

    7. Esaminiamoci sulla temperanza e chiediamola a Dio.

    Proviamo allora a esaminarci su questa virtù della temperanza, tanto importante e oggi così poco di moda. Chiediamoci se nel nostro modo di agire e nelle scelte profonde del nostro cuore siamo temperanti, liberi cioè da noi stessi, dalle cose e dagli altri, liberi per amare Dio e il prossimo come il Signore vuole da noi. Domandiamoci anche se il nostro stile di vita dimostra credibilmente quanto teniamo alla sobrietà, allo spirito evangelico di povertà e al rispetto, vissuto come attitudine fondamentale in ogni relazione con Dio, con gli altri e con il creato, in cui il Signore ha voluto porci come “custodi” del giardino (cf. Gen 2,15). Anche la nostra relazione con gli animali va vissuta con un giusto senso di misura, che eviti sia modalità dispotiche che forme esagerate di attaccamento e di dipendenza da essi, purtroppo non di rado coniugate ad altrettanta indifferenza verso i bisogni dei più poveri e deboli fra i nostri compagni di strada. Poniamoci queste domande sia a livello personale, che comunitario, chiedendoci quale messaggio diamo in questo campo con la nostra vita come comunità di discepoli di Gesù, mite, umile e povero. Con Cristo e per mezzo di Lui chiediamo al Padre di darci lo spirito di temperanza, così importante e necessario per piacere a Dio: Ti preghiamo Padre, nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo, di mandare su di noi il Tuo Spirito Santo, luce e sorgente di moderazione e di sobrietà, perché possiamo imparare a vivere le nostre relazioni con le cose e con gli altri nella libertà del cuore e in obbedienza a Te, così che, senza mai esserne padroneggiati, possiamo dare il giusto posto a ogni creatura e vivere la comunione con gli altri nella temperanza che rende vera la carità, gioioso il dono e salda la pace, che invochiamo in dono da Te. Amen!


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