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    I cattolici e la politica:

    la fede che "crea cultura"

    Andrea Riccardi


    La questione cattolica interessa ancora una parte dell’opinione pubblica, come mostra anche il dibattito accesosi in merito. Nostalgia? Abitudine a un ruolo centrale della Chiesa e dei cattolici? Galli della Loggia, a seguito di un mio intervento, ha sottolineato il valore del dibattito sull’“eclissi cattolica in politica” insistendo sul fatto che ne vadano indagate le ragioni. Lo abbiamo fatto diverse volte in passato, in modo più largo di quanto consente lo spazio di un articolo, ma giustamente nulla va dato per scontato. Per comprendere il caso italiano, bisogna guardare al cattolicesimo europeo (su cui pesa anche la crescente irrilevanza del continente) e mondiale. Certo c’è una specificità italiana, dovuta alla radicata presenza del papato, ma anche alla Dc che ha segnato la seconda metà del Novecento. Tuttavia oggi il cattolicesimo italiano non è così diverso da quello europeo.
    Del resto la Santa Sede, dopo il Vaticano II, non ha più sostenuto la creazione di partiti d’ispirazione cristiana, come si vede nella transizione dal franchismo in Spagna, nonostante allora il papa fosse Paolo VI, cofondatore della Dc con De Gasperi. Anche nella Polonia postcomunista, Giovanni Paolo II non ha voluto un partito cattolico, magari sul tronco di Solidarnosc. Oggi, l’unico modello realizzato di cattolicesimo politico è paradossalmente il nazionalcattolicesimo, in cui la Chiesa legittima la politica e l’identità della nazione. Sembrava scomparso nel XX secolo, ma è riapparso nell’Est, in Polonia e Ungheria.
    C’è una domanda, su cui Galli della Loggia insiste: che resta dell’identità cattolica? In realtà, anche solo negli ultimi due secoli, il cattolicesimo è stato sempre una realtà complessa e variegata: differenti movimenti spirituali, diverse posizioni in politica, teologie e storie di varia natura e tant’altro. Si può parlare di un cattolicesimo individualista (e borghese) che sale dall’Ottocento o di un cattolicesimo di popolo, ancora persistente. Le diversificazioni sono state così profonde da giungere a conflitti gravi. L’unità e l’identità cattolica sono passate spesso attraverso il ruolo dei papi. Ben diversa la situazione attuale - mi pare - anche per i cosiddetti movimenti, che poi attraversano una fase di revisione negli anni di Francesco, non così divergenti e confliggenti, com’era e come si dice.
    I preti costituiscono il punto di unità della complessa galassia cattolica, come afferma Galli della Loggia? Era in parte vero in altri tempi, ma la realtà oggi è un’altra. Una delle maggiori crisi della Chiesa è quella del prete, per la carenza di sacerdoti (si pensi all’accorpamento delle parrocchie che rendono il prete sempre in movimento e in fondo più lontano dalla gente rispetto a ieri), anche per la diminuita leadership su un “popolo” così cambiato e individualista, e infine per la scomparsa di gran parte del mondo contadino in cui la parrocchia e il prete erano al centro.
    Il problema è la cultura e il linguaggio dei cattolici. Giovanni Paolo II pensava che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Significava anche “cultura di popolo”. Il cardinale Bergoglio riprese, a Buenos Aires, tale convinzione definendola “coraggiosa”, sottolineando il valore di “creare cultura”. Invece la deculturazione della fede oggi coinvolge il cattolicesimo e altri mondi religiosi. Ne è espressione il nuovo cristianesimo neo-protestante e neo-pentecostale dalla rapida diffusione, dalla forte capacità di mobilitare sentimenti, dal carattere oppositivo più che creativo. Qualcosa di simile tocca anche l’islam con i movimenti radicali, come mostra l’islamologo Olivier Roy.
    Tutto questo (e molto altro) non porta però a condannare il cristianesimo all’insignificanza. Non in Italia, per storia, ma soprattutto per un vissuto intenso di fede, operosità e pensiero. Per quanto riguarda i cattolici in politica, non si tratta di sognare un nuovo “partito della Chiesa”, ormai “sideralmente perso nell’infinito”, diceva Dossetti. Restano però donne e uomini cattolici che hanno da dire e da fare in politica, soprattutto portando quel senso dei “corpi intermedi” e della realtà che l’attuale verticalizzazione della società ha smontato. Viene da chiedersi inoltre - come scrive Giovagnoli - se i partiti abbiano reale interesse alla presenza dei cattolici.
    Dalla realtà del cristianesimo italiano, può germinare un discorso pubblico che investa la società, anche partendo da un livello locale, che non si identifichi solo nel ricordare alcuni principi, ma abbia la capacità di forgiare un’“immaginazione alternativa”, rispetto alla carenza di visioni della politica e della realtà nostrane. Alla fine, aveva ragione lo studioso delle religioni Mircea Eliade, quando affermava che noi moderni siamo destinati a risvegliarci alla vita dello spirito mediante la cultura. Non è cultura solo in senso accademico, ma fede vissuta, pensata e comunicata con un’interlocuzione con le tante voci del nostro tempo.


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