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    Aromi per il corpo di Gesù

    Gianfranco Ravasi


     

    Tutti i pellegrini che a Gerusalemme hanno visitato l’imponente basilica del Santo Sepolcro ricordano la loro prima esperienza appena varcato il portale d’ingresso. Sul pavimento è collocata una grande lastra rettangolare di pietra calcarea rossastra, ornata agli angoli da quattro candelabri. La sua presenza nella basilica crociata è segnalata fin dal xii secolo, anche se quella che ora i pellegrini venerano e baciano è stata inserita nel 1810. Significativa è la definizione: «pietra dell’unzione». La tradizione, infatti, vuole che su una lastra lapidea sia stato deposto il corpo di Cristo, dopo essere stato staccato dalla croce, ai piedi del colle del Golgota.
    Questa altura di pochi metri chiamata in ebraico così, cioè “cranio”, in latino “calvario”, è oggi incastonata nella stessa basilica, a lato proprio di quella pietra. Alla sua sommità, contrassegnata ora da altari, si ascende attraverso una minuscola scalinata. Noi, però, vorremmo evocare solo quell’atto d’amore finale dedicato alla salma di Gesù, appunto l’«unzione» di quelle membra inanimate, destinate ad essere avvolte in un «lenzuolo pulito», in greco la “sindone”, e collocate nella tomba da poco intagliata nella roccia offerta da Giuseppe d’Arimatea, un uomo benestante divenuto discepolo di Cristo (Mt 27, 57-59).
    In quella sera concitata, alle soglie dell’inizio del riposo sacro sabbatico, «le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea», dopo aver visto la deposizione del corpo nel sepolcro donato da Giuseppe d’Arimatea, erano tornate a casa a «preparare aromi e oli profumati» (Lc 23, 56). A questo punto lasciamo la parola all’evangelista Giovanni che mette in scena un altro personaggio già noto ai suoi lettori, Nicodemo, «quello che in precedenza era andato da Gesù di notte» (si veda il capitolo 3 del quarto Vangelo). Ebbene, questa figura importante del Sinedrio in quella sera – sempre prima che incombesse il riposo del sabato – aveva «portato circa cento libbre di una mistura di mirra e di aloe» (19, 39).
    È proprio su questo particolare che ora fissiamo la nostra attenzione, ricordando che nella prassi tradizionale giudaica (per altro ancor oggi vigente nel mondo arabo), la sepoltura doveva avvenire nella stessa giornata del decesso, anche per evitare il rischio della putrefazione a causa del calore di quelle regioni: «Chi dimentica un morto per una notte lo disonora», ammoniva un antico detto rabbinico. Il funerale avveniva senza la presenza di un ministro del culto ma solo coi parenti, con le lamentatrici professionali, i flautisti, ricordati anche dai Vangeli in una mini-parabola di Gesù (Mt 11, 16-19) e nel caso della bambina di Giairo (Mc 5, 38-40), e con gli amici che tessevano elogi del defunto. Il corpo veniva solo lavato e unto con olio aromatico (non si toglievano i visceri come si usava fare nell’imbalsamazione del mondo egiziano).
    Ciò che impressiona nella narrazione di Giovanni è la quantità enorme di aromi polverizzati o spezzettati destinati ad accompagnare la deposizione nel sepolcro del corpo di Gesù, un atto per altro non necessario ma facoltativo secondo il rituale funebre. Atto che, come vedremo, sarà lasciato incompiuto a causa dell’irrompere del sabato. Luca, infatti, ricorda che «già splendevano le luci del sabato» (23, 54), allusione all’uso giudaico dell’accensione delle lampade al cadere del computo sabbatico che  come è noto  procede da tramonto al tramonto successivo. A margine ricordiamo che l’odierno nostro sabato 16 aprile (15 del mese ebraico di Nissàn) è anche per gli Ebrei Pasqua (Pésach) ed è iniziato alle 19.39 di ieri (14 Nissàn) e si concluderà alle 20.56 di oggi.
    Ma ritorniamo alla massa di cento libbre di aromi portata da Nicodemo: in greco e in latino la litra o “libbra” era variamente calcolata, per cui cento libbre possono variare tra i 25 e i 30 chilogrammi, una quantità decisamente enorme, segno della generosità estrema di Nicodemo. Forse, però, agli occhi dell’evangelista c’è anche il desiderio di assegnare a quel dono un valore simbolico, prescindendo dalla reale quantità: si potrebbe evocare l’abbondanza messianica o, meglio, la qualità regale della sepoltura di Cristo. Infatti, nel Secondo Libro delle Cronache, in occasione dei funerali del re di Giuda Asa (911-870 a.C.), pronipote di Salomone, si annota che «lo stesero su un letto pieno di aromi e di profumi, elaborati con arte di profumeria e ne bruciarono per lui una quantità immensa» (16, 14).
    Colui che era stato definito «re dei Giudei» nel capo d’accusa per la sua condanna (Gv 19, 19-20), ora paradossalmente è onorato come tale attraverso questo gesto estremo.
    Il pensiero per contrasto corre alla grettezza della reazione di Giuda Iscariota quando Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro, versò una sola libbra di mirra per ungere i piedi di Gesù: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri? Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (Gv 12, 5-6). L’evangelista si preoccupa anche di indicare la composizione di quell’omaggio funerario, descrivendola come «una mistura di smýrna e di alóe».
    Il primo termine greco indica la mirra, uno dei tre doni offerti al piccolo Gesù dai Magi, interpretato già dai Padri della Chiesa proprio come prefigurazione della sua passione. La radice che è alla base del vocabolo, mrr, rimanda all’“amaro”; il prodotto era una gomma resinosa che trasudava da un arbusto della famiglia dei balsami che attecchisce nell’Arabia meridionale e nella Somalia settentrionale. Polverizzata, veniva usata per terapie, oppure nella cosmetica, nella gastronomia enologica, e – a causa del suo odore pungente – anche per contrastare l’asprezza sgradevole della decomposizione dei cadaveri. Si adotta, quindi, per il corpo di Gesù una prassi tradizionale.
    Di simile finalità è l’altra componente botanica, l’aloe, che ha varie sottospecie. C’è, ad esempio, quella lignea proveniente da una pianta simile al sandalo, presente in Asia-sudorientale e di uso aromatico; c’è anche l’aloe medicinale che deriva da resine di un arbusto delle liliacee coltivato nell’area dello Yemen e, una volta polverizzato, può dar origine a una medicina acre, ma può anche espletare la stessa funzione della mirra. L’evangelista Giovanni ricorda appunto che in quella sera «presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura» (19, 40).
    Si è già detto che il cadavere era avvolto in un lenzuolo, in greco sindôn; Giovanni giustamente citerà più avanti anche il sudario, una specie di fazzoletto per il volto, e dei teli (othónia), cioè delle fasce di lino per bloccare il mento, i piedi e le braccia. Nel linguaggio del giudaismo antico la locuzione: “Avvolgi il morto nei suoi lini!” significava: “È finita! Non c’è più niente da fare!”. La salma veniva portata alla tomba su una barella o sullo stesso giaciglio ove la persona era spirata. Per tre giorni ci si recava al sepolcro per verificare se la morte era definitiva: Lazzaro era già al quarto giorno – nota Giovanni – e quindi era definitivamente cadavere.
    Dopo un anno si riesumavano le ossa che venivano unte con olio e vino e raccolte in sacchi o ceste per la sepoltura nelle “case delle ossa”, cioè gli ossari, posti sempre in caverne, segnalate all’esterno, come le tombe, da tinteggiature di calce per evitare l’impurità rituale da contatto. Famosa è la maledizione pronunciata da Gesù: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume» (Mt 23, 27).
    Abbiamo a più riprese sottolineato che l’atto funerario dell’“unzione” nei confronti del corpo di Cristo era stato affrettato a causa della linea di demarcazione cronologica del riposo sabbatico. Si spiega, così, il prosieguo del racconto evangelico che, trascorso il tempo del sabato e osservato il riposo, ci trasferisce – come annota Luca – al successivo «primo giorno della settimana, al mattino presto, quando [le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono, però, la pietra smossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono più il corpo del Signore Gesù» (24, 1-3).
    Si apre, così, l’alba di Pasqua che anche l’evangelista Marco introduce con la stessa annotazione di Luca: «Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole» (16, 1-2). Queste discepole dovranno riporre i loro aromi ormai inutili e vivere per prime, attraverso un’epifania angelica, l’esperienza della risurrezione: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto!» (Lc 24, 5-6).
    A questo punto, è spontaneo in retrospettiva rievocare l’unzione di Betania, quando – secondo Marco e Matteo – durante un pranzo nella casa di Simone il lebbroso, «una donna recante un vaso di alabastro, colmo di profumo di puro nardo di grande valore, lo ruppe e versò il profumo sul capo di Gesù» (Mc 14, 3). Giovanni identificherà la donna in Maria, la sorella di Lazzaro (12, 1-8). Ma ciò che è significativo in questo gesto di venerazione e di amore è il commento di Gesù: «Versando questo profumo sul mio corpo, lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura» (Mt 26, 12).
    È, dunque, lo stesso Cristo – che era stato oggetto di un simile atto di affetto e rispetto da parte di una «donna peccatrice» in un’altra occasione durante un pranzo nella casa di un fariseo anch’egli di nome Simone (Lc 7, 36-50) – a stabilire un ponte tra i due eventi, l’atto di Maria e quelli di Nicodemo alla sera del venerdì e delle donne al mattino di Pasqua.
    Ritorniamo, allora, davanti al sepolcro di Cristo ma durante lo scorrere delle ore di quel giorno di sabato quando la salma di Gesù era rimasta tumulata. È risaputo che i Vangeli non narrano in sé l’evento della risurrezione, come farà la tradizione apocrifa secondo una modalità che ha la sua più alta e possente rappresentazione nel celebre dipinto di Piero della Francesca (1463) nella Pinacoteca Comunale di Sansepolcro.
    Noi potremmo idealmente sostare in quel sabato davanti alla tomba non ancora scoperchiata ascoltando il mirabile coro finale della Passione secondo Matteo di Bach, segnato da una musica dolcissima, simile quasi a una “ninna-nanna” per il corpo dormiente di Gesù nel sonno della morte, ma scandito già dai brividi mistici della risurrezione: Wir setzen uns mit Tränen nieder…, «Siamo seduti in lacrime e gridiamo verso la tua tomba: Riposa sereno, sereno riposa! Riposate, o esauste membra! Riposate serene, riposate! La vostra tomba, la vostra lapide dovrà essere un morbido cuscino per la coscienza tormentata, e il luogo di riposo per l’anima. Riposate serene, riposate! In suprema beatitudine gli occhi si chiudono al sonno».

    (L'Osservatore Romano - 16 aprile 2022)


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