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    Stefan Zweig, cittadino europeo

    Bruno Meucci



    Prima ancora della celebre Dichiarazione Schuman del 1950, il concetto d'Europa unita ha avuto, come è noto, alcuni illuminati precursori. Tra di essi lo scrittore ebreo austriaco Stefan Zweig (1881-1942), autore di quel capolavoro della narrativa del Novecento che è Il mondo di ieri. La visita alla cattedrale di Strasburgo e al palazzo del Parlamento Europeo si trasformano nell'occasione per rintracciare il filo del suo pensiero che ricollega i suoi scritti sull'Europa alle idee e ai problemi che oggi ben conosciamo.

    Una visita al Parlamento Europeo

    Non sorprende, camminando per i lunghi corridoi del Parlamento europeo di Strasburgo, trovare uno spazio dedicato al ricordo della celebre Dichiarazione Schuman, il discorso che l'allora ministro degli esteri francese Robert Schuman fece il 9 maggio del 1950, a Parigi. Qui tutto ebbe inizio, verrebbe da dire. Un ingrandimento fotografico in bianco e nero mostra un uomo in giacca e cravatta, gli occhiali dalla montatura scura, in piedi davanti all'asta del microfono in una bella sala con stucchi e lampadari barocchi, gremita di persone, molti giornalisti. Pare di sentire le sue parole calme e misurate mentre pronunciano, per la prima volta in un discorso ufficiale, il concetto di Europa, intesa non come continente geografico, ma come unità economica e, in prospettiva, anche politica. Un anno dopo, col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951, nasce la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio. Lo scopo immediato, e non di poco valore, è condividere la produzione di queste due materie prime determinanti per lo sviluppo industriale in un'area dell'Europa continentale comprendente Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Ma il progetto nasce da una visione ben più ampia e per molti aspetti rivoluzionaria: non più contese tra i Paesi europei per accaparrarsi le risorse necessarie allo sviluppo, ma condivisione e coopera-zione. A giusto titolo, allora, la Dichiarazione Schuman è considerata il punto di partenza del processo di integrazione europea che ancora oggi prosegue, tra alti e bassi, alla ricerca del suo pieno compimento. A promuovere l'accordo, come è noto, oltre ai francesi Jean Monet e Robert Schuman, furono soprattutto il cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il presidente del consiglio italiano Alcide De Gasperi, giustamente considerati i padri fondatori del progetto europeo. Il cammino dell'integrazione sarebbe stato lungo e non privo di difficoltà, con battute d'arresto e non pochi passi indietro rispetto ai più coraggiosi progetti originari. Ma comunque era iniziato. Con il tempo vi hanno aderito fino a 27 Paesi, qualcuno ne è uscito, ma altri chiedono insistentemente di farne parte, segno evidente della sua validità e della sua capacità di attrazione sotto molteplici aspetti.
    La visita al Parlamento europeo di Strasburgo comprende anche l'ingresso nella grande sala semicircolare dove si svolgono le assemblee, a tutti nota per averla vista in televisione. Il personale consegna un'audioguida con un menù ricco e variegato: progetto e storia del palazzo, come si svolgono le elezioni dei deputati, come sono distribuiti nell'aula gli schieramenti politici, quali sono i vari organismi dell'Unione europea, quali funzioni svolgono, ecc. Nel suo saluto di benvenuto l'attuale presidente del parlamento Roberta Metsola, con voce calda e cordiale, ricorda che dire Europa, oggi, non significa soltanto nominare un'area comune di mercato o una moneta unica, ma anche e soprattutto un insieme di principi a cui i Paesi dell'UE fanno riferimento: libertà, uguaglianza, giustizia, Stato di diritto, dignità della persona, eccetera. A sentirli pronunciare scorrono í brividi lungo la schiena. È questa la tavola di valori su cui i 26 Stati dell'Unione fondano la volontà di cooperare e di unirsi sempre di più per affrontare i problemi del presente e del futuro e garantire una vita migliore ai cittadini europei e del mondo intero.
    Il nume dei visitatori del Parlamento è davvero sorprendente, considerando il fatto che è un giorno feriale e che l'enorme palazzo di acciaio, cemento e vetro si trova in un quartiere periferico della città, anche se raggiungibile abbastanza facilmente con i mezzi pubblici. Sono donne e uomini, anziani e bambini, coppie e famiglie di varie origini e nazionalità. I loro volti e le loro lingue si mescolano nelle stanze del palazzo come le bandiere degli Stati dell'Unione Europea che sventolano in fila sul piazzale d'ingresso. Dall'interesse che mostrano si intuisce che le istituzioni europee non sono così distanti dal sentimento della gente comune, come certi populisti vorrebbero farci credere. D'altra parte, sempre meno si può lamentare che le istituzioni europee siano indifferenti ai bisogni dei cittadini perché il popolo non ha alcuna voce in capitolo sulle decisioni prese dai rispettivi capi di governo. A partire dal 1979, infatti, al Parlamento europeo, unico organismo eletto direttamente dai cittadini dell'Unione, sono stati riconosciuti poteri decisionali sempre più ampi. I 705 deputati che si riuniscono nella sede di Strasburgo o in quella di Bruxelles sono i rappresentanti dei cittadini europei. Essi lavorano ogni giorno alla costruzione o all'approvazione dei progetti di legge, insieme alla Commissione e al Consiglio europeo, prendendo decisioni che riguardano la vita di milioni di persone. Allo stesso tempo, tra le loro funzioni più importanti, c'è quella di controllare il funzionamento democratico delle altre istituzioni dell'UE.

    Il mondo di ieri

    Ma adesso, osservando quella fotografia in bianco e nero con al centro Robert Schuman mentre annuncia, consapevole dell'assoluta importanza storica del suo discorso, la futura nascita del primo embrione della futura Unione
    Europea, e riflettendo sulla data di quella Dichiarazione, il 9 maggio 1950, il pensiero corre spontaneamente alla figura del grande scrittore ebreo Stefan Zweig, autore di quel capolavoro della letteratura del Novecento che è Il mondo di ieri, da lui scritto mentre era in esilio nel 1942 e pubblicato postumo nel 1944. Chi lo ha letto sa che questo libro è un tesoro di valore inestimabile, sia per la sua lucida testimonianza storica, sia per le sue analisi penetranti, sia per la sua tensione morale, e sia, in ultimo, per la sua fede incrollabile nell'Europa, «nostra sacra terra natale, culla e partenone della civiltà occidentale». Intrecciando il racconto della propria formazione e affermazione letteraria con quello dei tragici eventi epocali a cui la sua generazione toccò assistere, dalla notte dell'esilio Zweig ci ha lasciato un affresco estremamente lucido e tremendamente addolorato della storia europea della fine dell'Ottocento e della prima metà del Novecento. Il mondo della sua infanzia e della sua giovinezza, quello che lui chiamava «il mondo della sicurezza» nel solido e immutabile impero asburgico, verrà spazzato via nel breve giro di pochi anni con la Prima guerra mondiale. Al primo dopoguerra, inizialmente segnato dalla spaventosa crisi economica, ma in seguito anche dalla speranza di rinascita e di pace, faranno seguito eventi ancora più tragici e imprevedibili: l'avvento furioso del nazismo, la diffusione dell'odio antisemita, lo scoppio di una guerra mondiale ancora più devastante della precedente. Nel raccontare tutto questo, Zweig non nasconde la sofferenza di aver assistito impotente al trionfo dell'odio e dello spirito di distruzione, alle guerre fratricide che hanno insanguinato la storia e trascinato la civiltà europea nell'abisso del male. «Io ora non appartengo ad alcun luogo – scrive chiaro nella Prefazione –, sono dovunque uno straniero e tutt'al più un ospite; anche la vera patria che il mio cuore si era eletta, l'Europa, è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fraterna. Contro la mia volontà ho dovuto assistere alla più spaventosa sconfitta della ragione e al più selvaggio trionfo della brutalità, nell'ambito della storia» (Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1994, p. 4). E ancora: «Tutti i cavalli dell'Apocalisse hanno fatto irruzione nella mia vita, carestie e rivolte, inflazione e terrore, epidemie ed emigrazione; ho visto crescere e diffondersi sotto i miei occhi le grandi ideologie delle masse, il bolscevismo in Russia, il fascismo in Italia, il nazionalsocialismo in Germania, e anzitutto la peste peggiore, il nazionalismo che ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea» (ivi, p. 5).
    Sono parole di sgomento che restano impresse nel cuore. Tanto è vero che, sebbene lette qualche tempo prima di partire, subito me le sono ricordate quando, su una bancherella di libri usati nel centro affollato di Strasburgo, un amico mi ha indicato la presenza di una biografia di Stefan Zweig scritta da Dominique Bona e non ancora pubblicata in italiano. Subito dopo, sfogliando insieme le pagine di quel libro, lo sguardo si è fermato su una fotografia che riprendeva Stefan Zweig insieme alla seconda moglie Lotte Altmann, che era stata la sua segretaria, distesi sul letto, uno accanto all'altra, i corpi che sembrano dormire. È la foto di come furono ritrovati dopo il loro suicidio, il 23 febbraio 1942, in Brasile. In un attimo, l'immagine, tenera e sconvolgente, ha fatto scorrere nella mia mente gli ultimi anni di vita del grande scrittore austriaco, così come lui stesso li descrive nei capitoli conclusivi de Il mondo di ieri. Nel 1934, in seguito alla rivolta di febbraio, durante la quale gli fu perquisita la casa di Salisburgo da parte della Heimwehr (organizzazione paramilitare austriaca filonazista), Zweig aveva deciso di lasciare l'Austria col presentimento che i tempi non sarebbero stati favorevoli a uno scrittore ebreo come lui. D'altra parte, appena un anno prima, in Germania erano stati bruciati pubblicamente i suoi libri e nel 1936 ne sarebbe stata vietata anche la pubblicazione e la vendita. Fu una decisione sofferta, suggerita, come lui stesso scrive, da quello spirito di libertà e di indipendenza a cui era rimasto sempre fedele e a cui non avrebbe mai saputo rinunciare. Trasferitosi a Londra, era riuscito a ritornare in patria per qualche occasione particolare. Ma quando il suo Paese fu annesso alla Germania nazista (1938), in quanto ebreo gli fu tolta la cittadinanza, impedendogli di fatto la possibilità di ritornare a casa. Nel frattempo in Inghilterra aveva continuato a studiare e a scrivere e aveva fatto anche diversi viaggi per tenere conferenze sul tema della solidarietà e della comprensione reciproca tra i popoli. Nonostante fosse riuscito a ottenere la cittadinanza inglese, nel 1940, la condizione di esiliato lo affliggeva profondamente, provocandogli inquietudine e depressione. Come scrittore era conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, ma questo non lo compensava del fatto che i suoi
    libri non potessero più essere letti nella lingua in cui erano stati scritti, cioè dai lettori austriaci e tedeschi. Inoltre, altra umiliazione, come ebreo si era ritrovato senza patria e senza diritti, costretto a fare domanda per il riconoscimento della condizione di apolide e, in seguito, per ottenere la cittadinanza nel Paese che lo aveva ospitato. Durante i suoi viaggi era stato prima a New York e infine in America Latina, dove aveva portato a termine una serie di conferenze, accolte da una entusiastica partecipazione di pubblico. Ma poi, giunto in Brasile, «spossato dai lunghi anni di un peregrinare senza patria», si era tolto la vita.
    In un discorso commemorativo tenuto presso l'Università di Berlino 1'11 giugno del 1948, Richard Friedenthal commentò così la sua estrema decisione: «Egli credeva negli uomini e soprattutto negli amici. Era un genio dell'amicizia. Ma come l'amicizia e il contatto vitale con gli uomini costituirono l'elemento essenziale della sua vita, così doveva risultargli fatale la distruzione di tali rapporti» (riportato nell'introduzione alla vita e alle opere di S. Zweig, in Il mondo di ieri, cit., p. VIII). Davvero non c'è definizione più vera per descrivere la straordinaria personalità di Stefan Zweig: un genio dell'amicizia, instancabile nello stringere rapporti fraterni anche al di là dei confini della propria nazione, col sentimento sempre vivo di appartenere a urie più grande e spirituale repubblica, fondata sui valori delle arti, delle scienze e della cultura. E così, davanti alla fotografia della famosa Dichiarazione di Robert Schuman, confrontandola con l'altra tragica fotografia di Stefan Zweig accanto alla moglie Lotte, entrambi senza vita, mi è stato difficile non pensare a quanto sia strana e assurda certe volte la vita: molto probabilmente, se Zweig fosse sopravvissuto alla sua depressione e non si fosse suicidato, solamente otto anni dopo avrebbe assistito al giorno solenne di quella storica Dichiarazione e il suo cuore di cittadino europeo avrebbe finalmente gioito.

    Il genio dell'amicizia

    La passione cosmopolita aveva caratterizzato la formazione spirituale di Stefan Zweig fin dagli anni giovanili, quando il suo interesse per la letteratura lo aveva portato a conoscere e ad amare scrittori e artisti di ogni tempo e di ogni luogo. Gli studi universitari li volle compiere lontano da Vienna, la sua città natale, proprio per fare esperienza di un mondo diverso e allargare i confini della propria cultura e mentalità. Dopo aver studiato a Berlino, intraprese viaggi a Parigi, in Belgio e in Italia, ma anche in Africa del Nord e in India, stabilendo contatti, in seguito anche epistolari, con artisti, letterati e uomini di cultura, allora noti o meno. Fu anche estremamente curioso di conoscere le differenti culture e attento a scoprire e valorizzare i nuovi talenti nella letteratura, come pure ad assistere materialmente gli amici in difficoltà. Lo spirito cosmopolita di Zweig non gli derivava tanto dalla sua eredità ebraica – in quegli anni era diffusa l'opinione secondo cui gli ebrei erano un popolo senza radici e senza patria – o dalla sua appartenenza all'impero asburgico – storicamente composto da popoli di lingue e culture diverse –, ma dal suo modo particolare di intendere il valore e la funzione della cultura, vista come strumento che consente la comunicazione e il dialogo fra gli uomini e le società. Neppure lo scoppio improvviso della Prima guerra mondiale che divise non solo i popoli ma anche gli scrittori e gli artisti delle diverse nazioni riuscì a scalfire questa sua solida convinzione. Mentre tutti o quasi gli scrittori, austriaci, tedeschi, francesi, si univano al «coro selvaggio» della propaganda nazionalista, affrettandosi a scagliare parole di odio e di disprezzo contro i Paesi e i popoli nemici, Stefan Zweig trascorse gli anni della guerra a denunciarne l'assurdità e a diffondere il suo messaggio pacifista, insieme agli amici che gli erano rimasti fedeli: Rainer Maria Rilke, Romain Rolland, Émile Verhaeren sopra a tutti, ma anche altri. Alla gigantesca operazione di propaganda orchestrata dal governo asburgico e dallo stato maggiore dell'esercito per gettare discredito sulle nazioni nemiche, Zweig rifiutò sempre di contribuire, condannandosi di fatto all'isolamento e guadagnandosi la fama di traditore della patria. Ma non si limitò a rimanere in silenzio: «Dopo alcune settimane – ricorda ne Il mondo di ieri –, io, ben deciso a sottrarmi a quella pericolosa psicosi di massa, mi trasferii in una località del suburbio campestre (di Vienna) per iniziare, in piena guerra, la mia guerra personale, quella contro il tradimento della ragione» (ivi, p. 190). Con il tempo riuscì a unire la sua voce a quella di un coraggioso gruppo di scrittori e di uomini di cultura che la pensavano come lui. Facendo base nella neutrale Svizzera, dove molti intellettuali dissidenti si erano trasferiti, Zweig e i suoi amici sfidavano la censura e il sospetto delle polizie dei rispettivi Paesi, lanciando i loro messaggi contro la guerra e i loro appelli al dialogo e alla fratellanza fra i popoli. Sembrava assurdo che gli Stati europei, pur condividendo fin dai tempi antichi la stessa storia e la stessa cultura, si considerassero nemici fino al punto di desiderare l'annientamento l'uno dell'altro, e proprio ora che il mondo moderno, attraverso la diffusione delle scoperte scientifiche e delle invenzioni tecnologiche, tendeva ad avvicinare i popoli sempre di più. Eppure, gli avvenimenti stavano andando proprio in tal senso. Mentre gli uomini di cultura, credendo in buona fede di servire la patria, facevano udire al popolo ciò che esso voleva ascoltare, cioè che tutta la giustizia stava da una parte e il torto dall'altra, secondo l'occhio vigile di Zweig, essi «non avevano coscienza di tradire, così facendo, la vera missione del poeta, chiamato a conservare e a difendere quanto vi è di universalmente umano nell'uomo» (ivi, p. 185).
    In definitiva, gli anni della Prima guerra mondiale furono decisivi nella vita di Stefan Zweig. Ciò che egli sentiva nel proprio cuore a livello intimo e personale, ovvero la comune appartenenza degli uomini, attraverso la cultura, a un unico spirito umano universale, di fronte alla disfatta della ragione provocata dalla guerra, divenne per lui un valore da difendere ad ogni costo, una causa per cui combattere con gli strumenti a sua disposizione, con la riflessione e la parola. Come scrittore, Zweig si sentì coinvolto molto più profondamente, rispetto al passato, con i temi di cui trattava, come se la sofferenza provata negli anni della tempesta bellica lo avesse spinto suo malgrado verso una comprensione più profonda del significato e del compito dello scrittore di fronte all'umanità. «Oggi ben so – scriverà anni dopo con la coscienza dello scrittore maturo – che senza tutto quello che soffersi, nella compassione e nel presagio, in quegli anni di guerra, sarei rimasto lo scrittore che ero nell'anteguerra, "piacevolmente mosso", come si dice in musica, ma non mai afferrato e colpito fin nel profondo del cuore. Per la prima volta ebbi allora il senso di parlare in nome di me stesso ed insieme del mio tempo» (ivi, p. 203). Non è un caso che l'opera teatrale a cui lavorò durante gli anni della guerra e che riuscì a far rappresentare a Zurigo nel febbraio del 1918 fosse dedicata alla figura biblica di Geremia: annunciando le rovine a cui avrebbe portato la guerra a un mondo che non voleva ascoltare, Zweig si sentiva in un certo senso come il profeta dell'Antico Testamento, osteggiato e disprezzato dal suo popolo. E come i fatti avevano dato ragione alle tristi previsioni di Geremia, così la guerra dava ragione a Zweig, mostrando ogni giorno la sua disumanità e la sua mostruosa insensatezza. In modo analogo nel 1934, ai tempi di Hitler, Zweig vorrà identificarsi nella figura del grande umanista Erasmo da Rotterdam, scrivendone una biografia, per contrapporre l'ideale erasmiano al trionfo dell'odio e della divisione: urgeva infatti riaffermare l'ideale di un'Europa unita dall'amicizia e dalla cultura, così come Erasmo vi aveva creduto prima che la riforma di Lutero cominciasse a dividere il continente europeo. Anche se l'impresa poteva sembrare disperata, compito dello scrittore era quello di non restare in silenzio, di proclamare le ragioni dell'umanità e la speranza nei lumi della ragione, contro le forze oscure che si stavano scatenando con potenza inaudita.

    Appello agli Europei

    Nei primi anni Trenta, Stefan Zweig è ormai uno scrittore di successo. Il pubblico di lingua tedesca ama i suoi libri e gli editori se lo contendono. Le sue opere sono tradotte in molte lingue straniere e si può dire che il suo nome sia conosciuto in tutto il mondo. Nonostante ciò, Zweig è preoccupato per quello che sta succedendo in Europa. Dopo appena un decennio di pace, proprio nel momento in cui l'Europa si sta per riprendere dalle conseguenze della Grande guerra, una nuova crisi proveniente dall'America precipita di nuovo i Paesi nella miseria e nella disoccupazione, riportando in auge sentimenti e partiti antidemocratici che diffondono odio, per gli avversari politici e per i popoli stranieri. Di nuovo le relazioni internazionali si fanno più tese, mentre in Russia e in Italia comunismo e fascismo, nuovi modelli di governo autoritario, sembrano più efficienti nel risolvere i problemi in confronto alle vecchie e stanche democrazie. Zweig decide allora di utilizzare la sua notorietà per diffondere in Europa il suo incrollabile ideale dell'amicizia tra le nazioni e così inizia a tenere alcune importanti conferenze sul tema dell'Europa. Questi discorsi, raccolti e pubblicati in italiano dalle edizioni Skira con il titolo Appello agli Europei, letti a distanza di tempo non possono che suscitare sorpresa e ammirazione per la loro chiaroveggenza e incredibile lungimiranza.
    A un livello generale, Zweig vede agire nella storia dell'umanità due forze contrapposte, l'una che tende ad avvicinare i popoli e a creare uno spirito di comunione, l'altra che invece li porta a odiarsi e a combattersi. Amore e odio, civiltà e barbarie, o se vogliamo Eros e Thanatos, in termini freudiani. Il primo mito con cui lo spirito dell'umanità ha rappresentato l'azione contrastante di queste forze è, secondo Zweig, quello della Torre di Babele. Il mito racconta che quando gli uomini decidono di unire le loro energie per realizzare un'opera comune sembrano parlare una sola lingua, vale a dire si comprendono e sono in grado di costruire una città arrivando a toccare le vette dello spirito. Ma proprio allora interviene la forza contraria che spinge gli uomini a dividersi, a diffidare l'uno dell'altro, fino al punto di non riuscire più a comprendersi. E allora ciascuno ritorna a lavorare esclusivamente per sé, per il proprio interesse. Tuttavia, momentaneamente sconfitto, l'ideale dell'unità non si arrende aspettando un'epoca successiva per riprendere slancio. Così, la civiltà romana, la religione cattolica, l'umanesimo del Quattrocento, la comunità degli scienziati nel Seicento, i musicisti nel Settecento sono, agli occhi di Zweig, altrettanti momenti in cui l'ideale di una superiore fraternità tra gli uomini, al di là delle differenze linguistiche e culturali, ha trovato la sua manifestazione storica, talvolta politica, come nel caso di Roma, in seguito solamente spirituale. Alla luce di questa filosofia della storia, Zweig crede che, nonostante tutti gli ostacoli e le forze che gli si sono contrapposte, il processo di unificazione dello spirito europeo non possa essere fermato. Una conferma al suo convincimento la trova nel pensiero di Goethe e in quello di alcuni grandi "spiriti contemporanei" come Nietzsche, Rolland e Verhaeren, insieme ai quali respinge come "pusillanime" l'idea che saremmo giunti al "tramonto dell'Occidente" e che l'Europa non abbia più niente da dire al mondo, con implicito riferimento all'opera di Spengler.
    Più di ogni altro tempo, perciò, quello presente si caratterizza agli occhi di Zweig come lo scenario di uno scontro epocale, giunto a una svolta decisiva, tra lo spirito cosmopolita che unisce i popoli e il suo acerrimo nemico, il nazionalismo che li divide. I progressi della tecnologia, lo «spirito del secolo», lavorano per ridurre le distanze, aumentare le possibilità di comunicazione, avvicinare i popoli, mentre le «forze antagoniste» lottano per mantenere l'isolamento e l'autonomia di ogni singola nazione. Nel discorso che tenne nel Salone dei Duecento in Palazzo Vecchio, a Firenze, nel maggio 1932, Zweig mette in luce la contraddizione del suo tempo e avverte: «Mai come oggi in Europa la separazione di uno Stato dall'altro è stata più grande, intensa, consapevole, organizzata: attraverso decreti, misure economiche, attraverso l'autarchia, ciascuno Stato si chiude all'altro in un brutale isolamento. Mentre, però, si isolano, sono tutti consapevoli che l'economia europea e la politica europea sono un destino comune, che nessun Paese può sfuggire a una crisi mondiale comune attraverso la chiusura, perché l'Affanno, come nella tragedia di Faust, anche una volta che le porte sono chiuse, entra dal buco della serratura» (Il pensiero europeo nella sua evoluzione storica, in Appello agli Europei, Skira, Milano 2015, pp. 47-48). Lo scontro epocale tra le forze antagoniste dovrà mostrare finalmente alla coscienza dei popoli la scelta che l'Europa è chiamata a compiere: «Ora le due visioni, il nazionalismo e il sovranazionalismo, sono petto a petto nello scontro decisivo, non c'è più modo di arretrare di fronte al problema, e il momento imminente deve rivelare se gli Stati d'Europa persevereranno nell'attuale contrasto economico e politico o se intendono risolvere definitivamente questo conflitto dissipatore di energia attraverso un'unione completa, un'organizzazione sovrastatale» (ivi, p. 48).
    Ancora una volta sono costretto a confessare che l'incontro con queste conferenze di Stefan Zweig mi ha messo, letteralmente, i brividi addosso. Erano i giorni in cui visitavamo Strasburgo, città europea forse più di qualunque altra, per il suo trovarsi sul confine del Reno e per il suo storico bilinguismo e perché da sempre contesa tra la Francia e la Germania. E mi aveva colpito in particolare la sua straordinaria cattedrale di pietra rossa, un gigante di torri, archi e vetrate, svettante tra le case a graticcio della vecchia città, opera di artisti e ingegneri provenienti da entrambe le sponde del Reno che fusero le loro conoscenze e competenze per innalzare uno dei templi cristiani più belli che vi siano al ondo. Simbolo, per così dire, di quella torre di babele di cui parlava Zweig, di quelle forze costruttive che nella storia si possono liberare e innalzare solamente quando gli spiriti si sentono uniti e affratellati da un unico intento. Un lavoro che è proseguito per decenni, anzi per secoli, ispirato e diretto da visioni teologiche e filosofiche elevate e complesse, nonché da una sapienza tecnico-scientifica incredibile per l'epoca in cui la costruzione fu realizzata. Alla cattedrale, simbolo della civiltà europea giunta alla sua massima espressione nel Medioevo e agli albori dell'età moderna (non si deve neppure dimenticare che la stampa a caratteri mobili, inventata da Gutenberg, si è diffusa rapidamente nei Paesi europei proprio da Strasburgo, approfittando della facilità di scambio e di comunicazione garantita dal fiume Reno) fa da sponda idealmente il palazzo moderno del Parlamento Europeo: ben altra concezione architettonica, all'altro capo della città, dove i rappresentanti dei popoli europei, partecipando a una liturgia laica e democratica, assai diversa da quella cristiana che si svolge ancora nella cattedrale, discutono e decidono il futuro dell'Europa. È come se l'Europa, unita in passato solo idealmente e spiritualmente, e soltanto in rari momenti della sua lunga e drammatica vicenda storica, avesse finalmente raggiunto quell'unità politica che Zweig con grande lungimiranza vedeva già profilarsi all'orizzonte.
    Quella che, negli anni Trenta, poteva sembrare solo l'utopia di un idealista e di un visionario o, peggio ancora, giudicata come la manifestazione di scarso attaccamento alla nazione da parte di un intellettuale ebreo, di un senza patria, nel giro di mezzo secolo si è davvero realizzata. Zweig non era un illuso, era un uomo che vedeva lontano. Di fronte al risorgere potente e inarrestabile del nazionalismo era consapevole che l'ideale dell'unità europea non si sarebbe realizzato in breve: «No – egli scrive –, non ci sarà ancora l'Europa unita, domani, dovremo attendere forse ancora anni, decenni, forse la nostra generazione non farà in tempo a viverla. Ma – lo dico già adesso – una convinzione autentica non ha bisogno di conferme da parte della realtà per sapere di essere giusta e vera. E così, fin da oggi, a nessuno può essere negato di scrivere da sé, in quanto europeo, la propria lettera alla patria, di chiamarsi cittadino di questo grande Stato non ancora esistente che è l'Europa» (ivi, p. 49).

    Europa come patria

    Fa qui la sua comparsa un'idea che possiamo considerare centrale nel sentire di Stefan Zweig: l'idea dell'Europa come patria. Dire patria non è certamente esprimere un concetto astratto. La patria non è solo la parte di mondo in cui siamo accidentalmente nati. Essa consiste nell'intreccio di lingua, storia, cultura in cui siamo cresciuti e da cui siamo stati plasmati. Così, quando sentiamo pronunciare il suo nome, il nostro cuore si scalda, riempiendosi di affetto e di commozione. Amare la patria è come amare sé stessi, le proprie radici, la propria identità. Il nome Europa per Zweig dovrebbe suscitare esattamente questi sentimenti. Per far questo bisogna che le persone prendono coscienza di non appartenere soltanto alla propria patria nazionale, ma a una patria più grande che è quella europea. Le culture nazionali, infatti, possiedono senza dubbio delle caratteristiche peculiari, ma non si sarebbero mai sviluppate senza l'apporto delle culture delle altre nazioni. Questo risulta evidente quando si studia la storia dei popoli europei. Perciò è importante, secondo Zweig, diffondere tra i popoli europei la consapevolezza di appartenere a una grande e unica civiltà che è quella europea, in modo tale da superare il patriottismo limitato alla propria nazione con un altro patriottismo, allargato all'Europa intera. E non fermarsi qui, ma avere il coraggio di andare oltre, per abbracciare come patria ideale l'umanità intera.
    Ancora oggi le istituzioni europee sono sentite spesso come fredde e lontane e il nome Europa non suscita una particolare vibrazione del cuore. Già a suo tempo Zweig aveva chiaro quale fosse il problema: il patriottismo europeo è ancora limitato alla cerchia ristretta di pochi illuminati. E allora, perché non prendere esempio dai movimenti nazionalisti che, nei loro rispettivi Paesi, hanno saputo diffondere il loro ideale patriottico – un'ideale distorto agli occhi di Zweig – con una strategia di comunicazione capace di risvegliare le emozioni nelle masse? Allo stesso modo, anche i patrioti europei dovrebbero adoperarsi perché il concetto di unità europea scenda, per così dire, dalla mente di pochi dentro il cuore di molti, per riuscire così a diffondersi tra i popoli: «Se non siamo in grado – scriveva nel 1934 – di suscitare lo stesso entusiasmo riguardo alla nostra idea, dal basso, dal cuore e dal sangue dei popoli, le nostre teorie resteranno vane, poiché mai nella storia il cambiamento è avvenuto partendo dalla sola sfera intellettuale e della semplice riflessione. Dobbiamo dunque anzitutto dare visibilità e infondere passione ai nostri concetti e farli passare dallo stato ideologico a quello organizzativo per la loro diffusione» (L'unificazione dell'Europa, scritto nel 1934 a Londra, in Appello agli Europei, cit. p. 76). Per scendere nel concreto, Zweig propone ad esempio di scegliere ogni anno una "capitale europea" dove concentrare tutti gli eventi e le manifestazioni a cui partecipano diversi Paesi (convegni, mostre, fiere, ecc.). Per un mese o due la capitale dovrà riempirsi di manifesti, programmi, eventi e bandiere di nazioni diverse, ma soprattutto di persone che provengono da ogni parte d'Europa; in questo modo i giornali e le radio parlerebbero ogni giorno degli eventi che si svolgono nella "capitale europea" e tutti gli europei lo verrebbero a sapere. Strano a dirsi, ma qualche decennio più tardi anche questa proposta di Zweig si è in qualche modo materializzata grazie all'istituzione delle capitali europee della cultura!
    Infine, per creare un nuovo patriottismo sovranazionale occorre cominciare, secondo Zweig, a rivedere l'istruzione che si impartisce nelle scuole. Lo scrittore viennese riponeva una grande fiducia nei giovani perché soltanto le nuove generazioni, nate dopo la guerra, non essendo state ancora contaminate dal «veleno del nazionalismo», avrebbero potuto crescere libere dai sentimenti di diffidenza e di odio reciproco tra le nazioni che circolavano ancora in Europa anni dopo la fine del confitto. Bisognava quindi pensare a una nuova educazione dei giovani europei. Convinzione di Zweig, infatti, è che l'Europa, debba essere unita dalla cultura, prima ancora di potersi attuare l'auspicata unità politica ed economica: «a me, prima di un'unione dell'Europa a livello politico, militare, finanziario, a cui ancora oggi si oppone una volontà contraria, sembra importante realizzare quella culturale» (Disintossicazione morale dell'Europa, conferenza tenuta nel novembre 1932 all'Accademia d'Italia a Roma, in Appello agli Europei, cit., p. 65). Il primo passo da compiere allora è riuscire a creare, nelle nuove generazioni, la coscienza di appartenere a una cultura comune, a riconoscersi in conquiste e valori spirituali emersi dalla storia europea.

    Insegnare la storia della civiltà

    Anticipando idee e progetti che si sarebbero realizzati soltanto decenni più tardi, Zweig propone innanzitutto di cambiare il modo di insegnare la storia: insegnare non solo, esclusivamente, la storia politica e militare, ma anche e soprattutto la storia della civiltà. Il suo sguardo ancora una volta è lucido: insegnare la storia delle guerre ha senz'altro un effetto negativo sull'animo dei giovani perché «mostra l'ininterrotta auto-distruzione dell'Europa». Al contrario, «la storia della civiltà, che al giorno d'oggi purtroppo non è ancora a sufficienza materia scolastica, insegna come i popoli d'Europa, grazie all'opera comune di Roma, della Grecia, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Scandinavia, hanno dato vita a un'idea spirituale sempre più magnifica e straordinaria. La storia delle guerre invita i giovani ad ammirare la violenza, la storia della civiltà insegna loro a venerare lo spirito, l'una a considerare suprema opera umana la guerra, l'altra la pace. Se guardiamo agli eventi del mondo attraverso la storia della civiltà, senza rendercene conto incoraggiamo lo spirito comunitario e l'ottimismo, perché qui c'è un'ascesa senza fine, un'armonia che risuona senza posa tra sfere sempre più alte» (ivi, p. 59). Inoltre, la storia politica e militare non può far altro che suscitare antipatia e rancore verso le nazioni straniere e alimentare l'estraneità e la divisione. Bisogna invece sottolineare con maggior forza le affinità tra i popoli europei: «Questa visione, che a me e ad altri appare indispensabile, finora è stata sempre soffocata a vantaggio di una visione della storia puramente politica e politico-nazionale. Il bambino è stato educato ad amare la propria patria, una visione alla quale noi non ci opponiamo ma a cui vorremmo solo aggiungere che al contempo gli venga insegnato ad amare quella patria comune che è l'Europa, e il mondo intero, l'umanità tutta, a illustrare il concetto di patria senza ostilità, ma in comunione con le altre patrie» (ivi, p. 55). In conclusione, una storia della civiltà insegnerebbe a vedere non più la colpa di una nazione nei confronti dell'altra, ma «il debito di ciascuna nazione nei confronti delle altre» e a comprendere che «ciascuna nazione è arricchimento per l'altra, che un'invenzione è stata completata da un'invenzione, che da un popolo all'altro scorrono, per così dire, fiumi di volontà creativa, e ogni attività, a differenza di quella bellica, accresce il benessere comune» (ivi, p. 59).
    Alla conoscenza dei contributi che ciascuna nazione ha dato alla civiltà europea bisogna poi aggiungere la conoscenza di ciò che i popoli stanno facendo al giorno d'oggi, «la loro positività e creatività» attuali, e questo può avvenire solamente con l'osservazione diretta. Pertanto Zweig immagina che «i giovani di ogni nazione, attraverso iniziative speciali» siano aiutati dallo Stato a «conoscere i Paesi vicini, perché è negli anni iniziali che l'anima è completamente aperta, avida di sapere e disponibile a dire sì, mentre la persona di trenta, quarant'anni fino a un certo punto è fossilizzata nella forma di vita in cui si è trasformata» (ivi, p. 62). Mettere in contatto i giovani con altri giovani attraverso un lavoro comunitario, offrire agli studenti universitari la possibilità di trascorrere un semestre o un anno di studio in un altro Paese europeo: ecco comparire in nuce nella mente di Zweig quello che sarà il progetto Erasmus. A cui però non bisogna limitarsi perché è importante organizzare scambi culturali e vacanze all'estero anche per gli studenti del liceo, al fine di «estendere il mondo e l'immagine del mondo a beneficio dei ragazzi desiderosi di imparare».
    La forza profetica del pensiero di Stefan Zweig sull'Europa illumina la sua figura di una luce particolare. Viene da chiedersi se questo scrittore, seppur vissuto nella prima metà del secolo scorso, si trovi davvero dietro di noi, oppure sia ancora davanti a noi. Molte delle sue speranze si sono realizzate: l'Europa oggi non è più dilaniata da guerre intestine e vive all'ombra di istituzioni comunitarie dove i principi della solidarietà e dell'amicizia tra i popoli, a dispetto dei conflitti di interesse e dell'egoismo nazionale, sembrano aver trovato dimora. Un lavoro immane è stato fatto da donne e uomini illuminati per realizzare una sempre più stretta unione economica, monetaria e politica nel segno di valori democratici e civili. Ma è pur vero che il percorso per creare un profondo sentimento di unione tra i popoli europei è ancora in gran parte da compiere. Anzi è ancora in gran parte da progettare. Far sentire ai cittadini italiani, francesi, greci o polacchi che non hanno soltanto la loro patria, ma ne hanno anche una seconda, che è l'Europa, è ancora un'opera da realizzare. Ne sono testimonianza i rigurgiti sovranisti che puntualmente si risvegliano e trovano ascolto nei partiti e nell'umore dei cittadini europei. Rinasce sempre quella forza antagonista di cui parlava Zweig che si nutre del desiderio di indipendenza e di separazione, come se da soli si riuscisse meglio a risolvere i problemi che ci affliggono e che ormai sono diventati globali. Nonostante si sia sentito per tutta la sua vita un cittadino europeo, Stefan Zweig non ce l'ha fatta ad assistere alla realizzazione del sogno dell'unità dell'Europa. È morto mentre tutto faceva pensare, a lui per primo, che non si sarebbe mai compiuto. Ma oggi che in Europa viviamo in un mondo senz'altro più conforme al sentire dello scrittore austriaco, sentiamo in un certo senso che il nostro compito è ancora quello che fu il suo: vigilare, attraverso la riflessione e la cultura, perché le forze del pregiudizio, dell'odio e la follia distruttiva siano tenute a distanza dalle forze contrarie dell'umanità e della ragione.
    Nella penombra della cattedrale di Strasburgo, sempre affollata di turisti, una voce registrata, con cadenza regolare, invita tutti al silenzio. Il chiacchiericcio rumoroso infatti copre il messaggio che le pietre di questa immensa cattedrale potrebbero ancora far sentire. Silenzio per contemplare le storie colorate di santi e peccatori che si accendono sui rosoni e sulle vetrate, ancora illuminate dall'ultimo sole del pomeriggio. Silenzio per sostare sotto il pilastro degli angeli, nel transetto di destra, e osservare le eleganti figure suonare i corni del giudizio finale con impareggiabile dolcezza e maestria. Silenzio per seguire con lo sguardo i fasci di lesene che salgono in alto verso il soffitto, sottraendo alle enormi colonne dí pietra la loro pesantezza, fino a incontrarsi nel punto centrale della volta. E ancora silenzio per meditare quanto sia fragile, al di là delle apparenze, l'incantevole bellezza che è stata creata nei secoli passati dalla nostra civiltà europea. Così fragile che potrebbe essere distrutta, come è successo altre volte nella storia, da un lampo improvviso di follia.

    (FEERIA, 2023/1 - n. 63; pp. 43-52)


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