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    Erri De Luca,

    "ospite delle parole

    della Scrittura sacra"

    Maria Nisii


    Dell'ebraismo condivido il viaggio, non l'arrivo. Non in terra promessa, la mia residenza è in margine all'accampamento. Non mi accosto all'altare, alle preghiere. La porzione di manna è garantita da letture in ebraico, aperte innanzi al giorno. Condivido l'alba con chi sta zitto e ascolta. A sera la mia tenda è appena fuori dal recinto... Scegliessi un dove e un come di nascita, ribadirei gli stessi: al Sinai da straniero. Non devo appartenere, sto con i tredicesimi, estranei alla dozzina convocata. Mio titolo di viaggio è seguire in disparte... Rimango volentieri nel deserto.
    (Erri De Luca, E disse, 87-9).

    Studio l'ebraico, leggo la Bibbia. Alcune pagine, alcune parole mi hanno rivelato qualcosa della loro verità e mi hanno istigato a darne notizia... Per molti la Bibbia è un testo sacro. Ma mi commuove più di quel valore in sé, il sacro aggiunto, l'opera degli innumerevoli lettori, commentatori, sapienti che hanno dedicato a quel libro il tempo migliore della loro vita... Nel corso degli anni quel libro è diventato la mia intimità... Questa frequentazione è tutta l'autorità di cui dispongo. (Una nuvola come tappeto, 9-12).

    Sono uno che non crede. Ogni giorno mi alzo assai presto, sfoglio per mia usanza l'ebraico dell'Antico Testamento che è la mia ostinazione e la mia intimità. Così imparo. Sento che ogni giorno i pezzi che perdo nel vivere vengono risarciti da una parola che lentamente viene incontro alla mia immobilità e ml conforta con un'intelligenza... In tutto questo io resto non credente,
    (Ora prima, 8).


    Per parlare di un autore come Erri De Luca, apologeticamente "frainteso" da molti credenti per quella rara maestria con cui rinarra il testo biblico, ritengo sia bene partire dalle sue esplicite dichiarazioni di intenti, nelle quali ci tiene a rimarcare il suo essere "straniero", uomo sulla "soglia", qualcuno che legge le Scritture come letteratura e per quell'aggiunta di sacro che tanti lettori vi hanno apportato. Anche lui però, come quei tanti, vi sta dedicando la vita - a partire dallo studio della lingua ebraica e dalla lettura quotidiana "aperta innanzi giorno", fino a intrattenere con il testo quello che egli stesso definisce un rapporto di "intimità". Tra i suoi propositi di scrittore vi è quello di ridare il più possibile la Bibbia alla lettura, là dove il fervore di un tempo si fosse spento: "Restituisco in disordine una parte minima del dono di poterla frequentare" (Ora prima, 6). Una spiegazione che De Luca sente di dover fornire e riprendere quasi a ogni introduzione e conclusione d'opera, consapevole di quel fraintendimento, come se non si potesse leggere la Bibbia solo per la bellezza delle sue narrazioni.
    Questo autore napoletano è uno degli esempi di scrittori laici e non credenti contemporanei, che cercano ispirazione nelle pagine del testo biblico, nelle sue tante storie e nel loro intreccio con la storia dell'umanità che da queste è stata segnata. In E disse teorizza il proprio lavoro in linea con i tanti che lo hanno preceduto: "Tra un rigo e l'altro, nello spazio bianco, governa il vento. E la voce riunita di tutti quelli che hanno aggiunto in margine un commento" (89). L'esegeta ara il testo per riportarne alla luce i significati possibili, lo scrittore invece interviene a colmare creativamente quei silenzi "governati dal vento", dunque ispirati e ispiranti altre letture e riscritture, per "liberare scintille prigioniere dal chiuso della materia" (Le sante dello scandalo, 60), "opera che avviene negli spazi bianchi della scrittura sacra, che sono più vasti degli spazi neri delle lettere" (Penultime notizie circa Ieshu/Gesù, 68-9). E se "liberare le scintille" porta con sé l'atto interpretativo, la riscrittura mira altresì a ridare vita a quella materia che è il testo. Difficile classificare questo autore dalle riconosciute doti narrative e poetiche, oltre che provvisto di una sensibilità quasi filologica per il testo originale: "Mi imbatto qualche volta nella bellezza di un verso che ha perso luce nel trasferirsi dalla sua madrelingua. Ecco il rigo 39 del salmo 105, dove si canta Dio che guida gli Ebrei nel deserto. Il testo ufficiale della Chiesa traduce: "distese una nube per proteggerli". Alla lettera è invece: 'stese una nuvola come un tappeto – (Una nuvola come tappeto, 10-11), una traduzione letterale che darà il titolo a una delle sue raccolte di racconti. L'originalità di questo autore, a partire dalla scelta suggestiva dei titoli, ne fa indubbiamente un riscrittore, ma non semplicemente un romanziere o autore di racconti, quanto piuttosto un libero battitore in un terreno che sembra situarsi a metà strada tra la teologia narrativa e l'esegesi. D'altronde De Luca neppure si sottrae alla lettura comparata di Antico e Nuovo Testamento, indugiando nel rilevare quel richiamarsi degli episodi, spesso secondo una scelta inconsueta rispetto alla tradizione ecclesiale, altre volte invece solo apparentemente "allineata" – come è il caso dell'associazione tra l'episodio della torre di Babele e quello della Pentecoste – per poi subito stupire nella suggestione proposta: "Così il cristianesimo riprenderà l'opera di ricondurre l'umanità dispersa in Babele verso un'unica altura, a un solo altare. È impresa forse non gradita al Dio che presso la torre disperse il più grande tentativo ecumenico tentato dagli uomini. Forse Dio apprezza di più i molti nomi con cui i popoli lo hanno rivestito nelle varie lingue... Scelse di essere nominato in mille lingue perché non si esaurisse la ricerca. È ancora lì, alla superficie del caos" (Una nuvola, 18).
    Lavorando su entrambi i Testamenti, De Luca è tornato più volte sulle vicende evangeliche, spesso anche riprendendo i medesimi brani – come è nel suo stile di lettore che rilegge e riscrive la Scrittura e se stesso riscrittore. Tra i tanti ricordiamo l'episodio della nascita di Gesù che chiude In nome della madre con la "preghiera alla rovescia" di Miriam, richiesta a Dio che quel figlio "non sia niente di speciale" e solo un piccolo ebreo come tanti (70-2). Questa nascita ritorna in Penultime notizie circa Ieshu/Gesù attualizzata negli immigrati di oggi (47 e 51) e in Le sante dello scandalo dove si ripercorre il senso della festa che di questa nascita fa memoria attraverso alcuni passaggi di quella vita: dal bambino quieto all'uomo "che stava contro il legno di un albero a braccia spalancate" (52). Le pagine più intense vedono al centro il rapporto, reso spesso in forma di dialogo, tra Miriam e Josef che fa da motivo conduttore di ogni rinarrazione della vicenda del figlio. A questo proposito il più recente La faccia delle nuvole (Feltrinelli, 2016) - ideale continuazione del celebre In nome della madre (2006), che probabilmente per questo è stato contemporaneamente riedito con l'identica veste grafica – si presenta come il racconto della storia di Gesù dallo sguardo in soggettiva dei genitori. Aperto là dove il primo si chiudeva, con il parto notturno di Miriam, il dialogo degli sposi è spesso intercalato dalla voce del narratore, che commenta quanto le parole dei due tralasciano: i piccoli gesti, i pensieri celati, i tratti dei volti. Il narratore resta tra loro anche all'arrivo dei pastori, coloriti di napoletanità ("Ha pigliato dal profeta Elia, tene 'a faccia ispirata 'e chillu santo, è isso ch'è turnato", 25) – come già Gasparre, versione esilarante di uno dei magi, in Penultime notizie. Nel seguito il narratore interviene ogni volta che occorre spiegare gli incroci delle storie bibliche, i richiami dei destini da un personaggio all'altro, il senso racchiuso in un termine ebraico o greco – come è il caso della fuga in Egitto, che vede protagonisti due Giuseppe (qui il marito di Miriam e in Genesi il fratello venduto dai figli di Giacobbe), ma che non può davvero dirsi "fuga", dato che nel testo originale si tratta di "ritirarsi (anakhoreo)... in un pellegrinaggio di salvezza" (43).
    Altro elemento caratterizzante il riscrittore De Luca è il suo restare il più possibile accostato al testo: "Quello che il libro non dice noi non dobbiamo dirlo perché nessuna parola va aggiunta alla Scrittura" (Ora prima, 25). E molti dei suoi racconti ruotano semplicemente attorno a una parola e alle risonanze di senso che questa è in grado di produrre: 'Accampare pretese sul dettaglio è impresa poco adatta al passo di superficie di queste pagine. Sciogliere e riannodare un verso, tentare emendamento del mondo o di una pagina: l'urgenza investe spesso i non idonei. Si porta un compito" (Una nuvola come tappeto, 102). Per questo non tenta neppure di colmare il grande vuoto temporale tra i dodici anni e l'inizio della vita pubblica di Gesù, salvo concedersi qualche divagazione divertita, come quando immagina il dialogo che può essersi svolto alla frontiera dell'Egitto con il doganiere, allertato a proposito di un "neonato ricercato dalla polizia" (45), in cui evidentemente torna il richiamo alla fuga degli immigrati verso la salvezza – un leitmotiv per l'autore, che sostiene: "Nascesse oggi, sarebbe in una barca di immigrati, gettato a mare insieme alla madre in vista della costa di Puglia o di Calabria" (Nocciolo d'oliva, 21).
    Nel seguito della vicenda la parola torna ancora una volta alla coppia Miriam/Josef, ma il racconto è riportato al passato: la vicenda è già trascorsa, "trentadue pasque insieme al figlio adesso adulto, adesso vuol essere chiamato ben Adàm, figlio dell'uomo, un nome che dispiace a loro due perché un po' li rinnega" (51). Per questo anche le loro voci tendono a ritirarsi dietro la narrazione di quel terzo, il narratore appunto, che nella finzione letteraria li scruta e coglie il loro turbamento: "La profezia si pianta nel suo grembo, come fece al momento dell'annuncio... Miriam adesso sa: non ci sarà la Pasqua trentatré" (53). Così sul Golgota sono presenti entrambi, allacciati nel loro rapporto solidale di genitori di quel figlio, di cui hanno già accettato la libertà di aver accolto altri per familiari: "Dava la precedenza al mondo, apparteneva a loro. Credi che potevamo trattenerlo?" (64). E dopo le tante rimostranze del padre contro la gente che voleva associarlo ad altri uomini del passato – "non voglio più sentire che somiglia a qualcuno. Basta con questa favola, nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento" (49) – è la madre a riconoscerne l'immagine: "E un albero piantato sopra questa altura di Gerusalemme. Il suo tronco è nodoso, indurito dal vento, le braccia sono rami spalancati" (65). È anche il loro congedo, perché i capitoli successivi lasciano posto alla sola voce in terza persona, che rinarra del viandante sulla strada per Emmaus e della sua "volontà di coincidere con la scrittura sacra" (75), come spiega ai due amici, affinché diventino «recipienti colmi che si travaseranno a loro volta dentro una scrittura. Perché lì, in quelle pagine, quella storia continua" (77). Come continua fuori, grazie a De Luca che vi ritorna costantemente e appassionatamente e ai tanti riscrittori che infondono nuova linfa a una storia fondante, perché non sia possesso esclusivo della lettura credente, ma diventi sempre più accessibile agli uomini tutti affinché possano attingervi quella che Christoph Theobald definisce una forza rigeneratrice che ha qualcosa da dire alla nostra umanità. Un tratto simile a quello che De Luca spiega, molto più poeticamente, come "un resto di saggezza ancora a portata di raccolto": "Ognuno di noi che sfoglia le Scritture sacre è l'ultimo venuto tra i lettori; ognuno di noi passa tra quelle righe come tra le vigne già spogliate, che non ci appartengono ma alle quali veniamo ammessi perché, da ultimi, siamo i più poveri. Eppure un resto di saggezza è ancora a portata di raccolto ... Anche all'ultimo lettore è dato di trovare il frutto rimasto" (Ora prima, 20-1).
    Chi conosce De Luca quasi sicuramente di lui ha almeno letto In nome della madre, scritto forse per riparare a quello che ritiene essere un torto delle sacre Scritture, che sbilanciano tutta l'attenzione sul figlio, come premette in Nocciolo d'oliva (23-25), sorta di antefatto del testo successivo che qui muove probabilmente i primi passi nelle intenzioni dell'autore. In nome riequilibra l'interesse sulla madre con la narrazione in prima persona di Miriam/Maria del fatto dell'annunciazione, della rivelazione a Josef della gravidanza, del matrimonio-scandalo, della partenza a Betlemme per il censimento e infine del parto. Un testo diviso in "stanze" come una ballata, che dona centralità alla figura della madre nella versione inedita di giovane donna innamorata del suo Josef ("bello e compatto da baciarsi le dita", 17), dominata da una calma nuova che la rende tanto forte da sopportare le conseguenze del suo stato, ma anche presa da una grande gioia: 'Una festa per quella nicchia in corpo che mi faceva madre senza aiuto di uomo" (19). Miriam sente che non appartiene più alla legge, che invece inquieta Josef. Ma a dispetto della legge e della tradizione degli uomini, lui le crede, "crede nella versione inverosimile di quella gravidanza. La verità è spesso inverosimile e ha bisogno di entusiasmo per essere detta e creduta. Josef crede a Miriam per amore e in amore credere non è cedere, ma aggiungere manciate di fiducia ardente" dirà in un testo successivo (Le sante dello scandalo, 43-4). Per questa fiducia Josef sfida la legge e la gente del villaggio, suscitando uno scandalo che viene descritto con le tinte forti del dramma napoletano: "Le donne sputavano dietro il mio passaggio... ai loro insulti tiravo più dritta la schiena, più in fuori la pancia... avevo paura del loro malocchio" (29). La forza dei due nasce dal grembo di lei, con cui la giovane intrattiene un dialogo intessuto delle note liriche più alte del testo: "Sei stato messo dentro di me da un fiato di parole, non da un seme. Sarai pieno di vento" (33).
    Come gli invitati a nozze che rifiutano l'invito nella parabola evangelica (Mt 22), al di fuori dei parenti stretti nessuno si presenta alla festa del loro matrimonio – De Luca qui sembra voler costruire un parallelo tra i genitori e il figlio, presente anche ne La faccia delle nuvole: "Il loro figlio un giorno dirà: 'Chi è senza errore tiri la prima pietra: L'ha imparato in famiglia. Josef non l'ha tirata" (12); e sempre Josef, remissivo di fronte alla necessità del censimento, dichiara: "Diamo a questo Cesare il suo e teniamoci quello che non può levarci" (In nome, 50). Un principio che ispira anche il film di Guido Chiesa Io sono con te (2010), in cui Maria è presentata come anticipatrice (o precorritrice) del figlio – come lo è pure nel racconto di De Luca agli occhi di Josef: "Per loro tu sei pietra d'inciampo, per me sei la pietra angolare da cui inizia la casa (40). Ma i paralleli tra il testo delucano e il film di Chiesa non finiscono qui – impossibile non richiamare infatti la disarmante sicurezza dipinta sul volto della giovane attrice tunisina, Nadia Khlifi, con quella della Miriam delucana, a proposito del parto che dovranno affrontare da sole durante il viaggio: "Sarà la cosa più facile del mondo, madre mia. Una vita si annida, cresce e poi trova l'uscita" (41).
    Prima di queste narrazioni "familiari", De Luca si era già cimentato in uno dei tentativi forse più azzardati della storia delle riscritture: il racconto di Gesù in prima persona nei giorni del sepolcro. La lettura è ardita, ma il risultato non stona e l'effetto sul lettore è assicurato: "Solo uno sbaraglio di amore... trascina a vita nuova... Io l'ho intensificato dentro di me al punto da farmi invadere il corpo dalla sua energia e mi bastava sfiorare un male per scacciarlo, una ferita per sanarla" (Nocciolo d'oliva, 29), per concludere con: "La mia agonia sforzata su un osceno patibolo renderà questa macchina di morte un simbolo di amore. Le mie braccia spalancate dai chiodi resteranno fino alla fine degli abbracci" (31). Questa sovversione – da macchina di morte a simbolo d'amore – era già stata programma di vita, per la "precedenza ai calpestati" (Penultime notizie, 16), a cui si avvicinava per correggere "i guasti di natura: non tutti quelli del vasto mondo, però quelli che capitavano a tiro, alla portata dei suoi sensi... guarire era la sua manifestazione amorosa preferita. Più guariva e più aumentava la capacità. L'amore è questa incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce nelle fibre" (11).
    Questa energia d'amore sembra inesauribile, già che persiste financo nel crocifisso marmoreo che il protagonista dell'ultimo romanzo (La natura esposta) è chiamato a restaurare. Mosso a compassione per quel corpo denudato e martoriato, lo scultore esegue l'opera in un crescendo di coinvolgimento fisico ed emotivo a dispetto del suo essere un non credente. E tale, naturalmente, resterà fino alla fine, sebbene nell'ultimo atto che concluderà il suo mandato di restauratore, non potrà accostarsi alla statua senza prima essersi tolto le scarpe e con il tremore delle mani.
    Narratore-poeta delle Scritture, De Luca è la bella penna dei nostri giorni che, come parafrasando l'autore del terzo vangelo, si definisce "investigatore dilettante" (Ora prima, 23). Ma questo non dice una predilezione o una scelta tra i vangeli, perché l'autore attinge a tutti i libri biblici – pur selezionando i dettagli, le parole, le narrazioni. Ed è probabilmente per la maggiore abbondanza di racconti che tende a preferire l'Antico Testamento con la cui lettura inizia ogni giornata nell'acribia del comprendere e la delicatezza del ripensare a quanto raccolto in queste "parole dure", che durante il giorno restano nell'orizzonte come "un nocciolo d'oliva da rigirare in bocca" (Nocciolo d'oliva, 41).
    Quelli di De Luca sono poco più che libretti e raccolgono spesso testi brevi nella forma di racconti, composizioni, riletture. Eppure la quantità di carta che si tiene in mano contiene una densità pari forse solo ai testi poetici. Un paragone tutt'altro che inadatto, dato che lo sguardo che si posa sulle sacre lettere è oltremodo delicato, leggero, garbato. Un garbo che conserva anche quando passa dalle vicende antiche a quelle contemporanee, sempre presenti al suo occhio vigile di lettore della vita e dell'umano. Resta il fatto che il suo tono non finisce mai di stupire, come quando commentando la chiamata di Geremia si sofferma sulla dichiarazione divina che afferma di conoscere il giovane fin dal grembo materno: "La vita del grembo che per la modernità è incerta, non del tutto fondata e perciò ritenuta estirpabile, è in questo inizio del libro di Geremia un'opera perfetta e compiuta fin dall'embrione" (Nocciolo d'oliva, 102-3). Il discorso sulla vita ricevuta in dono che non ci appartiene ritorna anche a proposito della traduzione di ruah, che il nostro preferisce rendere con "vento", anziché spirito, perché 'non è tuo nemmeno il respiro, che è invece un vento venuto da fuori... comincia nel neonato con un vento che forza gli alveoli chiusi, li spalanca, li asciuga. Si è ospiti di un vento che s'infila col suo miscuglio di ossigeno azoto e gas inerti" (Sottosopra, 20). La somma delle ricorrenze ritrovate – Gesù sul Golgota che restituisce lo spirito, riprendendo Sal 31,6, e l'annuncio di Is 57,15 – carica così di nuovo senso la prima beatitudine matteana, qui ritradotta "Lieti gli abbassati di vento", che meglio renderebbe il significato di coloro che "stentano a respirare per come sono oppressi" (Sottosopra, 21).
    Rinarrare le storie della Scrittura è incontrare la vita e la morte, un'occasione per l'autore di inserirsi nel testo e concedersi una digressione, sebbene le sue siano poco più che pennellate, scorci, intuizioni: "Mosé sul Nebo ha dalla guida in dono il racconto dell'infinita serie di zigzag, paci e guerre, esili e ritorni. Forse per questo non gli spiace morire su quel monte, non partecipare al seguito. Forse nella morte di ognuno c'è un angelo della profondità che fa sbirciare il dopo, l'accozzaglia di affanni, e così distoglie dall'impulso di vivere ancora" (Sottosopra, 14-5). Come i tanti personaggi biblici, anche per Mosé si eleggono a elementi caratterizzanti tratti sempre un po' inconsueti, fors'anche solo per il modo in cui sono proposti. Il primo profeta sarebbe stato infatti uno scalatore, abilità appresa da pastore e poi esercitata per raggiungere la cima dove avrebbe "percepito la divinità... avvolto di vento" (E disse, 10). Da lassù "vedeva più lontano, fiutava e percepiva segni remoti, più di chiunque" (11), ma "in montagna si è degli intrusi e si passa grazie a un'indulgenza della natura" (21). Saliva sul monte per cercare ogni tanto la solitudine dalla vita con quel popolo che guidava nel deserto: "si muovevano insieme con effetto di coro sulla terra. Cantavano per riempire lo spazio minaccioso della libertà, che non è un elenco di comodità e diritti, ma azzardo di inoltrarsi in territorio vuoto. La libertà chiede una disciplina adatta allo sbaraglio. Era un deserto spalancato intorno e nessun tetto" (33).
    Con quella stessa libertà, Mosé è stato l'uomo che ha osato porre una domanda inaudita a Dio, ovvero chiedergli il nome: "che libro sacro è quello in cui si leggono simili arroganze?", occasione però che resta sfumata, in quanto l'interesse volge subito a nuove suggestioni: "La Bibbia pullula di domande sospese, così disperate da suonare vane: `Cos'è l'uomo perché tu te ne ricordi... ' La voce dell'ottavo salmo dà il tu a Dio, ma chiede di sé, dell'uomo fatto di polvere, essere del quale domandare cosa sia, non chi sia... Erano tempi in cui l'ebreo bussava a Dio nella lingua comune, quella in cui gli si era rivelato. Allora anche il silenzio era una risposta e gli uomini sapevano ascoltarlo" (Una nuvola come tappeto, 51-2).
    Se l'uso del tempo passato ("gli uomini sapevano') sembrerebbe suggerire una diversa consuetudine nell'oggi, il monito che l'ebreo si ripete nella preghiera quotidiana, Ascolta Israele, diventa per De Luca indicazione di lettura: "Solo se sei capace di ascolto puoi arrivare a leggere" (Almeno cinque, 37). Come anche la lettura non credente può esserlo, quella di chi gusta con piacere le storie sacre, dalle quali riceve "molto più amore di quanto possa restituire o solo testimoniare" (Altre prove di risposta, 59). Una lettura vissuta nella partecipazione del corpo, attraverso il movimento delle labbra e nel soffio che ne fuoriesce (60) - una mimesi accolta dalla tradizione ebraica, rispetto alla quale, come detto, si definisce uomo sulla soglia. Ed è proprio l'esperienza del corpo a essere spesso fonte di ispirazione per accedere al personaggio: "Davide si è avvezzato alle siccità, al vento, alle privazioni. È da esperienza fisica che viene il suo desiderio di Dio: 'Ha sete di te il mio fiato, si strugge per te la mia carne in terra di aridità e assetata senza acqua. Davide sente il suo corpo come un deserto, si sente prosciugato di fonti. Ha imparato dal deserto che il solo sollievo è cercare Dio" (Nocciolo d'oliva, 15). Richiamando l'interpretazione classica che vuole Davide autore del Salterio, il più grande re di Israele è qui ridotto a un corpo assetato e inaridito dalla vita nel deserto, tempo di prova in cui scopre il desiderio di Dio. Più tardi, all'apice del suo regno, il re balla, suona e ride davanti al corteo che accompagna l'ingresso dell'arca dell'alleanza a Gerusalemme. Per l'atteggiamento assunto, inadatto a un re secondo Mical – moglie che si è ripreso dopo la morte di Saul – viene da questa deriso: "Si vergogna di lui, del suo scomposto atteggiamento di buffone, di saltimbanco di Dio" (Nocciolo, 91). Ma Davide difende quella danza festosa, "ha scoppiettato di risate dirimpetto a Dio. Ha saltato come un grillo, ha sudato e sbuffato per il fiatone. Non è stata mancanza di rispetto, ma intensità di coinvolgimento fisico, culmine di partecipazione totale di ogni sua fibra alla preghiera. Il corpo loda il suo creatore esultando" (Nocciolo, 92).
    Espropriato dalla lettura cristiana il corpo è presenza forte nei racconti della Bibbia ebraica, una ragione in più per amarli e riscriverli con la passione del narratore. Se infatti a fondamento dell'istituzione matrimoniale si ripropone puntualmente il racconto dei testi di Genesi, forse mai nessuno ha osato colmare quello spazio bianco che è la prima notte della coppia primigenia, fondamento altissimo dell'unione matrimoniale, in cui l'amore è anzitutto conoscenza, ovvero conoscenza carnale dell'altro (come già nell'ebraico, in cui iadà, conoscere, è il verbo usato per dire l'unione di Adamo ed Eva in Gen 4, 1), il che fa della conoscenza sempre qualcosa di incarnato. Conoscenza l'uno dell'altro, ma anche scoperta e gioco per due che vivono tutte quelle esperienze fuse in una sola nel giorno stesso della loro venuta al mondo: "Fu la prima scoperta della conoscenza, senza la distinzione ancora del bene e del male. Quella prima notte profumava di creato spento. L'amore accelerava l'esperienza, faceva succedere tutto in una notte. E che notte, la prima: non erano stati bambini, l'amore fu il primo dei giochi. Passarono dalle risate al solletico, alla concentrazione del frugarsi. Mentre si strofinavano felici si urtarono le labbra. Stupiti si scansarono, poi le riaccostarono. Si chiusero gli occhi da soli, la vista e tutti i sensi accorsero alla bocca. Nacque per accidente allegro il primo bacio. Al termine del gioco erano arrivati al bacio mille" (E disse, 51).
    Il corpo vanta i suoi diritti anche nell'amore tra Dio e l'uomo cantato nel Cantico dei Cantici, un amore che porta scompiglio già solo per lo sguardo che si posa sull'amato e che fa chiedere all'amata nell'affanno: "distogli i tuoi occhi da dinanzi a me" (Almeno cinque, 27). Storie incarnate, quelle bibliche sono corpo anche nel testo scritto, perché "l'ebraico è una lingua fisica e ospita la rivelazione di una divinità che si manifesta in un'entusiasmante varietà di concretezza, in cima alle quali sta l'uso della parola" (Sottosopra, 20). Fisicità, creatività e fecondità della parola si manifestano, secondo il nostro autore, per il fatto che "le lettere ebraiche sono femminili. Il corpo scritto della Torà, affidato all'albero di trasmissione maschile, è composto di cellule femminili, perciò è vivo e mette fuori getti nuovi a ogni lettura, in ogni generazione" (Le sante dello scandalo, 8). Corpo è il testo e corpo è la terra, il suolo "che ha mestruo di latte e miele", come traduce non inappropriatamente De Luca, recuperando una delle occorrenze del verbo zub, che si riferisce al flusso mestruale (cfr. Lv 15, 25, 2Sam 3, 29 e Nm 5, 2). "Così la divinità ne sottolinea la fertilità, potente e femminile" (Le sante, 25) come sono molte delle donne raccontate nella Bibbia, che "prima di salire in un elenco sacro e sugli altari... furono riempite di grazia, forza sovrannaturale per sostenere da sole la rissa con il mondo e con le leggi degli uomini" (Le sante, 53). Terra e parola (o le 10 parole, come sono detti i comandamenti) sono come saldate tra loro dal comando shamar, che secondo De Luca non sarebbe reso in modo adeguato dalle traduzioni che esprimono con "custodire' quando si tratta della terra e 'osservare' quando si riferisce ai comandamenti di Dio. L'ebraico antico invece insiste a tenere insieme cielo e terra, sacro e suolo, attraverso un verbo che li contiene entrambi. La terra è affidata come scrittura tramandata" (Nocciolo d'oliva, 48).
    Col corpo vibrante della Scrittura, ogni mattino il nostro autore "inaugura i sensi a partire dall'ascolto" (Almeno cinque, 38), un esercizio quotidiano dal quale ottiene un senso di felicità e di bellezza: "Non vado oltre il primo significato, il significato letterale, perché per me è già bello così, è già sufficiente per la mia felicità" (Altre prove, 60), catturato dal "lato emotivo della lettura" (61) che lo spinge a riraccontare per ridonare ad altri il beneficio ricevuto. Una lettura che insegna l'ascolto di sé e degli altri ridà nuovo senso al concetto di sacro (quale il "sacro aggiunto" dai tanti lettori) e di santo. "Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo" (Lv 19, 2) dice la richiesta di misurarsi con la santità del creatore, ma è da questo ascolto che De Luca deriva come "al creatore della scrittura sacra importa la fatica dell'imperfezione che trascina il carico in salita, fallisce, riprova, affanna nell'impossibile obbedienza e, senza raggiungerla, intanto si migliora" (Mestieri all'aria aperta, 21). La fatica dell'alpinista, metafora prediletta da un napoletano che ama scalare i monti e i versetti della Bibbia, esprime l'attitudine di qualcuno che mira alla vetta. Una volta raggiunta, il cielo potrà anche apparire gelido (La natura esposta, 25), ma in quello sforzo vi è già felicità e godimento di bellezza. Forse grazie a questo brivido del corpo che ci raggiunge nella pagina scritta, altri potranno tentare l'arrampicata, magari persino con gli occhi fissi alla volta celeste, ma – spero - non immemori degli appigli sulla via ferrata che qualcuno, passando prima, ha fissato perché anche lui, ultimo venuto, potesse raggiungere la cima e godere di quel "resto di saggezza ancora a portata di raccolto".

     

    Bibliografia

    Erri De Luca
    • Una nuvola come tappeto, Feltrinelli, Milano 2014 (prima ed. 1991).
    • Ora prima, Qiqajon, Magnano (BI) 1997.
    • Nocciolo d'oliva, Edizioni Messaggero, Padova 2002.
    • Altre prove di risposta, Ed. Dante & Descartes, Napoli 2002.
    • In nome della madre, Feltrinelli, Milano 2016 (prima ed. 2006).
    • Penultime notizie circa Ieshu / Gesù, Ed. Messaggero Padova 2009.
    • Le sante dello scandalo, Giuntina, Firenze 2011.
    • E disse, Feltrinelli, Milano 2011.
    • La faccia delle nuvole, Feltrinelli, Milano 2016.
    • La natura esposta, Feltrinelli, Milano 2016.
    • Opera sull'acqua e altre poesie, Einaudi, Torino 2002.
    • Bizzarrie della provvidenza, Einaudi, Torino 2014.

    Con Gennaro Matino
    • Mestieri all'aria aperta, Feltrinelli, Milano 2004.
    • Sottosopra. Alture dell'Antico e del Nuovo Testamento, Mondadori, Milano 2007.
    • Almeno cinque, Feltrinelli, Milano 2008.

    (FONTE: Itinerari 1/2017, pp. 47-60)


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