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    Viaggi mistici

    Maria Bettetini

     viaggimistici

    Provate a cercare "viaggi/o mistici/o" su un motore di ricerca. All'inizio pensate ah burloni, sarà una finta pagina pubblicitaria, poi avremo i sufi, gli sciamani, le Terese e i Giovanni, il Corano e la sapienza di Buddha. Succ, succ, succ (rumore delle pagine che procedono verso la succ (essiva) e per molti, molti siti siamo invitati a compiere viaggi mistici. Un giro in moto sulle orme di Kerouac e la visita alla casa di Elvis, oppure, sullo stesso piano, Istanbul, Damasco, Gerusalemme in tre giorni, prezzi modici, bevande escluse. Una gita nel deserto, più o meno mistica a seconda del numero di confort: jeep, guida, finti beduini con tende accoglienti e cena pronta, bassissima mistica. A piedi, con guida del posto che finge di non sapere l'italiano, una bussola e un thermos di tè, e siamo vicini alle vette della mistica. Anche andare in Tibet fa molto mistico, e anche lì dipende dal grado di integrazione, il grado di misticismo raggiunto. La finezza, ma ormai lo sanno tutti, è lasciar stare il banale Tibet e visitare la sua ex provincia, il Ladakh, dove lo sbalzo di altitudine e i malesseri dovuti al cibo pare abbiano prodotto visioni e grida mistiche fin dal primo giorno di soggiorno a molti pellegrini. Bisogna andare per molte pagine "succ" prima di trovare un riferimento alla "vita mistica", ovvero a quella che a volte consente i viaggi oggetto della nostra indagine di oggi, i viaggi che si fanno senza moto a luogo. Con fatica, ma ci siamo, esistono viaggi che si compiono dentro di sé o anche uscendo da sé, ma senza che il corpo si sposti da dove è (di solito, in alcuni casi, come vedremo, si sposta anche il corpo, ma allora spesso non si sa se è una visione, un sogno, o un vero e proprio viaggio). Naturalmente, sia chiaro una volta per tutte, non vale barare: c'è chi entra in una vita altra solo con un bicchiere di vino, chi ricorre a sostanze più forti, chi dipinge o compone solo sotto l'effetto di queste. Si chiamano allo stesso modo (soprattutto si chiamavano così negli anni settanta) ma non sono viaggi mistici, sono esperimenti fisici, come mettere una mano sulla fiamma e vedere che effetto fa o mangiare una torta intera di cioccolato. Noi oggi parliamo di chi ha sperimentato o descritto un allontanamento da sé senza necessariamente uno spostamento fisico. Come quando si sogna, ma con la coscienza di non stare sognando. Sono esperienze di cui pochissimo si può dire, e infatti forse sarebbe meglio proprio non parlarne come suggerirebbe il primo Wittgenstein, però incuriosiscono sempre e noi ci limiteremo a seguire alcuni resoconti di viaggio. Perché meglio non parlarne? Wittgenstein direbbe perché non abbiamo parole adeguate a esprimere altro che la nostra minuscola esperienza, noi aggiungiamo che se uno cerca davvero di compiere un qualcosa di mistico sa che la prima regola ferrea è il silenzio, l'assenza di pubblicità e di successo, il rientrare in se stessi e la ricerca della solitudine. Quindi non fidatevi dei mistici che parlano
    molto, a molte folle, che vanno in televisione, che scrivono di se stessi troppo volentieri. Cercate piuttosto le opere di persone serie. Ce ne sono tante, legate a tante religioni e anche a nessuna, come nel caso di molta mistica vicina allo gnosticismo, o della mistica di Plotino e Porfirio, filosofi che cercavano il primo principio seguendo un percorso mistico ma senza alcun aspetto non razionale o dipendente da una fede. Oppure ci sono uomini di fede, come san Bonaventura da Bagnoregio, che consiglia i passi da compiere razionalmente per passare dalle cose fuori di sé, alla propria interiorità, fino alla contemplazione di chi è sopra ogni cosa, nell'Itinerario della mente verso Dio (1259), dove il latino mens traduce anche il greco psyche, anima. È poi particolarmente interessante la mistica islamica, chiaramente inserita in un credo definito, che ripercorre sia i viaggi materiali del Profeta, sia il viaggio mistico che è all'origine della descrizione di tutti gli altri viaggi dei mistici islamici e che certo ha influenzato, ancora si dibatte in che misura, anche la Divina Commedia tramite il cosiddetto Libro della Scala. Un versetto esoterico del Corano (XVII, 1) loda Colui che "di notte ha trasportato il suo servo dal Tempio Santo al Tempio Remoto", dalla Mecca a Gerusalemme, e poi da qui attraverso i sette cieli (gli stessi delle lettere di san Paolo) fino alla divina presenza. Qui si trovano le grandi figure dell'Antico Testamento, suoi pari, da qui il viaggio agli Inferi e la contemplazione della maestà divina circondata dai suoi angeli. Questo è dunque "il" viaggio, il miraj, che altri ne ispirò. Spesso, dopo il Mille, poeti e mistici musulmani descrivevano il viaggio dell'anima verso Dio immaginando l'anima come un uccello che deve superare moltissime fatiche per giungere al luogo della pace e della felicità. Per esempio Avicenna (il suo vero nome è
    Abu Ali al-Husayn Ibn Abdallah Ibn Sina, con molti segni che risparmiamo alla nostra tipografia), che per fortuna fu latinizzato in Avicenna, 980-1037): era un persiano molto sapiente, medico, filosofo, politico. Chiamato presso le corti, fuggiva quando non gli conveniva fermarsi e correva dove era accolto con onore. Era gaudente, beveva (contro ogni regola coranica) e non si faceva mancare nulla. Non proprio un mistico. Però lasciò anche un trattato in cui racconta di un uccello chiuso in gabbia dal suo attaccamento alla carne che, divenuto cosciente, si libera, supera le sette montagne e giunge alla visione del Volto divino. Non c'è alcun riferimento al Corano, come invece ci sarà nell'Epistola dell'uccello di al Ghazali, nato in Persia nel 1058, dove si legge di uno stormo di uccelli che segue la guida del più forte di loro (figura del Profeta). Molti muoiono nelle traversie del viaggio, alcuni arrivano al palazzo del re, ma si devono accontentare dei suoi giardini, perché questo è il senso dell'Islam o "abbandono": una fiducia assoluta in Dio e una faticosa vita ascetica per giungere nelle sue vicinanze, pur senza un'unione intima come quella cercata da Plotino, Bonaventura o anche Avicenna. Questo è lo jihad dell'uomo, il più difficile, per raggiungere il controllo di sé e il totale abbandono alla volontà di Dio. E questo ci piacerebbe fosse ancora oggi inteso come l'unico e più importante jihad per gli uomini di tutte le fedi e le culture.

    (La bellezza e il peccato. Piccola scuola di filosofia, Bompiani 2015, pp. 127-130)


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