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    Roberta De Monticelli,

    “Dio è la lama di un sorriso”

    Davide D'Alessandro

     


    Roberta De Monticelli è una donna risolta. Lo comprendi dalla chiarezza delle parole, dalla lucidità del pensiero, dall'intelligenza che proviene dalle emozioni. Il suo sguardo sulla filosofia e sull'uomo squarcia i veli e si posa sull'oggetto senza nulla occultare. Quando le poni una domanda, non ti arriva una risposta, ma un sussulto, un lampo, una sollecitazione per altre domande. Dopo l'intensità dei suoi libri, ecco l'intensità di un'intervista di mezza estate, sotto il sole che acceca, tra tecnica e fenomenologia, tra Agostino e Husserl, tra Platone e Dio.

    La potenza inarrestabile della tecnica impone limiti destinati a essere travolti?
    Quando leggo lamentazioni o invettive sulla tecnica, mi vien voglia di invitare l’autore a farsi cavare un dente senza anestesia. Quanto ai limiti, non è la tecnica a decidere che cosa va limitato o dove sono i limiti del benessere, o della decenza, o della sostenibilità etc. Siamo noi, nelle società democratiche – l’etica e la politica. Le norme che ci diamo, i controlli che rendiamo o non efficaci, eccetera. Poi è vero che quando si dispone di un mezzo in genere lo si usa. Nonostante lo sparlare che si fa del web ad esempio, io trovo straordinarie le opportunità che offre: qui oltre alla sovranità politica spesso elusa (per esempio, è la tanto vituperata UE a tassare i giganti come Google o Amazon, i singoli stati pare non ci riescano) c’è una sovranità esistenziale che, se non abbiamo imparato a esercitare, non è certo colpa “della tecnica”. In generale c’è un meccanismo mentale che consiste a intronare certe Potenze, non dissimili da quelle demoniache o angeliche delle società arcaiche, nel cielo della Storia, e a investirle di tutte le colpe. In genere le due Potenze preferite sono la Tecnica e il Neoliberismo. È comodo e liberatorio: ci libera da ogni responsabilità e ci illude di aver capito il mondo in cui viviamo. Doppio errore, pratico e cognitivo.

    La filosofia del Novecento ha più aiutato a comprendere alcuni fenomeni o a travisarli?
    Nella misura in cui ha sostenuto i cliché, ha preparato formule buone per tutte le circostanze, ha prolungato pseudosistemi capaci di spiegare ogni cosa, evidentemente ha travisato i fenomeni invece di illuminarli. Esempi sono quelli che abbiamo già fatto sopra, la creazione di prosopopee o personificazioni che vanno solitamente insieme con certe filosofie della storia. L’eredità hegeliana si è variamente mescolata con quella heideggeriana, e in questo blend si è formato il canone della cosiddetta “filosofia continentale”. Spesso gli eredi delle due tradizioni, hegeliana e heideggeriana, sono accomunati dalla critica illiberale o anti-illuministica della modernità e delle sue istituzioni: da György Lukács a Jean-Paul Sartre, da Antonio Banfi a Toni Negri, oppure da Jean Beaufret a Jacques Derrida, da Carl Schmitt e Michel Foucault a Giorgio Agamben …e la perdurante fortuna globale di quest’ultimo fa temere che il terreno su cui cadranno i semi strappati alla riserva degli spiriti liberi del Novecento sia ben poco propenso ad accoglierli e a farli fruttificare. Perché di spiriti liberi ce ne sono stati! E anzi, vista da un po’ di distanza la filosofia del Novecento non appare per niente immune dai blocchi della Guerra fredda. Recentemente ho letto un testo di Étienne Balibar che sembra ancora dolersi della caduta dell’impero sovietico, il quale avrebbe altrimenti tenuto in vita l’alternativa “politica sociale” alla “politica neoliberistica” per quanto riguarda l’Unione Europea. Si può parlare tanto ciecamente di cose tanto importanti? Perché il bello è che gli appelli di Balibar e altri a sostegno dell’UE sia pure in una sua versione rinnovata sono ben condivisibili. Non su queste basi però!

    Tutta la storia della filosofia, dice Whitehead, è una sorta di note a margine del testo di Platone. Concorda?
    Mah. Sono quelle battute che si auto-avverano a furia d’esser ripetute… Diciamo che siccome tutti i filosofi hanno fatto i conti con le questioni poste da Platone, che sono le questioni della filosofia, il detto risulta tautologicamente vero. Sta di fatto però che sarebbe vero anche con Aristotele, e via via con gli altri: sempre meno vero però, solo perché via via gli interessi si specificano, le strade si dividono, le questioni si affinano… In Platone c’è tutto, allo stato nascente. Bisognerebbe cominciare a insegnarlo fin dalle scuole elementari. Allora il detto di Whitehead diventerebbe ancora più vero.

    Che cosa risponde a chi sostiene che non abbiamo ancora fatto bene i conti con Hegel?
    Che allora è impossibile farli, probabilmente perché l’aritmetica dialettica non è meno prolifica che la logica dialettica. Se ammetto contraddizioni in un sistema, posso dire tutto e il contrario di tutto, e allora è difficile finire.

    Che cosa sarebbe dell’uomo senza il desiderio?
    Dipende in seguito a cosa. C’è un’assenza di desideri che è beatitudine, o anche solo nirvana, oppure distacco, lo stato di perfezione predicato come termine del cammino dei mistici. C’è un’assenza di desideri che è catatonia, è l’esito estremo delle depressioni maggiori: il tempo si arresta, lo spazio si raggela, i colori si spengono, la vita tormenta inutilmente l’anima che è già morta. Poi dipende anche da quali desideri “l’assenza di desiderio” spegne. Pensi a come sarebbe bello un mondo senza l’Amazzonia in fuoco, ed è un fuoco alimentato dai desideri di ricchezza di alcuni e da quelli di consumi a basso costo di molti. O più semplicemente, a come sarebbe un mondo senza desideri (soddisfatti) di Suv, quelli che sfasciano le orecchie di chi cammina e le strade dove mette i piedi, o di sesso comprato non importa come e dove, o di droghe che riaccendono i desideri anche a costo di bruciare i cervelli. Morale della favola: appena mettete in mano una parola a un filosofo, la fa in pezzettini e in da ogni frammento vien fuori un problema nuovo. Ovvero: diffidate dei quiz a risposta chiusa.

    Che cos’è l’ordine del cuore, oltre al titolo di uno dei suoi libri più intensi?
    È l’ordinamento delle nostre priorità di valore, in quanto ci sono rivelate dalle nostre risposte affettive alle cose. Dai sentimenti che nutriamo, dalle emozioni che dati avvenimenti suscitano in noi – e conseguentemente dalle decisioni e scelte che facciamo. Dimmi cosa ammiri di più in una persona – la bellezza, l’intelligenza, la moralità, la simpatia… Dimmi quali cose ti sdegnano, quali ti rallegrano, quali ti disgustano… E capirò che cosa ti sta più a cuore, che cosa meno. E capire questo, anche di noi stessi, è avere la chiave della nostra identità personale, l’inizio di una risposta alla domanda “chi sono io?”

    Perché Husserl è un autore che spaventa più che affascinare?
    Perché scrive in un linguaggio la maggior parte delle volte assurdamente, cioè inutilmente arduo: cosa che la precisione e il rigore non necessariamente comportano. Questa però è la risposta facile, e forse facilona, anche se un’esperienza quarantennale mi dice che i suoi testi sono ancora i più fraintesi da chi li legge e – peggio – da chi li spiega. Una risposta più vera è che Husserl va a contropelo di tutte le tendenze spontanee e nefaste che la filosofia è nata per mettere in questione. Chiediamo a un filosofo di farci sognare, e invece lui vuole che ci svegliamo. Gli chiediamo di darci un criterio maneggevole per distinguere il vero dal falso, e lui ci chiede di inoltrarci ogni volta in una diversa via di ricerca, quella che quel tipo di cosa esige – perché cercare una verità matematica e cercarne una botanica, oppure una morale, sono tre attività molto diverse. Gli chiediamo allora se possiamo buttar via lo stesso concetto di verità – e ci guarda con orrore freddo, rispondendoci: come faremo a continuare la conversazione? (La prossima asserzione che fai ti chiederò se credi sia vera, e se mi rispondi che la verità non esiste ti chiederò se almeno questa tesi è vera). Chiediamo al filosofo un criterio per discernere senza fatica il bene dal male, e ci dice che dobbiamo fare esperienza di entrambi, e che ogni caso va vissuto per essere giudicato, esattamente come per dire di che colore è una cosa devo guardarla. Ci dice che la cognizione del valore è anche cognizione del dolore, e che questo è vero perfino dei valori più sottili, quelli “epistemici”: la chiarezza a esempio. Occorre aver sofferto i tormenti della confusione per aspirare alla chiarezza: ma in genere preferiamo non accorgerci di essere confusi. Infine, occorre misurarsi in ogni istante con lo scettico dentro di sé, per poter di tanto in tanto affermare con gioia: ora ci vedo, le cose stanno così – ma poi bisogna aggiungere subito: fino a prova contraria. Come il credente, secondo un gran cardinale, è sempre in dialogo con il non credente che ha dentro. Così deve fare il filosofo con lo scettico, e purtroppo anche col sofista. Una bella fatica – quotidiana per di più, perché la fenomenologia non è un sistema, solo un metodo di ricerca filosofica. Mi pare che siano ragioni sufficienti per spaventarsi.

    Che cos’è la fenomenologia?
    Una volta che si sia deciso di provare a resistere agli spaventi di cui sopra, direi: è lo stile di pensiero meno egocentrico e più aperto all’avventura della conoscenza che ci sia. Ha come motto – “alle cose stesse” – un principio di priorità del dato sul costruito, e come metodo l’attenzione al visibile, nel senso lato di dato alla cognizione diretta, intuitiva: la quale può essere sensoriale o affettiva, o anche logica, strutturale. Già distinguere una A da una E significa esercitare la visione delle idee – perché la A e la E sono tipi ideali, riconoscibili negli scarabocchi di tutte le loro occorrenze. Ha come etica il rispetto per lo stile di trascendenza di ogni cosa, e la fedeltà ai modi in cui ogni cosa vuole essere conosciuta. Si basa sull’ipotesi euristica che nulla appaia invano, benché certamente non tutto ciò che è reale si manifesti, diventi “fenomeno”. E’ infine, essenzialmente, un’attitudine a prendere sul serio tutta la nostra esperienza, al punto anzi che esalta la prospettiva di prima persona – guarda, soffri, tocca e senti con il tuo corpo e la tua mente – come la sola filosoficamente rilevante; e tuttavia non ha niente a che vedere con la mera testimonianza, perché intende cercare verità che chiunque possa riconoscere una volta gli mostriate come può procurarsene l’evidenza. Chiede di “dare la vita” – non nel senso di perderla, ma nel senso di impiegarla come strumento di conoscenza in prima persona; ma chiede anche di dare ragioni, oltre che di chiederne, per quello che viene affermato. Anzi, questa è forse la sua parola centrale: “giustificazione”. Conoscenza infatti è avere un’opinione vera, ma anche ben fondata, o giustificata.

    E la filosofia pratica?
    È lo stesso, ma con riferimento a ciò che si fa, che noi o altri facciamo, alle scelte che operiamo, alle decisioni che prendiamo. È la disponibilità a chiedere e dare ragione di quello che si fa, una disponibilità consapevole di non essere semplicemente una disposizione, una capacità raggiunta dal nostro cervello e magari non da quello dei delfini. Ma di essere una libera possibilità, l’esercizio di una libertà. Si può anche agire irragionevolmente e ingiustamente. Ci sono due modi di farlo: protervamente, o semi-inconsapevolmente (distrattamente, “banalmente”, abitualmente, automaticamente). In entrambi i casi, chieder ragione di ciò che uno fa è additarlo come responsabile delle conseguenze del suo agire. Si può assumere luciferinamente la responsabilità del male che si fa – o, ed è di gran lunga la via più comune – adottare la strategia dello scarico di responsabilità, volentieri unita a quella delle potenze della storia e delle sue macchinazioni, è tutta colpa del neoliberismo caro mio, io cosa c’entro. Dunque filosofia pratica è anche tutto quello che serve per ricondurre le azioni umane ai loro autori. Racconta Altiero Spinelli, uno dei padri dell’Unione Europea, che al confino, nell’Italia fascista, ci fu pur sempre un piccolo pretore che si rifiutò di dichiarare obbligatorio il saluto fascista, e neppure Mussolini potè farci nulla. Come dove ci sono fake news ci sono sempre anche persone che le hanno messe in giro e giornalisti che non le hanno verificate, dove ci sono soppressioni di diritti costituzionali ci sono giuristi che le hanno vidimate, e così via.

    È ancora possibile una nuova filosofia dei valori?
    Perché, ce ne è già stata una? Ci sono stati molti filosofi e ancora più retori che hanno predicato tavole di valori, o predicato che si dovesse rovesciarle, o predicato che il superuomo è quello che crea i valori. Ci sono stati anche metafisici e teologi che hanno decretato la bontà di ogni cosa esistente in quanto esiste, o la legge di natura infilata direttamente da dio nelle cose coi loro fini, o addirittura la legge di natura indifferente al bene al male e perciò ottima e amabile, come Spinoza. Ma non conosco filosofi che ci abbiano detto che cosa è un valore e come si conosce, o esperisce. E di che tipi sono i valori, che sfere o classi ce ne sono, o se dobbiamo mettere in una sola lista il buon sapore della pesca matura, la freschezza dopo un buon sonno ristoratore, il coraggio di un uomo, la chiarezza di un testo, il buon ordinamento di una società, la fragilità di un affresco, la sporcizia di un vicolo, la comicità di una battuta, la pietà di Enea. E che rapporti ci sono fra questi valori, o fra queste sfere. E come stanno dentro un’assiologia (una teoria dei valori, da “axios”, degno) un’etica, un’estetica, un’economia, una politica, un diritto. Come si fondano le norme, tutte le norme, di tutti questi generi così diversi. In che rapporti stanno fra loro. Mi correggo, non è vero che non conosco filosofi che non hanno posto queste domande. La maggior parte non l’ha fatto, ma i fenomenologi sì. E hanno anche cominciato a rispondere, ma siamo solo all’inizio.

    Ha avuto il piacere di… intervistare Agostino. Che cosa può ancora dirci il suo messaggio?
    Lo stupore degli opposti: il pensatore più delicato, introspettivo, empatico, sottile, sperimentale, e anche razionale, logico, eppure straordinariamente dotato del senso dei paradossi, e dei limiti della nostra ragione, dell’immensità di cose che stanno oltre questi limiti, fra il cielo e la terra. E il vescovo feroce, il braccio secolare di un dogma di salvezza che ha cominciato a uccidere i corpi per salvarne le anime. Il primo – idealmente – Grande Inquisitore – che in cuore aveva invece solo il quaerere, la ricerca, il dubbio, la preghiera e la gratitudine, e poi di nuovo il dubbio. Un monumento alla nostra inquietudine, e una pietra tombale sulla nostra inquietudine.

    Siamo noi a costruire la nostra identità o ci si impone?
    Credo che siamo macchine per trasformare le contingenze in essenza individuale. L’accidente della nascita, e le sue circostanze – il dove e il quando, l’eredità fisica e morale – può essere un destino subito (morire nel Mediterraneo perché a casa non c’è da mangiare) ma anche la materia di ciò che riusciamo a fare di noi stessi: della nostra ecceità.

    Pirandello, sull’identità, ha detto meglio di tanti psicoanalisti e filosofi?
    Lo salva la vivacità, la finezza, la ricchezza, la complessità del dato finemente percepito e messo in scena, sulla pagina o in teatro: l’avventura del vivere e del vedersi vivere. E in questo è meglio. Lo contorce l’elucubrazione quando c’è – avrebbe allora bisogno di un po’ di filosofia fenomenologica… Di più abbandono alle cose stesse.

    In Italia manca più la speranza o la giustizia?
    Mancano disperatamente entrambe. Manca soprattutto la radice di entrambe: la pubblica fede, la fiducia nelle istituzioni, l’amore per la cosa pubblica, il senso della decenza civile.

    Dov’è finita la morale?
    Dove non ricomincia. Non c’è vita morale se non nel rinnovamento. Mantenere una promessa è rinnovare l’impegno, non dimenticarlo. Fare una cosa giusta non è applicare il principio automaticamente, ma verificarlo ogni volta. La morale finisce dove non si ricomincia a esaminare la vita ogni giorno. In quanto diversa dalla religione, la fondò Socrate, il maestro della “vita esaminata”.

    Qual è il ruolo che la Chiesa dovrebbe avere nella vita politica italiana?
    Nessuno, se parliamo di quella cosa ambigua e amara che deve cavalcare le più basse forze umane per imbrigliarle, o addirittura volgerle al bene (pubblico). Grande, se serve a ricordare sempre quella che Platone chiamava la distanza fra il bene e la necessità, e che più modestamente si potrebbe chiamare la distanza fra i valori – ad esempio politici: eguale libertà, pari dignità, giustizia, legalità – e i beni sempre limitati e condizionati che parzialissimamente li realizzano. Insomma, se sapesse esercitare un ruolo anti-idolatrico – non solo con i valori del divino, ma con tutti i valori positivi, che sempre eccedono i fatti come l’ideale il reale – e quindi un ruolo anti-ideologico. Purtroppo nella maggior parte dei casi la Chiesa cattolica – immagino che è a questa e a noi che sia riferita la domanda – ha tenuto una via di mezzo fra queste due, che invece sono vie radicali – la prima infatti è diabolica, ma la seconda sembrerebbe fatta per dei servitori del divino, che non hanno altra preoccupazione in terra. Forse il papa attuale ha cominciato a mettere la sua chiesa su questa via.

    Perché non riusciamo a tutelare il tanto bello che abbiamo?
    L’amarissima verità è che i più neppure lo vedono. Se non vedono l’estrema bruttezza dei loro macchinoni bloccati in coda lungo le strade delle mete più ambite a ferragosto. La bruttezza nauseante delle borse termiche stracariche di cibi stipati nelle scatole di plastica, trascinate fin sulle rive dei mari. La bruttezza irredimibile dell’uscire in mutande affusolate sulle salsicce di cosce o polpacci, o quella dei giganteschi schermi dei loro televisori perennemente accesi nei loro tinelli, dove i libri non trovano quasi posto e i giornali ancor meno. Se corrono, appena hanno messo via qualche euro, a comprarsi l’appartamento della seconda casa, nella lottizzazione con ville a schiera che deturpa la baia o la montagna o la vista mozzafiato compresa nel loro pacchetto. Se mandano al Parlamento europeo un ex bagnino perché difenda le loro discoteche balneari dalla concorrenza, senza batter ciglio di fronte alla svendita di preziose aree demaniali, non conquistate con la bravura, l’attenzione a preservare il patrimonio, la qualità dei servizi – ma con le protezioni politiche e il voto di scambio. Se i più non vedono quanto laide e avvilenti siano tutte queste cose, come vuole che non votino i peggiori. Platone chiamava kakistocrazia il governo dei peggiori – che vuol dire anche dei più brutti – la kakistocrazia è l’ultima fase della democrazia populista, quella che precede la tirannia. E come vuole che il governo dei più brutti abbia a cuore le cose più belle.

    Dio, per Prezzolini, è un rischio. Per lei?
    Un soffio, un rivolo di luce, il vento che si leva, la lama di un sorriso che ci affonda in cuore.


    FONTE:
    https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/08/28/news/roberta-de-monticelli-dio-e-la-lama-di-un-sorriso-271228/


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