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    Simboli delle realtà ultime

    nel Testamento cristiano

    Sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

     


    Il tema dell'escatologia neotestamentaria sarà trattato attraverso l'analisi di un testo particolarmente significativo, quello del capitolo 15 della 1Corinzi: è la trattazione più approfondita di tutto il nuovo testamento sul traguardo finale dell'uomo, della storia e del mondo.


    Quadro culturale e religioso

    Come già è stato visto, solo nel duecento prima di Cristo, al tempo dei martiri, nasce la credenza in un aldilà per le singole persone. Precedentemente l'aldilà si identificava con lo sheôl, il regno tenebroso dei morti, dove non c'è vita.
    Al tempo di Gesù si hanno tre posizioni. C'è chi, appellandosi alla millenaria tradizione ebraica, nega la risurrezione. C'è chi, sotto l'influsso delle correnti neoplatoniche, afferma l'immortalità beata dell'anima, immortalità come dono di Dio, ai credenti. C'è infine chi, come Gesù e i farisei, credono nella risurrezione dei morti.
    Le due ultime posizioni differiscono per la diversa concezione dell'uomo, in un caso, ridotto essenzialmente all'anima, nell'altro colto nella sua totalità.
    Nel mondo greco si sostiene l'immortalità naturale dell'anima. C'è anche chi, come gli epicurei, negano qualunque aldilà oltre la morte.


    Analisi del testo

    Nel capitolo 15 della 1 Corinti è presentata la storia di tre protagonisti: il mittente, ossia l'io di Paolo, il voi della comunità, e alcuni di voi che negano la risurrezione dei morti. Proprio la negazione da parte di alcuni della risurrezione dei morti sollecita Paolo a scrivere alla comunità. Il destinatario è sempre la comunità, quella alla quale ha annunciato il vangelo, non gli alcuni che negano.
    Paolo vuole convincere la comunità della insostenibilità della posizione dei negatori, utilizzando alcuni strumenti retorici. Tecnicamente il capitolo è una argomentazione.
    Emerge in questo brano la grande capacità teologica di Paolo, che sviluppa l'argomentazione a partire dai dati di fede comuni.

    15,1-2. - Il dato comune di partenza è il vangelo, inteso non come lo scritto, ma come l'annuncio che è stato accolto dalla comunità e al quale essa deve rimanere fedele.

    15,3-11. - L'oggetto del vangelo viene richiamato secondo una formulazione tradizionale. Centro del vangelo è la morte di Cristo per i nostri peccati e la sua risurrezione, attestata da Pietro, dai Dodici, dai cinquecento, e, da ultimo, dallo stesso Paolo, insieme il più indegno e colui che più di tutti ha faticato, in virtù della grazia di Dio. Paolo non è un annunciatore individuale del vangelo, ma insieme agli apostoli.

    Paolo sviluppa a questo punto l'argomentazione vera e propria.

    15,12-19. - la refutatio: conseguenze catastrofiche della negazione della risurrezione.
    Prima di dimostrare positivamente la speranza nella risurrezione dei credenti, respinge la posizione contraria come insostenibile, perché le conseguenze sono inaccettabili.
    Se si sostiene infatti che i morti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato. Tra i due elementi c'è un nesso inscindibile. Cristo non è risuscitato come individuo soltanto, ma come il prototipo dei risorti, come il rappresentante dell'umanità legata a lui.
    Inoltre se Cristo non è risuscitato i portatori dell'annuncio sono dei falsi testimoni e non c'è salvezza per nessuno.

    15,20-28. - la probatio: risurrezione di Cristo e risurrezione dei morti.
    Paolo dimostra ora positivamente la risurrezione dei morti: la fede in Cristo motiva la speranza di quanti credono in lui.
    Cristo, infatti, è stato risuscitato come primizia, non solo in quanto primo cronologicamente ma in quanto principio attivo di risurrezione. Confessare che Cristo è stato risuscitato da Dio è sostenere che è stato risuscitato come risuscitatore.
    Come grazie ad Adamo si è avuta la morte (dato culturale), così grazie a Cristo si avrà la risurrezione dei morti (dato di fede) per i credenti (per quelli che sono di Cristo).
    In Cristo la morte non ha avuto l'ultima parola e come in Cristo così quelli che sono uniti a lui.
    Per Paolo la morte non è solo un evento individuale, ma una forza cosmica: è l'annientamento di tutto l'uomo ed è una potenza dominatrice.
    Paolo si interroga su chi sia il signore di questo mondo: le forze distruttive della morte o Cristo? Ritiene che il signore della morte sia Cristo. La morte, l'ultimo avversario, va sconfitto, altrimenti ne va di Dio.
    Paolo unisce il destino delle persone al destino dell'umanità e del mondo, "affinché Dio sia tutto in tutti".

    15,29-32. - nuova refutatio: altre conseguenze della negazione della risurrezione.
    Paolo mostra inoltre come la negazione della risurrezione dei morti rende priva di senso la prassi del battesimo per procura e fa apparire inutile e insensato la sua vita piena di pericoli mortali a causa del vangelo. Più corretto sarebbe l'ideale epicureo del darsi alle gozzoviglie.

    15,33-34. - esortazione conclusiva.
    Si invita all'attenzione nei confronti delle cattive compagnie, dei negatori della risurrezione e delle conseguenza distruttive sul piano morale.

    15,35-49. - In che cosa consiste la risurrezione dei morti: il corpo pneumatico dei risorti.
    Dal fatto della risurrezione, fondato sull'annuncio di Cristo risorto, si passa a trattare della sua modalità.
    Per Paolo l'uomo non ha un corpo, ma è corpo, struttura di relazione e di comunicazione concreta con gli altri, con il mondo e con Dio. La morte mette fine ad ogni relazione.
    Cristo non è solo la causa della risurrezione, ma è anche il modello: a sua immagine noi saremo.
    Paolo afferma anzitutto che l'uomo risuscitato sarà altro, diverso. Non si tratta di una semplice vivificazione di un cadavere, come nel caso Lazzaro, che in seguito è morto. E' vittoria definitiva sulla morte.
    Come Cristo risorto è totalmente altro, così i risorti.
    Paolo parla di un corpo pneumatico, spirituale. Siamo lontani da ogni concezione spiritualistica che oppone corpo a spirito. Il corpo indica tutto l'uomo, corpo animato totalmente dallo spirito. La risurrezione dei credenti è una nuova creazione di coloro che uniti a Cristo ricevono da lui lo spirito trasformatore.
    L'alterità viene affermata anzitutto con il paragone della creazione: come vi è discontinuità tra il seme e la pianta che verrà (dovuta all'intervento creativo di Dio), così tra corpo psichico e corpo pneumatico, tra vita puramente naturale e vita animata totalmente dallo spirito. Come Adamo ha ricevuto il soffio divino della vita naturale, in comune con gli altri animali, così Cristo è stato investito totalmente dalla forza di vita dello spirito di Dio. Cristo è diventato il centro magnetico delle forze creatrici di Dio. Chi aderisce a Cristo è investito da queste forze di vita che sono una vittoria sulla morte.
    In quanto discendenti di Adamo siamo esseri viventi di vita naturale, psichica, in quanto credenti in Cristo siamo a sua immagine, uomini totalmente vivificati dallo spirito di Dio.

    15,50-56. - la trasformazione.Paolo afferma che non c'è un passaggio naturale dalla corruttibilità alla incorruttibilità: è necessario un intervento di Dio che produca un profondo cambiamento. I morti verranno trasformati e quelli che, al momento della venuta di Cristo, saranno ancora vivi, verranno profondamente trasformati.

    15,57-58. L'argomentazione si conclude con un ringraziamento a Dio e con una esortazione alla speranza.


    Riflessioni conclusive

    Solo all'interno dell'adesione a Cristo si può sperare nella risurrezione. Dio sarà pienamente signore del mondo quando la morte, la potenza distruttiva attorno a noi e in noi, sarà totalmente annientata. Non solo noi siamo in cammino verso il nostro vero essere, ma in questa prospettiva anche Dio sarà pienamente signore del mondo. Il nostro futuro è anche il futuro di Dio.
    l'uomo non è un nostalgico, pieno di ricordi, ma un essere che spera. Non c'è la nostalgia di recuperare una iniziale età dell'oro, ma c'è la speranza per un futuro, che dipende anzitutto da Dio e da Cristo, dalla loro lotta contro il nemico della morte. Mentre Ulisse è un nostalgico che vuole tornare a casa, all'utero materno, alle origini, Abramo è l'uomo che abbandona la casa per comando di Dio. Il cristiano è l'uomo in cammino verso il suo vero essere, verso il futuro, nella lotta contro le forze della morte, grazie alla solidarietà con Cristo.
    L'identità e la verità dell'uomo sono la verità di tutto l'uomo, non solo di una parte, sia pure nobile. In quanto soma l'uomo è collocato nel mondo e nella storia. Il problema del futuro dell'uomo è il problema del futuro del mondo.
    È necessario (punto sottolineato durante la discussione) ripensare l'escatologia della tradizione cattolica, che ha cercato di conciliare visioni antropologiche alternative, quella dell'immortalità dell'anima (subito dopo la morte individuale) e quella della risurrezione dei corpi alla fine. Chi si affida alla immortalità beata dell'anima ritiene che l'uomo sia essenzialmente anima, chi parla, come Paolo, della risurrezione dell'uomo, lo concepisce come una realtà profondamente unitaria: tutto l'uomo muore e tutto l'uomo risorge. Si vogliono dire troppe cose sull'aldilà. In verità non abbiamo troppe cose da dire. Abbiamo la speranza che alla fine il vincente sarà Dio sulle forze distruttive della morte, non solo nella nostra vita individuale, ma nella storia dell'umanità e del mondo.

    Verbania Pallanza, 16 gennaio 1999


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