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    Una parabola orientale


     

    Accadde una volta che il Gran Primo Ministro del Re morì. Era un individuo unico per intelligenza, saggezza e astuzia, e in più era un grande diplomatico, e ora che era morto era molto difficile trovare chi potesse sostituirlo. L'intero reame era alla ricerca di un successore. Tutti i Ministri furono inviati con l'incarico di trovare almeno tre persone; poi la decisione finale si sarebbe appuntata su uno di questi tre e uno solo sarebbe stato scelto. La ricerca durò per mesi e mesi, l'intero paese fu perlustrato: si cercò in ogni angolo e in ogni cantuccio, e alla fine le tre persone furono trovate.
    Uno era un grande scienziato, un grande matematico. Sapeva risolvere qualunque problema matematico; e la matematica è la sola scienza positiva che esista, mentre tutte le altre scienze sono solo diramazioni di questa.
    Un altro era un grande filosofo, era un grande creatore di grandi teorie, di massimi sistemi. Dal nulla, ma proprio dal nulla, poteva creare qualunque cosa. Semplicemente con le parole riusciva a creare delle teorie così affascinanti che sembrava quasi un miracolo. Solo i filosofi riescono a farlo; non hanno niente nelle loro mani... sono come prestigiatori, sono i più grandi prestigiatori del mondo.
    E il terzo era un religioso, un uomo di fede, preghiera e devozione.
    A lungo durarono le ricerche e finalmente furono trovati questi tre uomini e furono convocati nella capitale per il giudizio finale.
    Le persone incaricate avevano dato una vera prova di intelligenza a scegliere questi tre. Questi tre infatti rappresentano le tre dimensioni della coscienza.
    Quando furono portati al cospetto del Re, il Re disse: «Per tre giorni vi riposerete e potrete prepararvi, e alla mattina del quarto giorno verrà tenuto l'esame finale: colui che avrà dato prova di essere il più saggio diverrà il mio Primo Ministro».
    Ognuno di loro cominciò a lavorare a modo suo, ma tre giorni sono così poco tempo...
    Lo scienziato doveva pensare a molti esperimenti, e lavorarci su. E chi lo sa che razza di esame verrà dato? Per tutti i tre giorni non riuscì mai a dormire, non c'era tempo, e poi ci sarebbe stata tutta una vita per dormire una volta che fosse stato scelto, perché perdere ora tutto quel tempo prezioso? Non dormì, non mangiò, non c'era abbastanza tempo.
    Il filosofo comincio a pensare, c'erano molti problemi da risolvere. «Chissà che tipo di problema verrà posto all'esame?», si domandava, si interrogava. Faceva previsioni logiche.
    Ma l'uomo di religione si trovava a suo agio. Mangiava e mangiava bene. Solo lui riusciva a mangiare bene, perché il cibo è un dono, è qualcosa di sacro. Dormiva bene, pregava, oppure sedeva sotto un albero, o passeggiava nel giardino ed era pieno di riconoscenza verso Dio, poiché per un uomo di religione non esiste il futuro, e non vi è nessun esame finale. Ogni momento è un esame, perciò come ti ci puoi preparare? Se qualcosa è nel futuro allora ti puoi preparare, ma se ogni cosa è qui-adesso, come puoi preparartici? Puoi solo affrontarla. E in verità non c'è nessun futuro. Talvolta lo scienziato gli diceva: «Ma che stai facendo? Stai sprecando tempo: mangi, dormi, preghi... Le preghiere potrai dirle dopo». Ma lui rideva e non si metteva a discutere, non era il tipo da discussioni.
    Alla mattina del quarto giorno quando finalmente entrarono nel palazzo per l'esame, lo scienziato non riusciva nemmeno a stare in piedi... era così stanco per tutti i suoi esperimenti, come se non avesse fatto altro per tutta la vita. Era stanco morto, aveva gli occhi semichiusi, la sua mente era agitata; era uscito quasi pazzo da quei tre giorni di esperimenti.
    E il filosofo? Il filosofo non era così stanco, ma era più insicuro del solito: aveva pensato e pensato, discusso e ridiscusso con se stesso, ma nessuna discussione aveva portato a una conclusione. Era perplesso, in grande confusione, nel caos più completo. Il giorno in cui era arrivato avrebbe potuto rispondere a molte cose, ma ora perfino le risposte di cui era più sicuro erano diventate incerte.
    Solo l'uomo di religione camminava allegramente e cantava. Non era preoccupato e non chiedeva nulla, non aveva nessuna aspettativa, era fresco, giovane, vivo, e questo è tutto. E se sei vivo, qualunque cosa capita sarai in grado di rispondere. Perché la risposta è nella vita, la risposta è nel cuore, e il cuore è pronto quando canta e danza.
    Finalmente arrivò il gran momento. Il Re aveva designato la prova con un espediente davvero straordinario. I tre candidati furono condotti in una stanza dove era stata allestita una serratura, ma non vi era nessuna chiave sulla porta, vi erano disegnate delle figure. Queste figure dovevano venir sistemate in un certo modo, il segreto era tutto lì, ma uno doveva cercarlo e trovarlo. E se queste figure venivano sistemate nel modo giusto, la porta si sarebbe aperta.
    Il Re li portò nella stanza e disse: «Questo è un enigma matematico, uno dei più difficili che si sia mai conosciuto; ora voi dovete trovarne il segreto, così la serratura si aprirà. E la prima persona che uscirà da questa stanza sarà il prescelto. E ora cominciate!». Chiuse la porta ed uscì.
    Immediatamente lo scienziato cominciò a scrivere su un foglio di carta: sperimentò molte soluzioni, infiniti problemi. Guardò, osservò le figure sulla serratura. Non c'era tempo da perdere.
    Il filosofo chiuse gli occhi e cominciò a pensare in termini logici sul da farsi, sul come risolvere questo puzzle. Era un enigma assolutamente nuovo per lui.
    Questo è il problema con la mente: se qualcosa è vecchio, allora può trovare la risposta, ma se qualcosa è assolutamente nuovo, come puoi lavorarci attraverso la mente? La mente è efficiente con il vecchio, con il conosciuto, con la routine, ma è assolutamente inefficiente quando si confronta con il nuovo.
    L'uomo di religione non si avvicinò nemmeno alla serratura... cosa avrebbe potuto fare? Non ne sapeva niente di matematica, non conosceva proprio per nulla gli esperimenti scientifici - che cosa poteva fare? Se ne stava semplicemente seduto in un angolo cantando. Un po' cantava, poi pregava Dio ad occhi chiusi.
    Gli altri due pensavano: «Quel tipo non è affatto un rivale. In un certo senso è meglio così, perché la cosa si dovrà decidere solo tra noi due».
    E poi improvvisamente si accorsero che aveva lasciato la stanza. La porta era spalancata... Non c'era più!
    Entrò il Re e disse: «Che state facendo ancora lì? È finita! Il terzo uomo è già uscito». «Ma come? Se non ha fatto mai niente!», chiesero i due.
    Poi si rivolsero al religioso, che disse: «Stavo semplicemente seduto, e mentre sedevo, pregavo e ad un tratto una voce dentro di me disse: 'Sei proprio scemo! Va' un attimo a dare un'occhiata alla porta'... La porta non era chiusa, non c'era nessun problema da risolvere, allora sono uscito».

    La vita non è un problema. Se cerchi di risolverlo non hai capito niente. La porta è aperta, non è mai stata chiusa.
    Se la porta fosse stata chiusa, allora lo scienziato avrebbe trovato una soluzione.
    Se la porta fosse stata chiusa, allora i filosofi avrebbero forse elaborato una qualche teoria per aprirla.
    Ma la porta non è chiusa, perciò solo la fede può andare - senza alcuna soluzione, senza alcuna risposta già pronta.
    Spingi la porta ed esci fuori.
    La vita non è un enigma da risolvere, è un mistero da vivere.
    È un mistero profondo - devi solo avere fiducia e permettere a te stesso di entrare.

     


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