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    Racconti per la Quaresima


    Racconti

    per la Quaresima

    Bruno Ferrero
     
     

    La Quaresima


    Con l'arrivo della primavera, si aprono le finestre delle case. Entra il sole, svaniscono gli odori che sanno di chiuso e di stantio. Si toglie la polvere che si è accumulata, í colori ritrovano il loro splendore.
    Torna il tempo delle visite fra amici: la casa riacquista una gaiezza nuova. C'è davvero voglia di respirare a pieni polmoni quanto di nuovo e di vivido c'è nell'aria.
    Anche gli amici di Gesù, ogni anno, sono invitati a trovare il tempo per aprire le finestre della loro anima alla luce di Dio, togliere la polvere che si è depositata negli angoli più nascosti dell'anima, là dove nascono pensieri e propositi, respirare a pieni polmoni la parola del Signore e la preghiera. È il tempo della primavera dell'anima, del rinnovamento spirituale: i quaranta giorni del deserto. Per introdursi nel tema della Quaresima, possono rivelarsi utili anche queste brevi storie.

    IL SEGRETO DEL PASTORE

    Un uomo aveva sempre il cielo dell'anima coperto di nere nubi. Era incapace di credere alla bontà. Soprattutto non credeva alla bontà e all'amore di Dio.
    Un giorno mentre errava sulle colline che attorniavano il suo villaggio, sempre tormentato dai suoi scuri dubbi, incontrò un pastore.
    Il pastore era un brav'uomo dagli occhi limpidi. Si accorse che lo sconosciuto aveva l'aria particolarmente disperata e gli chiese:
    «Che cosa ti turba tanto, amico?».
    «Mi sento immensamente solo».
    «Anch'io sono solo, eppure non sono triste».«Forse perché Dio ti fa compagnia...».
    «Hai indovinato».
    «Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere al suo amore. Com'è possibile che ami gli uomini uno per uno? Com'è possibile che ami me?».
    «Vedi laggiù il nostro villaggio?», gli disse il pastore. «Ne vedi ogni casa? Vedi le finestre di ogni casa?».
    «Vedo tutto questo,».
    «Allora non devi disperare. Il sole è uno solo, ma ogni finestra della città, anche la più piccola e la più nascosta, ogni giorno viene baciata dal sole, nell'arco della giornata. Forse tu disperi perché tieni chiusa la tua finestra».

    LE MANI DI GESÙ

    Maggio 1945. La Seconda Guerra Mondiale era finita. La Germania, sconfitta, era stata occupata dalle truppe americane, inglesi e russe. In una cittadina tedesca, una compagnia di soldati americani aveva deciso di ricostruire la chiesa, completamente distrutta dalle bombe.
    Durante lo sgombero delle macerie, un soldato trovò fra i calcinacci la testa di un Gesù crocifisso molto antico. Colpito dalla bellezza di quel volto, lo mostrò ai compagni. «Cerchiamo gli altri pezzi e ricostruiamo il crocifisso», propose uno.
    Si misero tutti a frugare con pazienza fra le macerie. Rovistando qua e là, soprattutto vicino all'altare, trovarono molti frammenti del crocifisso.
    Con calma, due soldati tentarono di ricomporre il crocifisso frantumato.
    Ma nessuno riuscì a trovare le mani di Gesù.
    Quando la chiesa fu ricostruita, anche il crocifisso riprese il suo posto sull'altare. Mancavano soltanto le mani. Ma un soldato collocò ai piedi del crocifisso un cartello con queste parole: «Ich habe keine anderen Hände als Deine». Cioè: «Ora ho soltanto più le tue mani».

    LO SCOMPARTIMENTO

    Eravamo in due nello stesso scompartimento del treno. La giornata era fredda e piovosa. Dai finestrini si vedeva scorrere un paesaggio grigio e nelle stazioni i pochi passeggeri erano intabarrati in cappotti e sciarpe. Ma lo scompartimento era confortevolmente riscaldato e il ritmico sferragliare del treno conciliava una quieta beatitudine.
    Il passeggero che divideva lo scompartimento con me, invece, era stranamente inquieto.
    Ad ogni fermata del treno scattava in piedi, correva al finestrino e leggeva ad alta voce il nome della stazione.
    Poi si sprofondava nel sedile emettendo un sospiro da strappare il cuore.
    Dopo sette od otto stazioni, preoccupato gli chiesi: «C'è qualcosa che non va? Non si sente bene?».
    Con un nuovo desolato sospiro, rispose: «Non proprio. È che sto andando nella direzione sbagliata. Avrei dovuto cambiare treno già da molte stazioni. Ma si sta così bene e al calduccio, qui...».
    Un missionario, bagnato fradicio, riuscì a trovare un posto comodo accanto a un finestrino. Una graziosa hostess aiutava gli altri passeggeri a sistemarsi.
    Il decollo era prossimo e un uomo dell'equipaggio chiuse il pesante portale dell'aereo.
    Il missionario guardava fuori. La pioggia continuava ad abbattersi sulla pista.
    Improvvisamente si vide un uomo che correva verso l'aereo, riparandosi come poteva, con un impermeabile. Il ritardatario bussò energicamente alla porta dell'aereo, chiedendo di entrare. L'hostess gli spiegò a segni che era troppo tardi. L'uomo raddoppiò i colpi contro lo sportello dell'aereo. L'hostess cercò di convincerlo a desistere. «Non si può... È tardi... Dobbiamo partire», cercava di farsi capire a segni dall'oblò.
    Niente da fare: l'uomo insisteva e chiedeva di entrare. Alla fine, l'hostess cedette e aprì lo sportello. Tese la mano e aiutò il passeggero ritardatario a issarsi nell'interno.
    E rimase a bocca aperta. Quell'uomo era il pilota dell'aereo.

    ALL'ULTIMO GIUDIZIO

    Dopo la morte, un uomo si presentò davanti al Signore. Fieramente gli mostrò le mani: «Signore, guarda come sono pulite le mie mani!».
    Il Signore gli sorrise, ma con una certa tristezza, e disse: «È vero, ma sono anche vuote».

    CHI BUSSA ALLA PORTA?

    L'aeroporto di una città dell'Estremo Oriente venne investito da un furioso temporale. I passeggeri attraversarono di corsa la pista per salire su un DC3 pronto al decollo per un volo interno.

    IL MIGLIORE RITRATTO DEL RE

    Un giorno il Gran Re di Persia bandì un concorso fra tutti gli artisti del suo vasto impero. Una somma enorme sarebbe andata in premio a chi fosse riuscito a fare il ritratto più somigliante del Re.
    Giunse per primo Manday l'indù, con meravigliosi colori di cui lui solo conosceva il segreto; quindi Aznavor l'armeno, portando una creta speciale; poi Wokiti l'egiziano, con scalpelli e ceselli mai visti e bellissimi blocchi di marmo.
    Infine, per ultimo, si presentò Stratos il greco, munito soltanto di un sacchetto di polvere. I dignitari di corte si mostrarono indispettiti per l'esiguità del materiale portato da Stratos il greco. Gli altri artisti sogghignavano: «Che cosa può fare il greco con quel misero sacchetto di polvere?». Tutti i partecipanti al concorso furono rinchiusi per varie settimane nelle sale del palazzo reale. Una sala per ogni artista.
    Nel giorno stabilito, il Re cominciò a esaminare le opere degli artisti. Ammirò i meravigliosi dipinti dell'indù, i modelli in creta colorata dell'armeno e le statue dell'egiziano.
    Poi entrò nella sala riservata a Stratos il greco. Sembrava che non avesse fatto niente: con la sua polvere minuta, si era limitato a smerigliare, levigare e lucidare la parete di marmo della sala. Quando il Re entrò poté contemplare la sua immagine perfettamente riflessa.
    Naturalmente, Stratos vinse il concorso. Solo uno specchio poteva soddisfare pienamente il Re.

    IL GRANDE BURRONE

    Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: «Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!».
    Il Buon Dio gli rispose con un sogno.
    Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l'altro.
    Anche lui era nell'interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po' si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva tanta fatica ad avanzare.
    «Sarebbe sufficiente accorciarla un po' e tribolerei molto meno», si disse.
    Si sedette su un paracarro e, con un taglio deciso, accorciò d'un bel pezzo la sua croce. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più spedito e leggero. E senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione degli uomini.
    Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però incominciava la «terra della felicità eterna». Era una visione incantevole quella che si vedeva dall'altra parte del burrone.
    Ma non c'erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità.
    Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra.
    Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio.
    Passavano tutti. Ma non lui. Aveva accorciato la sua croce e ora essa era troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: «Ah, se l'avessi saputo...».
    Ma, ormai, era troppo tardi e lamentarsi non serviva a niente.

    Indicazioni didattiche

    L'esperienza nascosta nei racconti
    Ognuna delle brevi storie può essere usata per introdurre un aspetto particolare della Quaresima.
    ^ "Il segreto del pastore" è un invito ad «aprire la finestra» dell'anima al sole di Dio. I ragazzi sono tendenzialmente pronti ad «aprirsi» a tutte le novità ed esperienze. Devono essere aiutati concretamente a spalancare mente e cuore all'esperienza religiosa. È quella che rischia maggiormente di essere confinata alla periferia della personalità nascente.
    ^ "Le mani di Gesù" dice semplicemente che oggi Gesù ha bisogno delle mani dei suoi amici per continuare a salvare il mondo. Ha bisogno di tante mani per toccare i malati, spezzare il pane dell'Eucaristia, accarezzare i bambini e i poveri.
    ^ "Lo scompartimento" sottolinea l'inerzia che impedisce spesso all'uomo di «convertirsi». Il passeggero che ha sbagliato direzione e dovrebbe scendere dal treno riscaldato per tornare indietro è molto simile all'uomo che sa di doversi convertire, ma che non ha il coraggio di abbandonare il suo comodo stato di vita. Così, senza accorgersene, si allontana sempre di più dalla stazione a cui era diretto. Piangere e sospirare non serve a niente. Convertirsi è «cambiare» con prontezza, anche se costa.
    ^ "All'ultimo giudizio" è una provocazione: la vera santità non consiste solo in uno sterilizzato «non immischiarsi», richiede invece l'impegno dell'azione. «La fede da sola, se non si manifesta nei fatti, è morta» (Giacomo 2,17). La Quaresima è anche il tempo in cui ci si impegna per coloro che sono nella povertà e nel bisogno.
    ^ "Chi bussa alla porta?" sembra una storia umoristica ma, a pensarci bene, molta gente affronta la vita «senza pilota». È importante far capire ai ragazzi che non è possibile vivere soltanto seguendo gli istinti o reagendo alle circostanze. Avere senso di responsabilità significa appunto avere una guida dentro di sé, un centro di pilotaggio. Durante la Quaresima, si deve creare un momento di silenzio e di quiete spirituale per scoprire che c'è qualcuno che bussa alla porta del nostro cuore, della nostra famiglia, della Chiesa: è Gesù. «Io sto alla porta e busso. Se uno mi sente e mi apre, io entrerò e ceneremo insieme, io con lui e lui con me» (Apocalisse 3,20). Gli apriremo e lo lasceremo entrare? Una vita con Gesù come pilota è certamente una vita «realizzata».
    ^ "Il miglior ritratto del re" suggerisce che non basta «aprire la porta»: bisogna accogliere degnamente il Grande Invitato. L'artista greco ha smerigliato e lucidato la parete della sua sala. In questo modo il re ha trovato la sua vera immagine. Quante volte si dice ai ragazzi: «Il Signore viene in voi, entra nella casa della vostra anima»? Devono imparare ad accoglierlo degnamente. La Quaresima ci è data come il tempo per «smerigliare» la nostra anima, ripulirla e lucidarla perché il Signore possa riconoscersi in noi e ritrovare in noi la sua immagine.
    ^ "Il grande burrone" richiama un'idea citata molto frequentemente durante la Quaresima: il sacrificio. Anche i ragazzi percepiscono il peso delle responsabilità quotidiane, anche loro sono consapevoli che vivere da amici di Gesù è una decisione carica di piccole rinunce. La croce è la via della salvezza e non si può eliminare dal messaggio cristiano.

    Per il dialogo
    Il catechista può servirsi dei racconti per avviare una conversazione sui vari temi della Quaresima che intende trattare. Per esempio:
    • Che cosa vuole dire «tu disperi perché tieni chiusa la tua finestra»? Come si fa ad aprire la finestra a Dio?
    • Occorre davvero polvere di smeriglio perché il Signore possa rispecchiarsi in noi? Secondo voi, che cosa dovrebbe «smerigliare» la gente del nostro tempo?
    • È possibile scegliere Gesù come «pilota» della nostra vita? Che cosa comporta?
    • Come possiamo fare per «prestare» le nostre mani a Gesù? Conoscete delle persone che lo fanno?
    • È possibile avere le mani «pulite» e contemporaneamente le mani «piene»? Di che cosa dobbiamo riempire le nostre mani? Che cosa aspetterà di trovarci il Signore?
    • Che cosa vuol dire che la croce è la «passerella» per la terra della felicità? Quali sono le nostre «croci» quotidiane?
    • Chi vi ricorda il passeggero che aveva sbagliato direzione, ma stava troppo bene per cambiare? Vi succede a volte di capire che state sbagliando e di non avere la volontà di «tornare indietro»? Che cosa significa «convertirsi»?

    Per l'attività
    Tutti i racconti possono essere visualizzati con un po' di fantasia dai ragazzi stessi. Contengono tutti qualche elemento che può aiutare la riflessione di gruppo.
    Per esempio: una finestra spalancata; un sacchetto di polvere abrasiva distribuito a tutti durante una funzione penitenziale; il poster di un aereo con la scritta: «Chi è il tuo pilota?»; due mani stilizzate con la scritta: «Gesù ha solo più le tue mani», e così via.

    Anche la Bibbia racconta...
    Nel Primo Libro dei Re, al capitolo 19, è raccontato un magnifico episodio della storia del profeta Elia. Appassionato di Dio, come sempre, il profeta intraprende un lungo viaggio malgrado la fatica e la tristezza perché i suoi amici lo hanno abbandonato. Al termine del viaggio lo attende il Signore, dolce come una brezza leggera che filtra tra le rocce. Allora, vivificato da una forza nuova, Elia torna tra i suoi.

    (FONTE: Altre storie, Elledici 1995, pp. 106-113)


    Il barilotto

    Tanto tempo fa, in una terra lontana, viveva un signore potente e famoso in ogni angolo del regno. Sull'orlo di una nera scogliera aveva fatto costruire una roccaforte così solida e ben armata, da non temere né re, né conti, né duchi, né principi, né visconti.

    Un peccatore impenitente
    E questo possente signore aveva un bell'aspetto, nobile e imponente. Ma nel suo cuore era fellone e sleale, astuto e 119 ipocrita, superbo e crudele.
    Non aveva paura né di Dio né degli uomini. Alla testa di una masnada di soldatacci anche peggiori di lui aveva devastato e raso al suolo villaggi e città. Il desiderio di far del male era per lui un'ossessione.
    Sorvegliava come un falco i sentieri e le strade che passavano nella regione e piombava su pellegrini e mercanti per rapinarli. Aveva da tempo calpestato tutte le promesse e le regole della cavalleria.
    La sua crudeltà era divenuta proverbiale. Disprezzava apertamente la gente e le leggi della Chiesa.
    Ogni Venerdì Santo invece di digiunare e rinunciare a mangiare carne organizzava grandi festini e lauti banchetti per i suoi cavalieri.
    Si divertiva a tiranneggiare vassalli e servitù.
    Ma un giorno, durante un combattimento, un colpo di balestra lo ferì gravemente ad un fianco. Per la prima volta, il crudele signore provò la sofferenza e la paura.
    Mentre giaceva ferito, i suoi cavalieri gli fecero balenare davanti agli occhi la gola spalancata e infuocata dell'inferno a cui era sicuramente destinato se non si fosse pentito dei suoi peccati e confessato in chiesa.
    «Pentirmi, io? Mai! Non confesserò neppure un peccato!». Tuttavia il pensiero dell'inferno gli provocò un po' di spavento salutare.
    A malincuore gettò elmo, spada e armatura e si diresse a piedi verso la caverna di un santo eremita.

    Una penitenza semplice
    Con tono sprezzante, senza neppure inginocchiarsi, raccontò al santo frate tutti i suoi peccati: uno dietro l'altro, senza dimenticarne neppure uno.
    Quando ebbe finito la sua confessione in tono arrogante protestò: «Adesso ti ho detto tutti i fatti miei: sei contento? Ora lasciami in pace! È tutto finito!».
    Il povero eremita si mostrò ancora più afflitto: «Sire, certamente hai detto tutto, ma non sei pentito. Dovresti almeno fare un po' di penitenza, per dimostrare che vuoi davvero cambiare vita».

    Un barilotto da riempire
    «Farò qualunque penitenza. Non ho paura di niente, io! Purché sia finita questa storia».
    «Digiunerai ogni venerdì per sette anni...».
    «Ah, no! Questo puoi scordartelo!».
    «Vai in pellegrinaggio fino a Roma...».
    «Neanche per sogno!».
    «Vestiti di sacco per un mese...».
    «Mai!».
    Il superbo cavaliere respinse tutte le proposte del buon frate, che alla fine propose: «Bene, figliolo. Fa' soltanto una cosa: vammi a riempire d'acqua questo barilotto e poi riportamelo».
    «Scherzi? È una penitenza da bambini o da donnette!», sbraitò il cavaliere agitando un pugno minaccioso.
    Ma la visione del diavolo sghignazzante lo ammorbidì subito. Prese il barilotto sotto braccio e brontolando si diresse al fiume. Immerse il barilotto nell'acqua, ma quello rifiutò di riempirsi.
    «È un sortilegio magico», ruggì il penitente. «Ma ora vedremo».
    Si diresse verso una sorgente: il barilotto rimase ostinatamente vuoto. Furibondo, si precipitò al pozzo del villaggio. Fatica sprecata!
    Provò a esplorare l'interno del barilotto con un bastone: era assolutamente vuoto.
    «Cercherò tutte le acque del mondo» sbraitò il cavaliere.»Ma riporterò questo barilotto pieno!».
    Si mise in viaggio, così com'era, pieno di rabbia e di rancore. Prese ad errare sotto la pioggia e in mezzo alle bufere. Il suo viso si bruciò al sole.
    Ad ogni sorgente, pozza d'acqua, lago o fiume immergeva il suo barilotto e provava e riprovava, ma non riusciva a far entrare una sola goccia d'acqua.
    Ogni volta, però, cadeva qualche pietra del muro di superbia che aveva nell'anima.
    Sempre più lacero e sofferente attraversò regioni selvagge e deserti.

    «Sarò dannato per l'eternità...»
    Anni dopo, il vecchio eremita vide arrivare un povero straccione dai piedi sanguinanti e con un barilotto vuoto sotto il braccio.
    «Padre mio, - disse il cavaliere (era proprio lui) con voce bassa e addolorata -, ho girato tutti i fiumi e le fonti del mondo. Non ho potuto riempire il barilotto... Ora so che i miei peccati non saranno perdonati. Sarò dannato per l'eternità) Ah, i miei peccati, i miei peccati così pesanti... Troppo tardi mi sono pentito».
    Le lacrime scorrevano sul suo volto scavato. Una lacrima piccola piccola scivolando sulla folta barba finì nel barilotto. Di colpo il barilotto si riempì fino all'orlo dell'acqua più pura, fresca e buona che mai si fosse vista.
    Una sola piccola lacrima di pentimento...

    Indicazioni didattiche

    L'esperienza nascosta nel racconto
    Il cavaliere del racconto scopre, con fatica e sofferenza personale, la radice del vero pentimento essenziale per ottenere il perdono di Dio e la pace vera dell'anima.

    Per il dialogo
    • Qual è il peccato più grave del cavaliere? Perché il cavaliere non riesce a riempire il barilotto? Che cosa gli manca veramente?
    • Perché alla fine il barilotto si riempie?
    • Che cosa è veramente necessario per ottenere il perdono di Dio?
    • In che modo i cristiani invocano il perdono di Dio?
    • Perché, oggi, sono così pochi i ragazzi e gli adulti che si confessano?
    • Quali sono le cose necessarie per fare una buona confessione?
    • Perché è necessario un buon proposito?

    Per l'attività
    Il catechista può preparare una celebrazione penitenziale con i testi del catechismo, usando una botticella (reale o disegnata) come simbolo.

    Anche la Bibbia racconta...
    Il catechista può raccontare la storia di due personaggi biblici che dimostrano il loro pentimento nei confronti di Dio: Davide (2 Sam 11-12) e Pietro (Mc 14,66-72).

    (FONTE: Parabole, Elledici 2000, pp. 119-123)


    Sacrificarsi ha un senso?

    «Il modo più sicuro di rendere le cose difficili ai figli è di rendergliele facili». Questa famosa battuta di Eleanor Roosevelt sembra più che mai attuale in questo nostro tempo di incertezza educativa, vagamente percorsa da rimorsi per troppo permissivismo, lassismo e (in fondo) indifferenza verso le nuove generazioni: Dandoci troppo da fare per i più piccoli, potremmo privarli della loro vita. Se non gli si dà mai la possibilità di sperimentare la lotta, se non gli si permette mai di conoscere la paura, forse non saranno in grado di affrontare la morte. Se gli creiamo un'esistenza «perfetta» limitiamo le loro possibilità e li derubiamo della loro intelligenza, che cresce senza stimoli.
    È naturale, specialmente per i genitori, desiderare per i figli un cammino senza asperità, privo di dolore e fatica. Ma dobbiamo renderci conto che senza queste cose la vita non esiste. Una vita senza sofferenze può anche essere una vita senza gioie. Il vero problema di tanti giovani, oggi, è proprio la noia per mancanza di «sfide». Per il cantautore Francesco De Gregori è nata la «generazione Benetton»: una generazione vuota di ideali, di punti di riferimento, di tradizioni.
    «Quello che conta di più» risente del vuoto generale. Bambini e ragazzi sono abituati allo zapping quotidiano: scelgono quello che vogliono e quando vogliono in base ad un unico criterio: «mi piace o non mi piace». Il piacere, anche per molti adulti, è diventato la misura di tutto. La parola d'ordine è «tutto e subito», possibilmente con il minimo sforzo. Il più delle volte si vive alla giornata, strappando tutte le soddisfazioni possibili. Gli idoli sono coloro che «ce l'hanno fatta»: ricchi, famosi, potenti, belli...
    Il valore «piacere» si trascina dietro le nuove «virtù»: la vanità e l'ostentazione, il successo e la ricchezza, la violenza e la competitività. Anche per questo ha tanto successo il divismo.
    Molta gente sa di non poter avere il massimo e allora si accontenta di sognarlo, vivendo nella fantasia come i divi preferiti.
    Anche molti giovani si accontentano di fare da spettatori e così sentono più che mai il peso di una vita insoddisfacente, così diversa dai sogni del teleschermo e della carta patinata.
    In un contesto come questo, che senso ha parlare del «sacrificio»? In che modo si può commentare la frase di san Giovanni: «Gesù ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli»?
    Anche la responsabilità personale sta rapidamente diventando un optional educativo. I ragazzi respirano quotidianamente l'aria del disimpegno, del «pensa ai fatti tuoi», del sospetto e del pregiudizio.

    LA COCORITA FRANCESCA

    In una giungla piena di suoni e di colori, viveva una cocorita che aveva il carattere festoso e vivace come le sue piume azzurre, verdi, oro e arancione. Si divertiva a svolazzare nell'intrico dei rami, giocava a nascondino con altri pappagallini colorati e con i bengalini candidi. Si chiamava Francesca e ovunque arrivava riusciva a comunicare la sua intensa gioia di vivere. Perfino le scimmie, che non sopportavano cocorite e pappagallini, facevano eccezione per la cocorita Francesca.
    Era un uccellino felice, grato di essere vivo e di avere avuto in dono un paio di ali per volare e un bellissimo vestito di piume morbido e screziato.
    Ogni mattina, appena il sole irrompeva attraverso lo spesso fogliame, si levava il suo grido: «È una bellissima giornata! Forza, fratelli, non fate i pigroni, spalancate le ali: il cielo è tutto nostro!». E incominciava a tracciare arabeschi nell'aria, come un fiore multicolore portato dal vento.

    La grande paura
    Ma, un brutto giorno, il cielo sulla foresta si fece improvvisamente nero e minaccioso come una palude senza sole. Un silenzio pesante, pieno di paura, attanagliò le creature della giungla. Le cocorite si strinsero tremanti le une contro le altre, a formare una nuvola tremante. Un vento violento afferrò le chiome degli alberi più alti e cominciò a scuoterli come volesse sradicarli, rovesciando nidi e piccoli pappagallini che non sapevano ancora volare.
    Poi cominciò la sarabanda dei tuoni e dei fulmini. Staffilate di fuoco sibilavano dal cielo e colpivano senza pietà i vecchi tronchi, finché improvvisa si levò una fiamma e un albero centenario prese fuoco, urlando il suo dolore, con i rami nodosi levati verso il cielo come un'ultima disperata invocazione di aiuto.
    «Il fuoco! Si salvi chi può!», tutte le lingue animali della foresta gridarono all'unisono il loro terrore.
    Migliaia di animaletti cominciarono a fuggire, ma il fumo acre e impenetrabile toglieva loro il respiro, faceva bruciare gli occhi e impediva crudelmente di vedere le vie di scampo.
    La cocorita Francesca volava affannata, cercando di guidare i più piccoli e i più spaventati: «Di qua! Correte di qua! Il fiume è da questa parte!». Molti animali, sentendo il suo grido, si affrettarono a fuggire verso il corso d'acqua, altri invece finivano intrappolati dal fuoco e dal fumo.
    Francesca, invece di mettersi in salvo, come tutti gli uccelli, continuava a sorvolare i più sfortunati, cercando un modo per aiutarli. La disperazione le suggerì un'idea.

    La sfida
    Volò sino al fiume che scorreva ai margini della foresta e lì si immerse nelle acque scure. Poi riemerse con il corpicino intriso d'acqua e volò sull'inferno dì fiamme, scrollando e scuotendo le piume per liberare le gocce d'acqua e farle piovere sulle fiamme.
    Incurante del pericolo, sfiorando coraggiosamente le fiamme, tornò indietro e si immerse di nuovo nel fiume.
    Poi, via!, a scagliare il suo carico prezioso sul fuoco che continuava a ruggire.
    Piccole gemme piovevano sul rogo. Una cosa insignificante, ma la cocorita coraggiosa e testarda ripeté più e più volte il suo viaggio tra il fiume e le fiamme.
    Le sue belle piume erano tutte bruciacchiate e il suo colore era quello della cenere, non riusciva più a tenere aperti gli occhi, ma non le importava.
    «Che altro posso fare!», si ripeteva. «Solo volare, ed io volerò fino allo stremo delle forze pur di salvare una sola vita».

    Una nuvola colorata
    Due occhi acuti, ma vagamente annoiati osservavano tutto dall'alto. Un gigantesco avvoltoio veleggiava, godendosi lo spettacolo della giungla in fiamme. Scorse la cocorita impegnata nella sua lotta contro il fuoco e sghignazzò: «Che stupida bestia. Come può pensare di domare il fuoco con quattro gocce d'acqua? Chi ha mai visto una cosa del genere?».
    Il coraggio dell'uccellino però lo aveva commosso un po' e scese in picchiata verso la foresta in fiamme.
    La cocorita stava ancora sfidando il fuoco quando vide apparire al suo fianco l'enorme avvoltoio dagli occhi gialli.
    «Vattene, uccellino, il tuo compito è senza speranza!», gracchiò imperioso l'avvoltoio. «Cosa possono fare poche gocce d'acqua contro questo inferno? Vola lontano prima che sia troppo tardi».
    «Non posso. Devo fare qualcosa, devo tentare!», rispose la cocorita.
    «Guarda in che stato sei», continuò l'avvoltoio. «Fra un po' finirai in una fiammata, mi sembri un tizzone affumicato».
    «Riesco ancora a volare... Qualcosa farò».
    «Ma che ti importa di loro? Non hanno mai fatto niente per te».
    «Sono miei amici: li voglio salvare».
    La cocorita, stremata e ferita non ascoltava più. Ostinata, continuava a fare la spola tra l'acqua e il fuoco.
    L'avvoltoio, prima di sparire oltre le colonne di fumo, gridò: «Basta! Fermati stupida piccola cocorita! Salva te stessa!».
    Francesca era irremovibile. «Ci mancava anche l'avvoltoio con i suoi consigli», brontolava. «Consigli! Anche la nonna e tutti i miei parenti mi direbbero le stesse cose. Non ho bisogno di consigli, ma di qualcuno che mi aiuti!».
    Proprio in quel momento, un gran frullare di ali riempì il cielo. Una nuvola colorata, gialla, verde, blu, rossa e bianca si affiancò alla piccola cocorita.
    Migliaia e migliaia di cocorite, pappagallini, bengalini, tucani, uccelli piccoli e grandi, si immergevano nell'acqua e andavano a scrollare le piume sul fuoco.
    Le fiamme erano violente, ma gli uccelli erano milioni e arrivavano a ondate successive, senza smettere mai.
    Come stupito, il fuoco si arrestò. E cominciò lentamente a sfrigolare e a illanguidire. La cocorita Francesca, insieme alle poche gocce d'acqua che aveva raccolto, scagliò sulle fiamme anche le sue lacrime. Ma erano lacrime di gioia.
    «Grazie», mormorò. E cadde a terra, senza più un filo di forza.
    Quando si risvegliò il temporale era scoppiato e l'acqua del cielo stava completando l'opera iniziata dalla coraggiosa cocorita. «Urrà per Francesca!», gridarono gli abitanti della foresta, che le stavano tutti intorno. La piccola cocorita aprì gli occhi e disse: «È una bellissima giornata!».

    Indicazioni didattiche

    L'esperienza nascosta nel racconto
    Quando scoppia l'incendio nella foresta, tutti gli abitanti pensano a salvare se stessi. La cocorita Francesca fa una scelta coraggiosa: decide di fare qualcosa per gli altri. Anche se questo gesto può costarle la vita.
    È per lei un momento di vera libertà. La libertà che fa veramente grande la persona è la capacità di poter decidere, la possibilità di scegliere, la facoltà di progettare. È ciò che comunemente si definisce «libertà per...». La libertà diventa, allora, energia e decisione che mette la vita a servizio dell'ideale che ciascuno si propone. Quanto più è grande il progetto ideale di vita, tanto più è grande la libertà.
    Scaturisce di qui il grande valore della responsabilità. Il premio Nobel Elie Wiesel ha scritto: «Quando moriremo e andremo in cielo, e incontreremo il nostro Creatore, il Creatore non ci chiederà: Perché non sei diventato un messia? Perché non hai scoperto il rimedio contro il cancro? Perché non sei stato questo o quello? L'unica cosa che ci chiederà, in quel momento decisivo, sarà: Perché non seí diventato te?».
    Questa è la responsabilità principale di ogni uomo. Ognuno è diverso. Ognuno è incredibilmente unico. Ognuno ha da dare qualcosa che non ha nessun altro al mondo. Ognuno ha un posto e una missione che gli sono stati affidati e dei quali deve rispondere.
    Quando la vita lancia il suo appello, la cocorita Francesca accetta la sfida. È poco quello che può fare, ma lo fa. Non ascolta l'avvoltoio che la invita a pensare solo a se stessa. E il suo esempio trascinerà i suoi amici ad imitare il suo gesto di coraggio.

    Per il dialogo
    L'insegnante può attualizzare la favola con l'aiuto di alcune domande:
    • Che cosa pensate, sinceramente, del gesto della cocorita Francesca?
    • C'è della gente che si comporta così, secondo voi? Ricordate qualcuno che si è sacrificato per salvare gli altri?
    • L'avvoltoio ha ragione o no? Vale la pena rischiare la vita per gente che magari non si conosce neanche?
    • Ci sono dei modi di sacrificarsi per gli altri e di «donare la vita» per gli altri, che durano nel tempo e magari non vengono neanche riconosciuti?
    • I vostri genitori si sacrificano per voi? in che modo?
    • Tra i vostri eroi preferiti, ce n'è qualcuno che non ha paura di rischiare per gli altri?

    Per l'attività
    La classe può scrivere una lettera aperta ad un personaggio noto, della cronaca nazionale o della zona, che ha fatto qualche gesto in favore degli altri oppure una lettera manifesto a degli «eroi sconosciuti» (genitori, parroco, qualche insegnante, qualcuno che si dedica agli handicappati, ecc.).

    Anche la Bibbia racconta...
    L'insegnante può leggere con gli allievi il brano delle «tentazioni di Gesù» nel deserto in parallelo con l'«agonia di Gesù» nel Getsemani: nonostante tutto, Gesù porta a termine la sua missione di salvezza per tutti gli uomini.


    Ha dato la vita per noi

    «Gli evangelisti narrano gli eventi della Pasqua di Gesù. È la più forte predicazione degli apostoli; è la fede che riunisce gli uomini nella Chiesa.
    Questi racconti non sono storia lontana. È parola viva, e rivela anche a noi, oggi, ciò che Gesù compie una volta per sempre per la salvezza del mondo: la lotta contro l'egoismo e il peccato, la vita data per amore di Dio e dei fratelli.
    La celebrazione degli eventi pasquali è nella Chiesa il centro dell'anno liturgico, attraverso il quale tutta la comunità cresce nella conoscenza di Cristo e rinnova la partecipazione al suo mistero di salvezza.
    Se in famiglia saranno percepibili i frutti della Pasqua, i fanciulli capiranno quanto essa coinvolge la vita di ciascuno.
    La lettura in famiglia del Vangelo della Pasqua di Gesù insegna a vivere le situazioni quotidiane non solo con facili gesti di devozione, ma da veri cristiani, morti al peccato e risorti con Cristo alla vita nuova: "Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1 Giovanni 3,16)» (Io sono con voi, p. 74).
    Sono concetti molto difficili da comprendere da adulti e bambini del nostro tempo. Gli adulti, oggi, nel mondo del lavoro sono perseguitati da una filosofia che li vuole sempre più impegnati, in competizione con i colleghi, secondo uno stile di comportamento che tenderanno a imporre anche ai propri bambini, che dovranno essere i primi a scuola e nello sport per diventarlo, poi, nella carriera. È la filosofia del vincente, che non ammette smagliature né cedimenti, la filosofia del «tutto subito» che ossessiona i grandi e finirà per disorientare i più piccoli.
    In un quadro come questo, «dare la vita per...» suona per lo meno strano. Come qualcosa che non ha niente a che fare con la vita pratica di ogni giorno.
    È importante perciò avviare una riflessione sul tema con i propri ragazzi, anche prendendo l'avvio da una storia come quella che segue.

    IL DONO DI CHANG FA MEI

    Tanti e tanti anni fa, nel sud della Cina, c'era un luogo vicino ad una grande montagna dove non c'era acqua e la gente doveva raccogliere l'acqua piovana e usarla con molta parsimonia. Quando non pioveva per lunghi periodi, gli abitanti della regione dovevano andare a piedi molto molto lontano e attingere acqua trasportandola negli otri. Perciò da quelle parti l'acqua era considerata più preziosa dell'oro.
    In un villaggio ai piedi di quel monte viveva una fanciulla dai lunghi capelli neri, così lunghi che le toccavano i calcagni. Tutti la chiamavano Chang Fa Mei, cioè «La fanciulla dai capelli lunghi».
    Viveva in una povera casa, lei sola con la madre malata costretta a stare sempre a letto, e allevava maiali per il sostentamento quotidiano. Ogni giorno si alzava all'alba per andare lontano a prendere l'acqua, poi si recava sul monte a raccogliere erbe e radici per loro e per i maiali.
    Finiva di lavorare a sera tarda e all'alba era di nuovo in piedi.
    Un giorno andò sul monte come al solito col cesto per raccogliere erbe selvatiche. Giunta a mezza costa, vide una grossa rapa proprio sotto una sporgenza di roccia che dava su uno strapiombo. Aveva foglie grandi e verdi.
    «Questa servirà a fare un ricco piatto», pensò. «La porterò a casa e la cucinerò subito». L'afferrò con entrambe le mani e tentò di strapparla dalla terra. Ci riuscì con fatica e dal grosso buco cominciò immediatamente a sgorgare un filo d'acqua limpida e fresca.
    La ragazza rimase un attimo stupita e la grossa rapa le sfuggì di mano e andò a ripiantarsi dove era prima, tappando di nuovo il buco e fermando l'acqua.
    Chang Fa Mei aveva sete e voleva bere. Strappò di nuovo la rapa e accostò la bocca al filo d'acqua che aveva ripreso a sgorgare. Finì di bere e ancora una volta la rapa le sfuggì di mano per andare a tappare il buco e fermare lo scorrere dell'acqua.
    La fanciulla esitò perplessa. Non riusciva a spiegarsi quello strano fenomeno. A un tratto un turbine di vento la gettò per terra e la fece rotolare su uno spiazzo davanti ad una caverna. Su una grossa pietra vide un uomo coperto di peli neri come un orso, con gli occhi maligni e gesti feroci, che con voce minacciosa le urlò: «Hai scoperto il segreto della mia sorgente: non svelarlo ad anima viva! Se lo dirai, e qualcuno verrà a prendere la mia acqua, tu morirai! Io sono il padrone della montagna, la mia vendetta sarà terribile!».
    Un altro colpo di vento la fece rotolare giù dalla montagna.

    Una ragazza con i capelli bianchi
    Chang Fa Mei, indolenzita e piena di paura, tornò a casa. Non disse nulla a sua madre e nemmeno agli altri abitanti del villaggio, ma da quel momento non ebbe più pace.
    Vedeva i campi e gli orti secchi e aridi e vedeva con quanta fatica uomini e donne, vecchi e bambini trasportavano l'acqua che andavano a prendere lontano.
    Se solo lei avesse avuto il coraggio di dire a qualcuno il segreto della sorgente, tutte quelle sofferenze sarebbero cessate immediatamente! Bastava strappare via quella rapa, tagliarla in mille pezzetti, allargare il foro e ci sarebbe stata acqua in abbondanza per tutti. Ma lei ricordava la minaccia del padrone della montagna e aveva troppa paura per parlare. Per il pensiero cominciò a non mangiare più, a starsene muta tutto il giorno e a non dormire di notte.
    Divenne pallida e smorta, con gli occhi spenti e piano piano i lunghi e neri capelli divenivano bianchi, sempre più bianchi.
    Sua madre le afferrava le mani fredde e le chiedeva:
    «Figlia mia, cosa ti è successo?». Ma Chang Fa Mei scuoteva la testa e non rispondeva.
    Passarono i giorni e passarono i mesi. I suoi capelli erano ormai diventati tutti bianchi. Alle sue spalle gli abitanti del villaggio mormoravano: «Che strano che una ragazza così giovane abbia tutti i capelli bianchi!».
    Lei non diceva nulla; dalla porta di casa guardava gli altri passare e bisbigliava: «Sul monte c'è una...».
    Non osava finire la frase e si mordeva le labbra fino a farle sanguinare.

    Un vecchio ferito
    Un giorno vide passare un uomo molto anziano; camminava a fatica portando sulle spalle un otre pieno d'acqua. A un tratto quel vecchio inciampò, cadde per terra e l'otre si aprì e versò tutta l'acqua.
    L'uomo s'era ferito a una gamba e il sangue sgorgava copioso.
    Lei corse ad aiutarlo, fermò il sangue della ferita con un pezzo della sua camicia e aiutò il vecchio a rialzarsi. Quello si lamentava per il dolore e per il dispiacere d'aver perduto l'acqua. Allora Chang Fa Mei ebbe un moto di ribellione: «Che vile sono!», disse fra sé. «È a causa della mia paura che questi campi muoiono d'arsura e questi uomini hanno così tante tribolazioni. Adesso basta!».
    Non ne poteva proprio più e disse al vecchio «Nonno, c'è una sorgente sul monte. Se voi strappate via una rapa, la fate a pezzi e allargate il foro dov'era piantata ci sarà acqua in abbondanza per tutti. È vero! L'ho visto con i miei occhi!».
    A quel punto non ebbe più paura, corse per le case del villaggio gridando: «Correte! Correte! C'è una sorgente sul monte!».
    Subito raccontò a tutti cosa le era accaduto quel giorno ormai lontano, senza però dire nulla delle minacce del padrone della montagna. Gli abitanti del villaggio la conoscevano bene e le credettero subito. Presero zappe e picconi e corsero tutti dietro a Chang Fa Mei su per il monte. Arrivati a mezza costa strapparono via dal terreno quella grossa rapa e la fecero in mille pezzi. Subito l'acqua cominciò a sgorgare fresca e limpida. Ma la sorgente era troppo piccola e così si misero tutti a togliere terra per allargarla. Quando fu grande come una tinozza, l'acqua scorreva abbondante come un ruscello; tutti ridevano contenti e si abbracciavano per la gioia.

    «Ti avevo avvertita!»
    Proprio in quel momento un violento colpo di vento ghermì Chang Fa Mei e la portò all'ingresso della caverna. Gli altri non fecero caso alla sparizione della fanciulla. Uno chiese distratto: «Dov'è Chang Fa Mei?».
    «Sarà andata a casa a dare la buona notizia a sua madre», rispose un altro.
    Non ci pensarono più, e allegri e contenti tornarono al villaggio.
    Chang Fa Mei, invece, era alle prese con il padrone della montagna. «Ti avevo avvertita di non dire nulla ad anima viva!», urlava il maligno mostro peloso. «Ma tu hai portato qui tutta quella gente, hanno fatto a pezzi la rapa e allargato il foro. Io ti ucciderò per quello che hai fatto!».
    Chang Fa Mei rispose calma e tranquilla: «Ora sono pronta anche a morire».
    «Ma non ti lascerò morire semplicemente» disse il mostro digrignando i denti. «Dovrai stare distesa davanti alla sorgente e l'acqua del ruscello ti passerà addosso. Questa sarà la tua punizione».
    «Accetto», rispose Chang Fa Mei, sempre con voce serena, «ma prima lascia che vada a casa e cerchi qualcuno che si prenda cura di mia madre».
    «Va bene, puoi andare», disse il mostro. «Ma se non tornerai io tapperò di nuovo il buco e farò morire tutti gli abitanti del villaggio. Quando tornerai, va' tu stessa sulla costa del monte e stenditi sotto il torrente. Non mi disturbare più».
    Chang Fa Mei annuì. Un colpo di vento la fece rotolare giù, lontano dalla caverna. Quando la fanciulla vide il torrente scendere dal monte e bagnare con la sua acqua i campi, sorrise di gioia e si avviò verso casa.
    Quando arrivò non ebbe il coraggio di dire la verità alla madre. Disse solo: «Mamma, adesso l'acqua viene giù in abbondanza dal monte. Non dobbiamo più preoccuparci». Poi aggiunse: «Alcune ragazze del villaggio vicino mi hanno invitata ad andare da loro per qualche giorno. Ho chiesto alla vicina di badare a te».
    «Va' pure, va' pure e divertiti», disse sua madre con un sorriso. «La vicina è una buona donna, vedrai che si prenderà cura di me».
    Chang Fa Mei strinse le mani della madre, la baciò sulle guance mentre calde lacrime le scendevano copiose dagli occhi. Andò anche nel recinto degli animali, accarezzò i più piccolini, poi, senza rientrare in casa, gridò a sua madre: «Mamma, vado via!». E senza aspettare risposta si avviò verso la sorgente sulla montagna.

    Un vecchio vestito di verde
    A mezza strada c'era un albero altissimo, dal tronco enorme fitto di rami e di foglie. Chang Fa Mei si fermò un attimo, toccò il tronco e mormorò: «Amico albero, d'ora in poi non potrò più riposarmi alla tua ombra».
    Da dietro il tronco rugoso sbucò un vecchio vestito di verde, con capelli e barba verdi. La guardò con occhi pieni di comprensione e disse: «So tutto quello che ti è capitato e anche la tua grande generosità. Ho trovato un sistema per salvarti la vita. Ho scolpito una statua di pietra che è l'esatta tua immagine. Guarda».
    Chang Fa Mei andò dietro l'albero e vide una statua con le sue stesse sembianze, ma senza capelli.
    «Metterò la statua sotto l'acqua al tuo posto, però devo chiederti un sacrificio: taglia i tuoi lunghi capelli e dammeli, li metterò sulla testa della statua in modo che il padrone della montagna non abbia sospetti».
    Così fecero.
    L'arzillo vecchietto si caricò sulle spalle la statua e la collocò proprio sotto la cascata d'acqua. In quel momento, un forte colpo di vento scosse i rami e le foglie dell'albero e una voce disse: «Chang Fa Mei, siamo riusciti ad ingannare il padrone della montagna! Puoi andare a casa adesso».
    La ragazza si sentì invadere dalla gioia diede uno sguardo al torrente d'acqua che scendeva dal monte, ai campi e agli orti già irrigati e alla gente del villaggio felice e contenta e si avviò verso casa.

    Indicazioni didattiche

    L'esperienza nascosta nel racconto
    Chang Fa Mei si trova di fronte alla scelta più difficile e più drammatica di un essere umano: la propria vita o quella degli abitanti del suo villaggio. La ragazza è perfettamente consapevole dí quello che le viene chiesto, ma nello stesso tempo sente la responsabilità enorme a cui è stata improvvisamente chiamata. La compassione verso la sofferenza, che solo lei può far finire, risveglia tutto il suo coraggio.
    La sua estrema generosità viene in qualche modo premiata, ma il lieto fine della sua avventura non diminuisce l'eroicità del suo gesto.

    Per il dialogo
    Con qualche domanda, il catechista può allargare il senso della storia.
    • Ha fatto bene Chang Fa Mei a scegliere di rivelare l'esistenza della sorgente? Perché?
    • Perché i suoi capelli erano diventati bianchi?
    • Conoscete la storia di qualcuno che ha veramente donato la vita per salvare qualcun altro?
    • Che cosa pensate sinceramente di un gesto così?
    • Che cosa pensate delle parole di san Giovanni: «Gesù ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli»?
    • È proprio necessario morire per «dare la vita per i fratelli»? Conoscete qualcuno che dona la vita per gli altri, anche se non «muore»?

    Per l'attività
    Si può fare un collage con le immagini di personaggi (conosciuti come Kolbe o tratti dai giornali) che hanno dato la vita per altri, collocati sotto la figura di un crocifisso, e la scritta: «Anche tu puoi donare la vita per i fratelli se...» con uno spazio bianco in cui ciascuno può scrivere la sua proposta.
    Se le circostanze lo permettono, il gruppo può celebrare insieme la «Via Crucis».

    Anche la Bibbia racconta...
    Con l'aiuto di un buon commento, il catechista può raccontare ai ragazzi la Passione di Gesù.


    La croce è la salvezza

    «L'amore è la legge che regola la crescita delle persone verso la maturità. Bambini e ragazzi vivono veri momenti di prova, quando nei loro ambienti manca l'amore, e l'aggressività, la violenza o l'infedeltà viziano i rapporti tra le persone. Non è educativo nascondere ai fanciulli ogni difficoltà nel loro cammino. Né serve metterli alla prova. Piuttosto, quando la prova viene, i genitori non parlano di destino, non li sospingono alla ribellione ma li aiutano a trovare la via stretta, che è la via del sacrificio. Sulla strada della croce ci precede il Signore. I fanciulli possono imparare presto che l'amore vero richiede sacrificio ma porta anche la gioia.
    La memoria del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù è fondamentale nella vita delle famiglie e delle comunità dei cristiani. Per il Battesimo i fanciulli sono già uniti a Cristo crocifisso, morti con lui al peccato; con Cristo risorto sono partecipi della risurrezione, figli di Dio, tempio del suo Santo Spirito. La Pasqua di Gesù e la celebrazione dell'Eucaristia sono momento culminante del cammino dei fanciulli al seguito di Gesù.
    Tutto il catechismo orienta la crescita della fede dei fanciulli e delle comunità verso questa mèta precisa: la Pasqua di risurrezione del Signore. Nella meditazione degli avvenimenti pasquali, anche i fanciulli possono vedere la strada che conduce alla salvezza.
    Il catechismo ci invita a rivivere gli ultimi avvenimenti della vita terrena di Gesù, fino alla risurrezione e all'ascensione al cielo.
    Possiamo farlo ponendoci in ascolto del Vangelo, come la Chiesa ha sempre fatto. Possiamo anche ripercorrere insieme la via della croce del Signore, attraverso la celebrazione della Via crucis, che ha origini antiche nella pietà popolare (Venite con me, p. 94).
    Si possono avvicinare i bambini a questo periodo della storia di Gesù anche attraverso una narrazione come quella che segue, in cui gli avvenimenti della Pasqua sono filtrati attraverso gli occhi e il coinvolgimento di un ragazzo di Gerusalemme.

    DAN, UN RAGAZZO DI GERUSALEMME

    Le strade di Gerusalemme erano percorse da una strana eccitazione. Gruppetti di persone si muovevano in fretta. vociando e urtandosi. L'aria molle e tiepida della primavera faceva piacevolmente fremere tuniche e mantelli. Solo ad Oriente si accumulava un ammasso di nubi. I mercanti decantavano le loro merci, le donne si affannavano attorno alle bancarelle per gli ultimi acquisti: la solenne festa di Pasqua stava per incominciare.
    Ma non era solo la festa a provocare scompiglio ed eccitazione tra la folla. C'era un altro avvenimento. Per quel pomeriggio era annunciato uno spettacolo che suscitava la morbosa curiosità di grandi e piccoli: una esecuzione capitale.

    Un uomo torturato
    Il fabbro martellava la punta di un vomere con gesti larghi e misurati, ma possenti. Ad ogni colpo, dall'incudine sprizzava una girandola di scintille.
    «Zio, zio!».
    Una voce di ragazzo lo interruppe. Un dodicenne, dal volto vivace e intelligente, arrivò di corsa.
    «Ah, sei tu, Dan!», disse il fabbro.
    «Papà mi ha mandato a prendere i chiodi per i Romani», ansimò il ragazzo.
    Il fabbro prese dei grossi chiodi nuovi che aveva messo in un largo recipiente di terracotta pieno di sabbia. «Tre uomini?», chiese.
    «Papà ha detto per tre uomini».
    Il fabbro contò i chiodi con le sue dita larghe e grosse e li mise nelle mani del ragazzo. Le dita sottili di Dan si piegarono sotto il peso dei grossi chiodi.
    «Verrà papà a pagare», disse il ragazzo.
    «Va bene...», brontolò il fabbro e riprese a martellare quasi con rabbia. Sembrava accigliato. Scosse la testa e sputò per terra. Non gli piacevano i Romani e neppure le crocifissioni.
    Il ragazzo camminava più in fretta che poteva, facendosi largo in mezzo alla folla che si accalcava nella viuzza tortuosa cercando i posti migliori per godersi lo spettacolo dei condannati.
    «Eccoli! Arrivano». Molti allungarono il collo o si misero in punta di piedi. Il piccolo corteo era aperto dal centurione romano e da due legionari e seguito da un codazzo di monelli saltellanti, di uomini che gridavano e donne che piangevano. Altri due legionari spingevano a colpi di frusta i condannati curvi sotto il peso del patibulum, il braccio orizzontale della croce.
    Il padre di Dan, era stato ingaggiato a forza dal centurione romano per fare da aiutante dei soldati. Era un carpentiere e aveva dovuto portare i suoi attrezzi, poi aveva mandato il figlio a prendere i chiodi dal fratello fabbro.
    I Romani avevano scelto il percorso più lungo per arrivare al Golgota, il luogo dell'esecuzione. Volevano attraversare i vicoli più frequentati della città perché la vista della sorte toccata ai condannati fosse un minaccioso monito per tutti. Quello era il destino riservato ai ribelli.
    Dan riuscì ad avvicinarsi al padre e gli fece vedere i chiodi.
    In quel momento vide bene i condannati. Si fermò impietrito, con gli occhi pieni di orrore a fissare il più giovane dei tre. Era il più malconcio. Era stato torturato senza pietà, una calotta di rami spinosi gli aveva coperto il volto di sangue e quasi non riusciva più a camminare. Il centurione aveva costretto un certo Simone a portare il patibulum al suo posto. Era il padre di Alessandro e Rufo, due ragazzi che Dan conosceva bene.
    «Non può essere lui! Non è possibile!», Dan gridò, ma nessuno se ne accorse. I suoi occhi si riempirono di lacrime. «Lui no! Papà!».
    La mano di suo padre si posò sulla spalla del ragazzo, che ora era scossa dai singhiozzi.
    «Non posso farne a meno, figliolo, lo sai».
    «Ma, papà, è lui, il rabbi di Galilea. È Gesù... Quello che ha moltiplicato i miei pesci e i pani per dare da mangiare a tanta gente».

    Un giorno in Galilea
    Quella giornata in Galilea, un anno prima, era la più vivida nella memoria di Dan. Aveva seguito la folla che andava ad ascoltare il rabbi di cui tutti parlavano. La mamma gli aveva anche preparato il pranzo in un piccolo tascapane, perché conosceva bene il suo gagliardo appetito. Erano cinque pagnotte d'orzo e due pesci avvolti in un tovagliolo di tela.
    La collina formicolava di gente. Quando sentì i morsi dell'appetito. Dan si accorse che nessun altro si era portato da mangiare. Probabilmente anche il rabbi era stanco e aveva fame. Così si era avvicinato a lui e un po' impacciato l'aveva invitato a condividere i pani e i pesci. Aveva sussurrato delle parole garbate, proprio come gli aveva insegnato sua madre. Il rabbi lo aveva avvolto nel suo sorriso e lo aveva guardato con quegli occhi profondi che Dan non avrebbe mai più dimenticato.
    Poi, tutto era successo in un attimo. Gesù aveva invitato tutti quanti a sedersi per terra e aveva preso in mano i pani e i pesci.
    «Addio pranzo!», aveva pensato Dan.
    Ma i suoi pani e i suoi pesci erano diventati dieci, cento, mille, diecimila. E gli amici di Gesù li avevano distribuiti a tutti. Là, sulla collina di Galilea, migliaia di persone mangiavano con gusto i suoi pani e i suoi pesci. Tutti improvvisamente commensali di un miracolo. E lui aveva riavuto tutto il suo pranzo e lo sbocconcellava, orgoglioso come se il miracolo fosse anche un po' merito suo, seduto accanto al rabbi e ai suoi amici.
    Non avrebbe mai più dimenticato quella giornata. E quell'uomo.

    Il chiodo
    Ma ora era tutto diverso. E il rabbi di Galilea era solo un grido di dolore inchiodato alla croce. I soldati giocavano a dadi, indifferenti a tutto. Soltanto il centurione teneva d'occhio la gente e i condannati. C'erano dei Farisei e dei pezzi grossi del Tempio che gridavano soddisfatti e deridevano Gesù.
    «Vieni via. Torniamo a casa!». La mano forte di suo padre lo prese per mano e lo obbligò a voltarsi. Scesero dal monticello dei condannati, mentre, di colpo, il cielo si riempiva di nubi nere come la pece. Un momento di terrore superstizioso serpeggiò tra la gente.
    Il rabbi sulla croce gridò qualcosa. Dan si tappò gli orecchi con le mani.
    Tornò a casa e raccontò tutto a sua madre, stupita dal suo volto rigato di lacrime.
    «Adesso mangia e non pensarci più!», gli disse la madre, mentre gli passava le mani nei capelli ricciuti.
    Ma Dan non riusciva a pensare a nient'altro. Così, qualche ora dopo, tornò sul luogo del supplizio.
    Era buio come fosse già notte e turbinava un vento gelido. C'erano poche persone. Gesù era già stato staccato dalla croce. Lo avevano consegnato alla madre e ai suoi amici. Sotto la croce c'era ancora il centurione che vigilava perché tutto avvenisse a norma di legge.
    Dan si fece coraggio e si avvicinò.
    «Signore, posso avere uno dei chiodi dell'uomo crocifisso in mezzo?».
    «Di quello che chiamavano Re dei Giudei?».
    «Sì».
    «E che te ne fai? Lascia perdere», rispose brusco il Romano.
    «Per favore», implorò Dan. Aveva di nuovo gli occhi pieni di lacrime.
    «Bah... Ebrei!», borbottò il centurione e gettò uno dei chiodi ai piedi del ragazzo.
    Dan prese il chiodo e corse via.
    A casa avvolse il chiodo in un panno e lo mise sotto il cuscino. Sul ferro erano rimaste le macchie scure del sangue del rabbi.
    Da quel momento il chiodo del supplizio divenne il suo oggetto più caro.

    Il tesoro
    Qualche tempo dopo, una sera, suo padre tornò a casa e posò gli attrezzi di lavoro in un angolo. Poi, all'improvviso, disse: «Il centurione è spacciato. Ha preso le febbri che uccidono. Domani dovrò preparare tutto per la cerimonia funebre».
    Dan fu scosso da una improvvisa decisione. Corse a prendere il suo piccolo tesoro e corse fuori. Arrivò ansimante alla caserma dei soldati romani.
    Lo conoscevano tutti, per via di suo padre, e lo lasciarono passare. Dopo un po' si affacciò alla stanza del centurione. Il Romano giaceva sotto un mucchio di coperte, il suo volto era ingiallito e tremante. La febbre lo stava divorando.
    Dan si avvicinò e gli mise il chiodo davanti agli occhi. «Lo ricordi, signore?».
    Gli occhi appannati del moribondo annuirono. «Prendilo!».
    La mano del centurione si strinse intorno al chiodo. Le sue labbra screpolate mormorarono: «Grazie». Come un soffio d'aria fresca passò sul volto devastato del Romano, i suoi lineamenti si distesero, il respiro rantolante si fece tranquillo e regolare.
    Dan disse semplicemente: «Lo sapevo».
    E silenziosamente tornò a casa.

    Indicazioni didattiche

    L'esperienza nascosta nel racconto
    Dan, il ragazzo di Gerusalemme, è coinvolto nella storia di Gesù. Non è solo testimone, in un certo senso «partecipa». È quello che succede ai bambini del Catechismo.
    Non devono semplicemente «ascoltare» la storia di Gesù: sono chiamati a partecipare e a rivivere quegli avvenimenti perché hanno un significato importante per la loro vita.
    Nel nostro racconto, Dan cerca di capire chi è veramente Gesù. Si intuisce che questa è la grande domanda che darà un significato alla sua vita. La strada della fede è lunga.

    Per il dialogo
    Attraverso il dialogo, il catechista aiuta i ragazzi a immedesimarsi con il piccolo testimone della Passione di Gesù: i resoconti degli Evangelisti sono affascinanti e ricchi di particolari. Seguendo le loro descrizioni si può davvero diventare spettatori degli avvenimenti decisivi della vita di Gesù. Non spettatori disinteressati, ma profondamente coinvolti. Anche la nostra vita è decisa da quegli avvenimenti.
    • La figura di Dan è inventata. Quali sono stati, secondo i Vangeli, i testimoni della Passione di Gesù? Com'è avvenuta veramente?
    • Perché la Passione di Gesù è importante? Che cosa significa?
    • Il chiodo della croce di Gesù salva la vita del centurione romano. Perché, secondo voi?
    • Come fanno i cristiani a ricordare la Passione di Gesù? Quali oggetti, riti, cerimonie conoscete? Perché nelle case cristiane si appende il crocifisso?

    Per l'attività
    La Via crucis è un modo inventato dalla pietà popolare per sentirsi partecipi degli avvenimenti della Passione di Gesù. Il gruppo può partecipare a quella della Parrocchia o inventarne una particolare.
    Al termine ai partecipanti può essere consegnato un chiodo di foggia antica o un piccolo crocifisso.

    Anche la Bibbia racconta...
    Nel Vangelo di Marco (14,51-52) si parla di un misterioso giovanetto, anche lui testimone della Passione di Gesù.


    Convertirsi è ritornare

    «La più grossa colpa dell'uomo non sono i peccati che ha commesso. La tentazione è potente e l'uomo debole. La più grossa colpa dell'uomo è che, se vuole, in un attimo può convertirsi e non lo fa» (Martin Buber).
    «La conversione dal peccato e la domanda di perdono sono atteggiamenti costanti nella vita dei cristiani. Ma l'educazione dei fanciulli a questi atteggiamenti non è cosa facile. È favorita quando nell'ambiente educativo vengono poste le basi per una crescita umana e cristiana armonica. Anche per i fanciulli esiste in qualche modo la possibilità di rifiutare l'amore del Padre, di Gesù, dei fratelli.
    È importante educare i piccoli all'amore e al timore di Dio, al rinnovato proposito di fedeltà, agli atteggiamenti di fiducia, perché legge e giudizio non facciano paura e non nascano sentimenti di scoraggiamento o ansietà.
    Criteri di opportuna gradualità consigliano di educare i fanciulli alla penitenza cristiana con sapiente rispetto per i sentimenti e per i modi di esprimersi, propri della loro età.
    Con una educazione serena e rispettosa della legge di Dio sarà evitato anche nei fanciulli il pericolo del conformismo, dell'opportunismo e del rifiuto di ogni norma.
    Tocca agli educatori guidare responsabilmente ciascun fanciullo nelle esperienze della penitenza, sapendo individuare quei momenti opportuni nella giornata per esprimere il pentimento e per ricevere in dono la pace del Signore: un impegno portato a termine con sacrificio, l'aiuto generoso, la preghiera, il perdono tra di noi...» (Io sono con voi, p. 158).
    «Particolare importanza assume nella catechesi sulla Riconciliazione la dimensione ecclesiale. Nessuno è solo quando si pente e quando domanda il perdono del Signore. Tutta la Chiesa invoca il perdono di Dio Padre di ciascun cristiano e per tutta l'umanità» (Venite con me, p. 160).
    Si può iniziare un dialogo con i ragazzi su questo importante segmento dell'educazione cristiana e della catechesi anche a partire da una favola come quella che presentiamo.

    IL PINGUINO COLORATO

    Quando mise fuori la testa dall'uovo, fu accolto dalla felicità di tutti. La comunità dei pinguini dell'Isola Azzurra si strinse intorno a Priscilla e Dagoberto, i suoi genitori, che avevano gli occhi luccicanti e non stavano più nel frac per l'orgoglio. Perché Filippo era davvero un bel neonato di pinguino. Aprì il becco ed emise un robusto vagito. Tutti i pinguini presenti applaudirono.
    «È un ottimo segno!», disse lo zio Fortebecco. «È impaziente di affrontare la vita».
    Filippo, in effetti, partì alla carica della vita con una gran dose di energia. Appena le sue zampette furono abbastanza robuste, si allontanò dallo sguardo premuroso dei genitori per infilarsi fra i più discoli dei piccoli pinguini della comunità. Erano tutti più anziani di lui, ma nessuno lo batteva in coraggio e temerarietà.
    Fu Filippo il primo piccolo di pinguino che osò scivolare dalla punta del grande iceberg fino al mare, anche se poi non poté sedersi per due settimane a causa del bruciore sotto la coda.
    Fu sempre Filippo, il coraggioso piccolo pinguino, che portò via la colazione all'enorme e spaventoso tricheco Baffodiferro.
    Nella banda dei «pinguini irsuti», chiamati così perché si rifiutavano sistematicamente di lasciarsi pettinare le piume del capo dalle loro mamme, Filippo divenne l'incontrastato boss.
    «Perché sei sempre così agitato, Filippo mio?», gli chiedeva la mamma, un po' in ansia per quel figlio che cresceva così scapestrato.
    Con gli amici, Dagoberto era sinceramente preoccupato: «Quel monello ha bisogno di una bella strigliata!».
    Così spesso, alla sera, Dagoberto, Priscilla e Filippo rappresentavano, senza volerlo, la versione pinguinesca del Processo di Norimberga.
    «È tutta colpa tua!».
    «No, tua!».
    «È colpa di Filippo!».
    La mamma piangeva, papà sbatteva la porta e Filippo gridava: «Non ne posso più!».

    I colori della vita
    Un giorno il pinguino Filippo se ne stava sdraiato su una roccia a picco sul mare ed osservava annoiato il formicolio dei pinguini della comunità. Sembravano tutti felici; lui, invece si sentiva pieno di amarezza.
    «Che barba! Un posto tutto bianco, grigio e nero. Dove nessuno si fa i fatti suoi... Deve pur esserci un paese colorato. Pieno di gente colorata. Potrei diventare anch'io pieno di colori... Non ne posso più di questa camicia bianca e di questo ridicolo frac!».
    E, impulsivo com'era, si lasciò scivolare giù dalla roccia, si tuffò tra le onde e nuotò via dall'Isola Azzurra. Approdò alla Terraferma. Gli avevano sempre raccomandato di evitare il litorale. I pinguini si tenevano prudentemente alla larga dagli anfratti in ombra degli scogli, dove le onde si infrangevano con violenza rabbiosa, e foche, piccoli cetacei e altri predatori si acquattavano per far strage degli imprudenti.
    «Adesso sono libero e faccio come mi pare», si disse Filippo.
    Si arrampicò a fatica e si incamminò sulla spiaggia. Un forte sbattere di ali alle sue spalle lo mise in guardia. Un giovane cormorano aveva deciso di attaccarlo. Ma Filippo era robusto e dotato di un becco forte e tagliente. Lottarono per un po', facendo volare piume da tutte le parti.
    Filippo ci mise tutta la sua rabbia. Il cormorano cominciò a perdere sangue da una ferita alla gola e si spaventò. Si ritirò dal combattimento e volò via lamentandosi e imprecando.
    «Aah!», fece Filippo, gonfiando il petto con soddisfazione. Alcune gocce di sangue del cormorano erano finite sulle sue piume bianche. Il pinguino guardò le macchie rosse e disse: «Bene! Comincio ad essere colorato».
    Ondeggiando, ma più che mai risoluto a continuare la sua esplorazione, Filippo si inoltrò fra le rocce.
    «Ehi, amico!». Una voce alle sue spalle lo fece voltare di scatto. Era pronto di nuovo a combattere, ma di fronte si trovò solo un gabbiano giovane e inoffensivo.
    «Ti ho visto sistemare il cormorano», disse il gabbiano. «Sei un duro, tu».
    «Certo», rispose Filippo.
    «Ti invito a pranzo», insinuò furbescamente il gabbiano.
    «Che cosa vuoi dire?».
    «Andiamo a rubare le uova dai nidi delle rondini di mare, che ne dici? In due non oseranno farci niente».
    Fecero una scorpacciata di uova. Le povere rondini di mare tentarono invano di difendere i loro nidi. I due briganti mulinavano ali e becchi. Alla fine, Filippo si guardò il petto: era tutto macchiato dal giallo e arancione dei tuorli d'uovo.
    «Altri colori!», si disse. «Questa è vita».
    Dietro di lui, si sentiva solo il disperato pigolare delle rondini di mare, che piangevano i nidi e le uova distrutti.

    Il grande salto
    Si installò in una grotta di ghiaccio azzurra, e ne fece il suo covo. Un gruppetto di gabbiani e perfino un'otaria con un occhio solo lo riconobbero come capo banda. Le scorribande del gruppetto furono ben presto temute da tutti. Filippo veniva chiamato semplicemente «Il pinguino colorato». Infatti la sua elegante livrea bianca e nera era sparita sotto i segni delle imprese che aveva affrontato. Oltre al rosso del sangue e al giallo delle uova rubate, c'erano tracce verdi, azzurre e anche ciuffi di pelo argentato, che gli erano rimasti attaccati dopo una epica lotta contro un Husky randagio. Ma che serviva essere diventato davvero il primo pinguino a colori, se non poteva farsi ammirare dai suoi vecchi amici e dalla sua famiglia? Il pensiero dell'Isola Azzurra prese a tormentarlo. Anche se non lo voleva ammettere, sentiva un bel po' di nostalgia dell'allegra comunità dei pinguini.
    «Avere una vita colorata non è proprio come me la immaginavo», si diceva sempre più spesso. Quella esistenza di fughe, attacchi, lotte e brigantaggio non gli piaceva più tanto.
    Un mattino riprese la via del mare e tornò a casa.
    I primi pinguini dell'Isola Azzurra che incontrò erano dei piccoli che giocavano sulle lastre di ghiaccio galleggianti. Appena lo videro si misero a strillare e scapparono gridando: «Un mostro! Un mostro!».
    Gli adulti fecero largo al suo passaggio, ma non per fargli onore. Lo guardavano tutti con una sorta di ribrezzo.
    «Ma perché? Idioti, sono io, non mi riconoscete?», brontolava Filippo.
    «Filippo, figliuolo, lo sapevo che saresti tornato». La mamma naturalmente lo riconobbe, ma non osò abbracciarlo. «In che stato sei...».
    «Bentornato, Filippo», gli disse anche il papà. Ma non lo toccò. Le comari tutt'intorno borbottavano: «Che disgrazia! Poveri genitori...».
    Per la prima volta nella sua vita, a Filippo venne voglia di piangere. Improvvisamente comprese che i suoi colori continuavano a tenerlo lontano; lo rendevano straniero alla comunità dell'Isola Azzurra. Mentre lui, solo adesso, si accorgeva che soltanto lì poteva essere veramente felice. Ma come si fa a tornare indietro?
    «Papà», chiese. «Vorrei cancellare questi colori e ricominciare, se è possibile».
    Dagoberto esitò, poi guardò Filippo negli occhi e disse: «C'è un mezzo solo: devi tuffarti dalla Grande Cascata. Laggiù l'acqua è così violenta e rapida che nessun colore può resisterle. Ma è tremendamente rischioso. Ci vorrà tutto il tuo coraggio. Te la senti di farlo?».
    «Sì, papà».
    La voce si sparse in un attimo. Nel giro di pochi minuti c'erano tutti, grandi e piccoli, intorno alla grande cascata. Non riuscirono a trattenere un «Oh!» sincero quando in alto, dove il fiume precipitava in mare con un frastornante boato, apparve Filippo. Sembrava così piccolo lassù. Rimase un attimo fermo a concentrarsi, poi spiccò il salto. Un salto stupendo, come se improvvisamente gli fossero spuntate le ali. La corrente lo ghermì come un fuscello e lo scagliò violentemente nel mare ribollente e schiumante. Il pinguino sparì nel vortice. Tutti trattennero il fiato.
    Poi ad un tratto Filippo riemerse. La forza stessa dell'acqua lo proiettò in alto e tutti videro che le sue piume erano ridiventate immacolate e che i colori erano scomparsi.
    Allora esplosero in un festoso «Urrà!», che coprì perfino il tuonare della cascata.

    Indicazioni didattiche

    L'esperienza nascosta nel racconto
    Il pinguino Filippo è annoiato dalla vita di tutti i giorni che è soltanto «bianca, grigia e nera». Sono molti i ragazzi di oggi che considerano noioso ciò che è normale.
    La cultura in cui sono immersi è sempre alla ricerca di eccitanti per i sensi, per la mente, per lo spirito.
    Questa ricerca travolge limiti e regole. Filippo cerca i colori, li trova diventando ingiusto, ladro, cattivo.
    Soltanto quando è davvero diventato colorato si accorge del prezzo da pagare: l'insoddisfazione personale e soprattutto l'allontanamento dalla sua famiglia e dalla sua comunità.
    È il prezzo del male, del peccato: essere tagliati fuori, perdere l'identità.
    Ma nella comunità dell'Isola Azzurra c'è il modo di cancellare tutto, di ricominciare. È quello che succede nella Chiesa: Dio ci dà la possibilità di cancellare tutti i colori sbagliati.
    Bisogna solo avere il coraggio di buttarsi nella Grande Cascata dell'Amore infinito di Dio che è il Sacramento della Riconciliazione.

    Per il dialogo
    Il catechista deve aiutare i ragazzi a percepire il significato simbolico della storia del pinguino Filippo e a riflettere contemporaneamente sulla realtà che anche loro stanno vivendo. Lo può fare con alcune domande:
    • Perchè il pinguino Filippo decide di partire dalla sua isola?
    • Vi è mai venuta la voglia di «mollare tutto»? Quando? Perché?
    • Secondo voi, che cosa sono i colori che Filippo cerca?
    • Di che tipo sono i colori che Filippo trova? Vi ricordano qualcosa?
    • Ci sono certe cose che i ragazzi di oggi desiderano ma che, secondo voi, sono un male? Ne sapete ricordare qualcuna?
    • Perché Filippo non viene riconosciuto e accettato nella sua comunità?
    • Nella nostra comunità parrocchiale c'è qualche modo particolare per riconoscere di aver sbagliato e per riaccettare quelli che riconoscono di aver commesso il male?

    Per l'attività
    I ragazzi possono fare l'esame di coscienza con un cartellone sul quale si trovano i «colori sbagliati» (il rosso dell'ira, il giallo dell'invidia, il viola delle parolacce, il rosa della pigrizia, ecc.).

    Anche la Bibbia racconta...
    L'evangelista Giovanni (13,21-30) racconta il tradimento di Giuda e lo conclude con queste parole: «Egli subito uscì. Ed era notte». Il peccato è uscire dalla luce della comunità degli amici di Gesù ed entrare nella notte.

    (FONTE: Storie bellebuone, Elledici 1995 - pp.199-230)


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