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    Giovani cercatori di Dio /7

    Nuovi linguaggi, nuova antropologia: l’urgenza di una nuova pedagogia dell’ascolto

    Francesca Moratti

    (NPG 2009-02-65)


    «Agghindati da capo a piedi con vestiti usati, un cellulare in mano e l’Europa in testa, i nostri figli aspettano, a migliaia, intorno ad una teiera o a un bicchiere di birra».
    (Minata Dramane Traoré)

    La scrittrice maliana dipinge con tinte chiare e nette la nuova generazione africana che si è affacciata al terzo millennio carica di speranza ma che rischia, forse più di altre, di cadere rovinosamente di fronte alle troppe illusioni proposte dalla civiltà occidentale della scienza, della tecnologia e della comunicazione.
    Ma lo stesso vale per i giovani di ogni parte del mondo. Li si illude di poter arrivare ovunque e ad ogni cosa, stimolandone un’apertura d’orizzonti che non ha eguali nella storia umana, senza però attrezzarli con strumenti per mantenere aperti tali orizzonti quando il vento non soffia nella direzione giusta o con l’intensità dovuta. Giovani in grado di tenere rapporti con qualcuno dall’altro lato del globo ma che non si accorgono, o non vogliono accorgersi, del dolore della porta affianco; una generazione che talvolta non sa o non vuole ascoltare nemmeno se stessa perché disabituata a qualcuno che la stia ad ascoltare; dunque una generazione fragile, poco strutturata e non atta a sopportare le frustrazioni che sono parte integrante della vita di ciascuno.
    Ma se almeno i ragazzi africani (e di molte altre culture non-occidentali) traggono sostegno dal solido ricordo della loro infanzia, vissuta prima in una sorta di simbiosi con la propria madre e poi nel rapporto profondo con la comunità d’origine, che ne è dei ragazzi occidentali che sperimentano, se lo sperimentano, un vero legame d’attaccamento solo con i genitori e che spesso trascorrono meno tempo con loro che non con giochi elettronici, TV, cellulare e internet?
    Per loro diventa quasi naturale scivolare dal mondo reale al mondo virtuale della nuova tecnologia digitale, finendo per preferire quest’ultimo e le sue mille identità da poter costruire a piacimento.

    Il fascino della tecnologia

    Personalmente sono affascinata dalla tecnologia, dalle scoperte scientifiche, dalla possibilità di comunicare sempre più facilmente, rapidamente e in modo economico con tutti, ma se l’euforia della tecnologia fa perdere di vista l’uomo, dal quale e per il quale è stata creata, si commette un errore di prospettiva confondendo i mezzi con i fini, come chi sacrifica la vita per lavorare, accumulare, apparire e, di fatto, disimpara a vivere perdendo il gusto delle relazioni autentiche che si costruiscono con il tempo e l’umiltà dell’ascolto.
    La civiltà occidentale viene spesso identificata con la società della comunicazione, ma di quale comunicazione parliamo? Credo si tratti piuttosto di informazione, ossia di una trasmissione (meglio ancora: immissione) di dati che nulla ha a che vedere con la comunicazione intesa come messa in comune del proprio essere attraverso il dialogo o il semplice stare insieme. Qui sta il paradosso: l’attuale società della comunicazione non comunica perché non sa parlare e tanto meno ascoltare; fa solo molto rumore perché abilissima a sputare sentenze, giudizi e consigli per l’acquisto. E questo rumore è dilagante e si espande ben oltre i confini dell’occidentalità, seducendo soprattutto i giovani e creando situazioni doppiamente paradossali.
    Nella prefazione a L’Africa in soccorso dell’Occidente l’attrice burkinabé Odile Sankara, parlando del potere dei mezzi di comunicazione, lo spiega chiaramente:

    «Anche la destrutturazione del tessuto sociale e dei punti di riferimento culturali suscita la tentazione dell’emigrazione. Attraverso la televisione e le videocassette l’Occidente proietta un’immagine vantaggiosa per sé e frustrante per le società impoverite che la ricevono. […] L’Africa è alla ricerca di se stessa, perché dismette i propri valori a vantaggio di altri, virtuali, dettati dal modello occidentale che si impone con fragore. Il nuovo ordine mondiale guidato dal capitalismo è colpito da una malattia grave: l’autismo, che impedisce di usare semplicemente la parola, una parola che è veicolo di trasmissione dei valori e del dialogo sociale. Come si può essere in ascolto di un continente i cui valori provengono da una cultura che sfiora l’irrazionale e dove, d’altro canto, la macchina tende a sostituire l’uomo?».

    Questa è la contraddizione, doppia, che vivono i Paesi non-occidentali e il continente africano in particolare: alla contraddizione della comunicazione che non comunica, si assomma questa tensione verso due modelli relazionali contrastanti, quello tradizionale e quello tecnologico.
    Ma l’Africa può e sa resistere, se vuole, in quanto società plurima e dell’oralità, società dei miti, dei griots, della parola e dell’ascolto. È questo il grande contributo che può e potrà dare al mondo, soprattutto alle nuove generazioni, se viene e verrà ascoltata.
    Le scoperte scientifiche e gli ultimi ritrovati tecnologici esercitano generalmente grande fascino perché testimoniano la genialità dell’essere umano. Molti antropologi affermano che la prima tappa del processo di umanizzazione sia rappresentata dall’utilizzo del bastone per raggiungere oggetti troppo in alto rispetto alla lunghezza del braccio dei primati.
    Una seconda tappa importante è stata rappresentata dalla scoperta della ruota e così via fino ad arrivare all’orologio, alla penna per scrivere, all’automobile, al telefono mobile, a internet. La storia della tecnologia è la storia dei cambiamenti delle attività umane all’interno di uno stesso contesto. La tecnologia è frutto del suo tempo ma anche lo trasforma e ci trasforma. Natura e cultura, ambiente e biologia non sono mai nettamente distinguibili e l’essere umano, come insegnano le culture orientali, ne è il primo agente d’equilibrio, l’asse tra cielo e terra.

    Il rischio dell’evasione

    Cosa accade però se l’asse perde la sua verve originaria e da agente di equilibrio diventa causa primaria di squilibri esterni e interni a sé? Cosa succede se l’insicurezza verso il mondo reale spinge a rifugiarsi in un mondo virtuale, che è pur sempre più di un mondo immaginario, ma comunque manipolabile a piacimento? Succede che si sfila via dalla vita (per citare Baricco), una vita fatta di relazioni, di comunicazioni che mettono in discussione, che provocano, stimolano, accolgono e, per tutto questo, fanno crescere. Se questo è un rischio intrinseco alla società della tecnologia digitale, chi ne è potenzialmente più esposto sono le nuove generazioni.
    Prendiamo l’esempio del telefono cellulare, simbolo, forse ancora più di internet, della digital generation considerato il suo utilizzo molto più diffuso nonché trasversale a tutte le altre tecnologie digitali (un cellulare è di fatto un terminale attraverso cui ci si può connettere a internet, ascoltare musica, scattare fotografie, archiviare documenti, ecc). Si tratta sicuramente di una delle invenzioni più rivoluzionarie di fine secolo. Ha modificato la percezione della dimensione spazio-temporale, il concetto di presenza e di tempo reale, di reperibilità, di mobilità, di trasferimento di dati o di comunicazione di stati d’animo. Ma che uso ne fa l’uomo e, soprattutto, l’adolescente?
    Vittorino Andreoli, nel testo La vita digitale, individua almeno sei diverse tipologie di relazione con il telefonino: la relazione minimalista, ovvero di chi lo tiene in tasca facendone uso morigerato, in caso di emergenze; la relazione maniacale di chi ce l’ha sempre in mano compiendo contemporaneamente mille operazioni (si ricerca un numero in rubrica mentre si guarda un sito web, si scrive un sms e si gioca al solitario); la relazione strategica di chi ne ha magari due o tre per gestire contemporaneamente relazioni su piani diversi (il lavoro, la famiglia, ecc); la relazione sostitutiva di chi non ha in realtà altre relazioni se non quella con il suo cellulare; la relazione funzionale, come semplice strumento di lavoro; la relazione depressiva di chi lo tiene sempre spento, tanto non chiama nessuno e se chiama è per dei problemi.
    Analizzando il rapporto tra adolescenti e cellulare Andreoli si dichiara favorevole all’utilizzo di questo mezzo di comunicazione perché rappresenta «un terminale di relazione che serve a diminuire l’insicurezza dell’adolescente e la sua paura» (Andreoli, p.199).
    Nella prima fase dell’adolescenza, dove il ragazzo o la ragazza si staccano dal nucleo familiare per confrontarsi con il gruppo di pari, il telefonino aiuta a sentirsi parte del gruppo anche quando si è fisicamente lontani. Nella seconda adolescenza, quando si fa preponderante il rapporto di coppia (un legame che non è necessariamente legato ad un progetto ma che è funzionale a diminuire le proprie insicurezze e ad aumentare la propria autostima sperimentando che almeno qualcuno è interessato a noi), il telefonino aiuta a stare legati e a condividere gli stati d’animo in perenne mutamento.
    Al di là della telefonata, occorrerebbe dedicare un’attenzione particolare allo short message service, comunemente detto SMS: ancor più discreto della chiamata diretta, permette di essere letto in tempo reale o molto più tardi, può arrivare a dire cose che a voce non si riuscirebbe e permette all’interlocutore di prendersi tutto il tempo necessario per rispondere facendo in modo che la risposta sia la più aderente al proprio vissuto o la più diplomatica. L’SMS dovrebbe essere valorizzato anche da un punto di vista creativo e letterario come un nuovo genere affianco alla prosa e alla poesia: utilizza un linguaggio criptico e privo di frasi subordinate, per ovvie ragioni di spazio, e proprio per questo può essere equiparato ad una pennellata impressionista che esprime, nell’essenzialità, la vibrazione istantanea dell’animo.
    Tutto questo aiuta l’adolescente a dominare le emozioni e l’insicurezza. Altro discorso andrebbe fatto – avverte Andreoli – per la stessa modalità d’utilizzo da parte degli adulti eternamente bambini, così come per altre funzioni del telefono mobile quali la televisione e internet: non solo contribuiscono a far vivere il ragazzo in un mondo virtuale da spettatore anziché nella vita reale da protagonista, ma anche illudono e frustrano, dapprima facendo credere di avere ogni sapere a portata di mano e poi mostrando che il sapere è troppo vasto per essere contenuto in una sola testa. Inoltre svalutano il ruolo degli adulti preposti alla crescita e all’educazione di queste nuove generazioni e riducono al minimo lo sforzo di un esercizio mnemonico, di ragionamento e di rielaborazione, perché tutto appare già fatto. Detto in altri termini: il cellulare è utile alle funzioni affettive e dannoso alle funzioni razionali.
    Dunque se si vuole aiutare i ragazzi a crescere nel modo più armonico possibile, ossia in modo che queste due principali funzioni siano fra loro integrate, occorre considerare anche il tipo di utilizzo che il ragazzo fa del suo cellulare, senza bandirlo o demonizzarlo ma nemmeno esaltarlo scriteriatamente.

    La «lentezza» del tempo reale

    Al di là del rischio di scivolare nell’autismo del mondo virtuale o di delegare la macchina in qualsiasi sforzo mnemonico/razionale, c’è un terzo pericolo da tener presente: l’overdose di tempo reale. Poter svolgere molte attività contemporaneamente e rapidamente è sicuramente un vantaggio per l’uomo e le nuove tecnologie nascono proprio per semplificare la vita umana. Ma la smania di velocità e di reazioni immediate, fino al limite ultimo della risposta in tempo reale, può diventare una droga che non permette più di percepire la realtà nella sua naturale dimensione spazio-temporale e le relazioni nel rispetto della libertà dell’altro.
    Scrive Andreoli:

    «Tempo reale esprime una condizione di vita più che un’elaborazione psicologica sul tempo. La condizione per cui ogni dubbio, ogni domanda possibile debba e possa ricevere una risposta immediata. Senza essere rimandata a un futuro, a un tempo che forse non c’è e non ci sarà, dunque a un domani che è di morte. Ecco l’utilità del tempo reale. Non c’è bisogno di attendere» (Andreoli, p. 80).

    E se si disimpara ad attendere si disimpara anche ad ascoltare, perché l’ascolto richiede tempo oltre che spazio per l’altro da me.
    L’esigenza di una vita in tempo reale ha prosciugato la capacità di immaginazione, di pensarsi diversi in un futuro più o meno lontano, desiderosi di essere artefici del proprio destino. La vita in tempo reale ci appiattisce sulla superficie dell’attimo fuggente e ci condanna a vivere in questa società dello spettacolo, come la chiama il filosofo Guy Debord, in cui l’immagine è diventata più reale della realtà e in cui la critica, per questo, risulta più difficile perché la coscienza risulta sempre più alienata.
    Il virtuale reso possibile dalla tecnologia digitale è comunque ben più affascinante dell’appiattimento spettacolarizzato della vita tipico dei reality show. Ma cos’è in fin dei conti questa realtà virtuale? Un semplice ossimoro? In verità virtuale non si oppone tanto a reale quanto ad attuale. Jerome Lanier – coniatore negli anni ‘80 dell’espressione realtà virtuale – spiega che «per reale che possa essere il mondo fisico, il mondo virtuale è esattamente altrettanto reale, e si è guadagnato pari stato; ma al tempo stesso possiede anche un grado infinito di possibilità» (Boccia Artieri, p. 135).
    Dunque la virtualità è da intendersi come eccedenza, come orizzonte più ampio di senso, in rapporto al quale il senso del fenomeno attuale si definisce. In termini più esemplificativi, la si potrebbe definire come un labirinto, in quanto insieme di tutte le strade possibili, sia quelle che si attualizzano percorrendole sia quelle che restano potenziali. Chiara risulta l’analogia con la navigazione in internet.
    Tutti i media digitali (o nuovi media) hanno questa capacità di rendere percepibile tale potenzialità e, per questo, esercitano un effetto potente sulla concezione post-moderna del mondo. Il virtuale è dunque reale e se ne può fare esperienza. La sua immaterialità è ciò che lo rende così affascinate e, talvolta, temibile, ma è soprattutto il suo valore gnoseologico ciò che attira esseri umani delle più diverse culture: rappresenta una nuova apertura sul mondo e nuove possibilità di rapporti tra gli abitanti del globo. È questo che stimola l’immaginazione di scrittori, scienziati e uomini della strada, pur avendo inizialmente un effetto del tutto disorientante sul soggetto.
    Vista da questa prospettiva, la tecnologia sembra animarsi, farsi vita offrendo infinite possibilità di relazioni e di realizzazioni. Di fatto però il digitale, con la sua interminabile serie duale di sì-no, di 0-1, è strutturalmente la negazione dell’espressione, della creatività, della libertà e dunque dell’autentica comunicazione umana che si nutre di mistero e che mira a cogliere, o quanto meno ad immaginare, un senso che vada oltre la semplice presenza in tempo reale.
    Scrive Andreoli:

    «L’uomo è protagonista della tecnologia, che è e rimarrà una sua protesi, un ampliamento delle sue capacità, uno strumento che lo aiuterà ma non lo trasformerà: rimarrà sempre un uomo con le sue debolezze, anzi sempre più debole quanto maggiore sarà la sua forza. […] La vita è più di un’azione, è più di una generazione. La tecnologia non crea dubbi poiché l’ha fatta l’uomo, non mette in crisi con domande di origine e di senso. Ma l’uomo non è stato fatto dall’uomo e rimanda ad un già fatto. La tecnologia non aiuta a rispondere a questo interrogativo ultimo. È semplicemente uno strumento di capacità straordinarie che finisce per affascinare e con cui si fanno alleanze operative utili, ma non serve a capire l’uomo; semplicemente lo fa correre di più, fino a non potersi nemmeno fermare e porsi questa domanda. […] (Andreoli, pp.212-213).

    Dunque la tecnologia è sicuramente utile sul piano pratico della ragione calcolante e, in qualche modo, anche sul piano degli affetti. Non offre però risposte di fronte all’urgente domanda di senso del vivere. Cambiano i linguaggi, cambia l’antropologia e la percezione che l’uomo ha del mondo, ma la domanda di senso rimane invariata.
    Serve dunque una nuova pedagogia dell’ascolto che aiuti a riscoprire il valore del silenzio e dell’attesa contro la smania del tempo reale e della perfezione quasi inumana garantita dalla moderna tecnologia. «La perfezione – spiega Andreoli – porterebbe inevitabilmente ad una società rigida, come quella degli insetti, delle formiche, delle api e elle termiti dove tutto funziona in maniera ordinata e precostituita. L’uomo della libertà porta a scegliere ma anche a sbagliare. La civiltà segue il modello delle termiti oppure quello di un mondo contraddittorio pieno di antinomie?» (Andreoli, p. 218).
    Se le espressioni artistiche sono segno di civiltà, allora la civiltà è data anche dall’inutile, dal superfluo, dal bello, da quella parte mancante, come la chiama lo scrittore Christian Bobin, che è l’assenza che sostiene ogni esistenza.

     

    PER UNA RIPRESA DI GRUPPO O CLASSE

    * La tecnologia ha da sempre esercitato fascino e timore al tempo stesso. Provare a definire con i ragazzi cosa la rende attraente e quali siano gli eventuali aspetti da temere.
    * Ogni rivoluzione tecnologica ha di fatto trasformato la vita della gente. Chiedere ai ragazzi di raccontare una loro giornata tipo e provare poi ad immaginare una loro giornata senza strumenti tecnologici digitali. Come cambierebbe? Quali i disagi? Quali i vantaggi?
    * L’uomo è relazione e, in quanto tale, non può non comunicare, con il corpo, con lo sguardo, con le azioni, con le parole, con i segni, con la musica, con il silenzio. In che modo la nuova tecnologia digitale ha aumentato le possibilità comunicative? In che modo le ha inibite?
    * Reale, virtuale, attuale: tre termini tra loro profondamente connessi ma anche contrapposti. Lasciare il reale per immergersi nel virtuale per molti può significare immergersi nell’infinito possibile per sperimentarsi, per altri è un semplice rifiuto di vivere la realtà, per altri ancora tutte e due. Riflettere con i ragazzi su queste diverse tendenze confrontandole, al limite, con quelle che li inducono verso altre esperienze estreme.
    * L’avvento della globalizzazione e della diffusione planetaria dei nuovi mezzi di comunicazione si accompagna alla grande illusione di poter avere tutto e tutti a propria disposizione in tempo reale. Riflettere con i ragazzi sul tipo di relazioni che riescono a stabilire via telefonino e via internet rispetto a quelle che hanno in casa, con gli amici di quartiere e di scuola e con chi incontrano per strada quotidianamente. C’è un valore aggiunto alla relazione personale priva di mediazioni tecnologiche oppure no?
    * Approfondire con esempi il rapporto della tecnologia con le funzioni affettive e con le funzioni razionali. Cosa viene esaltato e cosa viene sacrificato di ciascuno di noi?
    * L’ozio, l’inutile, il superfluo spesso vengono etichettati come negativi perché “incatenano” alla superficie, ma anche il fare indiscriminato e l’apparire hanno lo stesso effetto. In realtà l’inutile, il non immediatamente funzionale, è ciò che rende più umano il vivere. Discuterne insieme.

    Suggerimenti musicali
    – Battiato: Shock in my town; Vite parallele
    – Guccini: La locomotiva
    – Negrita: Bambole; Alienato
    – Queen: Radio Gaga; The show must go on
    – Timoria: La città del sole

    Suggerimenti cinematografici
    – Matrix
    – Cast Away
    – 2001: Odissea nello spazio
    – Witness – Il Testimone
    – Fahrenheit 451
    – La donna perfetta
    – Alla ricerca della felicità
    – WarGames
    – The Net: intrappolata nella rete
    – Déjà Vu
    – Nirvana
    – Ritorno al futuro
    – Sliding Doors
    – Mondovirtuale
    – Pleasantville
    – Will Hunting – Genio Ribelle
    – A. I. Intelligenza artificiale

    NB: segnalo un interessante catalogo di film per le scuole al sito: www.municipio.re.it/cinema

    Suggerimenti bibliografici
    – Andreoli V., La vita digitale, Rizzoli, Milano 2007.
    – Bobin C., La parte mancante, Servitium/Città Aperta, Troina (EN) 2007.
    – Boccia Artieri G., Lo sguardo virtuale. Itinerari socio-comunicativi nella deriva tecnologica, Milano 1998.
    – Castells M., L’età dell’informazione; economia, società e cultura, Egea, Milano 2002.
    – Debord G., La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, Milano 1997.
    – Galimberti C., Riva G. (a cura di), La comunicazione virtuale. Dal computer alle reti telematiche: nuove forme di interazione sociale, Guerini e Associati, Milano 1997.
    – Galimberti U., Psiche e techne, L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999.
    – Latouche S., La Megamacchina. Ragione scientifica, ragione economica e mito del progresso, Bollati Boringhieri, Torino 1995.
    – Latouche S., L’Occidentalizzazione del mondo. Saggio sul significato, la portata e i limiti dell’uniformazione planetaria, Bollati Boringhieri, Torino 1992.
    – Levy P., L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996.
    – Riva G., Psicologia dei nuovi media, Il Mulino, Bologna 2004.
    – Robert A. C., L’Africa in soccorso dell’Occidente, EMI, Bologna 2006.
    – Tosolini A.,Trovato S., New Media, Internet e intercultura, EMI, Bologna 2001.


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