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    Spiazzando...



    Alla scuola di Gesù /7

    Elizabeth E. Green

    (NPG 2008-08-41)


    Siamo sulla strada aperta e non siamo soli. Dio è con noi, ma dove stiamo andando, dove porta la via sulla quale ci stiamo incamminando? L’apostolo Paolo descrive la traiettoria di Cristo come una parabola in discesa. Metaforicamente parlando, Gesù intraprende un cammino dall’alto verso il basso, dal divino all’umano. Rinunciando ad essere pari a Dio («non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente»: Fil 2,6), Cristo s’incammina verso di noi, per rivestirsi dell’umano in tutta la sua corporeità. Tuttavia, Egli non prende posto all’apice delle gerarchie umane ma assume «forma di servo» diventando, come abbiamo visto, «uomo per altri» (Bonhoeffer). Gesù, infatti, attraversa tutta la condizione umana seguendo il proprio cammino per arrivare infine alla morte. Ancora una volta, la sua non è una morte qualunque, bensì la morte più terribile che gli poteva riservare la sua epoca, la crocifissione.

    Il cammino di Gesù

    La testimonianza delle scritture è unanime. A un certo momento Gesù lascia la strada aperta della Galilea e si mette in cammino per la capitale. Luca lo dice così: «Mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare verso Gerusalemme» (Lc 9,51). Gesù non era certamente ignaro del suo destino. Anzi, era ben consapevole che a Gerusalemme lo attendeva la morte. Per ben tre volte, strada facendo, Egli aveva spiegato a suoi discepoli che sarebbe stato «dato nelle mani degli uomini» i quali lo avrebbero condannato, flagellato e ucciso. Difatti, nonostante l’incredulità e lo sgomento di coloro che gli erano più vicino, la sua era una morte annunziata. Già dopo i primi screzi con le autorità religiose, queste avevano deciso di togliere Gesù di mezzo: «E i Farisei tennero subito consiglio con gli Erodiani contro di lui, con lo scopo di farlo morire» (Mc 3,6), mentre il vangelo di Giovanni ci avverte dall’inizio che a questo racconto non c’è nessun happy ending; Gesù non sarebbe né conosciuto né accolto.
    Il cammino di Gesù, quindi, porta ineluttabilmente alla morte e alla morte in croce. Nella misura in cui noi abbiamo risposto al suo invito a seguirlo, il suo cammino diventa anche il nostro. Siamo sulla strada aperta, non siamo soli, ma dove stiamo andando? La risposta è una sola, stiamo andando anche noi verso la croce. Infatti, Paolo descrive la traiettoria di Gesù per spronarci a farla nostra: «Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, il quale non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente» (Fil 2,5), come lui stesso aveva fatto: «Mi proposi di non saper altro fra voi fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso» (1 Cor 2,2). Se il servitore non è maggiore del Maestro, allora anche noi siamo chiamati a condividere il suo stesso destino. D’altronde, Gesù è stato molto chiaro a proposito: «Chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere il mio discepolo» (Lc 14,27).
    A questo punto, però, è importante evitare un equivoco in cui una certa teologia, alcuni aspetti della pietà popolare, nonché qualche regista cinematografico sono caduti. Nel racconto della passione, i vangeli non si soffermano affatto sul dolore e sulla sofferenza patiti da Cristo. Anzi, si dice semplicemente che «lo crocifissero». Tutti gli altri dettagli della crocifissione – sorprendentemente simili in tutti i vangeli – fanno di contorno alla scena ma non servono ad aumentare né a sottolineare la sofferenza fisica di Gesù. Detto altrimenti, sebbene Gesù abbia sofferto una morte atroce, questa non rende la sofferenza di per sé salvifica, e Dio non prende nessun piacere nella sofferenza né di Suo Figlio né dei suoi figli e figlie. Come intendere la croce, allora? Dal mio punto di vista è fondamentale inquadrarla nel contesto della vita di Gesù e considerarlo come conseguenza inevitabile del suo modo di essere «per altri».

    Tutto per gli altri

    Qual era il genio di Gesù? A questa domanda probabilmente ognuno e ognuna di noi darebbe una risposta diversa. Per me, era la sua capacità di andare al cuore della sua tradizione religiosa – il grande comandamento dell’amore di Dio e l’amore del prossimo – e farne un’unica proposta di vita! Comprendere che riconoscere, onorare, servire, adorare, credere in e affidarsi a Dio non può che tradursi nel ricercare attivamente il benessere fisico, spirituale e psichico di colui o colei fatto o fatta a sua immagine, l’essere umano. Per fare ciò Gesù ha nuotato controcorrente, scontrandosi con quei precetti religiosi e tradizioni antiche i quali anziché liberare l’essere umano lo rendevano più infelice di prima. Nei vangeli scopriamo un Gesù che continuamente viola l’antica distinzione tra puro e impuro (la quale aveva dato luogo ad una complicata serie di divieti tenendo prigioniere intere categorie di persone) per portare agli uomini shalom: integrità, dignità, salvezza e perdono. Gesù invitava coloro che lo ascoltavano a non fermarsi alla superficie delle cose ma ad andare fino al cuore della questione. Insegnava, per esempio, che non sono i cibi ritenuti impuri a contaminare l’uomo ma la malvagità che alberga nel proprio cuore. Oppure quando alcuni esponenti delle autorità religiose volevano lapidare una presunta adultera Gesù li invitava a riflettere se non avessero peccato pure loro.
    Per far sì che tutti e tutte potessero partecipare al sogno divino, Gesù si schierava dalla parte di coloro emarginati da una società retta in gran parte da un’imponente struttura religiosa arrivando persino a dichiarare che le prostitute e i pubblicani (collaboratori con l’odiato impero) sarebbero entrati per primi nel regno dei cieli!
    Com’è facile da immaginare, Gesù è riuscito in questo modo ad inimicare tutta una serie di persone i cui interessi, anzi la cui sopravvivenza, potere e prestigio, dipendevano dalla stabilità dell’assetto religioso di coloro che i vangeli chiamano gli scribi, i farisei, gli anziani, i capi sacerdoti il cui interesse era conservare l’edificio religioso esattamente com’era. La gente è affascinata da Gesù e le folle gli vanno dietro? Allora bisogna farlo fuori! Questo rabbino da quattro soldi osa mettere in questione la santità del sabato e la legge di Mosè? Allora bisogna toglierlo di mezzo! Quella specie di profeta insegna un modo di rapportarsi con Dio che fa a meno dei precetti e delle cerimonie di cui erano loro i guardiani? Allora bisogna eliminarlo! Gesù guariva, perdonava, risanava, trasformava le persone come se fosse Dio in persona? È una bestemmia, è uno scandalo. A lui, quindi, viene riservata una morte considerata da tutti qualcosa di veramente scandaloso, la croce.
    Col suo modo di porsi, dunque, Gesù semplicemente spiazzava.
    Spiazzava tutti, non solo tanti esponenti dell’autorità religiosa con interessi importanti da proteggere, ma anche la gente comune. Il suo modo di insegnare in modo diretto, semplice, accessibile spiazzava le persone abituate ai discorsi astrusi e difficili degli esperti. Il suo rimanere calmo, anzi addormentato in mezzo a una tempesta in mare spiazzava i suoi amici i quali s’interrogavano su chi era veramente questo Gesù.
    La gente era spiazzata dalla sua potenza, in grado di guarire anche i malati cronici, i matti, di far camminare gli zoppi e udire i sordi. Gesù spiazzava, accettando le attenzioni tenere di una donna, camminando sul mare, facendo rivivere i morti, ma anche invitandoci a guardare Dio e il mondo da un nuovo punto di vista e di agire di conseguenza.
    Poiché Gesù spiazzava (toccando interessi religiosi ma forse anche politici), egli stesso viene spiazzato, letteralmente allontanato dalla piazza, cacciato dalla città, portato fuori le mura per essere crocifisso. La crocifissione, quindi, è la conseguenza diretta del suo modo di vivere, di credere, di parlare, di agire spiazzando.
    Dopo aver insegnato nel luogo che era il centro simbolico di Gerusalemme, il tempio, e avendo messo in atto la sua purificazione, Gesù viene arrestato. Comparirà brevemente davanti ad altri centri nevralgici della città, il tribunale religioso (il Sinedrio) e il governatore (Pilato) prima di essere definitivamente allontanato dalla piazza. Sarà, infatti, il potere civile spiazzato dal silenzio di Gesù a darlo ai soldati affinché «lo portino fuori per crocifiggerlo» (Mc 15,20). «Perciò anche Gesù per santificare il popolo col proprio sangue, soffrì fuori della porta» (Eb 13,12).

    Camminare spiazzando

    Qualche anno fa ascoltai un esperto di pastorale giovanile canadese il quale faceva un ritratto piuttosto cupo della condizione giovanile: droga, alcol, micro-criminalità, bullismo, incapacità di tessere relazioni affettive e via dicendo. Conoscere Cristo, diceva, avrebbe fatto di questi ragazzi delle persone modello, avrebbero tagliato i capelli, tolto i piercing, messo giacca e cravatta diventando campioni di (in)sano conformismo e cittadini al di sopra ogni sospetto! Ad alcuni di noi che lo ascoltavamo il suo intervento non convinceva, la figura che egli descriveva come seguace di Cristo sembrava aver ben poco a che fare con quel Gesù che dava scandalo spiazzando un po’ tutti.
    Ad alcuni veniva in mente un testo provocatorio di una teologa argentina (finora non tradotta in italiano) che auspicava piuttosto una teologia indecente (Marcella Althaus Reid, Indecent Theology, Londra 2000). I vangeli, infatti, ritrattano un Gesù decisamente indecente, designato pazzia per i greci e scandalo per gli ebrei dall’apostolo Paolo (1 Cor 1, 23).
    È questo Gesù che ci chiama non a conformarci ad una società cristiana solo di nome, ma a usare tutta la nostra fantasia per tradurre in parole e azioni la sua parola dirompente. Ci chiama a vivere i nostri rapporti con Dio, con gli altri, con noi stessi con la stessa autenticità che trapela da ogni pagina del vangelo andando, come lui, al cuore della questione. Ci invita a riprodurre nella nostra vita il suo stesso cammino e ad essere pronti non solo a scelte coraggiose e controcorrente, ma anche a pagarne le conseguenze e, in questo senso soffrire per il suo nome. In nome di che cosa? Dell’amore di Dio e del prossimo, il cuore della fede di Israele che Gesù fa proprio in un’unica proposta di vita!
    Come proclamava Martin Luther King:

    «Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vinceremo con la nostra capacità di soffrire» (La forza di amare, Torino (1967), p. 87).

    In altre parole, in una società che in quasi tutti i campi si regge sul conformismo, i cristiani pur di agire l’amore radicale di Cristo, camminano spiazzando, rischiando lo stesso destino del loro maestro, la croce. Dopo aver detto che Gesù è morto fuori delle porte della città, lontano dai templi e dalle piazze, cacciato dai centri di potere, l’autore della lettera agli Ebrei prosegue: «Usciamo quindi fuori del campo e andiamo a lui, portando il suo obbrobrio» (Eb 13,13). Usciamo anche noi fuori dai nostri recinti protetti, avventuriamoci sulla strada aperta, camminiamo spiazzando.


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