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    Le parole della fede /3

    Giuseppe De Virgilio

    (NPG 2007-04-28)


    Evocazione

    Con la scelta di dare del «tu» all’altro che è di fronte, la persona entra in una relazione amicale e si pone su un piano di reciproca conoscenza e parità. L’uso del pronome personale nel comportamento verso soggetti più adulti e autorevoli evoca certe raccomandazioni dei nostri genitori ed educatori, che si riassumevano nella massima: «non dare mai del ‘tu’ a chi è più grande e di te!». Si contrappone al «tu» la formula del «lei» (o del «voi») che indica un atteggiamento neutro, non confidenziale, una certa distanza di sicurezza condita di formalità. In genere la frequentazione e l’accoglienza graduale della verità dell’altro portano due persone a conoscersi e a darsi del «tu». In tal senso il pronome personale è da considerarsi non solo indicativo di una «identità che è di fronte», ma espressivo di una significativa «storia di conoscenza e di appartenenza relazionale».
    Non è difficile intuire che il «tu» assume significati molteplici a partire dai diversi contesti della vita, e si comprende alla luce di relazioni che si intessono. In primo luogo si impara il «tu» nel mondo degli affetti familiari. È straordinario condividere all’interno della coppia la relazione affettiva di un «tu» fatto di amore, di tenerezza e di predilezione. Al «tu» dei genitori corrisponde quello dei figli. Si può affermare che l’ambiente familiare costituisce la «culla del tu»», il contesto entro il quale si sviluppa la sicurezza (stima) di se stessi e la fiducia familiare, mediante una rete di relazioni affettive che si consolidano con la condivisione della vita e dei sentimenti.
    Le relazioni sociali, oltre quelle familiari, presentano un ambiente più esteso in cui si manifesta l’importanza del «tu». L’attenzione al tema della «scoperta dell’altro», «volto» da accogliere e rispettare, è stata posta in evidenza sul versante antropologico particolarmente nell’ultimo secolo (si pensi all’esistenzialismo di M. Heidegger, alla filosofia del dialogo di M. Buber, a pensatori come H. Arendt, E. Lévinas, P. Ricoeur, J. Maritain, all’impostazione personalista di E. Mounier) con conseguenze che interpellano direttamente il mondo giovanile e le sue dinamiche espressive.
    Un primo rilievo concerne il significato della «coesistenza umana» riletto attraverso la relazione «io-tu», come relazione di solidarietà. Infatti l’«essere con gli altri» non è semplicemente un’attitudine dell’uomo, ma rappresenta una dimensione primaria, costitutiva della persona umana, dotata di ragione e segnata dalla genialità della propria cultura. In tal senso l’incontro con un «tu» ha come obiettivo primario la realizzazione piena della persona e svolge il ruolo di difesa sociale contro il pericolo della massificazione e dell’anonimato.
    Un secondo rilievo concerne l’aspetto della alterità intesa come riconoscimento della distinzione ontologica tra gli esseri umani, segnati da ciascuna singola e irripetibile individualità e posti sul medesimo piano e nella stessa dignità personale. Il «tu» designa una realtà derivata dalla coesistenza sociale e induce ciascun uomo a prendere posizione di fronte al «mistero» dell’altro, riconoscendone una uguale dignità nella consapevolezza della distinzione ontologica che contraddistingue l’essere personale e lo pone in dialogo con il diverso da sé.
    Un terzo rilievo riguarda la categoria della «prossimità» che interessa in modo particolare la sfera etica della persona intesa come «prossimo», cioè come soggetto e destinatario di valori morali in dialogo con gli altri simili (cf E. Lévinas, P. Ricoeur). La prossimità non connota una mera relazione spaziale o temporale, bensì mette in luce la centralità della persona che diventa condizione primaria ed elemento costitutivo della comunità umana.
    È a partire da un’idea forte di prossimità che il singolo uomo scopre ed esperimenta il «vincolo» della comunione fino ad arrivare, mediante la graduale maturazione del processo interiore, al legame della «fraternità». Di conseguenza, sul piano ontologico il «tu» inteso come «prossimo» da accogliere si radica nel valore assoluto della persona, e designa il percorso intimo della coscienza nella propria apertura verso l’altro, come relazione primaria che si impone per se stessa e fonda la pacifica convivenza sociale.
    La ricerca, la scoperta, il bisogno, la condivisione, l’attesa, la nostalgia di un «tu» umano e «divino» emergono soprattutto dall’ascolto della Bibbia, testo fondamentale che permette di scoprire il «tu» di Dio. Infatti questo monosillabo, che appare notevolmente nei racconti e nelle preghiere bibliche, ci aiuta ad entrare nell’itinerario della fede ebraico-cristiana e a «riscoprire» il nostro rapporto con Dio e con gli altri.

    Narrazione

    Poiché l’analisi del «tu» così come appare nel panorama biblico risulta alquanto estesa e complessa, preferiamo indicare due principali prospettive che incrociano e interpellano la dimensione teologico-relazionale del «tu»: Il mistero di Dio rivelato nel «tu»; il «tu» di Dio nel dono del Figlio.

    Il mistero di Dio rivelato nel «Tu»

    Il nostro sintetico itinerario intende descrivere lo sviluppo della relazione «interpersonale» che si instaura tra Dio e l’uomo (la comunità) nella rivelazione biblica. Si tratta di una storia di «dialogo e di conoscenza», costellata da esperienze e tappe nelle quali Dio si comunica gradualmente come «tu» in rapporto a diversi personaggi biblici.
    Seguendo la narrazione genesiaca il «tu» di Dio si manifesta fin dal primo comando che il creatore rivolge ad Adamo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen 2,16). La creazione dell’uomo e del «giardino» costituiscono una realtà che suscita la domanda circa il «senso» e il «limite» della creatura al centro del cosmo. Questa relazionalità fatta di fiducia e di certezza si infrange con il peccato di disobbedienza (cf Gen 3). Il «tu» di Dio diventa per la prima coppia presenza giudiziale e fonte di timore. Così Adamo risponde al Signore che lo cercava: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10). Chi è il creatore che cerca l’uomo anche dopo la sua disobbedienza? A partire dall’allontanamento di Adamo ed Eva dal giardino di Eden, la rivelazione del «tu» di Dio segue una progressiva gradualità attraverso i racconti biblici.
    Abramo incontra Dio a partire dalla chiamata a lasciare la sua terra (cf Gen 12,1-4) che culmina nella promessa di una grande posterità (cf Gen 15). Tuttavia il patriarca sperimenta in modo unico il «tu» della provvidenza celeste nella prova e nella salvezza donata al figlio unico Isacco (Gen 22,14). La lotta notturna con l’angelo consente al coraggioso Giacobbe di scoprire il «tu» di Dio (Gen 32,23-33); allo stesso modo il giusto Giuseppe sperimenta la fedeltà di Jahwe che lo salva dalla morte e lo premia fino a fargli rivedere la sua famiglia e il suo prospero futuro (cf Gen 48).
    Tuttavia la narrazione che segna in modo forte l’esperienza del tu di Dio è scolpita nella straordinaria vicenda di Mosè e nell’epopea del popolo liberato dall’Egitto. Nel racconto della vocazione Mosè riceve la rivelazione del nome «Jahwe» (Es 3,14) e intraprende un «esodo» personale e comunitario che lo porterà a scoprire la potenza vittoriosa di Dio, secondo la sua stessa profezia: «Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, che vi sottrarrà ai gravami degli Egiziani» (Es 6,7). Mosè, gli anziani e tutto il popolo di Israele schiavo in Egitto sono chiamati a fare esperienza del «tu» di Jahwe che guiderà Israele nel cammino verso la terrà promessa e sancirà l’alleanza con vincolo di sangue (cf Es 24,1-8). L’itinerario del deserto segnato da circa quaranta anni di cammino (cf Dt 8,2-10) è costellato da difficoltà e prove, mediante le quali la comunità eletta impara a conoscere e ad obbedire al Dio-liberatore (go’el). Jahwe conduce il suo popolo verso la terra promessa ed è fedele alla sua alleanza, anche di fronte alle ribellioni di Israele e ai momenti di sfiducia dello stesso Mosè (cf Nm 11,11-15). Nell’economia del racconto esodico va sottolineata l’esperienza di Mosè sul Sinai, nel contesto del rinnovo dell’alleanza (cf Es 33-34) come un modo singolare di conoscere il «tu» di Dio, attraverso la richiesta parzialmente accordata di poter vedere la gloria (kabod) di Jahwe: «Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (Es 33,21-23).
    Una esperienza estatica, simile a quella mosaica, ritorna nella vicenda di Elia, il profeta perseguitato da Gezabele nel contesto del regno di Acab (cf 1Re 19,1-18). La fuga del profeta dalla vendetta giurata dalla regina fenicia conduce Elia esausto all’Oreb, dove fa l’incontro misterioso con Jahwe che gli si rivela attraverso il mormorio di un «vento leggero» (1Re 19,12). Lungo la storia dei regni il «tu» di Dio si rivela in tutta la sua provvidenza misericordiosa: nella chiamata di Samuele (1Sam 3,1-18), nella elezione dei re israelitici (Saul: 1Sam 10,1-8; Davide: 1Sam 16,11-13; Salomone: 1Re 1,32-40). Similmente Dio si manifesta nella chiamata e nella missione profetica: anche se non ci è nota la vicenda personale di tanti profeti scrittori, è degna di attenzione l’esperienza matrimoniale di Osea (cf Os 1-3) e quella di Geremia, chiamato fin da giovane ad un difficile compito profetico (cf Ger 1,1-5) che gli procurerà numerose persecuzioni (cf Ger 20,7-18). Il profeta di Anatot protesterà spesso la sua condizione di sofferenza, imparando a conoscere sempre meglio se stesso e il valore dell’obbedienza alla Parola di Jahwe.
    Nondimeno la risonanza del «tu» divino è posta in evidenza negli scritti sapienziali, nei quali si elabora una profonda riflessione teologica intorno al mistero del creatore del mondo e alla sua relazione con il mondo. Nell’antico libro dei Proverbi Dio è visto come protagonista di ogni sapienza e sorgente della vita. Egli si comunica agli uomini mediante la «sapienza», la prima delle opere del creatore mediante la quale si coglie il senso del cosmo (cf Pro 8,22-31; cf Gb 28; Sir 24). Nondimeno la sapienza ebraica è contrassegnata soprattutto dalla domanda critica sul «tu» di Dio posta da Giobbe, il giusto sofferente che protesta per la sua condizione e invoca una risposta di senso dall’Altissimo (cf Gb 31,35-40). Il noto dramma biblico del giusto sofferente pone la grande questione della giustizia divina in contrapposizione alla concezione retribuzionista del tempo che pretendeva di conoscere il «tu» di Dio, facendo emergere una nuova visione sapienziale della vita e dell’atteggiamento del credente. Nella stessa prospettiva critica Qoelet ammette che le azioni dei giusti «sono nelle mani di Dio» (Qo 9,1), ma allo stesso tempo dichiara che l’esistenza umana è segnata dalla caducità, «un agire senza senso e senza vantaggio sotto il sole» (cf Qo 2,11). Per la «vanità» della condizione umana il «tu» divino rimane infinitamente lontano dall’uomo e dalle sue possibilità di conoscenza e di incontro (cf Qo 5,1-6).
    Nelle preghiere del Salterio si individua un notevole numero di riferimenti al «tu» di Dio, contestualizzati in situazioni diverse. Si va dall’espressione di fiducia (cf Sal 15,2; 21,4-5.11.20; 42,2; 70,2.5) a quella di lode (Sal 58,18; 62,2) e di ringraziamento (cf Sal 85,10; 141,6). In modo particolare il salmista invoca l’intervento del «tu» di Dio nei momenti di prova (Sal 40,11-13) e di sofferenza estrema (Sal 27,1), con la certezza che l’aiuto verrà (Sal 58,10). La varietà e la ricchezza delle espressioni di preghiera consente di cogliere in quest’opera, più che in ogni altro libro della Bibbia, la sintesi dell’esperienza relazionale del credente con il «tu» di Dio.

    Il «Tu» di Dio nel dono del Figlio

    Nel Nuovo Testamento il «tu» di Dio si manifesta attraverso l’incarnazione e la missione di Cristo nella storia. Gesù Cristo è il «figlio rivolto verso il tu del Padre» (Gv 1,18), ne rivela al mondo il volto (cf Gv 14,9-10) e obbedisce in tutto alla sua volontà (cf Gv 5,30; Mt 26,39). Seguendo il filo dei racconti evangelici possiamo constatare la rivelazione graduale del «tu» di Cristo: nel Natale (Lc 2,16-20; Mt 2,1-12), nel battesimo al Giordano (Mc 1,9-11), nella vittoria contro le tentazioni (Mt 4,1-11), lungo le diverse tappe della sua missione pubblica (la guarigione del paralitico: Mc 2,1-12; la vocazione di Levi: Lc 5,27-35; l’episodio della peccatrice perdonata: Lc 7,36-50; il dialogo sul messia: Mt 11,2-6; la rivelazione ai discepoli: Mc 8,27-30), nella scena della trasfigurazione (Mc 9,2-10) fino al compimento pasquale.
    Sono soprattutto alcuni personaggi che incontrano il Signore a porre in risalto la misteriosa identità del Cristo: in primo luogo la straordinaria testimonianza di Giovanni Battista (cf Gv 1,19-34) e successivamente l’incontro con i primi discepoli (Gv 1,35-51). Rileggendo la relazione tra Gesù e i suoi discepoli si nota una graduale scoperta del mistero della persona di Gesù: egli appare spesso incomprensibile (Mc 3,21; Gv 8,27; 10,6) al punto che diversi lo abbandoneranno (Gv 6,66). Nel vangelo marciano il «tu» di Cristo diventa una domanda sempre più misteriosa non solo per i discepoli (cf l’esempio della tempesta sedata: Mc 4,35-41), ma per gli scribi e i farisei (Mc 2,7) e tutta la gente (Mc 8,28).
    In modo particolare attraverso i personaggi del IV Vangelo Gesù viene presentato come «colui che il mondo deve conoscere» e allo stesso tempo il rivelatore dell’amore del Padre. L’anziano Nicodemo lo incontra durante una notte (Gv 3,1-21); la samaritana presso il pozzo di Sicar (Gv 4,1-42); dopo essere stato guarito il cieco nato compie il suo atto di fede (Gv 9,1-41); Marta e Maria assistono alla risurrezione del fratello Lazzaro (Gv 11,1-45). Il «tu» di Gesù si manifesta con intensità nei dialoghi di addio (Gv 13-16) e attraverso le scene indimenticabili della passione (Gv 18-19). Il «tu» di Cristo riecheggia nella desolazione del Getsemani, nel tradimento di Giuda, nella scena dell’arresto e del conseguente abbandono dei discepoli, nel rinnegamento di Simon Pietro, nel giudizio del sinedrio, nel dialogo con Pilato, nella sofferenza del patibolo, nella consegna della madre al discepolo amato, nell’offerta finale di tutta la vita al Padre.
    Nell’evento della Pasqua si compie la promessa della «nuova ed eterna alleanza»: il Padre dona il Figlio per la salvezza del mondo (Rom 5,1-11). Il «tu» di Dio si rivela per mezzo del Figlio e «tutte le promesse di Dio in lui sono divenute ‘sì’» (2Cor 1,20). La certezza della sua presenza nella Chiesa (Mt 28,18-20) accompagna la predicazione della comunità «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Il «tu» del Figlio si manifesta nella forza dirompente dello Spirito nel giorno di Pentecoste (At 2,1-12) e nella sua permanente azione nel progressivo sviluppo della predìcazione. Sulla strada di Damasco, folgorato dal Cristo, Saulo risponde: «Chi sei o Signore?» (At 9,5), dando inizio alla sua esperienza di ricerca e di scoperta del «tu» di Dio in Cristo Gesù.
    In tutti gli scritti neotestamentari emerge la chiara consapevolezza che il Dio finora «sconosciuto» si è manifestato nella sua misericordia nel «Tu» di Cristo, crocifisso e risorto (cf At 17,22-31). Coloro che desiderano fare l’incontro con il Cristo non devono cercarlo con la sapienza della mente né attraverso i miracoli, ma mediante la fede che nasce dall’ascolto della sua Parola (1Cor 2,1-5). Nasce così la convinzione che Dio si comunica ai credenti mediante la predicazione del Vangelo e i segni sacramentali posti dalla comunità cristiana (si pensi al simbolismo dell’Apocalisse). In definitiva il «tu» diventa «prossimo da amare», impegno di fraternità, coinvolgimento vitale per ciascun credente. Possiamo dire «tu» a Dio, incontrando Cristo nella sua comunità, particolarmente nella persona dei piccoli e dei poveri (Mt 25,31-46), riconoscendolo e servendolo nel «tu» dell’altro.

    Provocazione

    L’itinerario proposto ci fa individuare due racconti evangelici che illuminano l’esperienza di fede e la ricerca dell’incontro con Dio. Il primo episodio è il dialogo tra Gesù e i suoi discepoli sulla strada di Cesarea di Filippo. Il secondo è costituito dalla figura della Maddalena al sepolcro.

    «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!» (Mt 16,13-20)

    Nell’itinerario narrato nei vangeli sinottici ci si imbatte in un episodio paradigmatico per i discepoli e la loro esperienza di sequela del Cristo. Lungo la strada di Cesarea di Filippo Gesù rivolge ai suoi la domanda su chi fosse lui per la gente. La prima risposta appare scontata: la gente lo riteneva «Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti»» (Mt 16,14). Ma subito il Maestro rivolge una seconda precisa domanda: «Voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15) e Simon Pietro, a nome dell’intero gruppo, risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Per la prima volta nel racconto evangelico viene rivelata da parte del gruppo dei discepoli la consapevolezza di chi fosse e cosa rappresentasse realmente Gesù per la loro vita. Dopo aver condiviso un lungo cammino con il Nazareno, Pietro e i suoi compagni hanno finalmente iniziato a cogliere il «tu» del Cristo.
    Allo stesso tempo Gesù annuncia a Simon Pietro il futuro ministero ecclesiale: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19). Come si può notare, in questa pagina si pone in evidenza un doppio «riconoscimento». In primo luogo la comunità dei discepoli rivela, seppure con una fede ancora iniziale, il mistero del «tu divino» di Gesù. D’altra parte, è Gesù stesso ad evidenziare il «tu» del primo apostolo e il suo futuro servizio di responsabilità nella Chiesa
    «Tu sei il Cristo»: si tratta di un riconoscimento che non accade all’inizio del cammino, ma è il frutto di una lunga e provata esperienza di sequela. Solo chi è capace di lasciare tutto e seguire il Maestro può arrivare a «riconoscerlo» nella fede.
    «Tu sei Pietro»: si tratta della dichiarazione di un mandato affidato al primo apostolo in vista della edificazione della comunità cristiana. In questo dialogo di rivelazione Gesù vede già la realtà della Chiesa e le sue difficoltà future. Il cammino della fede non sarà privo di delusioni e di difficoltà. Pietro tuttavia acquisterà la forza per amare Cristo e il gregge a lui affidato (cf Gv 21,15-19).

    – Cosa ha suscitato in te la lettura di Mt 16,13-19?
    – Il cambiamento di vita che accade nella vicenda degli apostoli si collega alla realtà quotidiana della nostra esperienza di fede. Credere significa scoprire il «tu» di Dio che ti chiama ad entrare in un progetto di amore. Quale itinerario è oggi possibile per una riscoperta del «tu» di Cristo? Ma soprattutto hai già iniziato questo personale itinerario, o l’hai ripreso dopo una forse troppo lunga pausa?

    «Maria… Rabbuni!» (Gv 20,11-18)

    L’episodio giovanneo dell’incontro del Risorto con Maria di Magdala presso il giardino del sepolcro porta in sé una notevole valenza simbolica.
    Il racconto si articola in due momenti: Maria di Magdala, dopo aver constatato l’apertura della tomba avverte Simon Pietro e il «discepolo amato» dell’accaduto. Sono proprio loro a «correre al sepolcro» e a constatare l’assenza del corpo del crocifisso (cf Gv 20,1-10). Anche se il «discepolo amato» «vide e credette» (Gv 20,8), entrambi ritornano a casa senza aver incontrato Gesù risorto. Nel giardino resta solo Maria, desolata per l’assenza del cadavere di Gesù: essa lo cerca con struggente desiderio, in attesa di poterlo vedere e onorare per l’ultima volta.
    L’evangelista descrive con grande suggestione la scena: Maria piange e vede nel sepolcro due angeli che le domandano: «Donna, perché piangi?» (Gv 20,13). La Maddalena comunica loro la sua immensa desolazione perché qualcuno ha portato via il corpo del Signore. La donna non riesce a rendersi conto dell’evento accaduto: ella vive solo di un ricordo affettivo del passato e desidera compiere unicamente un gesto di gratitudine verso il «suo Signore» che gli è stato tragicamente strappato! Ma Gesù risorto è là presente, anche se lei non ne è consapevole (Gv 20,14). Gesù rivolge alla Maddalena la domanda: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15). Maria non è ancora in grado di riconoscere il suo Signore, vuole solo recuperare il cadavere del Cristo. La scena culmina con l’appello nominale: «Maria» che illumina il cuore e gli occhi della donna. Chiamata per nome, Maria «si rivolge» al suo Signore e maestro per adorarlo (Gv 20,17). Il giardino della tomba vuota si trasforma in un luogo di vita e di risurrezione, dove la Maddalena fa esperienza del «tu» del Cristo risorto.
    «Maria»: il Risorto chiama per nome la donna che lo sta cercando. L’essere chiamata per nome implica l’immediato riconoscimento del Maestro, l’apertura di una straordinaria e inimmaginabile relazione di vita e di speranza. Egli conosce il suo nome perché conosce il suo cuore (cf Ger 15,16).
    «Rabbuni»: l’esclamazione della Maddalena, che si getta ai piedi del Maestro per adorarlo. Si tratta di un incontro che «cambia la vita», che chiama la donna a passare dalla disperazione alla speranza, dalla morte alla vita.

    – Cosa ha suscitato in te la lettura di Gv 20,11-18?
    – La ricerca affannosa dei due apostoli si ferma di fronte alla constatazione della tomba rimasta vuota; il desiderio struggente della Maddalena, rimasta nel giardino, viene esaudito nell’incontro con Gesù risorto. Il Signore vuole essere cercato e scoperto come un «tu» che ti fa fare il salto di qualità: dal passato al presente, dalla morte alla vita. Come vivi questa dinamica? Ti è successo qualche volta nella tua vita di fare questa esperienza? Con quali esiti «di continuità»?

    Invocazione

    Tra le numerose invocazioni che rappresentano il «tu» di Dio, è molto suggestiva la preghiera del Sal 138. In essa l’orante dialoga con Dio avvertendone la presenza in tutta la sua vita. Fin dal «seno della madre» Jahwe conosce e comprende il destino dell’uomo e se ne prende cura. Per esigenze redazionali riportiamo i primi versetti della stupenda «confessione di fede» tradotta in preghiera che riassume il percorso interiore del credente.

    Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo.
    Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino
    e quando riposo.
    Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua
    e tu, Signore, già la conosci tutta.
    Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano.
    Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo (Sal 138,1-6).

    – Le immagini di confidenza e di amicizia che emergono dal brano (e più in generale dall’intero Sal 138) possono aiutare a comprendere il cuore dei giovani e il loro bisogno di essere sostenuti e compresi. Come i giovani interpretano il «tu» di Dio?
    – Quali simboli e atteggiamenti di fede prevalgono nel vissuto dei giovani di oggi?

    In definitiva il «tu» tende ad esprimere una solida relazione di amicizia e di fiducia. È proprio a partire da questa capacità relazionale che va interpretata la comunicazione di fede particolarmente nel mondo giovanile.


    T e r z a
    p a g i n A


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