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    Michele Falabretti


    (NPG 2014-01-7)

     

     

    Mi sarei perso, se non fossero venuti a prendermi. O forse no: mi sarei scavato una nicchia e me ne sarei stato buono buono nel mio. Quando ripenso ai tratti di strada che ho potuto percorrere nella vita, non posso fare a meno di tornare a una lunga galleria di volti, i cui occhi ho avuto la fortuna di incrociare. Persone che si sono spese: per loro sono stato fonte di preoccupazione; ho occupato i loro pensieri, li ho costretti a cercare grimaldelli che scardinassero la mia testardaggine, le mie insufficienze, i miei ritardi. A volte mi hanno spronato con delicatezza, altre mi hanno scosso con franchezza e decisione. Comunque ci hanno sempre messo la faccia, a rischio di sembrarmi antipatiche o addirittura sgradevoli. Un po’ alla volta si sono creati dei legami: mi sono entrate nel cuore e credo di aver trovato anch’io un po’ di posto nel loro.
    Ogni tanto mi chiedo: ma chi gliel’ha fatto fare? Perché perdere così tanto tempo, qualche volta a dire e ridire le stesse cose? E perché farlo proprio con me? Non lo so, davvero. Non credo di essere speciale, non mi pare di aver nulla di così interessante da rendermi oggetto di cure particolari. Eppure, questo lo so con certezza, oggi non so dove sarei se non ci fossero state. Sono le persone i cui sguardi ti si presentano davanti – attraverso la memoria del cuore – nei momenti e nei passaggi più delicati del tuo camminare nell’esistenza. C’è, in questo legame, qualcosa di così arcano e misterioso; c’è qualcosa di così fortemente gratuito da condurti a pensare che – in definitiva – i tratti di quel volto non possono essere solo quelli dell’uomo: hanno anche quelli di Dio.
    Quando tentiamo di parlare di educazione o ci avventuriamo in pensieri sulla pastorale giovanile, non possiamo far altro – in fondo – che ripartire dall’incontro con gli educatori incrociati nella vita. E da qui iniziamo a trovare i tratti fondamentali che un buon educatore sa riprodurre e riproporre, pur nella mediazione del proprio carattere o della propria personalità. Un’educazione non calata dall’alto, ma che umilmente sa partire dall’affiancamento e dall’accompagnamento e non ha fretta se non di condividere il tratto di strada comune. Un’educazione che non rinuncia a indicare direzioni e obiettivi da raggiungere, ma sa anche rispettare i tempi di ciascuno, le cadute e le fragilità.
    Chi sta diventando grande ha bisogno di percorrere un cammino, ma anche di perdersi un po’. E il suo perdersi non è sempre un errore: più spesso è un errare capace di dire il bisogno di ognuno di noi di cercare e trovare il senso dell’essere nel mondo. Fa parte dell’ormai famosa “emergenza educativa”, la necessità di educatori che si facciano compagni di strada, che sappiano perdere pazientemente tempo ed energie, che sappiano esprimere una passione profonda per ogni persona che incontrano nel loro mandato. Educatori che sappiano decentrarsi dalle proprie figure e certezze, perché le tensioni di chi è loro affidato sono le priorità del loro compito. E perché soltanto quando si cammina insieme si scoprono i tratti della Verità.
    Non sono pensieri così impegnativi o difficili. Eppure si sente la necessità di riprenderli se vogliamo tenere in mano il filo della pastorale giovanile. La novità è che abbiamo bisogno di tornare a quella normalità che sa esprimere la passione per il quotidiano e la vita delle persone. Perché anche il nostro possa essere – per i ragazzi, gli adolescenti e i giovani che incontriamo – un volto per cui, un giorno, si possa percepire un senso di gratitudine.

     

     


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