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    Quattro grandi sogni per la pastorale giovanile


    Rossano Sala

    (NPG 2023-05-48)


     

    Un approfondimento della proposta pastorale che ci invita a camminare sulla strada dei sogni non può che concludersi con un rilancio della pastorale giovanile. Anch’essa infatti ha i suoi sogni e i suoi incubi, i suoi desideri e le sue incertezze. Nutre speranze e cerca di allontanare paure.
    Ripartiamo ancora una volta dal Sinodo sui giovani, anche se sono passati cinque anni da quel momento e tante cose sono accadute nel frattempo: abbiamo avuto la pandemia, che ha bloccato una serena e seria ricezione del Sinodo stesso e da cui stiamo faticosamente uscendo; stiamo vivendo durante questa estate l’esperienza entusiasmante della Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona, che immaginiamo come momento di rilancio della pastorale dei giovani nella Chiesa tutta; siamo nel pieno di un percorso sinodale sulla “sinodalità” che ci accompagnerà per i prossimi anni; ci stiamo anche avvicinando velocemente al grande Giubileo del 2025.
    Facciamo dunque insieme qualche passo indietro per prendere una buona rincorsa, così da compiere un bel salto nel futuro. Nello sport funziona così: si va indietro con l’intenzione di andare avanti meglio, prendendo lo slancio giusto e partendo dalla corretta distanza.
    Mi pare, sinteticamente, che il cammino sinodale con i giovani ci ha proposto quattro grandi sogni. Potremmo definirli i quattro grandi orientamenti emersi dal Sinodo sui giovani, che ha immaginato la pastorale giovanile:
    Sinodale: capace di fare rete e di fare squadra con tutti gli attori in campo sia civili che ecclesiali, giovani compresi, convinta che la comunione è la via privilegiata dell’evangelizzazione
    Popolare: in grado di coinvolgere e arrivare a tutti i giovani, nessuno escluso, privilegiando in particolare coloro che sono più svantaggiati e problematici
    Vocazionale: qualificata dal punto di vista della proposta spirituale e in grado di offrire identità cristiana ai giovani che desiderano vivere un’amicizia autentica con Gesù nella Chiesa
    Missionaria: che sia espressione di una Chiesa adulta e matura che ha smesso di essere autoreferenziale e sa uscire da se stessa per andare incontro a tutti

    Sinodale: capace di corresponsabilizzare i giovani

    Il primo sogno riguarda la nostra “profezia di fraternità”, che assume oggi la sua declinazione sinodale. Durante il percorso sinodale la domanda iniziale da cui siamo partiti era: “Che cosa dobbiamo fare per i giovani?”. Ma questa domanda pian piano si è trasformata. Dalla concentrazione sul fare organizzativo il percorso sinodale ci ha chiesto di verificarci sui nostri stili relazionali e sulla qualità dei nostri cammini comunitari. Siamo stati sollecitati dai giovani stessi a un passaggio dal fare all’essere e dal “per” al “con”: la nuova domanda è divenuta “Chi siamo chiamati ad essere con i giovani?”.
    Con frequenza sono chiamate in causa le comunità e le Chiese locali, invitate a dar vita a processi comunitari che includano i giovani. Più che manuali teorici, servono occasioni in cui mettere a frutto l’ingegno e le capacità dei giovani stessi, ossia un approccio dal basso anziché dall’alto, avendo cura di raccogliere e condividere quelle buone pratiche coronate da successo. Anche per le Chiese questo invito a fidarsi dei giovani contiene una sfida – quello di dare loro la parola – e richiede il coraggio di mettere in discussione ciò che si è sempre fatto. Si tratta, ancora una volta, di rischiare insieme, perché

    la pastorale giovanile non può che essere sinodale, vale a dire capace di dar forma a un “camminare insieme” che implica una “valorizzazione dei carismi che lo Spirito dona secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei membri della Chiesa, attraverso un dinamismo di corresponsabilità. […] Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti. Nessuno deve essere messo o potersi mettere in disparte”[1].

    Vi sono dunque delle responsabilità a vari livelli: tutti i giovani, ogni credente, la comunità locale, i movimenti e le congregazioni religiose, ogni singola diocesi. E in tutto questo chi ha responsabilità, e quindi autorità, nella Chiesa e nella società è chiamato in causa. Come è stato ben espresso in vari momenti del cammino sinodale, l’autorità o è generativa o non è: «Nel suo significato etimologico la auctoritas indica la capacità di far crescere; non esprime l’idea di un potere direttivo, ma di una vera forza generativa»[2]. Per questo «esercitare l’autorità diventa assumere la responsabilità di un servizio allo sviluppo e alla liberazione della libertà, non un controllo che tarpa le ali e mantiene incatenate le persone»[3]. La delusione istituzionale è uno dei tratti emersi nel cammino di ascolto di preparazione al Sinodo. Sappiamo persino del fallimento della stessa autorità degli adulti e dei pastori nella triste vicenda degli abusi, più volte richiamata durante l’Assemblea sinodale.
    Ora l’autorità della Chiesa, a tutti i suoi livelli, si trova davanti a una chance di tutto rispetto: quella di prendere iniziativa, di invitare tutti a mettersi in gioco, di aprire spazi di confronto e di protagonismo, di creare le condizioni per una Chiesa sinodale e solidale, caratterizzata da un modo di vivere e lavorare insieme che sia davvero profetico per se stessa e per la società in cui vive. Il Sinodo, in fondo, ci ha consegnato proprio questo quando ha parlato di sinodalità. Cioè il fatto che non si possa più fare pastorale senza i giovani!

    Dall’idea di “sinodalità” viene per noi una prima importante domanda: i giovani per noi sono un “problema da risolvere” o una “risorsa da coinvolgere”? Dalla risposta onesta a questo interrogativo nascerà un orientamento preciso per rinnovare la pastorale giovanile

    Popolare: desiderosa di non lasciare indietro nessuno

    Il soggetto fondamentale della fede è il popolo, dentro cui ci siamo noi come singoli, giovani compresi. Questa è la Chiesa secondo il Concilio Vaticano II, che pone il primato del popolo di Dio rispetto ai diversi stati di vita e alle differenti ministerialità. Lo stiamo riscoprendo in questi anni con papa Francesco. Il tutto ci riporta verso la “teologia del popolo di Dio”, che in America Latina è stata sviluppata negli ultimi cinquant’anni. La tesi fondamentale è tanto semplice quanto rivoluzionaria: il popolo, prima che destinatario dell’opera dei pastori, è depositario della grazia che salva. Convinzione che, se presa sul serio, rovescia moltissime delle nostre certezze e posizioni! E che apre il campo ad una pastorale giovanile popolare:

    Oltre al consueto lavoro pastorale che realizzano le parrocchie e i movimenti, secondo determinati schemi, è molto importante dare spazio a una “pastorale giovanile popolare”, che ha un altro stile, altri tempi, un altro ritmo, un’altra metodologia. Consiste in una pastorale più ampia e flessibile che stimoli, nei diversi luoghi in cui si muovono concretamente i giovani, quelle guide naturali e quei carismi che lo Spirito Santo ha già seminato tra loro. Si tratta prima di tutto di non porre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli, confidando un po’ di più nella fantasia dello Spirito Santo che agisce come vuole[4].

    Una pastorale giovanile popolare è per sua natura “anti-elitaria” – cioè inclusiva di tutti i membri del popolo di Dio che invita ad avere ambienti di accoglienza “a bassa soglia” – ed anche in un certo senso “spontanea” – cioè capace di lasciare l’iniziativa ai giovani, certi che lo Spirito di Dio è presente e agisce in loro. È una pastorale giovanile che sa camminare lentamente e che intende non lasciare indietro nessuno: la profezia sta qui nell’attenzione a non abbandonare i giovani ai margini, a farsi accanto a ciascuno nello stile del buon samaritano.
    La capacità di inclusione è la chiave della proposta pastorale avanzata in alcuni passaggi interessanti della Christus vivit e ridimensiona una spinta esagerata per la trasmissione teorica di verità dottrinali che non toccano la vita dei giovani. Le comunità cristiane sono così invitate a offrire spazi di accoglienza senza troppe barriere, e alle scuole cattoliche è chiesto di non trasformarsi in bunker a difesa dagli errori della cultura esterna, impermeabili al cambiamento. Particolarmente stimolanti sono i paragrafi dedicati alla «pastorale giovanile popolare»[5]: partono dal riconoscimento che i luoghi tradizionali della pastorale (oratori, centri giovanili, scuole, associazioni, movimenti) sono in grado di andare incontro alle esigenze di una certa parte del mondo giovanile, ma ne escludono inevitabilmente altre. Quanti professano fedi diverse o si dichiarano non religiosi, e coloro che per tante ragioni sono segnati da dubbi, traumi o errori, faticherebbero a integrarsi nella pastorale ordinaria, ma non per questo hanno meno bisogno di trovare porte aperte e di essere sostenuti a compiere il bene possibile.

    Dall’idea di “popolarità” vengono delle domande che si riferiscono al riconoscimento delle diverse situazioni esistenziali dei giovani: quali sono le diverse soglie di accoglienza dei giovani nelle nostre strutture ecclesiali? Abbiamo differenti proposte di accesso alla fede per i giovani? Abbiamo spazi in cui i giovani possano davvero sentirsi protagonisti del loro futuro?

    Vocazionale: in grado di mettere in contatto diretto con il Signore Gesù

    Se la pastorale giovanile popolare segna l’estensione della nostra proposta, l’idea di pastorale giovanile vocazionale tocca la qualificazione evangelica della nostra proposta. Facendo perno sulla necessità del “grande annuncio ai giovani”, che sta al cuore della proposta della Christus vivit, si tratta di comprendere che l’accoglienza del vangelo nella propria vita significa entrare nel ritmo di una corresponsabilità con Dio per il bene di tutti. Il cuore dell’evangelizzazione è il coinvolgimento vocazionale e senza di esso la nostra azione è sterile e infeconda.
    Oggi più che mai la questione vocazionale è centrale per le giovani generazioni. Senza vocazione infatti c’è smarrimento e manca un’identità solida e robusta. A questo stiamo purtroppo assistendo, perché senza vocazione non abbiamo alcuna destinazione degna dell’umano e quindi, anziché essere dei felici pellegrini in questo mondo, diveniamo dei tristi vagabondi senza fissa dimora. La vocazione è donazione di un senso e di una destinazione degna all’esistenza umana: per questo ci è stato detto da papa Francesco che “la grande domanda” da rivolgere ad ogni giovane è “per chi sono io?”: questa domanda «illumina in modo profondo le scelte di vita, perché sollecita ad assumerle nell’orizzonte liberante del dono di sé. È questa l’unica strada per giungere a una felicità autentica e duratura!»[6]. E questo riguarda davvero tutti i giovani, nessuno escluso! Far percepire ad ogni giovane che egli è amato da sempre e chiamato per nome da Dio e dalla sua Chiesa è strategico e indispensabile.
    Mi pare molto interessante cogliere lo schema del capitolo VIII della Christus vivit, quello dedicato al tema vocazionale: si parte dall’amicizia, che è il modo specifico di relazione che Gesù vuole con ciascuno di noi, e si arriva alle diverse forme di chiamata: all’amore nella famiglia e al lavoro. Poi si termina tenendo la porta aperta verso le vocazioni a una speciale consacrazione. Però tra la radice amichevole e il frutto amorevole della propria singolarità vocazionale, c’è il tronco comune di ogni vocazione: Il tuo essere per gli altri[7]. Ciò chiarisce che la vocazione è sempre per il bene di altri. Dio ci chiama non per creare un gruppo di prediletti che si escludono e si isolano dagli altri, magari credendosi migliori di tutti, ma per generare fraternità attraverso il nostro servizio verso gli altri. Papa Francesco sviluppa con chiarezza questo pensiero in vari passaggi, facendo leva sul fatto che la nostra chiamata è sempre un appello missionario:

    Questa vocazione missionaria riguarda il nostro servizio agli altri. Perché la nostra vita sulla terra raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta. Ricordo che “la missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo”. Di conseguenza, dobbiamo pensare che ogni pastorale è vocazionale, ogni formazione è vocazionale e ogni spiritualità è vocazionale[8].

    Ciò che conta è evitare assolutamente la “philautía”, cioè la concentrazione patologica su di sé, che è un difetto tipico del nostro tempo a tutti i livelli civili ed ecclesiali. Questo vale per la Chiesa nel suo insieme, che quando agisce in tal modo non è fedele alla propria vocazione. Vale per le nostre comunità cristiane, quando agiscono per la propria sopravvivenza. E vale per ogni giovane, quando vede solo se stesso nel proprio orizzonte e lavora solo per la propria autorealizzazione narcisistica.

    Dall’idea di pastorale giovanile “vocazionale” viene per noi un terzo grappolo di domande: stiamo accompagnando i giovani all’amicizia con il Signore? Facciamo apprezzare ai giovani il legame tra identità e vocazione? Cerchiamo di far fare esperienze di servizio generoso in ordine al discernimento vocazionale?

    Missionaria: orientata al dono sincero, gioioso e totale di sé

    La principale e forse l’unica parola dell’attuale pontificato consiste sostanzialmente nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium. Tutto ciò che è seguito sono solo sviluppi coerenti, specificazioni particolari e realizzazioni più o meno complete di questa ispirazione sostanziale, che rimane come sfondo del pontificato e diapason permanente per ogni accordatura possibile. Pensiamo qui al tema fondamentale della conversione missionaria e la svolta evangelizzatrice della Chiesa, che porta con sé ogni altra cosa:

    Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia[9].

    Il nucleo rovente di questa proposta affonda evidentemente le sue radici nel vangelo: uno ritrova se stesso proprio nel momento in cui perde se stesso attraverso il dono di sé. Di Gesù dicevano che era «fuori di sé»[10], ma se ci pensiamo bene questa affermazione coincide con la pienezza della sua identità, che è perfettamente decentrata e completamente radicata nel Padre suo. Gesù è se stesso solo nella relazione e nel legame con il suo Abbà, nel suo riceversi continuo. La dimensione estatica è quella che gli offre contenuto, sostanza e consistenza.
    Solo uscendo da me stesso divento me stesso, questa è la verità del mio essere! Ecco il senso dell’invito fatto a tutti i giovani – ma questo vale a fortiori per la Chiesa nel suo insieme – nella Christus vivit:

    Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita. Quando un incontro con Dio si chiama “estasi”, è perché ci tira fuori da noi stessi e ci eleva, catturati dall’amore e dalla bellezza di Dio[11].

    È doveroso prima di tutto pensare all’educazione in questa nuova direzione, perché noi in genere ne privilegiamo unilateralmente il senso maieutico e socratico – quello sforzo che invita i giovani a riconoscere e mettere a frutto i talenti e le risorse che il Signore ha depositato in loro come dono gratuito. Invece bisogna andare più in profondità: è necessario aiutare i giovani ad abbandonare il proprio “io” egoistico e autoreferenziale per andare incontro agli altri, per non rinchiudersi in zone di comfort che diventano delle campane di vetro in cui prima o poi mancherà l’aria.
    Questo va chiesto anche alla pastorale giovanile, che immagino sempre come la punta di diamante profetica della pastorale della Chiesa: un laboratorio permanente di rinnovamento ecclesiale, proprio perché nella pastorale giovanile di oggi si frequenta, si anticipa e si sogna la Chiesa di domani!
    Quando si parla di “Chiesa in uscita” si allude a tale dinamismo, perché anche la Chiesa nel suo insieme vive di questa stessa logica: diventa pienamente se stessa solo quando esce da se stessa e viceversa quando si rinchiude in se stessa per cercare di sopravvivere, rinuncia alla sua identità propria.

    Una pastorale giovanile “missionaria” invita tutti ad entrare nel dinamismo dell’uscita, del coraggio, del rischio. Ne vengono anche qui alcune domande: quali sono le resistenze della nostra azione pastorale rispetto a questa spinta missionaria? Come la pastorale giovanile può essere oggi nel nostro territorio un laboratorio di rinnovamento civile ed ecclesiale per il bene di tutti?

     

    NOTE

    [1] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit del 25 marzo 2019, n. 206.
    [2] XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 71.
    [3] XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Instrumentum laboris, n. 141.
    [4] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit del 25 marzo 2019, n. 130.
    [5] Cfr. ivi, nn. 230-238.
    [6] XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 69.
    [7] Cfr. Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit del 25 marzo 2019, n. 253-258.
    [8] Cfr. ivi, nn. 254.
    [9] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium del 24 novembre 2013, n. 27.
    [10] Cfr. Mc 3,21; Gv 10,20.
    [11] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit del 25 marzo 2019, n. 163-164.


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