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    Dai loro frutti li riconoscete. Sulla fecondità vocazionale della pastorale giovanile


    Editoriale

    Rossano Sala

    (NPG 2023-04-2)


     

    Che cosa fa chi fa pastorale giovanile?

    Quando penso alla pastorale giovanile come campo di azione e di ricerca ho in mente uno scenario molto ampio: come la pastorale della Chiesa nel suo insieme ha a cuore lo «sviluppo di tutto l’uomo e tutti gli uomini»[1], dobbiamo dire che, all’interno di questa passione dominante, l’orizzonte della pastorale giovanile è quello di avere a cuore “tutto il giovane e tutti i giovani”. Il sogno è quello di un’educazione integrale e integrata che non esclude nulla dal suo raggio d’azione. Di conseguenza, il “modello” di pastorale giovanile che ritengo valido per spiegare al meglio la nostra azione educativa ed evangelizzatrice cerca di armonizzare cinque ambiti di lavoro:[2]
    - la promozione umana, che nel contesto delle giovani generazioni prende chiaramente il nome e la declinazione educativa, impegnando la Chiesa a «camminare con i giovani»[3], accompagnandoli amorevolmente nel loro itinerario di vita;
    - l’annuncio esplicito, che implica per ciascun giovane «l’incontro vitale con la persona di Gesù Cristo»[4]: attraverso la liturgia, il kerygma e la catechesi ciò avviene anche oggi nella Chiesa;
    - la formazione morale della coscienza, perché «la Chiesa, attraverso la catechesi e la pastorale giovanile, si sforza di rendere i giovani capaci e di attrezzarli per discernere tra il bene e il male, di scegliere i valori del Vangelo piuttosto che i valori mondani, e a formare solide convinzioni di fede»;[5]
    - la corresponsabilità apostolica con i giovani: la pastorale giovanile si qualifica nel momento in cui è vissuta non solo “per i giovani”, ma “con i giovani”, facendo di loro non dei destinatari passivi della nostra azione pastorale, ma coinvolgendoli in prima persona nell’apostolato come protagonisti della missione;
    - la cura della vita spirituale in ottica vocazionale: per essere all’altezza della sua vocazione, la pastorale giovanile deve condurre ogni giovane a riconoscere, accogliere e rispondere alla sua personale vocazione. Questo implica un competente impegno di accompagnamento spirituale in vista del discernimento vocazionale.
    Queste cinque attenzioni non vanno separate, ma coltivate insieme, pur rispettandone le diverse originalità. La legge generale che regola l’integrazione di questo orizzonte è quella che tiene insieme gradualità della proposta e integralità dell’annuncio. Si può anche dire che noi, quando facciamo pastorale giovanile come si deve, evangelizziamo educando ed educhiamo evangelizzando.

    L’anima vocazionale della pastorale giovanile

    Il Dossier di questo mese punta in maniera decisa all’approfondimento dell’ultimo ambito della pastorale giovanile, quello delineato come “cura della vita spirituale in ottica vocazionale”. Ultimo ma non ultimo, perché ne è il seme fecondo e il lievito proprio, oltre che per molti aspetti la sua destinazione naturale. Una pastorale giovanile seria non è nemmeno ipotizzabile senza una chiara uscita vocazionale. Significherebbe – per usare un’immagine che spero sia efficace – avere un albero con radici, tronco, rami, foglie e fiori… ma senza frutti! Per questo la decisione vocazionale è mèta propria e coronamento di tutta l’opera della pastorale giovanile.
    La “vocazionalità” della pastorale giovanile è in fondo il segno della sua “fecondità”. Quindi, al contrario, se la pastorale giovanile non inserisce nell’unica vocazione cristiana ad essere discepoli del Signore e nelle sue diverse realizzazioni vocazionali specifiche e personali, semplicemente rimarrà una pastorale sterile, che quindi smarrisce il suo senso autentico. A volte è così, purtroppo, anche perché ad alcuni pare che la questione vocazionale sia perfino estranea alla pastorale giovanile, e che sia invece di competenza di una “pastorale vocazionale” separata e diversa, con personale, teorie e pratiche dedicate a questo “settore” della pastorale generale della Chiesa.
    In realtà il Sinodo sui giovani, che tanto ha riflettuto su questo, ha chiesto esplicitamente di pensare ad una “pastorale giovanile in chiave vocazionale”[6] e di svilupparla con coerenza e dedizione. Lo ha ritenuto un orizzonte fondante, oltre che fondamentale. Realizzare questa visione oggi non è per nulla facile, soprattutto in Europa, per molti motivi legati alla cosiddetta “fine della cristianità”[7], alla crisi epocale della Chiesa[8] e ai suoi tanti tentativi di riposizionamento in atto[9]. Tutte istanze che fragilizzano i giovani da tutti i punti di vista, i quali chiaramente faticano a trovare ancoraggi sicuri in un mondo ecclesiale che sta diventando anch’esso piuttosto liquido.
    Sta di fatto che le profetiche previsioni dell’allora giovane teologo J. Ratzinger nel lontano 1969 si stanno realizzando: secondo le sue intuizioni di allora la Chiesa del futuro

    diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Essa non potrà più riempire molti degli edifici che aveva eretto nel periodo della congiuntura alta. Essa, oltre che perdere degli aderenti numericamente, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Essa si presenterà in modo molto più accentuato di un tempo come la comunità della libera volontà, cui si può accedere solo per il tramite di una decisione[10].

    Di certo la “decisione” di cui parlava il futuro Benedetto XVI è – per tutti, giovani e adulti, senza esclusione alcuna – quella vocazionale. Cioè l’intendere la vita umana come un dono immeritato, una chiamata alla gioia della fede, un appello all’appartenenza alla Chiesa e una spinta all’assunzione di responsabilità nel mondo.

    Un percorso tra sfide inedite e nuove opportunità

    Qualificare la pastorale giovanile in chiave vocazionale s’incontra oggi con diverse novità. Ne indico tre, solo come assaggio rispetto a quello che il documentato Dossier curato dall’amico e confratello salesiano Gustavo Cavagnari – professore ordinario di pastorale giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana – ci presenterà.
    Notiamo prima di tutto un cambiamento generale di prospettiva, perché l’immaginario culturale attuale ha delle forti ripercussioni sull’idea stessa di vocazione e sulla cultura vocazionale, che vengono riplasmati a partire da quello che possiamo facilmente definire “principio di autorealizzazione”[11]. Tale istanza pervade oramai ogni scelta, orientandola verso il proprio “io”, piuttosto che verso Dio, gli altri e il prossimo. L’autorealizzazione è di norma orizzontale e immanente, mentre sappiamo che la vocazione e la sua cultura rimandano alla verticalità di una trascendenza che viene dall’alto e che spinge a prendere il largo. Come proporre a giovani che vivono in una società secolare un percorso che fa perno sulla verticalità dell’ascolto di Dio e che orienta all’uscita da sé?
    In secondo luogo, notiamo la mancanza di background cristiano rispetto alle proposte vocazionali specifiche. Sentiamo un po’ tutti il disagio per l’inadeguatezza dei percorsi di iniziazione cristiana vissuti dai più piccoli, che non riescono ad essere incisivi sulle fasi successive della vita. Il segnale è che, dopo un percorso lungo e faticoso di catechesi, si riparte da capo, ovvero dal “primo annuncio ai giovani”! Il rischio in molti casi è quello di proporre cammini di discernimento vocazionale a ragazzi, adolescenti e giovani che non vivono la vita cristiana nelle loro famiglie e nei loro ambienti di vita, e che quindi mancano di pavimento e fondamento su cui appoggiare gli itinerari che proponiamo loro. In altri casi la conversione di un giovane, che è immediatamente una chiamata alla vita cristiana, è talvolta confusa e sovrapposta con la chiamata alla speciale consacrazione: ciò genera cortocircuiti non semplici da risolvere. Quali sono le condizioni minime per proporre ad un giovane un percorso di discernimento vocazionale?
    Infine, notiamo anche una vera e propria trasformazione della domanda nei giovani in “ricerca vocazionale”. Se qualche anno fa si partecipava ad un gruppo vocazionale in vista di una decisione di vita vincolante, oggi aumenta la richiesta di vivere un percorso di ricerca spirituale aperto, diffuso e indistinto. Se prima vi era la necessità di un confronto con una forma di vita specifica – il seminario, un carisma specifico, ecc. – oggi abbiamo giovani che ci chiedono di vivere esperienze che li aiutino ad apprezzare la vita cristiana in generale. Insomma, si passa sempre di più da un discernimento vocazionale puntuale ad un accompagnamento spirituale generico. Come aiutare i giovani che accompagniamo a focalizzare i dinamismi vocazionali delle loro domande esistenziali?

     

    NOTE

    [1] Cfr. Paolo VI, Populorum progressio, n. 42; Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 55.79.
    [2] Per un approfondimento rimando al capitolo nono del testo: R. Sala (con A. Bozzolo, R. Carelli e P. Zini - Prefazione di G. Mari e postfazione di S. Currò), Pastorale giovanile 1. Evangelizzazione ed educazione dei giovani. Un percorso teorico-pratico, LAS, Roma 2017, 333-398.
    [3] Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, “Educare i giovani alla fede”. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea Generale, 27 febbraio 1999, punto 1.
    [4] Ivi, punto 2. «Ci sentiamo perciò impegnati a offrire alle nuove generazioni la possibilità di un incontro personale con Cristo» (Conferenza Episcopale Italiana, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo, n. 38).
    [5] Sinodo dei Vescovi, XIII Assemblea Generale Ordinaria. La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, Proposizioni finali, n. 51.
    [6] Cfr. XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, nn. 138-143.
    [7] Cfr. C. Delsol, La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo, Cantagalli, Siena 2022.
    [8] Cfr. A. Riccardi, La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza, Bari 2021.
    [9] T. Halík, Pomeriggio del cristianesimo. Il coraggio di cambiare, Vita e Pensiero, Milano 2021.
    [10] J. Ratzinger, Fede e futuro, Queriniana, Brescia 20053, 115.
    [11] Cfr. P. Sequeri, Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011; Id., La cruna dell’ego. Uscire dal monoteismo del sé, Vita e pensiero, Milano 2017.


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