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    L’orizzonte della chiamata. Ripartiamo con coraggio dalla “grande domanda”


    Rossano Sala

    (NPG 2022-05-10)

     


    “Noi ci stiamo!”. È questo il motto sintetico della proposta pastorale per l’Italia salesiana per l’anno 2022-23. È una chiamata a mettersi in gioco con coraggio, offrendo la propria disponibilità. Ma se questa parola è la punta di un iceberg, bisogna che noi andiamo in profondità, che scaviamo per trovarne le radici, che cogliamo i grandi orizzonti di questa chiamata alla corresponsabilità con Dio e alla collaborazione tra noi.
    In questo contributo, che ha appunto lo scopo di indagare i dinamismi della chiamata, ci proponiamo di percorrere insieme alcuni piccoli e preziosi passaggi che ci possano assicurare una base sicura per riaffermare che davvero “noi ci stiamo” con cognizione di causa, e non semplicemente nella logica di un’emozione mutevole e passeggera. Partiamo da lontano, riconoscendo il dono di esistere, e arriviamo, passo dopo passo, alla necessità di prendere oggi delle decisioni coraggiose.

    Il dono dell’esistenza

    Prendiamo il via dalla nostra esistenza concreta. Dalla consapevolezza che quello che siamo non è primariamente opera nostra. Ovvero dal fatto incontestabile che siamo preceduti, che siamo figli. Sembrerebbe una banalità, ma spesso ce lo dimentichiamo proprio. Un modo di pensare molto aggressivo a volte ci convince che ci facciamo da soli, che siamo figli di noi stessi e che non abbiamo nessuna responsabilità verso gli altri.
    Un pensiero onesto, che fa perno intorno al reale, ci restituisce una socialità originaria che caratterizza la nostra esistenza. Non c’è mai stato un momento nella storia in cui io esistevo e gli altri invece no. È vero esattamente il contrario: c’è stato un tempo in cui il mondo e gli altri esistevano e io invece non c’ero ancora. I nostri genitori esistevano prima di noi, così come i nostri nonni, e anche i nostri fratelli o sorelle maggiori.
    Nelle diverse epoche che studiamo sui libri di storia il nostro nome non compare. Per molto tempo io non ci sono stato e ad un certo punto sono nato, sono venuto al mondo. E non per mia iniziativa. E questo vale per tutti. Ci sarà anche un momento in cui sarò chiamato a lasciare questo mondo, che continuerà senza di me.
    In base a questa realtà sperimentiamo continuamente di essere stati amati e voluti prima ancora di averne la percezione. Non è stata opera nostra, ma un dono che abbiamo ricevuto da altri. Primariamente da parte di coloro che si sono presi cura di noi. La vita è un dono che abbiamo ricevuto, senza alcun nostro merito. Altri hanno impiegato senza troppi calcoli e con tanta generosità tempo, risorse e affetti per farci crescere.
    Ecco allora la sintesi del primo passaggio: bisogna rifiutare la menzogna dell’autofondazione, riconoscendo che siamo stati donati a noi stessi e che la vita è prima di tutto un dono gratuito che abbiamo ricevuto. Ecco che il primo e più importante atteggiamento dell’esistenza rimane sempre la gratitudine.

    L’esistenza come dono

    Il secondo passaggio è logico rispetto al primo: se esistiamo nella forma del dono, la realizzazione della nostra esistenza avrà la medesima forma del dono. Di solito, di fronte ad un favore ricevuto, rispondiamo: “A buon rendere”. Come a dire, ho ricevuto un dono da qualcuno, magari inaspettato, e adesso questo diventa un impegno di restituzione, un piccolo debito da onorare. Non è un obbligo stringente, ma una risposta naturale, eticamente importante, una spinta che ci porta al contraccambio. Ne va della nostra dignità.
    Se riconosciamo che siamo frutto di un dono inatteso, ecco che la nostra vita diventa se stessa se impostata come un’esistenza capace di dono e di servizio. San Francesco di Sales, di cui quest’anno celebriamo i 400 anni dalla morte, parla a questo proposito di “estasi della vita”. È una bella espressione, che non ha nulla di intimistico, ma tutto di apostolico. Egli, guardando all’esempio di Gesù, l’uomo per eccellenza che sa riconoscere la sua esistenza come un dono ricevuto, indica al cristiano la via del dono concreto. Al di là dell’estasi della contemplazione – che ci eleva a Dio in una preghiera particolarmente intensa – e di quella dell’intelletto – che ci fa conoscere in maniera limpida le cose di Dio e degli uomini –, l’estasi dell’azione è caratterizzata da una continua carità, dolcezza, benevolenza e dedizione. È la via della generosità sistemica verso tutti. Tale estasi diventa il criterio di discernimento radicale sulla qualità della vita umana e cristiana:

    Quando dunque si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, con la mortificazione dei desideri mondani, della volontà e delle inclinazioni naturali, per mezzo di una dolcezza interiore, di semplicità e umiltà, e soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono dubbi e pericolosi; sono rapimenti adatti a creare ammirazione negli uomini, ma non a santificare chi li prova[1].

    L’estasi della vita è quindi il criterio reale, autentico e decisivo per la santità, per il semplice motivo che è nella vita di tutti i giorni che essa si riceve, si costruisce e si esprime:

    Ci sono molti santi in cielo che non sono mai andati in estasi né sono stati rapiti nella contemplazione; infatti, quanti martiri e grandi santi e sante troviamo nella storia che nell’orazione non hanno mai avuto altro privilegio se non quello della devozione e del fervore? Ma non c’è mai stato santo che non abbia avuto l’estasi o il rapimento della vita e dell’azione, superando se stesso e le proprie inclinazioni naturali. […] Chiunque è risuscitato a questa vita nuova del Salvatore, non vive più né a sé, né in sé, né per sé, ma con il suo Salvatore, nel suo Salvatore e per il suo Salvatore[2].

    La vita come “estasi”

    Papa Francesco è in pieno accordo con san Francesco di Sales quando invita i giovani a vivere nella logica dell’estasi. Ha il coraggio di provocare ogni giovane con queste parole: «Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita»[3]. Questo significa che l’incontro con Dio produce estasi non perché strappa il credente dalla realtà e dalla trama di relazioni in cui è inserito, ma perché lo spinge a uscire da se stesso, superando i suoi stessi limiti per lasciarsi conquistare dalla bellezza dell’amore per gli altri e consacrarsi alla ricerca del loro bene:

    Quando un incontro con Dio si chiama “estasi”, è perché ci tira fuori da noi stessi e ci eleva, catturati dall’amore e dalla bellezza di Dio. Ma possiamo anche essere fatti uscire da noi stessi per riconoscere la bellezza nascosta in ogni essere umano, la sua dignità, la sua grandezza come immagine di Dio e figlio del Padre. Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri con l’amore e cercare il loro bene. Per questo è sempre meglio vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria, condividendo con altri giovani il nostro affetto, il nostro tempo, la nostra fede e le nostre inquietudini. La Chiesa offre molti e diversi spazi per vivere la fede in comunità, perché insieme tutto è più facile[4].

    Il senso preciso dell’estasi, come spiegato dal santo savoiardo e dal pontefice argentino, ci aiutano a mettere in luce la struttura responsoriale dell’esistenza, ovvero il nostro originario “essere per gli altri”. Siamo noi stessi quando usciamo verso gli altri, quando abbandoniamo le angustie del nostro individualismo e ci apriamo alla bellezza dell’incontro. Quando ci chiniamo con umiltà sulle ferite degli altri e siamo disponibili a dare di più a chi ha ricevuto di meno dalla vita.
    Contro l’antropologia della prestazione, che in fondo genera una società della stanchezza e dello sfinimento, siamo chiamati a riscoprire con determinazione che la nostra esistenza è una risposta d’amore ad un amore che a nostra volta abbiamo ricevuto. Ciò va vissuto nella concretezza della nostra vita. Che è unica e singolare. Situata nel tempo e nello spazio, vissuta nella storia in cui siamo inseriti. Questo ci porta ad entrare nello spazio del discernimento vocazionale.

    Dalle tante domande…

    La postura del discernimento vocazionale è interrogante. Risponde alla richiesta di cercare l’orizzonte di senso della nostra esistenza e il suo compito specifico nella storia. Per questo ci mettiamo in ricerca attraverso un dialogo serio e sincero con Dio. Esso avviene certo nella preghiera, ma anche attraverso l’ascolto della realtà e della propria coscienza. Non dimentichiamo infine il prezioso e saggio confronto con persone esperte che ci possano ben consigliare.
    Il discernimento, tutto sommato, è un processo di risposta a tanti interrogativi, perché «quando si tratta di discernere la propria vocazione, è necessario porsi varie domande»[5]. E quali sono queste domande? Eccone alcune ben elencate in Christus vivit, che offrono delle priorità a cui fare attenzione:

    Non si deve iniziare chiedendosi dove si potrebbe guadagnare di più, o dove si potrebbe ottenere più fama e prestigio sociale, ma non si dovrebbe nemmeno cominciare chiedendosi quali compiti ci darebbero più piacere. Per non sbagliarsi, occorre cambiare prospettiva e chiedersi: io conosco me stesso, al di là delle apparenze e delle mie sensazioni? So che cosa dà gioia al mio cuore e che cosa lo intristisce? Quali sono i miei punti di forza e i miei punti deboli? Seguono immediatamente altre domande: come posso servire meglio ed essere più utile al mondo e alla Chiesa? Qual è il mio posto su questa terra? Cosa potrei offrire io alla società? Ne seguono altre molto realistiche: ho le capacità necessarie per prestare quel servizio? Oppure, potrei acquisirle e svilupparle?[6].

    Le domande qui proposte sono al singolare, ma evidentemente possono e devono anche assumere una forma plurale: per un gruppo di giovani, per un oratorio, per una comunità religiosa, per una comunità educativo-pastorale. C’è anche una convocazione, che è comunitaria, insieme a tante vocazioni personali.
    Ciò che qui conta è essere onesti, trasparenti, veri. Conoscere se stessi al di là delle apparenze e delle sensazioni, per esempio, è frutto di ascesi e disciplina, di onestà intellettuale e di presa di distanza da sé per raggiungere un orizzonte di obiettività.

    … alla grande domanda

    Arriviamo però al punto che offre fondamento solido al “Noi ci stiamo!”. Cioè a quella che possiamo a ben ragione chiamare “la grande domanda”, che riconosciamo come il cuore pulsante di ogni autentico discernimento vocazionale in stile cristiano, che va sempre pensato e attuato in uscita, in missione, in servizio. Le domande a cui abbiamo fatto riferimento sopra vanno perciò orientate alla grande domanda:

    Queste domande devono essere poste non tanto in relazione a se stessi e alle proprie inclinazioni, ma piuttosto in relazione agli altri, nei loro confronti, in modo tale che il discernimento imposti la propria vita in riferimento agli altri. Per questo voglio ricordare qual è la grande domanda: “Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: Ma chi sono io?. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: Per chi sono io?”. Tu sei per Dio, senza dubbio. Ma lui ha voluto che tu sia anche per gli altri, e ha posto in te molte qualità, inclinazioni, doni e carismi che non sono per te, ma per gli altri[7].

    È assolutamente strategico il passaggio dal “Chi sono io?” al “Per chi sono io?”, con tutte le grandi conseguenze che ne derivano. Senza una forte virata rimaniamo imbottigliati nel traffico del narcisismo sistemico che nella nostra epoca sta portando tanta tristezza e depressione nella vita di troppi giovani.
    Questa è la domanda che invade il cuore di coloro che passano dalla parte di Gesù, il quale ha vissuto la sua esistenza come una pro-esistenza, come un’esistenza a servizio degli altri. Non è venuto per se stesso, ma perché tutti «abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»[8]. La “grande domanda” ci invita a distogliere il nostro sguardo da noi stessi e ad impegnarci per il bene degli altri. È questa la via regale che ci ha insegnato il Signore, è questa la via delle beatitudini, è questa la strada della gioia piena. Bisogna smettere di domandarci: “Cosa devo fare per essere felice?” per cominciare invece a domandarci: “Chi devo rendere felice per essere davvero felice?”.
    Tutti i giovani, ma a ben vedere non solo loro, sono così invitati ad affrontare la sfida del servizio: «Lottate per il bene comune, siate servitori dei poveri, siate protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale»[9].

    Accompagnamento per il discernimento

    Non si arriva ad una decisione vocazionale senza un autentico cammino di discernimento, fatto di preghiera personale e confronto ecclesiale. Decidere da soli, senza mediazione alcuna, può essere molto pericoloso, perché il Maligno sempre si infila con le sue falsità tra le pieghe del discernimento. Egli è il maestro del sospetto, che seduce e inganna. E che si camuffa per non farsi riconoscere. Da lui bisogna ben guardarsi attraverso i sempre antichi e sempre nuovi antidoti che la saggezza della Chiesa ha indicato per autenticare il discernimento.
    Gli elementi di confusione sono molti, oggi. Basti pensare solo al bombardamento mediatico che crea frammentazione e disgregazione nella nostra vita interiore ed esteriore. Ecco l’importanza della solitudine e del silenzio. È facile scambiare il bene con il male, il giusto con l’ingiusto, il santo con il malvagio. Ecco l’importanza della contemplazione e della preghiera, della disposizione ad ascoltare e a distinguere ogni cosa.
    Un giovane sarebbe sia ingenuo sia arrogante se pensasse di fare discernimento da solo. Sarebbe soprattutto indifeso e facilmente preda di capricci soggettivi e di errori oggettivi. La tradizione della Chiesa ha sempre invitato a cercare persone ricche di esperienza umana e di frequentazione divina per poter essere aiutati a camminare nella giusta direzione. Persone che «mediante l’esperienza hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene e il male»[10].
    La tradizione biblica e quella salesiana ci offrono ottimi esempi di accompagnamento e discernimento riusciti: pensiamo solo a Samuele e Eli nell’Antico Testamento o al dialogo tra Filippo e l’etiope negli Atti degli Apostoli, oppure al cammino di confronto tra don Bosco e Giuseppe Cafasso o quello tra Domenico Savio e don Bosco.

    Decisioni coraggiose

    Entrare nel ritmo del “Noi ci stiamo!” significa anche e soprattutto non aver paura di ascoltare la voce di Dio che ci invita a prendere decisioni coraggiose. Il Dio di Gesù Cristo ha orizzonti ampi e ci fa allargare sempre le prospettive. In Gesù non abbiamo a che fare con un Dio meschino, rinchiuso in una socialità ristretta di alcuni intimi, che fa gli interessi di una nazione a scapito di altre. È il Dio di tutti, e ci vuole tutti fratelli. Ci invita ad avventure sempre nuove, e non ci evita il rischio della fede. Fede che nella sua essenza più pura è sempre un abbandono delle proprie sicurezze per mettersi in compagnia di un Dio positivamente imprevedibile.
    Ci vuole coraggio. Va abbracciata una spiritualità missionaria. Dire “Noi ci stiamo!” e poi richiudersi nelle proprie certezze acquisite, sostando continuamente in spazi di confort, non è un gesto di coerenza. La spiritualità giovanile è concreta e operativa, audace e temeraria. Si attua attraverso il coraggio di tirarsi indietro le maniche e di sporcarsi le mani! Di andare verso i più piccoli e i più poveri.
    Resta forte l’invito di papa Francesco ad ogni giovane di divenire irraggiante con la esistenza: «Essere apostolo non consiste nel portare una torcia in mano, nel possedere la luce, ma nell’essere la luce. Il vangelo più che una lezione è un esempio. Il messaggio trasformato in vita vissuta»[11]. Così ogni giovane è chiamato a scendere in campo, senza paura e con tanto entusiasmo:

    Giovani, non rinunciate al meglio della vostra giovinezza, non osservate la vita dal balcone. Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete! Datevi al meglio della vita! Aprite le porte della gabbia e volate via! Per favore, non andate in pensione prima del tempo[12].

    NOTE

    [1] Francesco di Sales, Trattato dell’Amor di Dio, VII,7.
    [2] Ivi, VII,7.
    [3] Francesco, Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit, 25 marzo 2019, n. 163.
    [4] Ivi, n. 164.
    [5] Ivi, n. 285.
    [6] Ivi.
    [7] Ivi, n. 286.
    [8] Cfr. Gv 10,10.
    [9] Francesco, Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit, 25 marzo 2019, n. 174.
    [10] Cfr. Eb 5,14.
    [11] Francesco, Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit, 25 marzo 2019, n. 175.
    [12] Ivi, n. 143.


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