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    Un discorso di Paolo VI tutto da meditare



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1968-04-04)

    NONOSTANTE TUTTO, LA FORMA ASSOCIATIVA
    È METODO SICURO DI APOSTOLATO

    Ci piace essere liberi: oggi soprattutto.
    Il sapore della libertà, della non-struttura, ci ha inebriato. L'abbiamo portata, questa nostra ansia, un po' in tutti i settori, sradicando e sconvolgendo istituzioni una volta fiorenti, facendo scricchiolare impalcature che si reggevano, tranquille, da anni.
    Un tempo si codificava, ci si tesserava in una «società», anche per le cose meno impegnate.
    L'esteriorità tradiva spesso un cammino isolato: ma era impensabile un impegno che non fosse strutturato. Forse, per una insicurezza di fondo ed un più o meno larvato trionfalismo.
    Oggi, l'associazionismo lo si colora di aggettivi, per renderlo meno costringente.
    Commenta il Papa:

    Essere associati non è cosa che piaccia a tutti. Molti preferiscono rimanere liberi. Mettersi in fila, o in cerchio, con altri per far dell'apostolato facilmente suscita molestia. Se questo poi si fa, o si subisce per uno scopo ideale, nasce facilmente l'impressione che l'ideale diventa prosaico, perde le ali, diventa formalismo, si intristisce in rapporti obbligati, in forme convenzionali, pedanti e pesanti: crea burocrazie, gerarchie, esteriorità spesso punto gradite. L'apostolato associato sembra una rete ingombrante senza spontaneità, né genialità; diventa talora rivolto più al fatto organizzativo, che ai fini essenziali dell'apostolato stesso. Mira al numero, al potere. Non sembra poi che risponda agli umori del nostro tempo. Così si dice. E svolgendo nel loro spirito queste obiezioni, molti moltissimi forse rifuggono dal dare il loro nome, la loro adesione a forme di apostolato, sia religioso, che caritativo, o morale, o sociale, e dicono di preferire il bene, che non fa rumore; ma che in realtà, non porta né spesa, né disciplina né impegno, né fastidio.

    Il Papa legge i segni dei tempi.
    Ma con spirito attento e critico.
    C'è del vero; ma non possiamo accettare tutto, in blocco, ci dice. Una certa struttura associazionistica è ancora essenziale e funzionale.

    Questa psicologia presenta aspetti degni di rispetto e di considerazione, sia perché rivendica la legittimità dell'apostolato individuale, e sia perché rifugge dai difetti che l'apostolato collettivo può generare.
    Ma siamo sinceri. Non è in forma associativa che ogni attività naturale si svolge e si afferma? «L'uomo – ricorda il Concilio – è per natura sua sociale» (A.A., n. 18). Ma ciò che più conta per noi è il fatto che «l'apostolato associato – sempre il Concilio che parla – corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli, e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell'unità della Chiesa in Cristo, il Quale disse: "Dove sono due o tre riuniti nel nome mio, Io sono in mezzo a loro" (Matth. 18, 20). Perciò i fedeli esercitino il loro apostolato in spirito di unità – continua il Concilio –. Siano apostoli tanto nelle proprie comunità familiari, quanto in quelle parrocchiali e diocesane, che sono già esse stesse espressione dell'indole comunitaria dell'apostolato, e in quelle libere istituzioni nelle quali avranno stabilito di unirsi. L'apostolato associato è di grande importanza anche perché, sia nelle comunità della Chiesa, sia nei vari ambienti, spesso richiede d'essere esercitato con azione comune» (ib., n. 18).

    PURCHÈ IL LEGAME NON SIA SOLTANTO UNA STRUTTURA ESTERIORE
    MA NASCA DALL'AMICIZIA

    Il discorso si fa più stimolante.
    Una struttura burocratica esteriore appesantisce e produce «diffidenza, ripulsa e anche talvolta noia».
    Ciò che deve fondere, legare, è l'amicizia.
    È il termine di coesione più efficace: quello che da solo sa far accettare anche il resto.
    Che rende pronti, disponibili, aperti.
    Corre su di un piano umano-naturale, ma innerva la soprannatura.

    Ecco perché l'amicizia intesa come forma di fare del bene, può essere apostolato elettissimo; anche perché l'amicizia si fonda su affinità spirituali spontanee, che procurano diletto e fervore, accendono la fantasia e rendono facili i tentativi dell'apostolato, che forse da sè nessuno oserebbe compiere. L'amicizia, come apostolato, Noi la raccomandiamo come metodo, come allenamento e proprio come interpretazione autentica della carità effusiva e doppiamente benefica, a chi la esercita e a chi ne riceve i benefici (cfr. ib., n. 17).

    E COSÌ È SALVO ANCHE IL PLURALISMO NELL'APOSTOLATO

    Le fede nel carisma particolare di ogni membro del popolo di Dio (lo Spirito distribuisce a ciascuno i suoi doni, come vuole – 1 Cor., 12,11) comporta necessariamente la molteplicità di metodi, di intenti; la libertà di forme tentate, riprese, vagliate; il ricambio di presenze.
    L'amicizia, illuminata da un sicuro «senso della Chiesa», permette un continuo fiorire – e sfiorire – di gruppi di impegno apostolico.
    Se non accontentano il burocrate ricercatore di numeri e statistiche di presenza, forse dissodano più in profondità e con maggior ampiezza, la vigna del Padre.

    Alcune istituzioni, oggi in grande rinomanza e in grande diffusione, non ripetono la loro nascita da piccoli gruppi iniziali, associati nella carità e nel desiderio di servire la causa di Cristo? La loro virtù associativa ha fatto la loro forza e la loro fortuna, ed ha dato all'apostolato cattolico una sorprendente fecondità. Noi li osserviamo con compiacenza, li incoraggiamo e li benediciamo. La molteplicità di queste istituzioni dice quanta libertà d'iniziativa abbia l'apostolato in seno alla Chiesa, e quale ricchezza di scelta sia offerta al fedele volonteroso, che voglia esercitare l'apostolato in forme di suo gradimento e in compagnia di fratelli a lui affini per qualche speciale ragione, di spirito, di gusto, di lingua, di metodo, di personale conoscenza, di esperienza. Questo particolarismo preferenziale porta con sé un pluralismo di forme associative, che la Chiesa permette e protegge, non deve tuttavia tradursi in egoismo spirituale, o in orgogliosa emulazione d'un gruppo nel confronto con altri gruppi, o con la generalità dei fedeli, ma deve essere illuminato e guidato dal «senso della Chiesa», dallo spirito di amore verso tutti i fratelli, dal dovere dell'unità gerarchica e comunitaria, propria della Chiesa cattolica.

    (I brani riportati sono citati dal discorso di Paolo VI all'Udienza Generale di mercoledì 7 febbraio 1968. Dall'Oss. Rom., 8 febbraio 1968).


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