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    Gli ideali e le tensioni dei giovani d'oggi



    La formazione sociale dei giovani

    Antonino Valastro

    (NPG 1968-10-19)

    L'A. conclude, con questo articolo, lo studio introduttivo sulla formazione sociale dei giovani.
    Dagli aspetti più caratteristici della società e del mondo attuale – letti alla luce dei documenti più significativi del Magistero –, l'obiettivo si è spostato sui protagonisti: i giovani.
    L'articolo precedente ha analizzato i contenuti e le originalità della cultura giovanile.
    Questo si sofferma a considerare i loro ideali, le tensioni, le passioni che tormentano il loro mondo, i desideri latenti e esplosivi, i modelli di comportamento più invocati.
    Un problema vivo e di attualità, che fa il punto – pur senza la pretesa di approfondire un discorso così vasto come è quello della contestazione giovanile – su di una questione scottante. Questo e gli articoli precedenti, sono stati raccolti in una pubblicazione (I giovani e i problemi sociali e missionari, L.D.C., collana «Pastorale Giovanile-Sussidi»).
    Il testo è arricchito di interessante documentazione: le affermazioni più stimolanti per un servizio sociale e missionario; e aggiornatissime schede di presentazione di tutti i Movimenti e le Organizzazioni che operano nel settore.

    «I giovani d'oggi non hanno una passione, non sentono il tormento per qualche cosa che sia al di fuori di loro stessi, come tutte le generazioni di giovani che li hanno preceduti. Sono finiti, ormai, fra i ferri vecchi e le parrucche di altri secoli, la guerra igiene del mondo e la bella morte, il mal d'Africa, il nazionalismo e l'imperialismo, il disdegno della vita comoda e la polemica antiborghese, la retorica dei "colli fatali di Roma" ed il nostro primato. (...) La nostra è la prima generazione che non si presenti sventolando il gran pavese dei "forti ideali"» [1].

    UNA GIOVENTÙ DISIMPEGNATA E SENZA IDEALI?

    L'affermazione è abbastanza recente; sappiamo, del resto, che sulla carenza d'ideali eroici in gran parte degli adolescenti, le conclusioni dei sociologi sono state sinora sostanzialmente concordi: il giovane degli anni 60 ha in genere «delle aspirazioni limitate, tangibili, proporzionate alle realizzazioni possibili. Non è più immerso nelle chimere o nel sogno» (Ponsard).
    Frequenti inchieste tra giovani ribadiscono l'atteggiamento mediocre del-della maggioranza nei confronti delle scelte impegnative.
    Le opzioni professionali partecipano di questo clima prudenziale. Nella scelta d'un impiego, d'un lavoro, la maggioranza è sollecitata soprattutto dal traguardo della «sicurezza» e dalle prospettive di promozione e di carriera.
    Sintesi delle mete: mestiere, macchina, moglie.
    Diagrammi e commenti riflettono prevalentemente il mondo studentesco, ma il tipo nuovo del lavoratore non si discosta gran che dai moduli citati: le note inchieste del Bednarik, del Riesman e dello Schelshy delineano un giovane disponibile ai modelli della società dei consumi, disimpegnato da partiti e sindacati, alieno da recriminazioni classiste o fremiti eversivi.
    La ricerca delle cause è operazione di estrema complessità, soprattutto se estesa a vaste regioni del fenomeno. Limitandoci all'Italia, ci sembra convincente l'analisi che il Brasca propone degli «Elementi per una interpretazione del mondo giovanile». Nell'immediato dopoguerra, i giovani ebbero «l'impressione di trovarsi di fronte ad un mondo del tutto nuovo, in formazione, sul quale si potesse operare a piacimento, senza dover tener conto di dati preesistenti; il clima generale diffusosi nella nazione era ricco di prospettive e di promesse affascinanti (...). Essi mossero all'assalto della società con una presunzione più ingenua che colpevole, destinata però a ben amare smentite, anche perchè il mondo degli adulti andava rapidamente serrandosi in una tenace difesa di sè e delle proprie forme di vita. La difesa era giustificata dalla difficoltà dei problemi da risolvere, (...) fu però resa più chiusa e dura dall'egoismo, che è il difetto naturale degli adulti. Alle esigenze dei giovani non si attribuì l'importanza che esse effettivamente avevano (...). Si giunse fino a pretendere di utilizzare le loro energie sostanzialmente in appoggio e difesa di un mondo che si preoccupava tanto poco generosamente di loro (...). L'eccesso di fiducia con cui erano partiti rendeva ora ben amara la smentita (...); non restava che riconoscere il tramonto dell'ideale e rassegnarsi ad una vita più immediata ed istintiva».
    La gamma del disimpegno ha certo altre radici, oltre quella dell'ottimismo deluso; anzi, ai giovanissimi di oggi è mancato per lo più persino il tempo di nutrire illusioni: c'è poco spazio riservato alle tensioni ideali, in una società prefabbricata secondo i progetti adulti del benessere, ad alienata dalle mistiche del sesso, del danaro e del motore.
    Le pagine relative ai singoli ambienti offriranno in seguito altri elementi di giudizio sulle rispettive responsabilità; qui solo un accenno sommario alle contestazioni più concordi ed ovvie:
    – la famiglia: sempre più povera di convergenze comunitarie a livello di aspirazioni ideali;
    – la scuola: è staccata dalla vita, non incide, non orienta, non alimenta interessi in profondità: «quando un mondo culturale viene accostato a scuola, viene poi ripudiato sul piano delle libere scelte» (Alfassio Grimaldi);
    – la società adulta in genere: povera di fermenti vitali, di leaders, di modelli prestigiosi, di solide certezze; narcotizzante: «questo mondo (del progresso scientifico-tecnologico) in fin dei conti è fatto per assorbire gl'interessi più vivi dei giovani, e la carenza di spazi liberi all'iniziativa e alla fantasia del pioniere o del romantico appaiono di gran lunga compensati dalla intensità e dalla ricchezza della vita occupazionale e sociale. I giovani sempre meno possono sfuggire alla integrazione nella macchina sociale» [2].
    La congiura del benessere sterilizza dunque sul nascere i germi di emancipazione e di vitalità impegnata: le basta spiegare i tentacoli della propaganda e dei comforts, e i persuasori occulti risparmiano finanche la cattiva coscienza di sentirsi aggregati alla schiavitù della società opulente: «Si può adattare la gente a qualsiasi cosa, purché si usi la tecnica giusta» (Goodman).

    ALLA RICERCA DI MODELLI

    Non è mai mancato chi resistesse alle insidie della cattura: nel rifugio dell'isolamento, con reazioni associate non-violente, o la rivolta del ribellismo ad oltranza. Come sempre, era la contestazione più chiassosa ad assumere una più vivida emergenza sociologica, fino ad assurgere a simbolo d'un'intera generazione; ma gli «arrabbiati» non erano sinora né i giovani più numerosi, nè i più rappresentativi, bensì solo il fermento più acceso e vistoso (ma circoscritto) d'un'età che cresce in un groviglio di contrasti e di squilibri.
    La loro filosofia della vita: «i posti "buoni" sono inganni e turlupinature, è intollerabile farsi dettare il proprio modo di vivere dall'ufficio del personale, è uno sciocco chi lavora per pagare le rate d'un inutile frigorifero per la propria moglie, il cine, la televisione e il Club del libro del mese non meritano neppure il disprezzo; (...) è cosa saggia ed onorevole lavarsene le mani».
    Tutto da condannare, nel loro antimessaggio? Tutti assurdi e colpevoli, questi ragazzi terribili? «Non è tanto d'una gioventù assurda che si deve parlare, quanto di una gioventù che cresce nell'assurdo (...). Le apparizioni provocatorie, ribellistiche, talvolta delittuose (...) hanno indubbiamente una loro spiegazione; ma più che nella rinunzia agli autentici valori essa va ricercata nella mancanza di incentivi alla elevazione, nella insoddisfazione dei rapporti sociali, nella stanchezza, nella somma dí tutte le negazioni morali che la civiltà esprime nella sua estenuante ascesa materiale, nella mancanza di modelli di vita elevati, di amori più sacri» (Goodman).
    Nonostante tutte le apparenze, dunque, questi giovani sono assetati di valori e di eventi da vivere, di mete da stimare, di modelli da imitare, di guide che valga la pena di seguire. Ma non ne trovano. E spesso rinunziano; o si rivoltano; o trasfigurano la cronaca sportiva e canora, esaltandola ad avvenimento; o idealizzano le ribalte del successo, idolatrando i divi effimeri del momento.
    Sono forme di compenso; è il ricorso al surrogato, in mancanza di grandezze genuine.
    La provocazione, dunque, è nelle altrui carenze; ma spesso gli operatori socio-economici trovano producente fomentare in incognito le tensioni: «anche gli arrabbiati, i beat sono utilizzabili dalla Organizzazione per fornire spettacoli e miti attraverso i mass media (...). Ci sono sotterranei collegamenti tra cultura dell'Uomo dell'Organizzazione e i modelli devianti» (Ardigò)
    Gli stregoni del danaro, del potere riescono quindi a strumentalizzare persino le proteste, e ad integrarle nel sistema: un'abile alchimia somministra a turno – per oscuri canali – dosi calibrate di doping esaltante e di droghe estenuanti; l'ebbrezza offrirà temi convertibili in profitti, e la narcosi fermerà le energie scatenate sulla soglia dell'evasione. Non tutte le espressioni ribelli rientrano certo in tale schema: alcune hanno origini e forme assai diverse. Fra le altre principali cause: gli eccessivi ritardi, le estenuanti attese fra la precoce maturazione socio-culturale e l'effettiva assunzione dei relativi ruoli, fra la compiutezza psico-fisiologica e la concreta possibilità di sposarsi e d'inserirsi nel mondo degli adulti.

    UNA RELIGIONE-VITA CHE ILLUMINI LA RELIGIONE-NOZIONE

    Le aggressioni giovanili si erano sinora limitate ai soli mezzi istituzionali ed alle norme di condotta socialmente approvate; avevano invece rispettato – od ignorato – le mete ultime e i supremi principi dell'ordinamento sociale. Il cosiddetto ordine costituito non ha avuto nulla da temere dagli eserciti chiomati e dagli urli di Hit Parade: ben altre rivendicazioni, disperate e frementi, agitavano altrove – ed agitano – gli eredi della fame e del rancore.
    Un quadro deprimente, per chi vive consapevolmente la difficile vocazione di costruttore di umanità; abbastanza rassicurante, per chi edifica invece carriera e lucri sui ristagni borghesi dei flussi innovatori. Ma a conforto dei primi, si scorge ormai con evidenza, dietro lo spessore del conformismo e l'enfasi della protesta addomesticata, un rifluire di tensioni ideali animate dal risveglio culturale dei giovani e dalla insorgente reazione a catena contro le assurdità sempre più ovvie e repellenti del disordine strutturato e legalizzato.
    Fame, Vietnam, razzismo, oppressione, immobilismo sociale: gridano troppo forte, per non interferire con gli accordi beat e i motori del week-end; ed hanno tali accenti, e tale dialettica d'urto, da assumere sempre più il vigore dell'appello sollecitante le coscienze.
    Si accelera così il crescendo d'una vitalità giovanile che non si era mai del tutto spenta: «Non è forse vero che – pur con caratteristiche antiromantiche – sono emersi nella vicenda degli anni cinquanta e sessanta movimenti di giovani nel mondo che hanno guidato e preceduto, in un più nobile cammino d'impegno umano, gli adulti in imprese di libertà, di solidarietà universale o di risveglio nazionale? Il pensiero va ai giovani della rivolta ungherese del '56, ai movimenti giovanili nazionali dei "paesi terzi", al movimento studentesco democratico spagnolo, alla campagna antisegregazionista degli Stati Uniti, alle iniziative giovanili di solidarietà e missionarie per i lebbrosi, per i paesi dove si soffre la fame, alle manifestazioni per la pace in Asia» (Ardigò).
    C'è sempre stata, in moltissimi giovani, e si ravviva ora più che mai, «un'ansia di verità che li colloca in un clima di civiltà nuova» (All'assi° Grimaldi e Bertoni); e appena una vera testimonianza illumina gli orizzonti e rivela i veri connotati dell'uomo e dei suoi valori, la coscienza si anima di vibrazioni, la volontà si rende disponibile, l'inerzia si converte in dedizione.
    La dinamica della fede non sfugge a questa legge: «La gioventù abbandona il Cristianesimo non perchè lo ritenga troppo severo, ma perchè lo giudica troppo borghese, non sufficientemente esigente, incapace di galvanizzare la sua generosità con ideali validi» [3].
    «Ci fu un periodo in cui la Chiesa era molto potente, il tempo in cui i primi cristiani si rallegravano di essere giudicati capaci di soffrire per la loro fede. A quei tempi la Chiesa non era solo il termometro che registrava le idee e i principi dell'opinione pubblica, ma soprattutto il termostato che trasformava gli usi della società. Ogni volta che i cristiani entravano in una città, le autorità cercavano subito d'incolparli chiamandoli "perturbatori della quiete" o "agitatori estranei". (...) Ora la situazione è differente. Troppo spesso la Chiesa contemporanea è una voce debole, senza efficacia, che manda solo un suono incerto; troppo spesso si erge a grande difensore dello statu quo (...). Ma mai come ora il giudizio di Dio incombe sulla Chiesa. Se la Chiesa d'oggi non riacquista lo spirito di sacrificio della Chiesa primitiva, non solo perderà la sua autenticità, ma anche la fedeltà di milioni di uomini, e verrà respinta in quanto considerata alla stregua d'una associazione mondana ed inutile che non ha più senso per il XX secolo. Ogni giorno incontro dei giovani la cui delusione verso la Chiesa si è cambiata in disgusto vero e proprio» [4].
    Più che eclissi di fede giovanile, è quindi crisi delle forme espressive della religiosità, rifiuto d'una vita religiosa conformista, sociologica, modellata cioè dall'ambiente e recepita passivamente, e insieme sganciata dalla storia, dai rapporti fra gli uomini.
    «In un ambiente, dove economia e tecnica, arte e cultura, urgevano a demolire le pareti divisorie tra classi e caste e razze e nazioni, aprendo universalmente – e cioè cattolicamente – i valichi allo slancio degli spiriti, la religione individualista dei cristiani, e soprattutto la sua espressione di sola fides, sole pratiche di pietà per sé, senza un risultato nella convivenza umana, non poteva attrarre i giovani, usciti da un conflitto, scatenato da grettezze nazionalistiche, razzistiche, egemoniche (...).
    «Oggi molti scoprono la religione-vita, che illumina la religione-nozione. E scoprono soprattutto che c'è una religione di onore a Dio da realizzare prima d'ogni cosa servendo il fratello. Scoprono che il fratello – ogni uomo – ci è messo a disposizione, per istrada, al caffè, all'officina, ai campi, affinché ce ne serviamo per servirlo, giacché servire l'uomo è servire Dio» [5].
    È la morale della solidarietà con gli uomini e della responsabilità con la storia degli uomini. Nel valutare un comportamento, oggi i giovani e non soltanto gli evasori dal dovere – si chiedono non se esso risponda ai dettami d'un codice morale, bensì se rechi un contributo alla elevazione umana; non se esso rispecchi fedelmente gli usi ancestrali o i modelli riconosciuti, bensì se promuova gli autentici valori degli uomini di oggi.
    Una tale sensibilità per l'uomo può ispirarsi a Cristo e a Camus, può invocare la Grazia o la tecnica, proiettarsi nell'eternità o negarla. L'educatore cristiano ha l'urgente missione di orientarla verso l'amicizia senza frontiere e senza negazioni dello spirito.
    Meno riunioni in ghetto – dunque – e più missioni, meno parole buone e più presenze, meno dichiarazioni d'amore e più servizio, meno clubs di santificati e più cantieri, meno censimenti di fedeli e più impegno solidale con tutti: sono le attese dei giovani più vivi, più sani, più ricchi di umanità. E sono istanze cristiane.

    UN MODELLO CHE SAPPIA PAGARE DI PERSONA

    Non pretendiamo di convocarli dove per noi è più comodo o congeniale: non verranno. Specie se proporremo loro certi «compagni d'ideale»: «Questi esseri curvi che camminano nella vita di sbieco e con gli occhi bassi, queste anime sgangherate, questi calcolatori di virtù, queste vittime domenicali, questi timidi devoti, questi eroi linfatici, questi teneri bebè, queste vergini sbiadite, questi vasi di noia, questi sacchi di sillogismi, queste ombre di ombre possono forse essere l'avanguardia di Daniele in marcia contro la Bestia?» [6].
    Siamo testimoni che le convocazioni adulte in stile conciliare o kennediano non lasciano indifferenti i giovani; ne mobilitano anzi l'adesione convinta, anche in aree socioculturali apparentemente allergiche agli appelli e agli entusiasmi.
    Ben altra risposta ottiene il mondo adulto, quando si rivolge coi toni perentori dell'assioma o le blandizie paternalistiche titillanti l'istinto gregario. Certo, molti ancora tra i giovani si lasciano integrare; ma simili incontri si situano normalmente al livello di compromissione e di reciproca disistima o sospetto.
    Già troppe occasioni – del resto – son trascorse invano, per credere a un autentico interesse a vere soluzioni: «di quando in quando scoppiano fatti clamorosi, che scuotono l'opinione pubblica, mettono in allarme il quieto vivere dei benpensanti; la stampa parla con accenti drammatici di "gioventù bruciata", s'intervistano educatori e sociologi, medici e psichiatri, penalisti e politici, si recriminano le solite accuse alla famiglia, alla scuola, alla Chiesa, alla società. Poi, passato il vento dell'uragano, tutto ritorna come prima» (Panciera).
    E se il ritorno all'ordine sterilizzato tarda oltre i limiti di una benevola tolleranza senile, il ricorso alla repressione finirà per essere l'argomento risolutore. Apparentemente risolutore, s'intende, perchè i problemi restano: la repressione non è una terapia. Tanto meno in tempi di rapida espansione culturale: le contestazioni si fanno più motivate, più urgenti, più roventi.
    Ed allora le strutture cominciano a vacillare sotto i colpi di ariete della esasperazione; e gli sfollagente non sfollano più nessuno, e le minacce diventano impotenti. La rivolta degli universitari è già sulla linea delle rivendicazioni giovanili irresistibili ed irreversibili.
    Ancora una volta, ragione e torto convivono nelle parti contrapposte; ma quel che qui conta è constatare la «logica» di certe conversioni adulte, e gl'inevitabili riflessi sulla formazione sociale dei giovani.
    Sotto l'incubo della violenza, quelle che erano – per le autorità accademiche – «assurde pretese di alcuni irresponsabili mestatori, da respingere con fermezza», diventano per le medesime «legittime aspirazioni
    del mondo studentesco, da valutare in amichevole dialogo»; e quelli che erano – per le autorità politiche – «problemi complessi, da esaminare con calma in tempi più maturi», risultano improvvisamente di tale urgenza, da ispirare precipitosi «stralci» parlamentari in extremis.
    la dialettica della forza, la legge della foresta; ed ancora una volta, sono i «maestri» ed i «leaders» a riproporla di fatto come metodo, dopo averla ripudiata nella teoria dei loro testi e codici.
    Siamo appena all'esordio del fenomeno; ma è già possibile scorgerne le componenti nuove. Più che l'intensità e l'estensione geografica, assume un eccezionale rilievo l'aspetto di rifiuto globale del sistema, nelle sue strutture, nei suoi centri di potere, nelle sue matrici ideologiche. A parte le frange nichiliste, non si nega il riferimento ai valori: al contrario, se ne denunzia l'avvilimento cinico da parte degli adulti; e per la prima volta, si nega a tutti, persino ai partiti sedicenti rivoluzionari, il diritto e l'idoneità a rappresentare la gioventù «in lotta per una società nuova».
    Dinamite sotto la cattedra, dunque, ma anche sotto tutti i piedestalli, senza discriminazione di targhe: si nega non più una ideologia; si respinge non più un sistema, bensì il sistema di vita costruito dai padri. Radicalismo incosciente? Pretesti di sradicati?
    Non è facile dimostrarlo per tutti: gli stessi docenti riconoscono che i leaders delle agitazioni sono gli studenti con i voti più alti, quelli più ammirevoli per serietà d'impegno scientifico. Né fanatici, dunque, né falliti. È doveroso e necessario ascoltarli. A Oriente e ad Occidente dichiarano che non c'è giustizia senza libertà, nè libertà senza giustizia. Dovremmo persuaderli che non c'è l'uno nè l'altra senza Amore. Ma i nostri argomenti saranno debolissimi, fin quando non sostituiremo la retorica sulla carità con segni non equivoci di coerenza impegnata al servizio d'una società giusta per uomini liberi: questi giovani credono ormai soltanto in chi ha la forza morale di pagare di persona.
    Credono in Kennedy, King, Guevara, Torres, in quelli che amano il riscatto degli uomini quanto la propria vita, la verità più della carriera, il servizio più del privilegio, che lottano, e soffrono e pagano per i «dannati della terra», i defraudati, i deboli, gli oppressi.
    Soltanto a questi «testimoni» della coerenza essi riconoscono il diritto di richiamarli alle istanze dello spirito; agli altri, a quelli che pronunciano sentenze e moniti aggrappandosi agli stalli del potere e del censo, essi rispondono con l'indifferenza, il disprezzo, l'ironia e il rifiuto.
    La loro protesta è spesso scomposta, passionale, contraddittoria, povera di vere alternative. Ma è inutile e disonesto trincerarsi dietro l'alibi dei loro errori e degli eccessi eversivi: essi sono pronti a denunciare i nostri stermini armati, le nostre persecuzioni razziste, le nostre collusioni coi soprusi, le nostre paure ed ignavie spacciate per «prudenza», il nostro materialismo di gaudenti, il nostro egoismo di arrivisti, i nostri delitti di omissione: fame, ecatombe di bimbi, lebbra, sottosviluppo.
    È la rottura violenta con una società violenta. Chi spezzerà la spirale? Non certo i gelosi tutori dello status quo, perché anch'essi violenti: contro gli uomini, contro la storia, contro il cammino del Popolo di Dio. «Coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica renderanno inevitabile la rivoluzione violenta» Kennedy). «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Pop. Progressio).

    CON NOI O CONTRO DI NOI?

    La collera dei giovani – come quella dei poveri – interpella dunque le coscienze cristiane delle guide adulte coi toni della intimazione senza appelli: essi procederanno «con noi, o senza di noi, o contro di noi» (Mons. Camara).
    Ancora rifiuti di «servizio», e la rottura sarà forse irreparabile.
    E grandi eredità della storia degli uomini saranno travolte dal rifiuto integrale della generazione in lotta; ma ne saremo giudicati responsabili.
    E nuove grandi dimensioni cresceranno sul solco dell'evoluzione umana; ma non ne avremo merito: perchè ciò sarà avvenuto nonostante noi, nonostante la nostra resistenza ai segni dei tempi, la nostra incapacità d'amore; sarà avvenuto grazie al vigore «profetico» di questi giovani, che preparano – forse remotamente – una realtà umana più giusta, più libera, più cristiana.

    NOTE

    [1] Panciera, Nuovi documenti sulla gioventù d'oggi, (Il Regno, febbr. '66).
    [2] Ardigò, op. cit., pag. 548.
    [3] Kerstiens, Relazione al 3° Congresso Apostolato Laici.
    [4] M. Luther King, Lettera dal Carcere di Birmingham.
    [5] I. Giordani, È religiosa la gioventù d'oggi?
    [6] Mounier, L'avventura cristiana.


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