Vale la pena?
Storia di una domanda e di chi ha risposto
Non la fanno quasi mai in questi termini. Non entra nei questionari, non compare nei titoli dei libri di testo, non viene inserita nei programmi educativi. Eppure è lì – scritta nel modo in cui un adolescente entra in una stanza, nel modo in cui risponde o non risponde, nel modo in cui si accende o si spegne quando incontra qualcosa di reale.
Vale la pena?
Vale la pena impegnarsi, costruire, scegliere con cura? Vale la pena essere fedeli quando è faticoso, onesti quando è costoso, presenti quando è più comodo essere altrove? Vale la pena amare – sapendo che si può essere feriti? Vale la pena credere – sapendo che si può essere delusi? Vale la pena, in fondo, vivere – nel senso pieno del termine, non solo esistere biologicamente ma abitare la propria esistenza con intenzione, con cura, con tutto il cuore?
Questa domanda non è nuova. È forse la più antica che l'essere umano abbia mai posto – più antica della filosofia, più antica della religione organizzata, più antica della scrittura. Ma ogni generazione la pone di nuovo, con la propria voce, con il proprio dolore specifico, con le proprie forme di risposta e di fuga. E ogni epoca ha prodotto risposte diverse – alcune che reggono, alcune che cedono, alcune che aprono e alcune che chiudono.
Quello che segue è una carrellata – non esaustiva, ma orientata – attraverso la storia di questa domanda e delle risposte che l'umanità ha elaborato. Con un occhio sempre rivolto verso il giovane contemporaneo, verso il suo modo specifico di portare questa domanda, e verso le risposte che possono ancora parlargli.
Note di Pastorale Giovanile




















































