Una scuola nuova a livello di gestione: la collaborazione scuola-famiglia

Inserito in NPG annata 1974.

 


Sergio Cammelli

(NPG 1974-02-60)

La collaborazione scuola-famiglia è solo in minima parte un problema di circolari e di disposizioni ministeriali: prima di tutto è un problema di fiducia, di buona volontà, di convinzione personale da parte di tutti gli interessati - genitori, insegnanti, studenti - che si tratta non di libera scelta, ma di una necessità inderogabile nell'interesse di tutti coloro che hanno a che fare con la scuola.
Se oggi ogni tentativo di collaborazione scuola-famiglia si sviluppa attraverso difficoltà estreme e, spesso, finisce in un fallimento (non in Italia soltanto, ma anche in parecchi altri paesi europei che, per quanto più avanzati su questo piano, si trovano praticamente ad affrontare le stesse difficoltà e le stesse opposizioni) ciò è dovuto non tanto all'assenza di norme valide che diano alla famiglia la responsabilità che le compete nella scuola, quanto piuttosto alla opposizione sovente massiccia degli insegnanti, alla dispersione e allo scoraggiamento dei genitori, alla ostilità dei giovani: in una parola, manca la fiducia.
Troppi cioè, chiusi in una visione angusta, sorpassata ed egoistica, non riescono a vedere i benefici che possono nascere da una collaborazione fattiva ed intelligente e, a maggior ragione, non riescono a percepire le nuove dimensioni in cui necessariamente devono entrare la famiglia d'oggi e la scuola di oggi, su cui pesano nuovissime responsabilità in un mondo nuovo che ha allargato i suoi orizzonti addirittura al di là dei confini del nostro pianeta.
Perciò qualunque discorso sulla collaborazione scuola-famiglia e, naturalmente, qualunque tentativo di realizzazione concreta deve prima di tutto passare per questo discorso preliminare, per questa ricerca dei motivi di fondo.
È una regola che vale egualmente per i ministri che si proponessero di emanare nuove disposizioni a proposito del ruolo che spetta alla famiglia nella scuola, per i presidi che tentano di offrire al loro istituto questo prezioso strumento di crescita, per i professori generosamente pronti a nuove iniziative, per i consigli dei genitori, e per i loro dirigenti, per coloro che indicono riunioni e tengono conferenze.
Prima di fare bisogna credere nell'utilità di quello che ci si propone di fare e, se è vero che nell'azione si rafforza la fiducia e si scoprono possibilità nuove, è anche vero che, senza una sufficiente base di convinzione personale, di ciascuno in particolare e di tutti in generale, si corre il rischio di andare incontro a irrimediabili fallimenti.
E il fallimento, in questo caso, ha sempre una dimensione particolarmente grave perché non si tratta soltanto, in quella scuola o in quella città, di tornare al punto di partenza («in fin dei conti, potrebbe dire qualcuno, siamo ritornati nella situazione di prima, non si è perso nulla»), ma purtroppo gli avversari della collaborazione scuola-famiglia e coloro che senza essere decisamente ostili, sono semplicemente poco fiduciosi, trovano nel tentativo fallito una conferma per il loro atteggiamento negativo. Così l'insuccesso diventa punto di partenza per altri insuccessi, uccide ancora nel seme altri progetti e tentativi.
Se qualcuno fosse tentato di temere che il tempo impiegato nell'opera di persuasione personale è tempo perduto e che è molto più importante passare direttamente all'azione formulando statuti ed eleggendo consigli e presidenti, vorremmo scongiurarlo a non impegnarsi in una via sbagliata: anche questo matrimonio scuola-famiglia deve essere, se vuole riuscire, un matrimonio d'amore. E quando l'amore manca, non c'è coppia di sposi che possa reggersi sulle carte bollate dei notai o sugli articoli del codice civile.

UTILITÀ E NECESSITÀ DELLA COLLABORAZIONE SCUOLA-FAMIGLIA

Abbiamo già visto con quale spirito la famiglia deve avvicinarsi alla scuola e con quale spirito la scuola deve aprirsi fiduciosa alla famiglia: ambedue devono essere consapevoli di essere portatrici di valori e di interessi non divergenti, ma in parte diversi ed accettare come un fatto positivo questa diversità, diciamo così, complementare che permette loro di completarsi a vicenda.
E i giovani, consapevoli di questa realtà, nel momento stesso in cui fanno valere, magari con estrema vivacità, i loro punti di vista e le loro aspirazioni, non devono mai dimenticare che genitori e professori non sono mai mossi da interessi personali, e mirano soltanto al bene dei figli-alunni. Può essere che ci sia un errore nel modo di interpretare questo bene, ma si deve in ogni caso escludere una consapevole volontà di male.
Anche se si accetta il principio che il «sistema» si serve della scuola per perseguire certi interessi di categoria e di classe, e di proposito danneggia o emargina una parte dei giovani, non si potrà mai onestamente supporre che gli insegnanti e i genitori si facciano consapevolmente strumenti di asservimento o di degradazione dei giovani.
In ogni caso si dovrà presumere la loro buona fede e, nel quadro del nuovo rapporto triangolare genitori-giovani-insegnanti, come in ogni famiglia dove regni amore e reciproco rispetto nonostante la possibile divergenza di opinioni, i giovani dovranno usare lo strumento della persuasione e dell'amore, non venendo mai meno a quel rispetto che giustamente esigono per sé.
Ognuna delle tre parti dovrebbe compiere ogni sforzo per cercare di penetrare nella mentalità dell'altra: è con questo spirito di collaborazione attiva e convinta che la collaborazione scuola-famiglia può dare i suoi frutti.

Necessità per l'educazione

Si tratta di frutti preziosi. Oggi non è assolutamente concepibile una scuola che si limiti a istruire. La scuola deve proporsi di educare, e, anche se non se lo proponesse, la sua azione sarebbe egualmente - e necessariamente - educatrice o diseducatrice. Ogni momento della vita scolastica, ogni atteggiamento dell'insegnante (anche se non è in cattedra, anche nei minuti di intervallo), ogni relazione col prossimo e con il mondo circostante contribuisce nella scuola, si voglia o non si voglia, alla formazione del giovane. La maggiore o minore giustizia nel modo di trattare gli scolari, l'atteggiamento con cui si ricevono i genitori o con cui si accoglie in classe il preside o il bidello, il programma svolto metodicamente o con inutili soste seguite da corse affannose, il registro di classe tenuto in ordine o in disordine, i compiti corretti con celerità o con lentezza, con diligenza o con trascuratezza, certe allusioni nel commento di un brano letterario, la puntualità nell'entrare in classe, il modo di reagire a comportamenti scorretti degli alunni... tutto esercita un influsso sull'animo giovanile.
Ci siamo limitati ad accennare solo ad alcuni momenti di vita scolastica quotidiana senza toccare i grandi temi educativi connessi alle scelte di fondo; ma ci sembra fuori discussione l'influenza educativa di tutti i momenti della vita scolastica, nessuno escluso.
Se la scuola di fatto educa e una delle sue funzioni è proprio quella di educare, se l'educazione investe globalmente tutta la persona umana, se la famiglia ha il compito precipuo di educare, è facile concludere che la famiglia non può disinteressarsi dell'educazione che i figli ricevono a scuola, così come la scuola non può disinteressarsi dell'educazione che gli alunni ricevono a casa.
Noi sappiamo, oltre tutto, che anche il puro e semplice risultato scolastico è gravemente condizionato dall'influenza della vita familiare e dall'atmosfera che in casa si respira e dall'educazione che in essa si riceve: anche se la scuola dovesse preoccuparsi soltanto dello studio, non potrebbe essere indifferente ai comportamenti delle famiglie, ma dovrebbe cercare contatti e stabilire unità d'azione che le permetta di conseguire nel modo migliore i suoi fini. Ciò vale a maggiore ragione per una scuola che, a prescindere dall'aspetto puramente scolastico, sa di dover educare.
La famiglia, che è educatrice per eccellenza, avverte da parte sua la necessità di procedere intimamente unita alla scuola: per conoscere meglio il carattere, i problemi, e gli atteggiamenti del ragazzo che vive in classe molte delle ore più significative della sua giornata, per offrire alla scuola un quadro completo dell'atteggiamento del ragazzo fra le pareti domestiche e nelle relazioni extra-scolastiche, per concordare criteri e metodi comuni. Si tratta di costruire un uomo e non è concepibile che due ingegneri incaricati di costruire un edificio ignorino ciascuno i piani dell'altro o, addirittura, si sforzino di distruggere quello che l'altro edifica. Forse non ci si è riflettuto abbastanza e, quindi, ne manca la consapevolezza; ma di fatto, nella grande maggioranza dei casi, si è fin qui proceduto proprio in questo modo: scuola e famiglia, quando non si sono combattute, hanno proceduto nella loro opera educativa ignorandosi a vicenda.

Utilità per l'insegnamento

Anche l'aspetto più squisitamente tecnico dell'attività scolastica, l'insegnamento, può ricevere notevoli vantaggi da una stretta collaborazione fra scuola e famiglia. Oggi si fa sempre più strada la convinzione che l'alunno non è un recipiente in cui si debba versare una certa quantità di nozioni: si richiede una partecipazione attiva e convinta dei giovani e, per conseguenza, un insegnamento individualizzato che tenga conto delle particolari condizioni di ciascuno, de; suoi interessi personali, delle sue disposizioni, della sua personalità.
La personalità di un giovane non potrà mai essere sufficientemente conosciuta se egli non viene collocato nel suo ambiente familiare: ogni suo atteggiamento acquista un particolare significato in relazione alla sua vita di famiglia. Non si può insegnare bene a un ragazzo se non si conosce questo ragazzo, e non si può conoscerlo bene se non si conosce anche la sua famiglia. Non molto tempo fa si riteneva che per insegnare il latino a Pierino bastasse sapere il latino; in seguito si è compreso che per insegnare il latino a Pierino non basta conoscere il latino ma occorre conoscere anche Pierino; oggi si fa strada la consapevolezza che non basta neppure conoscere Pierino, ma è necessario conoscere anche i suoi genitori. Certi comportamenti scolastici trovano la loro spiegazione non fra le pagine della grammatica o del vocabolario, ma nei rapporti fra padre e madre, nella nascita di un fratellino, nella presenza dei nonni, nel lavoro dei genitori, ed è perfettamente inutile insistere su un teorema e su una regola di sintassi quando le cause dell'insuccesso si trovano a monte.
A questa prima indicazione se ne aggiunge un'altra, forse meno evidente ma non meno fondata. Anche le vere e proprie tecniche dell'insegnamento (si entra qui in un settore più delicato e più gelosamente difeso dagli insegnanti) possono ricevere un contributo non indifferente dalla collaborazione delle famiglie. A parte l'ovvia considerazione che non tutte le famiglie sono necessariamente ignoranti e non mancano quelle con una buona preparazione generale e magari specifica, anche famiglie del tutto lontane dai problemi dell'insegnamento e digiune della materia insegnata possono dare un apporto prezioso ed aiutare l'insegnante a migliorare non diciamo la qualità ma l'efficacia delle sue lezioni.
Ci sono aspetti, più che extra-scolastici, parascolastici che spesso l'insegnante ignora e che non sfuggono ai genitori. I genitori sanno che in quella classe 28 ragazzi su 30 prendono regolarmente ripetizione di matematica; che il ragazzo deve farsi spiegare dalla sorella maggiore gli errori del compito di latino perché il professore corregge con voce troppo bassa e negli ultimi banchi non si sente; che il libro d'inglese è pieno di errori; che a proposito di un canto di Dante il professore fa una bellissima conferenza sul libero arbitrio, ma non spiega il canto stesso; che certe regole di latino non sono mai state spiegate in classe perché il professore dell'anno scorso ha detto: «le farete l'anno prossimo» e il professore di quest'anno ha detto: «le avete fatte l'anno passato»; che certi esperimenti di fisica non sono stati eseguiti dalla maggioranza della classe; che il testo di filosofia usa termini incomprensibili anche per chi abbia una buona cultura; che il meccanismo del verbo greco è stato spiegato con grande esattezza scientifica ma con grande confusione per gli alunni; che certe parti del programma sono state svolte troppo in fretta; che occorrerebbe un ripasso; che i compiti a casa sono troppi o troppo pochi; che i ragazzi hanno scoperto il meccanismo che regola il turno delle interrogazioni e si preparano due volte al trimestre; che il compito in classe viene fatto da tre o quattro e copiato dagli altri; che le interrogazioni si risolvono in un dialogo sottovoce a cui la classe non partecipa e da cui non trae nessun profitto; che il problema di matematica a casa viene risolto dal più bravo della classe e trasmesso agli altri per telefono; che la lezione di inglese dovrebbe essere meno teorica e più pratica.
L'elenco potrebbe evidentemente continuare ancora parecchio. Ci siamo dilungati - in maniera che forse potrà sembrare eccessiva - su questi particolari perché sappiamo fino a qual punto la maggioranza dei professori sia refrattaria all'idea che, da parte di genitori che non sanno il greco, possa venire qualche suggerimento utile a migliorare l'insegnamento del greco, all'idea che i genitori siano in grado di esprimere un'impressione o un parere su un testo scolastico: non è detto che uno debba intendersi di motori per accorgersi che una macchina non funziona bene o che si debba essere architetti per costatare che un muro non è diritto o fa le crepe oppure che l'intonaco si stacca e cade a pezzi qua e là.
Poiché il nostro compito qui è di trattare della collaborazione fra scuola e famiglia, insistendo soprattutto su genitori e insegnanti, non possiamo dilungarci troppo su un aspetto tutto particolare di questa collaborazione: la partecipazione diretta dei giovani, partecipazione che richiederebbe tutto uno studio apposito.
Sarà tuttavia facile osservare come molto di quello che è stato detto a proposito dei genitori vale anche, e spesso con maggior ragione, per i giovani studenti: essi possono spesso contribuire con molta acutezza e competenza a identificare errori e lacune dell'insegnamento e ad aprire nuovi orizzonti a una scuola che tutti riconoscono unanimamente sorpassata e bisognosa di rinnovamento.

L'accettazione da parte delle famiglie

Se poi chi va ad abitare in un edificio nuovo ha in qualche modo collaborato alla costruzione recandosi ogni giorno sul cantiere, parlando con i muratori e i dirigenti, dando qualche consiglio, esprimendo di volta in volta il suo parere ed affrontando insieme ai tecnici i problemi che a mano a mano si presentavano, questi si sente inevitabilmente corresponsabile, in una certa misura, e sarà giudice assai meno severo dei difetti che potranno in seguito manifestarsi.,
Far partecipare gli altri alla responsabilità alleggerisce la responsabilità nostra, ci permette di fruire di una collaborazione che non è mai inutile, aiuta gli altri a «crescere» e a maturare.
Per quanto vada trasformandosi e incominci a comprendere che bisogna scendere dalla cattedra e sedersi sul banco accanto all'alunno e, forse, intuisca che addirittura non dovranno esserci più né cattedre né banchi, ma soltanto una comunità educativa sul tipo di quella della famiglia, in cui l'autorità dei genitori non avverte l'esigenza di forme materiali di distinzione, la scuola conserverà ancora per un certo tempo, è probabile, la funzione di giudice. Anche se dovesse promuovere tutti dalla prima elementare all'ultimo anno di liceo è difficile che, in una società organizzata come la nostra attuale, possa rinunciare a emettere un giudizio di valore che distingua lo studente brillante da quello a cui il diploma è stato concesso per... meriti di anzianità o per disposizione di legge. E anche difficile che, durante il corso degli studi, possa rinunziare a premiare e a punire, a lodare e a biasimare: proprio il fatto di costruire come la famiglia, una comunità educativa rende necessario, come in famiglia, il premio e il castigo. Compito, questo, sempre molto delicato (i genitori ne sanno qualcosa!), ma delicatissimo quando si tratta di aver a che fare con i figli degli altri: per quanto i genitori siano intelligenti ed aperti, i loro figli valgono sempre ai loro occhi qualcosa più del giusto.
La scuola non è un tribunale e gli studenti non sono degli imputati (anche se non tutti la pensano così: qualche anno fa un professore di filosofia, in una seduta del collegio dei professori, ebbe a proclamare che far partecipare i genitori alla vita della scuola sarebbe equivalente a far sedere come giudici in tribunale i genitori degli imputati!), ma la scuola deve emettere dei giudizi, e quanto più i genitori avranno preso parte direttamente alla formazione di questi giudizi, tanto più essi saranno serenamente accettati da tutti e, quindi, più efficaci. Abbiamo già esempi di classi o di scuole in cui il giudizio finale è stato elaborato insieme ai genitori e senza nessun inconveniente e con soddisfazione di tutti.
Ma non si tratta soltanto di scrutini e di esami. Tutta la vita scolastica, secondo l'ottica con cui è vista, si presta a giudizi discordanti o a incomprensioni. Ci sono le esigenze del calendario e dell'orario, i limiti imposti dai mezzi finanziari e dai locali, situazioni particolari di ragazzi e di insegnanti, la differenza - spesso notevole - di età dei ragazzi che frequentano il medesimo istituto (in un liceo si va da 13 a 20 anni ed oltre), considerazioni educative assai complesse legate al dato di fatto di una comunità di trenta-quaranta ragazzi (classe) o di 500-1000 (istituto). Anche nelle famiglie certe cose che vanno bene dove c'è un figlio solo non vanno più bene quando i figli sono più d'uno. Certi atteggiamenti dei professori che, visti a distanza, sembra così logico e naturale condannare, acquistano un altro significato nel contesto della classe; certe norme di regolamenti scolastici, che possono sembrare dannose o ridicole a un genitore, diventano necessarie e provvidenziali a chi conosca la situazione dell'istituto.
Quando si hanno responsabilità di governo ci si rende conto che certe realizzazioni, per cui prima si era combattuto, sono impossibili o dannose. La partecipazione dei genitori al governo della scuola eliminerebbe la maggior parte dei malintesi, ed invece di mettere a fianco dei professori e del preside mal tollerati controllori, metterebbe collaboratori volenterosi pronti a condividere il peso delle responsabilità.

LA META IDEALE A CUI TENDERE

La comunità educativa

Perché la meta a cui si deve - a lungo termine - mirare deve essere proprio il formarsi a più alto livello di una nuova grande famiglia, la famiglia di classe e, quindi, la famiglia d'istituto, non tanto retta da norme e da regolamenti quanto piuttosto animata dalla benevolenza e dal reciproco amore: quella che da parecchio tempo ci sforziamo di annunziare [1] e che abbiamo chiamato «comunità educativa».
La collaborazione delle famiglie non deve servire soltanto a migliorare i servizi prestati dalla scuola, ma deve soprattutto offrire alle famiglie l'occasione di una promozione socioculturale mediante gli scambi e i contatti con le altre famiglie e gli insegnanti, mediante l'analisi e il conseguente tentativo di soluzione dei problemi educativi, scolastici, sociali, mediante una responsabilizzazione collettiva che conduca a una visione globale e che impegni ciascuno a creare, intorno ai giovani e con i giovani, una vera e propria comunità educativa.
La comunità educativa, di cui ogni educatore cosciente - insegnante o genitore - non può non avvertire la validità e l'esigenza, deve essere capace di riunire genitori, giovani e insegnanti in una vera e propria grande famiglia: deve trattarsi di una comunità in cui la scuola non costituisce più un servizio pubblico destinato a fornire istruzione e cultura, ma in cui - proprio come in una famiglia - ciascuno contribuisce al miglioramento degli altri, in cui si scambiano i frutti delle varie esperienze, le gioie, le preoccupazioni, in cui tutti si aiutano vicendevolmente, per edificare una società nuova.
Per giungere a questo occorre superare una visione egoistica e settoriale per entrare in una dimensione più vasta che apparirà a molti nuova e difficile. Gli ordinamenti e le disposizioni ufficiali potranno senza dubbio facilitare la realizzazione di questa comunità nuova, ma, come abbiamo detto, non potranno darle efficacia reale e calore di vita se essa non avrà il suo vero fondamento nella convinzione profonda di ciascuno e se sopravverranno i pregiudizi e lo spirito corporativo e di difesa di casta.
Bisogna cioè che ognuno - genitore, giovane, insegnante - si ponga davanti alla comunità educativa non con spirito di rassegnazione o di tolleranza, né tanto meno col segreto proposito di salvare la maggior parte possibile della sua autonomia personale e delle sue prerogative, ma con la profonda convinzione che l'inserimento totale e senza riserve, costituisce, in definitiva, il modo migliore di realizzare se stesso. L'altro, sia esso genitore, o figlio, o alunno, o docente, si accetta positivamente perché ci si rende conto che è portatore di valori diversi dai nostri, che arricchiscono e potenziano i nostri. Il fatto che l'altro abbia vedute opposte alle nostre non ci irrita e non ci offende, perché siamo consapevoli che, proprio dal contrasto di opinioni e dalla discussione che ne segue, non per affermare la propria supremazia ma per cercare la verità e il bene comune, deriva una crescita di tutto il gruppo e di ciascuno dei suoi membri in particolare.
E con questa visione che dobbiamo energicamente impegnarci perché si dia, a tutti i livelli, la massima importanza alla democratizzazione di questo settore dell'insegnamento: quanto più la famiglia avrà non soltanto la possibilità di essere ascoltata ma anche il diritto di prendere decisioni d'accordo con gli insegnanti, quanto più grande sarà la responsabilità comunitaria di ogni genitore e la soddisfazione di sapersi ascoltato e di sentirsi utile, quanto più profondamente vissuta sarà la democratizzazione dei rapporti fra genitori e insegnanti e giovani studenti... tanto più si eleverà il livello socioculturale della famiglia e questa sarà in condizione di offrire ai suoi figli l'aiuto morale di cui hanno assoluta necessità per riuscire negli studi.
L'educazione permanente degli adulti può trovare la sua più valida realizzazione proprio in questa comunità educativa che dobbiamo sforzarci di creare ad ogni costo: alla scuola si offre questo compito nuovo ed entusiasmante.

Comunità educativa in atto

Come può realizzarsi una comunità educativa? L'utilità delle associazioni di genitori, delle associazioni scuola-famiglia, dei comitati genitori-insegnanti è fuori causa: tutte le forme di organizzazione oggi esistenti che portano ad una collaborazione fra scuola e famiglia e ad una responsabilizzazione dei genitori vanno incrementate e potenziate, tuttavia resta da creare qualcosa di nuovo, di più completo. La comunità educativa può veramente costituire il crogiuolo in cui si fondono e si perfezionano tutte le situazioni sopra citate.
Abbiamo già accennato allo spirito che deve animarla ed ai fini che deve proporsi, ma, cercando di definirla più concretamente nell'ambito della realtà scolastica attuale, crediamo che soltanto un modello preso dalla vita vissuta possa riuscire a definirla abbastanza completamente senza togliere nulla di quella ricchezza di motivi e di quel calore umano, senza di cui si ridurrebbe ad una formula vuota e retorica: la famiglia costituisce l'unico modello valido della comunità educativa.
Nella comunità educativa l'edificio scolastico è la casa comune delle famiglie che vanno e vengono tranquillamente e ci si sentono come a casa propria.
Possono entrare nelle aule ed assistere alle lezioni, possono incontrarsi fra loro o con gli insegnanti; preside e professori sono a completa disposizione dei genitori; si esamina e si discute insieme tutto ciò che riguarda l'insegnamento, l'educazione, l'ambiente che circonda i ragazzi; tutti i momenti dell'istruzione e dell'educazione nascono da una collaborazione collettiva che non significa confusione di ruoli ma partecipazione corale alla formazione dei giovani.
Le interrogazioni, i voti, i premi e le punizioni, gli orari, l'applicazione dei programmi, la distribuzione delle materie, le escursioni e le visite ai monumenti, le pagelle, gli scrutini, gli esami, tutto, proprio come in una famiglia, si fa con la collaborazione di tutti (compresi gli alunni), in un clima gioioso e fiducioso, senza schemi troppo rigidi, con la convinzione che l'educazione deve essere reinventata minuto per minuto. Si tratta di un clima estremamente ricco e fecondo in cui devono necessariamente scomparire (perché non hanno più alcun senso) le distinzioni tradizionali fra genitori da una parte e insegnanti dall'altra, fra chi dirige la scuola e chi insegna. Ciò non significa che venga perduto il rispetto reciproco o che venga ignorato il diverso grado di responsabilità di ciascuno: ancora una volta il paragone più valido si può fare con la comunità familiare dove tutti sono uniti, tutti si vogliono bene, tutti realizzano contemporaneamente l'unità nella diversità.
Quando diciamo tutti vogliamo dare a questa parola esattamente il suo pieno significato: nella comunità educativa non esistono più, almeno nella normale vita quotidiana della scuola, delegazioni di genitori, comitati scuola-famiglia, gruppi rappresentativi di giovani eletti dalle classi... tutti partecipano direttamente a tutto.
Ogni forma di organizzazione burocratica e, quindi, di limitazione delle possibilità di collaborazione offerte a ciascuno deve essere esclusa: ciascuno deve essere e sentirsi responsabile, ogni voce deve valere soltanto per una persona.
Tutto ciò che è stato detto fin qui a proposito della comunità educativa considera la cellula scolastica fondamentale: la classe. Naturalmente è a livello della classe che è più facile realizzare questa comunità, ed è pure a livello della classe che gli interessi sono più vivi e diretti. E la realizzazione della comunità è, a questo livello, assai più facile perché non è necessaria la collaborazione di un numero troppo grande di insegnanti. In una prima fase sperimentale, nulla vieta che, in un istituto, una sola classe o un piccolissimo numero di classi, si trasformi in comunità educativa. Si può anzi dire che questa limitazione presenterebbe notevoli vantaggi, perché è assai improbabile che tutti gli insegnanti di un istituto guardino con benevolenza a questo nuovo tipo di comunità scolastica ed è preferibile che, in un primo tempo, l'esperienza sia condotta avanti solo da chi è profondamente persuaso della sua validità e può dare l'apporto della sua convinzione interna, magari addirittura del suo entusiasmo, alla soluzione di quelle difficoltà che non possono mancare di presentarsi. Un tentativo di comunità educativa a livello d'istituto tutto intero, per iniziativa di un preside o di un piccolo gruppo di insegnanti, senza la collaborazione attiva e benevola di tutti i colleghi o con la tacita ostilità di qualcuno di essi, rischierebbe di concludersi con un insuccesso e di compromettere seriamente ogni altra esperienza simile. Data la novità del concetto di comunità educativa bisogna evitare insuccessi iniziali e bisogna evitare di lasciarsi trasportare dall'entusiasmo in questo campo, e, soprattutto in un primo tempo, è meglio non fare, piuttosto che fare male.
Sarà dunque opportuno incominciare con una sola classe, o con pochissime classi: le altre verranno dietro, di loro iniziativa, quando tutti potranno costatare che le prime esperienze sono positive.
Di fatto, tutto ciò che è stato detto fin qui a livello della classe, si applica anche a livello della scuola tutta intera e, dunque, di tutto ciò che riguarda non più una classe, ma tutte le classi.
È una famiglia che si allarga ma che non cessa di sentire profondamente la sua unità e i cui membri spiritualmente e culturalmente più poveri si arricchiscono nel contatto con gli altri e, soprattutto, prendono per la prima volta l'abitudine d'interessarsi a problemi che non si riferiscono soltanto alle necessità biologiche della vita quotidiana; ma anche i membri più favoriti dalla sorte si arricchiscono attraverso i contatti e gli scambi con quelli che lo sono meno: così si offre loro l'opportunità di conoscere direttamente una situazione socioeconomica di cui potevano trovare notizia (e non sempre!) nei libri, e penetrano così in una nuova dimensione e in una nuova realtà.
Ci sembra comunque evidente che l'attuazione della comunità educativa contribuirebbe decisamente a risolvere le difficoltà causate dall'ambiente familiare. Se è vero che la scuola non dà tutti i frutti che sarebbe possibile attendersi, anche e soprattutto, a causa del condizionamento di certi ambienti familiari economicamente e quindi culturalmente (i due fenomeni procedono per lo più di pari passo) depressi, è evidente che la comunità educativa, promuovendo socialmente e culturalmente la famiglia attraverso una partecipazione diretta ai problemi della scuola e dell'educazione inciderebbe profondamente sui risultati scolastici e, nello stesso tempo, sulla crescita della società tutta intera realizzando il più valido tipo di educazione permanente degli adulti.

[1] L'autore è, tra l'altro, direttore di una rivista tutta dedita all'argomento in questione: Genitori (cas. post. 622 Bologna).