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    Carmine Di Sante

    (NPG 2006-05-46)


    I sinottici fanno coincidere l’ultima apparizione di Gesù con un ordine e una missione:

    Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28. 16-20).

    Si tratta di un compito universale: andare dovunque, in tutte le nazioni.
    Marco è ancora più esplicito: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). L’evangelista sostituisce a «tutte le nazioni» «tutto il mondo» (cosmo nell’originale greco) e aggiunge «ogni creatura», termine che, sempre nell’originale greco (ktisis), non riguarda solo l’uomo ma ogni essere animato e inanimato. Come se l’annuncio dell’evangelo avesse un risvolto non solo sul piano antropologico ma anche su quello cosmico.
    Ma perché andare in tutto il mondo e incontrare ogni creatura?
    Per ammaestrarle, secondo Matteo: cioè, secondo il testo originale, per «renderle discepole» del crocifisso, mentre per «proclamare il vangelo», secondo Marco: per annunciare cioè la buona notizia della liberazione dalle potenze del male: «questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16, 17-18). Per Luca invece lo scopo della missione è di proclamare a tutti la metanoia e il toglimento dei peccati:

    Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all`intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24, 46-39).

    Per Matteo quindi si tratta di ammaestrare, per Marco di annunciare l’evangelo e per Luca di predicare la conversione e il perdono dei peccati.
    Ma si pone la domanda che cosa vogliono dire gli evangelisti con questi verbi e quale sia il loro reale contenuto. Influenzata dal pensiero greco per il quale la verità è la verità razionale il cui organo di trasmissione sono il logos e la parola, nella sua lunga tradizione la chiesa li ha intesi come trasferimento di convincimenti, idee o concetti – che in Gesù è giunta la salvezza, che questa va proclamata a tutti, che la «buona notizia» è aderirvi e che a chi l’accoglie e si converte è cancellato il peccato – da una cerchia limitata ad una sempre più estesa, e il suo universalismo, dalla scoperta delle Americhe in poi, spesso si è configurato, a volte fino a identificarvisi, come forma di colonialismo culturale e «spirituale».
    Ma quando, dopo la sua morte, si mostra ai discepoli e dice di andare in mezzo a tutte le nazioni per «ammaestrarle», rendendole sue «discepole», ciò che Gesù intende universalizzare è il sapere della croce, cioè che il principio della misericordia da lui fatto esplodere sulla croce è l’unico principio sul quale, in qualsiasi parte del mondo e per chiunque, è possibile ricostituire la fraternità umana. Il sapere della croce è quel sapere che nell’odio immette l’amore che lo interrompe, nel rifiuto introduce l’accettazione che lo sconfigge, nella violenza conficca la nonviolenza che la sovverte, nella inimicizia fa dono dell’amicizia che riconsegna il nemico all’amicizia. Ma questo sapere – insieme sàpere e sapére, esperienza e conoscenza! – prima che con la parola si universalizza con la potenza di luce che da esso emana e si diffonde. L’universalizzazione della misericordia o non violenza, che il messia crocifisso affida ai suoi discepoli come missione da portare in tutto il mondo, non si produce – né può prodursi – attraverso il linguaggio e le sue articolazioni logiche dell’asserzione, della prescrizione, dell’esortazione, della celebrazione e dell’argomentazione ma dall’eccellenza del suo puro darsi che, come un lampo o un bagliore nella notte, illumina il buio più recondito. La misericordia come amore incondizionato e come nonviolenza dentro la violenza appartiene alla decisione dell’io ed è quanto di più particolare ci sia, ma è proprio in questo particolarismo, il particolarismo etico, che, come vuole Lévinas, si custodisce il più radicale e sconvolgente universalismo:

    L’intuizione fondamentale della moralità consiste forse nel percepire che io non sono uguale agli altri, e in un senso molto preciso: io mi vedo obbligato dallo sguardo d’altri e di conseguenza sono infinitamente più esigente verso me stesso che verso gli altri. ‘Più sono giusto e più sono severamente giudicato’ recita un testo talmudico. Allora non esiste coscienza morale che non sia coscienza di questa posizione eccezionale, che non sia coscienza dell’elezione. La reciprocità è una struttura fondata su una ineguaglianza originaria. Perché l’uguaglianza possa entrare nel mondo è necessario che gli esseri umani possano esigere da loro stessi più di quanto esigano dagli altri, è necessario che sentano responsabilità da cui dipende la sorte dell’umanità e che si pongano, per questo, a parte rispetto all’umanità. Tale ‘esistenza a parte rispetto alle nazioni’ – di cui parla il Pentateuco – è realizzata nel concetto d’Israele e nel suo particolarismo. Si tratta di un universalismo che condiziona l’universalità. E si tratta di una categoria morale piuttosto che del fatto storico di Israele, anche se l’Israele storico è stato di fatto fedele al concetto di Israele e ha sentito – dal punto di vista morale – responsabilità e obblighi che non esige da nessun altro, ma che sostengono il mondo» (Lévinas, cit. p. 39).

    La missione delle chiese nel mondo consiste in questo universalismo etico e della responsabilità, le cui figure estreme, per il messia crocifisso, sono la misericordia da introdurre dentro la sofferenza e la nonviolenza dentro la violenza.
    Per Metz il monoteismo biblico è – dovrebbe essere – il monoteismo della compassione, e l’universalismo cristiano l’universalismo della solidarietà con chi patisce: «Parlare del Dio di Gesù significa decisamente mettere a tema il dolore altrui e denunciare responsabilità inevase, solidarietà negate» (Memoria e passione nel pluralismo delle religioni e delle culture, in «Il Regno» 22/2000, p. 770). Ma, per il teologo tedesco, questa sensibilità al dolore si è lentamente eclissata per l’imporsi, nelle chiese, di una preoccupazione dogmatica legata al problema del peccato e della colpa:

    Il cristianesimo ebbe già molto presto grosse difficoltà con questa elementare sensibilità del suo messaggio al dolore. La questione inquietante, per le tradizioni bibliche, riguardo alla giustizia per coloro che soffrono ingiustamente, fu di fatto molto presto mutata e riformulata nella questione concernente la redenzione dei colpevoli. Il problema della teodicea fu attenuato o ridotto al silenzio dalla soteriologia, dal messaggio della morte espiatoria di Gesù. La dottrina della salvezza cristiana ha troppo drammatizzato il problema del peccato, mentre ha relativizzato il problema del patire. Il cristianesimo si trasformò da una religione con una primaria sensibilità al patire in una religione con una primaria sensibilità al peccato. Il primo sguardo non si volgeva più alla sofferenza della creatura, ma al suo peccato» (ivi).

    Comandando ai discepoli di andare per tutto il mondo, ciò che Gesù istituisce è «questa primaria sensibilità al dolore umano» che, condiviso, è vinto nello spazio della solidarietà e della fraternità umana. Compito delle chiese è incarnare questo spazio dove, nella storia, rifiorisce la creazione.
    Asor Rosa ha scritto che per le chiese, soprattutto per la chiesa di Roma, «il resto del mondo è un’entità da convertire» e «non un gigantesco agglomerato di sofferenze da abbracciare» (La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana, Einaudi, Torino 2002, p. 117).
    Predicare il vangelo al mondo – evangelizzarlo – non è convertirlo, ma farsi voce del «gigantesco agglomerato» delle sofferenze umane da «abbracciare».
    Un buon programma per le chiese e per ognuno. Sempre. In tutti i tempi. Ma soprattutto in questo nostro tempo segnato da ingiustizie abissali e da violenze inimmaginabili, in cui, divenuta villaggio, l’umanità è per la prima volta di fronte a un bivio e può solo sopravvivere con l’istituzione di un nuovo ordine o nomos mondiale il cui nome più appropriato è la fraternità universale, il sogno di Dio sull’umanità e per la cui reinstaurazione, in obbedienza al Padre, Gesù ha scelto di morire per amore sulla croce.


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