Canzone italiana

e difesa dell'ambiente

Claudio Zonta

 

La canzone italiana, oltre che a cantare l’amore nelle sue molteplici dimensioni, ha saputo farsi voce di istanze e problematiche che continuano a interpellare l’essere umano in quanto tale; non pochi sono i cantautori che si sono confrontati con il tema dell’ecologia, a volte mediante esplicite denunce contro l’operato dell’uomo, altre volte in maniera evocativa, utilizzando un linguaggio che sottende un rispetto per l’ambiente e la creazione. Forse proprio la canzone d’autore può aiutare a comprendere la complessità del termine «ecologia», indagando il senso e la profondità di un significato che si spinge oltre la necessità di conservare e difendere la natura, per mantenere l’equilibrio dell’ambiente naturale.

Dalla polemica a una poetica della natura

Uno dei cantanti che ha lottato per la salvaguardia dell’ambiente, polemizzando contro la cementificazione esasperata delle città, l’industrializzazione senza regole, è certamente Adriano Celentano, il quale, sin dagli anni Sessanta, con la celebre canzone «Il ragazzo della via Gluck» (1966), così si esprimeva: Ma come fai a non capire, / è una fortuna, per voi che restate / a piedi nudi a giocare nei prati, / mentre là in centro io respiro il cemento. In queste strofe si sviluppa il contrasto tra la vita naturale, espressa dalla metafora dei bambini che vivono il contatto diretto con la natura, con i piedi che toccano direttamente la terra, e la sinestesia del respirare il cemento, espressione dell’industrializzazione e del conseguente inquinamento atmosferico.
Ben più polemica e dai toni apocalittici è la canzone «Sognando Chernobyl» (2008), in cui la devastazione ambientale è strettamente imputata all’operato dei potenti della terra, che con politiche imprudenti stanno portando il mondo alla devastazione: scorie radioattive, inquinamento, scioglimento dei ghiacciai, incendi dei boschi, processi di desertificazione si susseguono non solo nelle parole del testo, ma anche nelle immagini del video che accompagna la canzone.
Tuttavia la polemica e la denuncia non sono le uniche modalità di espressione per comunicare l’importanza della salvaguardia del cosmo. Infatti, la canzone può trattare di ecologia anche in maniera indiretta, mediante una scrittura capace di raccontare, all’interno di una propria storia, la bellezza della creazione, come si può osservare nel brano «Il cielo d’Irlanda» (1994), composto da Massimo Bubola e portato al successo da Fiorella Mannoia. L’autore, per descrivere lo stupore per un cielo - quello irlandese - che per i suoi venti la sua posizione geografica appare in un continuo divenire, elabora un linguaggio che si fa metafora, colore, immagine e suono.
Su una musica che ricorda i balli tradizionali irlandesi, con la presenza vivace di un violino che introduce la melodia - uso tipico delle canzoni popolari - il brano si apre con una serie di metafore poetiche tratte dal mondo naturale. Si descrive la natura con la natura: Il cielo di Irlanda è un oceano di nuvole e luci; e questa natura risplende nell’amore tra gli esseri umani: Il cielo d’Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù / ti annega di verde e ti copre di blu, / ti copre di verde e ti annega di blu. Nella strofa il verbo «annegare» cambia di senso: non è infatti un affogare, ma un lasciarsi ricoprire e colmare di bellezza, tanto da ricordare il «naufragar m’è dolce in questo mare» di leopardiana memoria, mentre i due colori citati richiamano, come due pennellate su tela, il verde delle distese dei prati e il blu intenso del mare.
Il cielo d’Irlanda viene descritto anche mediante immagini forti ed evocative, che rimandano a una cultura agreste: Il cielo d’Irlanda si sfama di muschio e di lana, / il cielo d’Irlanda si spulcia i capelli alla luna, / il cielo d’Irlanda è un gregge che pascola in cielo, trasferendo al cielo attività che sono proprie di una cultura popolare, che vive secondo i ritmi della natura e ne riconosce la bellezza sovrabbondante, la cui meraviglia continua fino al mattino: Si ubriaca di stelle di notte e il mattino è leggero.
La visione di questo cielo non può che rimandare al trascendente - Il cielo d’Irlanda è Dio che suona la fisarmonica, si apre e si chiude col ritmo della musica -, alla bontà di un Dio che vive con l’uomo e che gli dona questo spettacolo affinché lo riconosca e lo custodisca nel cuore, come viene ripetuto più volte negli ultimi versi del ritornello: Dovunque tu stia, viaggiando con zingari o re, il cielo d’Irlanda si muove con te, il cielo d’Irlanda è dentro di te.

La natura come apertura a un mistero

Il senso dell’ecologia comincia dunque con la presa di coscienza di sapersi parte di un mondo il cui mistero, fatto di contingenza e trascendenza, continua a interrogare l’essere umano, come viene cantato anche nel brano «Acque» (1994) di Francesco Guccini. Il cantautore di Pàvana si meraviglia e si lascia interrogare nell’osservare l’acqua che, se nella sua essenza rimane sempre uguale, tuttavia si differenzia, a seconda dei contesti, nella forma: L’acqua che passa fra il fango di certi canali, / tra ratti sapienti, pneumatici e ruggine e vetri, / chissà se è la stessa lucente di sole o fanali / che guarda oleosa passare rinchiusa in tre metri.
Questo elemento naturale, nella sua quotidianità e ripetitività, continua a stupire e a dar da pensare: E cade su me che la prendo la sento filtrare / leggera infeltrisce i vestiti intristisce i giardini / portandomi odore di ozono, giocando a danzare / proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini. È un’inquietudine che fluisce mediante il tatto, nel sentirsi inzuppati, nell’essere toccati dall’acqua, e che passa mediante l’olfatto, nel suo «odore di ozono». L’elemento naturale, attraverso i sensi dell’uomo, provoca ricordi (di grande poeticità è l’aggettivo «sfiniti» riferito ai ricordi, che non definisce, ma sottolinea la dimensione rarefatta, labile del ricordo) «di vecchi bambini», ossia di un tempo arcaico, quasi un ricordo in bianco e nero, i cui due termini ricordano un’altra celebre canzone di Guccini, di fiaba e di memoria, «Il vecchio e il bambino» (1972).
Guccini riconosce nell’acqua un elemento familiare, forse un lontano parente; ne percepisce il legame, la relazione, ma nello stesso tempo avverte il mistero, l’incomprensibilità, intuendo che esiste uno iato profondo, incommensurabile, che viene espresso dalla domanda: Cos’è che mi respinge e che mi attira?, e da tutto il ritornello della canzone, che mette in dubbio la veridicità di un’intuizione o di un sentimento: Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente / di gente e me, o di quest’aria bassa. / Ottusa e indifferente cammina e corre via, / lascia una scia e non gliene frega niente… Il cantante continua ampliando la descrizione, soffermandosi sulla sonorità che l’elemento naturale possiede: E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta. Questo, nei suoi termini e nella sua dinamica di riconoscimento, può ricordare il celebre episodio biblico di Elia in 1 Re 19,11-13: «Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello».
La natura rimanda alla trascendenza, ma partendo da un contesto immanente, concreto, che si sviluppa mediante un dialogo espresso non con il linguaggio della parola, ma con quello dello stupore, della meraviglia e dell’inatteso. È un confronto che rimanda alla fonte dell’uomo e che produce vita, che non si comprende totalmente, ma si intuisce. L’acqua infatti è l’elemento di possibilità della vita stessa, vegetale e animale - E cade, rimbalza e si muta in persona od in pianta -, si confonde e alimenta il cosmo nei suoi elementi fisici - diventa di terra, di vento -, creando l’ambiente ideale affinché l’uomo possa esistere nella sua armonia di corpo e anima - di sangue e pensiero.
La relazione con l’elemento naturale continua in un richiamo sempre più vicino, fino al desiderio panteistico di perdersi in esso - Ma a volte vorresti mangiarla, o sentirtici dentro / un sasso che l’apre, che affonda, sparisce e non sente, / vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro / di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente - per amare e comprendere sempre più il senso dell’esistenza e del mondo stesso.
L’ecologia passa per il riconoscimento che l’essere umano vive in un mondo che è esterno a lui, ma con il quale mantiene una relazione intima, un legame di sangue, che lo conduce a riflettere non soltanto sul perché dell’esistenza del mondo, ma anche sulla fonte originaria della vita. È un processo non chiaro e lineare, forse nemmeno logico o scientifico. È piuttosto un percorso fatto di intuizioni ed emozioni, sensazioni e percezioni che conducono l’uomo a riprendere il contatto con l’elemento naturale, di cui l’acqua è simbolo. Si tratta di rispettarlo e di interrogarlo, quasi per cogliere quell’«anello che non tiene», come si esprimeva Montale nella poesia «I limoni»: Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità.

La simbolica dell’acqua

La simbolica dell’acqua come elemento naturale originario e fonte di vita è presente nella canzone «Mal di terra» (2007) della cantautrice romana Giorgia. Il brano inizia con il rumore di un temporale in lontananza, accompagnato da un ritmo incalzante di percussioni, al quale si aggiunge un suono metallico di sintetizzatori che suscitano un’atmosfera irreale, di futuro alienante.
La prima strofa segue l’idea musicale, mediante un canto artificiale, che enfatizza l’accentuazione ritmica delle parole del testo: Benvenuti in questa età / dove tutto è lecito / e la terra supplica pietà / al nostro sguardo gelido. È un benvenuto nell’inferno e non nel mondo, in un luogo in cui non si è più liberi proprio per il fatto che non esiste un confine morale che accompagna la libertà. In questo girone dantesco l’essere umano ha perso la sua umanità e la pietà verso il mondo che lo ha accolto.
La strofa contrasta musicalmente e letterariamente con il ritornello, che inizia con un ricordo: Mi ricordo il mare era trasparente / e mi ricordo bene che non mancava niente / e mi ricordo che bastava alzare il viso per un sorriso. Il mare trasparente, non inquinato, è memoria di un’epoca indefinita e passata, come viene sottolineato dal tempo imperfetto dei verbi, in cui la natura era direttamente implicata con la felicità dell’essere umano, al quale bastava uno sguardo verso il cielo per scoprirsi sorridere.
Il melodico ritornello è cantato con voce calda, allegra, libera e con una vena soul, tipica della splendida voce di Giorgia; ma è come un inciso, troppo breve, interrotto repentinamente dalla ripetizione di alcune parole, pronunciate a voce bassa - soldi potere plastica rumore -, che introducono la strofa successiva. Nei versi successivi si riprende il messaggio dell’impoverimento del cuore dell’uomo che ha venduto l’anima al male, e della frattura incolmabile con l’ambiente naturale, simbolizzato dall’acqua: Benvenuti in questa età / qui si vende l’anima / e anche l’acqua supplica pietà / al nostro cuore sterile.
La terza strofa è distinta per la versificazione e per il messaggio: Guarda quanto è piccolo il mondo / così pieno del nostro scempio / mentre siamo presi a consumare tutto quello che ha valore / vale la pena vale la terra / e salvare quello che ora resta / di tanta bellezza e tanto candore / solo rumore. In questi versi è presente l’idea di un essere umano ridotto alla condizione bestiale, che consuma selvaggiamente tutto ciò che incontra, senza porsi limiti e domande: un’umanità che ha dimenticato l’innocenza, il «candore» e la bellezza, che sono alimento per l’anima e caratteristica specifica della creatura. Anche nella canzone di Giorgia è presente la natura intesa come spazio per l’uomo, come ventre che accoglie e alimenta, ma che a sua volta necessita di essere custodito e protetto.
L’acqua è tema centrale di tutto l’album intitolato «Biyo» (2010) della cantautrice italo-etiope Saba Anglana, la cui ricerca musicale inizia in Etiopia, ad Addis Abeba, città con la quale ella mantiene ancora radici profonde. Nella capitale etiope si avverte come le tradizioni antiche convivano in dialogo con la modernità, ma si sperimenta anche il forte contrasto tra ricchezza e povertà. Il viaggio musicale si sposta successivamente all’Omo Valley, regione in cui la raccolta dell’acqua segna il ritmo di vita della gente del luogo.
Nella musica di Saba convivono i ritmi delle tradizioni africane, un insieme di strumenti tradizionali a corde come il masinko, il krar, suonati secondo i modi antichi, e nello stesso tempo un’apertura alla cultura occidentale, nella quale la cantautrice vive. Come l’album inizia con la parola «Biyo», che in somalo significa «acqua», così si conclude con l’ultima canzone dal titolo «Weha», che in amarico significa «acqua». Tra questi due estremi, l’acqua diviene filo conduttore di storie, di viaggi, di incontri, di fughe.
La canzone che dà il titolo all’intero lavoro, «Biyo, Water is love», racconta «il cuore liquido di un’Etiopia ricca d’acqua, che pure vive in uno stato di continua emergenza idrica», come si legge nella presentazione del brano [1].
Nella canzone «Biyo», l’acqua, la cui importanza si comprende quando manca o quando si devono percorrere distanze chilometriche per poterla raccogliere, diventa parola sacra, si fa preghiera; è portatrice e custode di vita, per quella somiglianza fonetica al termine greco bios, «vita».
Il video della canzone accompagna il canto di Saba in questo cammino quotidiano per raccogliere l’acqua, esplicitando il peso della vita, la fatica del coltivare la terra arida, l’importanza della relazione (si va almeno in coppia per far scorta di acqua; non si tratta di una fatica individuale). È un viaggio rituale, che per i bambini è danza, per le madri la quotidianità del vivere. Nel video si vedono scorrere innumerevoli taniche caricate sulle spalle di fanciulli, giovani, adulti, sui dorsi di animali e sui camion, all’interno di un mondo dai mille colori, che vanno dall’azzurro del cielo terso alla vegetazione rada ma verde, al sorriso bianco e splendente dei bambini, all’intensità dei colori degli indumenti, che non basta la polvere della strada a sbiadire.
Seguendo gli accenti sincopati delle parole, il canto porta su di sé la fatica dell’esistenza, mentre l’uso del legato, che unisce le note alte e basse della melodia, rivela il sentiero tortuoso per raccogliere l’acqua. La musicalità delicata del ritornello rivela tuttavia che in questa vita, così complessa e articolata, è possibile una gioia che deriva soprattutto dal rispetto per il creato.
«Biyo» si rivela una canzone di speranza, di responsabilità nei confronti di un mondo che va coltivato e protetto, anche nell’apporto della tecnica all’ecosistema, come testimonia il fatto che l’album di Saba Anglana sostiene i progetti idrici ideati dalla ong Amref, che si propone di migliorare le condizioni di vita in Africa.

Il volto femminile della natura

Il legame tra essere umano e natura è presente anche nella canzone di Laura Pausini intitolata «Sorella Terra» (2008), che comincia descrivendo il sentirsi appartenenti al cosmo, come viene cantato nelle prime strofe del brano: Sorella terra ascolto te e, successivamente: Sorella terra che pace dai. Il termine «sorella» presuppone l’appartenenza dell’essere umano alla creazione, riconoscendo un intimo legame, riprendendo così il «Cantico delle creature» di san Francesco d’Assisi, composto nel 1224: Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre terra.
Nel testo, la terra assume il ruolo di una sorella maggiore, che conosce l’esistenza da lungo tempo e alla quale si presta ascolto in quanto portatrice di storia e di verità. Anche in questa composizione musicale è presente un intimo afflato spirituale, che conduce l’essere umano a un desiderio di perdersi nella natura: Così sento nel mio spirito, / di te quell’infinito anelito, percependo nella natura non un irrimediabilmente altro-da-sé, ma il luogo di accesso al divino e alla sacralità della vita: Perché le tue foreste sono il mio respiro, sai / e non è più terrestre l’emozione che mi dai, / che mi dai così, fino a perdermi / nell’armonia celeste, di quest’estasi. Se l’elemento più immediato e concreto prodotto dalla natura è la possibilità di vita, l’esperienza intrinseca e di fraternità con essa rivela il mistero di un’armonia che governa il mondo.
L’ultima parte della canzone descrive la rottura di questo vincolo di unione a causa dell’uomo, una lacerazione che si esprime anche nello stile del canto di Laura Pausini, che passa da un un timbro angelico, quasi un falsetto nella prima parte, a un tono più naturale e deciso nel momento in cui si introduce la frattura tra l’essere umano e la creazione: Ma guardarti a volte che male fa / ferita a morte dall’inciviltà. In questa strofa, mediante la successione di termini quali «male», «ferita a morte», «inciviltà», si esprime il delirio umano nel suo potere di distruzione, che innesca un’azione i cui effetti si ripercuotono sull’uomo stesso, come viene descritto nel verso successivo: Così anch’io divento polvere, / e mi disperdo dentro, un vento a raffiche. L’infrangere la relazione di fratellanza con la natura non può che portare l’essere umano a una vita disperata, in costante fuga da se stesso e dal mondo che egli non ha saputo amare e custodire.
Se nella canzone «Sorella Terra» il volto della natura è descritto come «sorella», nel brano «Aria... non sei più tu» (2007), cantata da Adriano Celentano nell’album Dormi amore, ma scritta da Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, la natura è definita seguendo l’immagine di una « madre».
Su una musica composta da Danijel Vuletic, che ha il colore di un tango lento, evocativo e carico di tensione, si sviluppa un testo che utilizza termini lirici e sentimentali in riferimento all’elemento naturale e, per contrasto, un linguaggio preciso, privo di metafore, accusatore, in relazione all’operato dell’uomo.
Il canto inizia soffermandosi sulle vocali contenute nella parola «aria» - rendendo anche acusticamente il suono del vento -, che tuttavia viene descritta come privata del suo aspetto simbolico principale, la libertà: Aria, da quando tu non sei più tu / vivi costretta in clandestinità / chiara piena di quel profumo che / inebriava i sogni miei. La congiunzione temporale «da quando» esprime una cesura tra un prima e un dopo, un cambio sostanziale, sottolineato anche dall’espressione contrastante «tu non sei più tu». Questa tensione si prolunga nella constatazione di un vivere in una condizione di clandestinità, che impedisce all’aria di profumare il mondo, di inebriare l’uomo, come esprime il tempo passato di quest’ultimo verbo.
Il verso successivo identifica la causa di questa situazione, utilizzando un’immagine tanto poetica e delicata quanto cruda ed esasperata: Pura come una vergine eri tu / vivi stuprata dalla civiltà. Il termine «civiltà» qui assume un significato ironico, negando la sua radice di essere civis, cittadino che possiede dei diritti e dei doveri che servono per il bene comune.
In un climax discendente, espresso letterariamente da un linguaggio dai toni aspri, e vocalmente dall’innalzamento della voce quasi a un grido, viene manifestata, attraverso l’immagine della madre e dei figli, la relazione infranta e perduta tra la natura e l’uomo: Tu che sei la madre / condannata a morte / dai figli tuoi / e dal sangue del tuo sangue.
Jovanotti descrive un legame che è divenuto inumano, come è una madre uccisa dai propri figli, sottolineando così l’aberrazione dell’azione umana nei confronti del creato. Il testo riprende l’immagine classica della natura come madre, e ne accentua il significato mediante il pronome personale «tu» all’inizio del verso e l’articolo posto davanti alla parola «madre», sottolineando l’esclusività dell’essere genitrice dell’uomo. Allo stesso modo l’essere umano è definito non solo «figlio», ma anche «sangue del suo sangue», mettendo in evidenza non solo l’appartenenza alla natura, ma anche la dipendenza da essa. In questo profondo legame si inserisce una ferita mortale provocata dall’uomo, che chiede di essere sanata per riportare un equilibrio e un’armonia nel cosmo intero.

Ecologia e mondo attuale

Il tema ecologico viene collocato in un orizzonte più ampio nella canzone «La vita vale» (2002), scritta sempre da Jovanotti. Il cantante romano compone un testo narrativo, che ben si adatta al ritmo rap e funky, nel quale l’ecologia è inserita all’interno di una tensione drammatica tra una varietà di temi, quali le politiche di sfruttamento, una tecnologia illimitata e i diritti dell’uomo.
Il testo, sin dalle strofe iniziali, mette in relazione le scelte politiche con l’ecologia, affermando che lo stile di vita consumistico, sostenuto dalle principali potenze economiche, inevitabilmente porta a sfruttare al massimo e senza scrupoli le risorse naturali: Mi han detto che per tenere alti i consumi / è necessario far morire i fiumi. Tutti gli esseri umani, dal più ricco al più povero, nascono e vivono già all’interno di questo sistema, la cui unica regola è il profitto: Ho letto che le marche dei diamanti / han provocato guerre devastanti / che il succo d’ananas è insanguinato / ed il caffè ha un gusto assai salato.
La via che porta dai diamanti al caffè è lastricata di soprusi e abusi, e la struttura del peccato diviene globale, cominciando con il compromettere la natura, coltivata in maniera intensiva e chimica, fino a rovinare l’uomo, sfruttato nel suo lavoro. La riflessione comprende anche il sapere e la tecnologia, il cui fine dovrebbe essere un aiuto globale e non elitario, nel rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano e nei confronti del mondo nel quale vive: La conoscenza e la tecnologia / a molte strade hanno aperto la via / il commercio è uno strumento di libertà / ma nel rispetto dei diritti e della dignità / della diversità e dell’ambiente. Jovanotti ricolloca l’uomo al centro del cosmo, ma in un orizzonte etico di rispetto e di dignità, in un confronto diretto e critico con un tipo di globalizzazione che segue unicamente le leggi del guadagno, dello sfruttamento e del potere esclusivo.
Il brano è anche un appello a una presa di coscienza davanti alla contraddizione di un’esistenza incentrata solo su se stessi, che porta a divorare e a inquinare tutto quello che sta attorno: Vi prego signori che state a sentire / voi che avete il denaro, voi che avete il potere [...] che fabbricate e vendete prodotti scaduti / che i vostri figli li mandate nei migliori istituti / che inquinate le anime, le acque ed i prati / e i vostri giardini sono tutti curati / certe volte non vi sentite male / certe volte io mi sento male.
C’è una scissione interna nell’uomo che abbraccia il potere: per vivere al meglio, per sostenere il proprio stile di vita, egli deve corrompere e inquinare tutto ciò che lo circonda, mostrando come conseguenza che coloro che nel mondo vivono più agiatamente sono proprio quelli che consumano e saccheggiano senza limite.
La strofa si conclude con alcune domande che interpellano la coscienza: come non subentra un senso di colpa nelle coscienze di coloro che compiono tali atti, se, nel solo osservare questo scempio, anche l’animo dell’autore viene messo in questione? Fino a che punto il potere devasta l’uomo e lo rende insensibile al male che compie? Per il ritmo della musica, per l’animo e lo spirito che accompagnano Jovanotti, e per il titolo stesso, «La vita vale» è una canzone che non cede a un pessimismo antropologico, ma incita e appella ad una crescita e a una consapevolezza nel rispetto del prossimo e dell’ambiente in cui si vive: Ma le speranze non si sono spente / allora forza venite gente / noi dobbiamo convincerli che la vita vale / una vita soltanto più di una multinazionale / noi dobbiamo convincerli che la strada buona / è il rispetto totale dei diritti di una persona.

Conclusione

In questo percorso musicale si può osservare come l’ecologia sia un tema che, come in un affresco, può essere dipinto come soggetto principale, o rappresentato come sfondo, o come particolare, appena accennato. A volte può essere descritto in maniera diretta, aggressiva e polemica, oppure in modo evocativo, poetico e spirituale.
Tuttavia, ciò che appare ben delineato è che il concetto di ecologia passa per il riconoscimento che la natura non è soltanto un aspetto concreto, fisico e biologico del cosmo, ma rimanda a una relazione originaria, a una familiarità costitutiva con l’essere umano. Nel momento in cui questa relazione viene riconosciuta, si genera una disposizione d’animo che spinge a salvaguardare il cosmo, a custodire la creazione, lottando contro le strutture di male che sfruttano in maniera incondizionata le risorse, inquinando e deturpando l’elemento naturale.
La canzone così risulta essere d’amore, perché riconosce e canta la bellezza del cosmo, ma anche sociale, in quanto denuncia gli atti che sono diretti contro la creazione, ponendo a giudizio l’operato umano. La canzone sicuramente non risolverà i problemi che sono legati all’ecologia, ma può aiutare a comprendere la complessità di un tema che rischia di essere preso in considerazione soltanto quando gli effetti di certe politiche irresponsabili diventano senza rimedio.

NOTE

1. http://www.sabaanglana.com/index.php?option=com_content&view=article& id=1:biyo-it&catid=13&Itemid=102&lang=it

© La Civiltà Cattolica 2015 III 60-71 | 3961 (11 luglio 2015)