Spiritualità cristiana

Anselm Grün 

La spiritualità cristiana possiede molti elementi presenti anche in altre spiritualità, – come quella buddhista, indù, ebraica o sufi. Anche nella spiritualità cristiana si trova la meditazione, mediante la quale ci muoviamo verso l'interiorità per giungere nel fondo dell'anima e lì trovare Dio. I cristiani non hanno inventato la meditazione, ma l'hanno trovata già nel III secolo nelle scuole pitagoriche o nei circoli sacerdotali egizi. E hanno portato avanti quello che hanno imparato alla scuola di Israele: meditare la parola di Dio, lasciarla scendere nel cuore, legare se stessi alla parola di Dio, perché plasmi il comportamento, pervada il pensiero e infine determini anche i sentimenti.
Molte religioni conoscono la cosiddetta preghiera mantrica, nella quale il respiro viene legato a una parola sacra. Nelle varie religioni è solo l'elaborazione di questa tecnica a essere differente. Nel cristianesimo si medita consapevolmente una parola della Sacra Scrittura secondo il ritmo del respiro. Molto amata è la cosiddetta preghiera di Gesù. È diventata anche la mia forma personale di meditazione. All'ispirazione lego l'invocazione «Signore Gesù Cristo» e mi immagino che l'amore di Gesù fluisca nel mio cuore e mi colmi di calore. Espirando dico piano le parole «Figlio di Dio, abbi pietà di me!». Lascio scorrere nel mio cuore lo Spirito di Gesù, lo Spirito di misericordia e di amore; e in questo modo lo lascio scorrere in tutti i pensieri e sentimenti che continuano a oscurare il mio cuore.
La preghiera di Gesù è per me una via concreta per vivere sempre di più a partire dallo Spirito di Gesù. Mi conduce nello spazio del silenzio, che è colmo dello Spirito di Gesù. Non si tratta di uno spazio vuoto, ma di uno spazio plasmato dall'affetto e dalla tenerezza di Gesù.

Nel cristianesimo si trovano pratiche ascetiche, analogamente al buddhismo e all'induismo. Il digiuno e la rinuncia sono strade verso la libertà interiore. Anche nel cristianesimo lo scopo è diventare liberi dal dominio del mondo, diventare liberi dalla bramosia e dalla dipendenza. Dio dovrebbe guadagnare spazio nel cuore dell'uomo, e non la bramosia delle cose.
In molte religioni anche il silenzio ha un grande valore. Nel silenzio ci apriamo al Dio indicibile e incomprensibile. Talvolta nel silenzio possiamo fare esperienza dell'unità con Dio. Il silenzio ci aiuta a stabilire un legame con i credenti di altre religioni. Quando cristiani, buddhisti e musulmani stanno insieme in silenzio di fronte a Dio, percepiscono un'unica unità interiore.
Nel silenzio lo scopo non sono tanto le parole, l'aver ragione, ma l'esperienza di Dio. Naturalmente ciascuno interpreterà questa esperienza sulla base della propria religione. Ma le diverse esperienze rivelano per lo meno una grande similitudine. Proprio sul terreno della spiritualità le diverse religioni possono imparare molto le une dalle altre, dato che ogni cultura e ogni religione ha fatto le proprie esperienze. E contemporaneamente c'è grande concordanza fra i più importanti percorsi ascetici e mistici. Qual è, dunque, la caratteristica specifica della spiritualità cristiana?

Anche qui vale il presupposto che la spiritualità cristiana è legata alla persona di Gesù Cristo. Il suo scopo è far sì che diventiamo sempre più permeabili allo Spirito di Gesù Cristo. Questo significa che noi siamo in Cristo e che Cristo è nel nostro comportamento, nel nostro parlare e tacere e nella nostra irradiazione nel mondo. Perché Cristo possa rivelarsi in noi, è necessario lo stesso percorso spirituale del lasciarsi andare e della morte dell'io, di cui ad esempio parlano anche il buddhismo e l'induismo. Ma la via cristiana verso la permeabilità si distingue da quella delle altre religioni.
Vorrei spiegarlo con l'esempio del silenzio, un aspetto centrale di molte religioni. Il buddhismo mira – per esempio nella meditazione zen – immediatamente al silenzio. Tutte le immagini e tutti i pensieri dovrebbero essere abbandonati. Non sono importanti. L'uomo dovrebbe svuotarsi di immagini e pensieri e sentimenti. Nel puro vuoto l'uomo diviene uno con Dio. Nella spiritualità cristiana, al contrario, la via passa per la parola e l'immagine verso il silenzio privo di parole.
La parola – così sostiene Isacco di Ninive – mi apre la porta al mistero senza parole di Dio. Dio mi parla. Ho la sua parola come traccia nel mio cuore. Ma Dio va al di là anche delle parole. Si può trovare nel puro silenzio, in cui lasciamo andare tutte le immagini e le parole su Dio.
I mistici cristiani hanno descritto con immagini differenti lo spazio interiore del silenzio. Per Meister Eckhart, lo spazio del silenzio è la cosa più preziosa nell'uomo. Nello spazio interiore del silenzio Dio stesso nasce in noi. I Padri della Chiesa descrivono questo spazio come il santissimo. Lì abita Dio, il Santo, che santifica ogni cosa in noi. Nello spazio sacro entriamo in contatto con il nucleo sacro, originario, intatto e puro, così come è stato creato da Dio. Questo nucleo non viene intaccato nemmeno dal peccato. Per questo la via del silenzio è sempre anche una via di guarigione e di liberazione, una via verso Dio e una via verso il nostro vero sé.
Anche Evagrio Pontico ammonisce i monaci a non rimanere legati ai sentimenti o alle immagini durante la preghiera, altrimenti percepirebbero il «fumo» invece del «fuoco». Diventare uno con Dio significa, tuttavia, diventare uno con il fuoco, che ci permea del tutto e ci trasforma. Così scrive Evagrio: «Sta' al tuo posto di guardia, custodendo il tuo intelletto dai pensieri nel tempo della preghiera, sì che esso resti nella tranquillità che gli è propria, perché Colui che ha compassione degli ignoranti venga a visitare anche te, allora riceverai un dono di preghiera davvero glorioso» (Evagrius Ponticus, La preghiera, Città nuova 1994, p. 107).

Spesso l'ebraismo e, di conseguenza, anche il cristianesimo sono stati descritti come «religioni del libro». Si tratta sicuramente di un giudizio unilaterale, in cui è presente una parte di vero: la parola e il linguaggio svolgono nel cristianesimo un ruolo importante. La parola di Dio, che pronunciamo, che cantiamo, è qualcosa di sacramentale, in cui Dio stesso ci tocca e apre il nostro cuore al suo mistero. Nella parola si apre per noi il cuore di Dio. E la parola esige una risposta.
Nella parola si mira già a un evento personale. Io dico una parola a un altro. Lo tocco con la mia parola. Mi apro nella parola e con la voce, per incontrare l'altro. Nella parola la persona mi viene incontro sempre nella sua unicità.
Le parole sono sempre dense di emozioni. Per questo i cristiani e gli ebrei conoscono una relazione emotiva con Dio. Dio tocca il mio cuore. Mi colma con il sentimento di amore, affetto, benevolenza e pace. Nella parola della Bibbia Dio ci viene incontro. Nelle molte parole della Bibbia Dio ci appare come il Di-Fronte, come il tu che ci interpella. Le parole lasciano riecheggiare la persona nel nostro cuore.

Le parole creano una realtà. E vale anche il contrario: senza parole la realtà rimane fuori dalla nostra portata. Le parole della Bibbia creano una realtà propria, uno spazio, in cui Dio, il mistero indicibile e indescrivibile, ci si presenta e riecheggia come persona.

Quando diciamo e cantiamo la parola di Dio, Dio realizza in noi la sua salvezza. Le parole della Bibbia sono parole di guarigione, che vogliono penetrare sempre più in profondità nel nostro cuore. La parola della Scrittura non vuole solo essere meditata. Deve anche essere continuamente annunciata, perché l'azione terapeutica di Dio in Gesù Cristo tocchi anche oggi gli uomini.
L'apostolo Paolo è convinto che l'agire storico e riconciliante di Dio nella morte e nella risurrezione di Gesù abbia bisogno della parola per raggiungere gli uomini (cfr. 2Cor 5,19). Per tale motivo la predicazione svolge un ruolo essenziale nel compimento della riconciliazione. Nell'ascoltare la parola di Dio, si realizzano in noi ilsuo sì e le sue promesse. La parola ci apre gli occhi alla vera realtà. Ci mostra che Dio è l'Emanuele – il Dio con noi – che ora ci parla e ci indica nella sua parola la via verso la vita vera. 

Il cristianesimo, tuttavia, non ama solo la parola, ma anche le immagini, che la Bibbia e la liturgia ci mettono davanti agli occhi. Le immagini aprono le porte a Dio. Spalancano il nostro cuore a Dio. Le immagini toccano le nostre emozioni. E giungono fino al nostro inconscio. Le immagini aprono il nostro inconscio a Dio, così Dio può permeare ogni cosa in noi. E le immagini hanno una funzione terapeutica su di noi.
Il cristianesimo ha sempre espresso la sua fede per immagini. Gesù stesso ci parla per immagini. Nell'immagine riconosciamo quello che siamo veramente. Ogni uomo porta con sé immagini interiori. Dalle immagini dipende il modo in cui si sente. I malati hanno spesso immagini negative di sé. Quanto più lasciamo entrare dentro di noi immagini negative, tanto più ci ammaliamo. Le immagini che Gesù ci presenta nelle parabole, hanno un effetto terapeutico. Ci mostrano chi siamo in realtà. In immagini sempre nuove Gesù nelle parabole ci dice che Dio abita in noi e che permea la nostra realtà con la sua luce e il suo amore.
Le immagini della Bibbia vogliono «annidarsi» in noi per permeare il nostro corpo e la nostra anima, il conscio e l'inconscio, e colmarci della salvezza di Dio. Oggi l'uomo viene messo a confronto con molte immagini negative dall'esterno, non solo immagini di violenza, ma anche immagini irrealistiche di un culto eccessivo della bellezza o di aspettative smisurate nei propri confronti e in quelli degli altri. Tali immagini hanno un effetto distruttivo sull'uomo. Gli danno la sensazione di valere poco, se non corrisponde a questi ideali. Le immagini di violenza, al contrario, si fissano nell'anima, dove fanno aumentare la paura.

Accanto alle molte immagini della Bibbia, che ci aprono una finestra e attraverso le quali riconosciamo la nostra vera essenza, ci sono le molte immagini che gli artisti hanno dipinto per farci avvicinare al mistero della fede cristiana. Nel fare questo le immagini non hanno solo un intento pedagogico. Nelle immagini intravediamo il mistero di Dio, che si trova al di là di ogni immagine. Nelle immagini Dio si annida nella nostra anima.
Ci basta vedere le belle immagini natalizie. Quasi non riusciamo a comprendere il mistero del Natale senza immagini. Guardando il Bambino nel presepio – Maria che piega le mani per adorare il Bambino, o incrocia le mani sol petto, per conservare l'evento dentro di sé e meditare, i pastori che volgono i loro duri volti al Bambino e nel fare questo diventano più miti e felici – ci sentiamo diversi. Facciamo in qualche modo esperienza del mistero dell'incarnazione di Dio, anche in noi stessi. Nelle immagini la salvezza si annida dentro di noi. In questo modo il Bambino nella mangiatoia provoca anche in noi una trasformazione interiore.
Lo stesso vale per le molte immagini create nella tradizione orientale. Le icone della Chiesa orientale, per esempio, sono immagini sacre che non vanno osservate da spettatore, ma in modo tale da diventare uno con l'immagine che si osserva. In Occidente, ogni epoca ha creato immagini diverse e ha collocato l'evento di allora nella situazione del momento presente, perché l'evento avvenga oggi per noi e dispieghi per noi la sua efficacia.

Le molte immagini che gli artisti cristiani hanno creato nel corso dei secoli rappresentano una grande ricchezza. L'ebraismo e l'islam rigettano del tutto le immagini. Ma se l'uomo non può esprimere mediante immagini i suoi sentimenti per Dio, i sentimenti cercano altre strade.
Una spiritualità priva di immagini corre sempre il rischio di divenire aggressiva. Le immagini trasformano le aggressioni e le emozioni. Il cristianesimo si è conquistato a fatica le immagini. Il divieto delle immagini presente nell'Antico Testamento è stato ripreso durante la cosiddetta guerra contro le immagini – iconoclastia – nell'VIII secolo per introdurre anche nel cristianesimo la condanna delle immagini. I sostenitori delle immagini si richiamavano alla lettera ai Colossesi, che definisce Gesù Cristo «l'immagine del Dio invisibile» (Col 1,15).
Il pittore russo Vasilij Kandinskij (1866-1944) definisce la pittura un «linguaggio che si rivolge all'anima solo nella forma propria delle cose, che per l'anima rappresentano "il pane quotidiano", cose che l'anima può accogliere solo in questa forma» (citazione tratta da M. Schmeisser, Kunst). Là dove le immagini vengono proibite, l'anima umana viene lasciata da sola. Oggi lo riconosce anche la Chiesa evangelica. Nella lotta iconoclastica dell'Illuminismo si è privata di un tesoro importante. Oggi i teologi evangelici al pari dei teologi cattolici sentono che l'uomo ha bisogno delle immagini per essere salvato.
La tradizione cristiana ha prodotto meravigliose immagini per la meditazione, come l'immagine di Giovanni che appoggia il capo in grembo a Gesù, che rappresenta il nostro desiderio di amare e di essere amati, o la Pietà, che rappresenta il nostro dolore e contemporaneamente lo trasforma. Le immagini fanno parte in modo essenziale della spiritualità cristiana. Sono espressione dell'incarnarsi di Dio in Gesù Cristo. Naturalmente ci dobbiamo sempre ricordare che le immagini sono «finestre», attraverso le quali guardiamo a Dio oltre ogni immagine. Non possiamo fissare Dio o anche noi stessi alle immagini. Esse aprono il nostro spirito al mistero di Dio e al mistero del nostro vero sé. Nonostante la plasticità delle immagini, Dio per noi rimane sempre al di là di esse. E anche l'immagine originaria e autentica che ciascuno di noi si è fatto di Dio è, in ultima analisi, indescrivibile. Non possiamo riassumerla a parole, ma solo intuirla.

L'essenza della spiritualità cristiana consiste nel seguire Gesù non semplicemente nel suo insegnamento, ma come persona. La sequela di Gesù è il centro della spiritualità cristiana. Non si tratta di seguirlo in modo esteriore, ma di una comunione di vita e di destino con Gesù Cristo.
La sequela di Gesù richiede il distacco dei discepoli da tutti i legami familiari. Questo non significa che ogni cristiano deve lasciare la sua famiglia, ma piuttosto che deve dare un valore maggiore alla relazione a Gesù Cristo che alla propria famiglia. La risposta alla chiamata alla sequela – alla voce interiore nel nostro cuore, una voce nella quale Cristo stesso ci interpella – diventa più importante delle opinioni dei genitori o dei fratelli.
I cristiani sono discepoli di Gesù. Non dovrebbero sottomettersi a nessun maestro spirituale, ma solo a Cristo. Per questo vale l'ammonimento di Gesù: «Ma voi non vi fate chiamare rabbì, poiché uno solo è fra voi il Maestro e tutti voi siete fratelli» (Mt 23,8). Con questa affermazione Gesù ci invita a guardare a noi stessi. Non dovremmo renderci dipendenti dagli uomini (e dalle loro teologie), ma ascoltare solo Cristo, il maestro interiore, che ci parla nei lievi impulsi del nostro cuore.

Seguire Gesù significa divenire permeabili a Cristo. Il traguardo della via spirituale è diventare del tutto trasparenti a Gesù Cristo. Questo significa lasciar andare il proprio ego, perché non ostacoli il mio essere.
«Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Rinnegare se stesso significa liberarsi dalla tendenza dell'ego a monopolizzare tutto e arraffare tutto per sé, persino a usare Dio a proprio vantaggio. Chi vuole seguire Gesù, deve diventare libero per giungere al vero nucleo interiore del proprio essere persona, al sé, in cui Cristo stesso è presente in lui. E la sequela richiede di lasciar penetrare Cristo in tutti i miei pensieri e sentimenti, perché li trasformi. Lo scopo è diventare un altro, un secondo Cristo.

Nel vangelo secondo Giovanni viene utilizzata la bella immagine della vite e dei tralci. Siamo come i tralci sulla vite di Gesù Cristo. Se il suo Spirito ci pervade, se fluisce in tutta la nostra vita, allora la nostra vita diventa feconda. «Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).
Se guardo solo a me stesso, se la mia via spirituale conduce a un narcisismo religioso, la mia vita diventa infeconda. Porta frutto solo se lo Spirito di Dio mi permea,se determina il mio parlare, pensare e agire. Ma questo significa anche che non posso abusare della spiritualità solo per girare intorno a me e proseguire sulla mia via interiore. La spiritualità cristiana significa sempre portare frutto per il mondo. La vita deve scorrere, solo così rimane viva. È necessaria quella dedizione in cui Gesù si è donato per noi. Dobbiamo donarci agli altri per i quali noi siamo qui, e donarci all'opera che dobbiamo svolgere, perché il mondo diventi più umano. Solo allora la nostra vita sarà feconda.

Per san Paolo l'essenza della spiritualità cristiana consiste nel non dover dimostrare il nostro valore di fronte a Dio. Non dobbiamo giustificarci da noi, siamo già giusti di fronte a Dio. Per Dio abbiamo un valore intoccabile. Ci accoglie senza condizioni. Ci ha giustificati in Gesù Cristo (cfr. Rm 8,33). Questo ci libera dall'obbligo di dover fare tutto giusto. Paolo la definisce giustificazione per fede.
Tuttavia, questo non significa che non dobbiamo percorrere anche la via della spiritualità o non ci dobbiamo aprire a Dio e alla sua grazia, ma va detto che nessuna religione sottolinea il primato della grazia come quella cristiana. L'ascesi cristiana è la risposta all'operato di Dio in Gesù Cristo. Dato che. Dio si è avvicinato in Gesù, dovremmo aprirci a lui nella meditazione, nel silenzio e nella preghiera, perché il suo Spirito e la sua vita permeino sempre più il nostro spirito, la nostra anima e il nostro corpo e noi irradiamo Cristo. Lo scopo della via spirituale non è aprirci «in qualche modo» a Dio, ma venire colmati dello Spirito di Gesù e, come Gesù, irradiare in questo mondo la luce e l'amore di Dio.

Dato che Gesù nei vangeli si è presentato soprattutto come il salvatore che guariva i malati e li liberava dai demoni, anche la spiritualità cristiana ha una dimensione terapeutica. L'incontro con Gesù Cristo dovrebbe purificarci da modelli di vita che creano ostacoli al nostro vero essere. La via cristiana della purificazione e della guarigione è legata alla persona di Gesù Cristo, che ci trasmette l'amore di Dio che guarisce, che nei sacramenti ci tocca con la sua mano che guarisce e ci fa rialzare, quando ci siamo ripiegati su noi stessi.
Così leggiamo nella prima lettera di Pietro: «Consapevoli che non siete stati riscattati dalla vostra vita insulsa, ereditata dai vostri padri, a prezzo di oro e di argento, elementi corruttibili, ma per mezzo del sangue prezioso di Cristo, che ha svolto la funzione di agnello puro e senza macchia» (lPt 1,18-19). Il dono di Gesù sulla croce, il suo amore fino alla fine, ci libera da tutti i modelli di vita divenuti insensati, modelli che ci ostacolano nella vita. In ultima analisi è l'amore di Gesù che ci guarisce dalla nostra storia di vita con le sue ferite.
Nel vangelo secondo Luca, Gesù è il vero medico che ci guarisce, colui che ci guida alla vita, alla vitariuscita. Per questo motivo è importante esprimere in diodo adatto la dimensione terapeutica della spiritualità cristiana. Tutte le pratiche spirituali nel cristianesimo possiedono un intento terapeutico. Fanno bene all'uomo: al suo corpo e alla sua anima. Questo vale per i riti, che conferiscono alla vita una struttura sana, un ritmo che corrisponde al ritmo dell'anima.
I riti creano un tempo santo, un tempo che viene sottratto al terrore del mondo e nel quale veniamo a contatto con lo spazio sacro in noi. Questo vale per i riti della Chiesa, per esempio i sacramenti, in cui l'effetto terapeutico, che Gesù aveva al suo tempo sulla terra, raggiunge gli uomini di oggi. Vale anche per la preghiera, che riesce a guarire le malattie del corpo e dell'anima. E vale anche per l'ascesi, che in ultima analisi è sempre a servizio della salute degli uomini: è un esercizio per giungere alla libertà interiore, per modellare la vita a partire dallo Spirito di Gesù. E vale per la meditazione della Sacra Scrittura: per i monaci antichi, le parole della Scrittura erano parole di guarigione. Se le lasciamo penetrare nel nostro cuore attraverso la meditazione, hanno un effetto terapeutico sulla nostra anima.
Il culmine della spiritualità cristiana è la mistica. Da più parti si pensa che la mistica si trovi solo nel buddhismo o nel sufismo, ma è a partire da Gesù che la mistica fa parte della spiritualità cristiana.
Già in Paolo si trova una mistica incentrata su Cristo:
«Vivo, però non più io, ma vive in me Cristo» (Gal 2,20). La mistica di san Paolo è legata alla persona di Gesù, ma si riferisce anche alla sapienza che penetra nel mistero di Dio e colma la nostra anima con la vita divina. Paolo annuncia «cosa che occhio non vide, né orecchio udì» (iCor 2,9).
Il vangelo secondo Giovanni è un vangelo mistico. Da un lato, Gesù è come un maestro di mistica. Ci apre gli occhi, perché riconosciamo la verità, perché penetriamo l'apparenza che nasconde l'essenza e vediamo il fondamento. Dall'altro, Gesù è colui che vorrebbe vivere in noi: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Lo scopo della mistica giovannea è che noi siamo uno con Dio. Per questo Gesù prega prima della morte: «Che tutti siano uno come tu, Padre, in me e io in te, affinché siano anch'essi in noi, così che il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). L'essere uno, così come lo intende il Gesù giovanneo, è sempre però un essere uno di persone, un'unità profonda nell'incontro e nel dialogo.

La mistica ha segnato profondamente i primi secoli del cristianesimo. Clemente di Alessandria considera il cristiano il vero gnostico che possiede l'illuminazione mediante Cristo. Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo descrivono la mistica greca come mistica del vedere. Nel vedere veniamo trasformati nell'immagine che osserviamo. Così già Paolo dice nella seconda lettera ai Corinzi:«Noi, dunque, riflettendo senza velo sul volto la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, conforme all'azione del Signore che è Spirito» (2Cor 3,18).
Il vedere è il senso vero e proprio. Nel vedere diventiamo uno con ciò che viene visto. Non possiamo vedere direttamente Dio, ma possiamo vedere la sua luce nella nostra anima. La mistica greca gira intorno al vedere la luce interiore, il vero sé, che brilla in noi come uno zaffiro, del tutto pervaso da Dio. E la mistica greca è sempre stata una mistica del culto. Nella liturgia si facevano esperienze mistiche. Ed era anche una mistica della Scrittura. Si comprendeva il retroterra mistico delle parole della Bibbia. La mistica si dispiegava sempre nell'interpretazione della Scrittura.
Particolarmente amata era l'interpretazione del Cantico dei Cantici dell'Antico Testamento, una serie di canti d'amore, che tuttavia sono stati interpretati come immagine della relazione dell'anima con Dio o con Cristo. Per questo la mistica cristiana ha sempre avuto una dimensione erotica. Il divenire uno con Cristo è stato descritto con l'immagine del matrimonio. E questa immagine possedeva una dimensione personale, in quanto descrive il divenire uno con l'amato.
Ma ci sono anche descrizioni di esperienze di unità nelle quali l'essere di-fronte di Dio si rivela a stento. Qui le esperienze mistiche cristiane si avvicinano molto alle esperienze mistiche non cristiane, come nel buddhismo o nell'induismo. Ma in queste esperienze viene conservata sempre la differenza fra Dio e l'uomo. Partecipiamo di Dio, ma non ci fondiamo con lui.

La via mistica ha sempre esercitato un grande fascino su di me. E trovo che sia un peccato che a partire dalla fine del XVII secolo nelle Chiese cristiane la mistica venga guardata con sospetto. L'incontro con le religioni orientali ha incoraggiato me e molti cristiani a ripensare la propria tradizione mistica e a percorrere una via mistica.
Nel fare questo è importante annunciare oggi la ricchezza della mistica cristiana con un linguaggio appropriato, perché la mistica cristiana corrisponde alla concezione unitaria dell'uomo, che è corpo e anima, che è persona e che nell'esperienza mistica scopre l'essenza del proprio essere persona. L'esperienza mistica trasforma l'uomo. Lo pervade con l'amore di Gesù Cristo e tocca profondamente il suo cuore. Giovanni della Croce descrive questa esperienza: «O fiamma di amor viva, che con mitezza ferisci l'anima mia nel suo più profondo centro» (citazione tratta da O. Steggink , Mystik).
Tuttavia, quando parliamo della nostra esperienza mistica, dobbiamo fare attenzione a due pericoli. I veri mistici parlano sempre delle proprie esperienze in modo molto modesto e cauto. Conoscono l'inesprimibilità dell'esperienza del profondo. Ma chi oggi parla delle proprie esperienze mistiche spesso vuole rendersi interessante e mettersi un gradino sopra gli altri. Il secondo pericolo è che con la loro mistica alcuni vogliano coprire la loro incapacità di avere una relazione poiché evitano gli incontri veri.

La dimensione mistica della fede cristiana per me rappresenta un vero aiuto per affrontare i problemi quotidiani. La mistica parla dello spazio interiore del silenzio, in cui Dio nasce in noi. Quando vengo a contatto con questo spazio, mi sento libero. Non continuo a girare intorno alle preoccupazioni o paure o ferite che gli altri hanno provocato in me.
Nell'esperienza mistica dello spazio interiore mi sento completo, autentico e in armonia, originario e intatto. Questa sensazione mi dona una sana distanza dai conflitti quotidiani sul lavoro e nella comunità. Non fuggo dai conflitti nello spazio interiore del silenzio, ma piuttosto affronto i conflitti nella consapevolezza di questo spazio. La consapevolezza relativizza i conflitti e mi trasmette libertà e distanza interiore.

Anche un'altra esperienza è importante per me, quando penso alla mistica. La mistica è esperienza dell'essere uno. Ci sono momenti in cui mi sento del tutto uno, uno con Dio, uno con me stesso, uno con tutti gli uomini. In tali momenti cessa la lacerazione interiore. La paura non ha più potere su di me. Sperimento la riconciliazione fra spirito e pulsione, fra spiritualità e sessualità, fra preghiera e lavoro. In questo momento sperimento quello che la psicologia descrive come diventare sé, individuazione (C.G. Jung). Qui sono del tutto me stesso. Sono esperienze di gioia, ma contemporaneamente so che non le posso trattenere. Nel momento successivo sperimento di nuovo la lacerazione interiore.
Per questo è importante parlare in modo corretto della mistica cristiana. È una via affascinante, una via verso una vera incarnazione e una profonda esperienza di Dio, una via gioiosa del divenire uno con Dio e con tutto ciò che esiste. Ma è anche una via sobria, che continua ad avere bisogno dell'ascesi, di lasciar andare il proprio io, di purificarsi da tutti gli intorpidimenti e di trasformare la propria realtà mediante lo Spirito di Gesù Cristo.
Evagrio Pontico è convinto che solo la contemplazione, il guardare Dio, possa davvero guarire l'anima dell'uomo (Evagrius Ponticus, La preghiera, cit., p. 104). ). Quindi la mistica cristiana, nella concezione dei monaci antichi, è sempre una via terapeutica, che dona alla nostra anima una pace interiore profonda e ci conduce al nostro sé vero e originario, autentico e integro.

(La fede dei cristiani, San Paolo 2012, pp.131-150)