Il mio canto

di speranza

Jean D'Ormesson


XVII
Né pittore né scultore, né d'altronde musicista, né matematico, né fisico, né astronomo, assai poco dotato sia per le arti che per le scienze, ho amato molto la luce. La luce del giorno, al mattino, mi ha sempre incantato. Mi svegliavo di buon umore perché, raggiante o coperta, c'era la luce. Su Positano, su Amalfi, su Ravello e i suoi giardini, sulla valle del Drago, su Dubrovnik, su Koréula o su Hvar, su Itaca o Kash, su Symi o Castellorizo, su Karnak o Udaipur, sulle piazze, le chiese, i palazzi, le scale di Gubbio, di Urbino, di Todi, di Spoleto, di Ascoli Piceno, e perfino di Pitigliano o di Borgo Pace, pur prive entrambe di strepitose bellezze, di Ostuni, di Martina Franca, delle piccole cittadine della Toscana, dell'Umbria, della Puglia, dell'Andalusia o del Tirolo, mi ha reso quasi pazzo di felicità. Più dei paesaggi, più della maggior parte delle persone, seppur così incantevoli e sottili, che ho avuto la fortuna di incontrare, più dell'acqua, quel miracolo, più della bellezza degli alberi, più degli asini e degli elefanti, forse più dei libri, forse perfino più dello sci in primavera, del mare nelle calette o delle donne che mi hanno dato tanta felicità al loro apparire, restare e a volte andarsene, ciò che più ho amato in questo mondo in cui ho già passato un bel po' di tempo è la luce.
Quasi quanto il tempo, meno crudele, più morbida, meno segreta e meno misteriosa, ma altrettanto diffusa in tutto l'universo, la luce mi è sempre sembrata mormorare in silenzio qualcosa di Dio.

XVIII
Presente dappertutto, eternamente assente, Dio si nasconde in questo mondo. Eppure tutti possono innalzare, come un canto di speranza, la lista degli avvenimenti e delle occasioni in cui improvvisamente si manifesta -a volte in modo sorprendente - con una sorta di evidenza e di splendore. Scandalosamente incompleta, stocastica e discutibile, ecco la mia, che vale quel che vale e sicuramente non di più:
- La Genesi, l'Ecclesiaste, il Vangelo di Giovanni.
- Il tempio di Karnak a Luxor.
- Il tempio di Ramses a Qurna.
- L'Iliade e l' Odissea.
- L'Acropoli di Atene.
- Roma intera.
- Palmira.
- Il gruppo di porfido che rappresenta i due augusti e i due cesari, sull'angolo della basilica di San Marco e del Palazzo Ducale a Venezia.
- Le Confessioni di Sant'Agostino.
- San Simeone, vicino ad Aleppo.
- La moschea degli Omayyadi a Damasco.
- Il canto gregoriano.
- Le «Quattro Grandi» abbazie di Provenza.
- Fatehpur Sikri.
- Le porte di bronzo di San Zeno Maggiore a Verona.
- Le porte del battistero di Firenze del Ghiberti.
- La Principessa di Trebisonda del Pisanello nella chiesa di Sant'Anastasia a Verona.
- Il trittico della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello a Firenze, Parigi e Londra.
- Il Santkostino del Carpaccio nella Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia.
- Gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina.
- Il Sogno di Sant'Orsola del Carpaccio all'Accademia di Venezia.
- Il Sogno di Costantino di Piero della Francesca nella Chiesa di San Francesco ad Arezzo.
- Quasi tutto Ronsard.
- Il Cavaliere polacco di Rembrandt (forse un falso?) alla Frick Collection di New York.
- La Presentazione della Vergine al Tempio di Tiziano all'Accademia di Venezia.
- La Madonna Pesaro di Tiziano ai Frari di Venezia.
- La Crocifissione di Tintoretto alla Scuola di San Rocco di Venezia.
- La tomba di Humayun a Delhi.
- Le stanze di Poliuto e la traduzione dei Salmi di Corneille.
- Andromaca, Berenice e Fedra di Racine.
- Quasi tutto Bach, e innanzitutto la sua Messa in si minore e le sue Cantate.
- Il Messia di Haendel.
- La Creazione di Haydn.
- Tutto Mozart, e innanzitutto l'andante del Concerto per pianoforte e orchestra n. 21.
- Quasi tutto Schubert.
- Molti passaggi e le ultime pagine delle Memorie d'Oltretomba.
- A Villequier di Victor Hugo.
- Quasi tutto Baudelaire.
- Molte poesie di Verlaine.
- Sull'acqua di Manet.
- La Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde.
- Quasi tutto Péguy.
- Molte poesie di Aragon.
- La Corona di piume di Isaac Bashevis Singer.
- Una sera di fine estate su una barca a vela lungo il Dodecaneso, nella baia di Fethiye o a largo di Castellorizo.
- Le calanche di Porto in Corsica.
- Una discesa sugli sci, in primavera, dalla Moriana verso l'Italia.
- La veduta sulla Jungfrau, il Monsch, l'Eger e lo Schreckhorn dalle cime intorno a Berna.
- Molte poesie di Apollinaire.
- La morte di chi amiamo.
- Una notte d'estate sotto le stelle.
- La carità e l'amore per gli uomini di coloro che non credono in Dio.
- Un bambino, d'improvviso, in qualunque posto, per strada o a casa.

XXXIX
Dio è nel tempo, nella luce, nel cammino degli astri. È anche nel vento, e nell'acqua, nel fiore che sboccia, nel bruco che diventa farfalla, nell'elefante che nasce, nello struzzo che esce dal suo guscio, in tutto ciò che nasce e che cambia. È anche in ciò che muore e scompare, nel sole che tramonta, nella Troia data alle fiamme, con il marinaio trascinato dal mare e con il vecchio agonizzante sul suo letto d'ospedale. Tutto accade solo attraverso di lui, grazie a lui e in lui - che è sempre assente. La natura è l'opera di Dio e Dio, che è così lontano al di sopra di noi, si confonde anche con essa. Deus sive natura, insegnava il buon Baruch Spinoza che, con Cartesio e Leibniz, tra Platone o Lucrezio e Kant, Hegel, Heidegger, è uno di quelli che si sono interrogati con più profondità sull'universo e gli uomini.
Dio non è solo ad animare tutto e a farlo funzionare in sua assenza. C'è qualcun altro e, questa volta, molto presente, senza il quale il mondo non esisterebbe - o avrebbe un'esistenza così miserabile che a nessuno verrebbe in mente di occuparsene e nemmeno di evocarlo: è l'uomo. Senza Dio non ci sarebbe storia, ma sono gli uomini che fanno la storia.
Spesso inglesi, a volte tedeschi, grandi pensatori hanno sostenuto che il mondo esiste soltanto perché noi lo percepiamo. Perché lo vediamo, lo sentiamo, lo annusiamo, lo proviamo. Eppure c'era prima degli uomini qualcosa che possiamo chiamare un universo in formazione: un'energia, uno spazio in espansione, un tempo che imparava a scorrere, delle particelle, delle onde, degli atomi, delle molecole, delle stelle, delle galassie, un Sole e una Terra con dell'acqua e dei continenti. Ma questo qualcosa quasi non esisteva. Era pura attesa.
La vita gli dà una storia con dell'imprevedibile. Il pensiero gli dà un senso. Avendo qualcuno in grado di rispondergli, il mondo si risveglia all'essere. La luce si mette a brillare. I colori si distinguono gli uni dagli altri e formano un quadro abbagliante. A lungo assenti come i colori, i suoni cominciano a farsi sentire. Un odore inebriante scaturisce infine dalla terra e dall'acqua. Non c'era niente prima del mondo. Il mondo prima della vita non è ancora quasi niente. Il mondo prima del pensiero è già qualcosa - ma niente di che in realtà. Il mondo diventa ciò che è - cioè tutto per noi -solo con l'arrivo dell'uomo. Fino a far dimenticare Dio dalla sua creatura, il suo strumento e il suo erede. Dio ha fatto uscire il mondo dal nulla perché l'uomo potesse crearlo.
Alla famosa domanda di Leibniz che abbiamo già incontrato lungo il nostro cammino: «Perché c'è qualcosa invece di niente?», c'è una sola risposta possibile: «Perché Dio ha distinto il tutto dal niente». Ma, all'interno di questa risposta, c'è un'altra risposta, inclusa, subalterna e annessa: «Perché Dio ha affidato all'uomo il tutto tratto dal niente perché egli ne facesse un mondo in cui, grazie allo spazio e al tempo, alla necessità e al caso, l'assenza si mutasse in presenza e il mistero in ragione». Con i suoi sensi e il suo pensiero l'uomo ha
creato una seconda volta il mondo che Dio ha tratto dal nulla infinito e dall'eternità del niente.

XL
Il mondo non esisterebbe senza Dio e non sarebbe niente senza gli uomini. Gli uomini, già lo sappiamo, non sono lo scopo, né l'apice, né il fine ultimo della creazione. Ma ne sono una tappa obbligata e i soci architetti. Ci sono una materia, delle cose, delle forme, dei colori e dei suoni, in una parola degli oggetti, perché c'è un soggetto per vederli o sentirli, per annusarli e per pensarli. Ci potremmo spingere - e ci siamo già spinti - perfino a domandarci se ci sarebbero oggetti se non ci fosse un soggetto. Il mondo non è altro che la rappresentazione che noi ce ne facciamo. Senza soggetto, niente oggetti - oppure oggetti di puro nulla.
Eppure è da notare che almeno in francese, e in molte altre lingue, la parola soggetto, che esprime un così grande potere creativo per gli oggetti, si adatti anche alle creature sottomesse, in un modo o in un altro, a un'autorità superiore: il re e i suoi soggetti, dieci milioni di soggetti, un brutto soggetto, soggetto alle imposte, alla crisi, alla collera. Pascal: «L'uomo è soggetto alla morte». Madame de Sevigné: «Vi compatisco di essere soggetto a cattivi umori». E Corneille: «Roma è soggetta ad Alba». Niente di più elevato del soggetto pensante che dà forme, colori e vita agli oggetti intorno a lui. Niente di più miserabile dei soggetti dipendenti, soggiogati dal caso e dalla morte, assai simili a una marionetta sballottata dalle onde e già promessa all'oblio.
Tra il mondo sul quale regna e Dio che regna su di lui, l'uomo è un soggetto nei due sensi di questa parola: quasi un re da un lato e quasi uno schiavo dall'altro. Come l'universo ai suoi inizi, l'uomo è un ossimoro: tutto, o quasi tutto, in questo mondo di cui è responsabile, che sviluppa e trasforma, non è niente, o quasi niente, agli occhi di quel Dio che gli ha affidato l'universo.

XLI
Negli ultimi anni del XVII secolo era affisso nella chiesa di Baltimora, cittadina inglese fondata da poco in fondo alla baia di Chesapeake, nel Maryland, il seguente testo che devo -lunga vita ai librai, così minacciati oggi! - alla gentilezza dell'eccellente libreria «Le Bleuet» di Banon, nelle Alpes-de-Haute-Provence.
Il nome di Dio non appare in queste anonime righe, senza firma. Danno, mi sembra, un'immagine molto bella e molto elevata di cosa possa essere, oggi come ieri, la vita di un uomo o di una donna in questo tumultuoso mondo.

Vai tranquillamente tra il frastuono e la fretta
e ricordati la pace che può esistere nel silenzio.
Senza alienazione, vivi per quanto possibile in buoni rapporti con ogni persona. Pronuncia dolcemente ma chiaramente la tua verità.
Ascolta gli altri, anche i semplici di spirito e gli ignoranti:
anch'essi hanno la loro storia.
Evita gli individui chiassosi e aggressivi: sono una vessazione per lo spirito.
Non ti paragonare a nessuno:
c'è sempre qualcuno più grande e più piccolo di te.
Gioisci dei tuoi progetti quanto dei tuoi successi.
Non essere cieco di fronte alla virtù che esiste.
Sii te stesso.
Soprattutto non ostentare l'amicizia.
Non essere nemmeno cinico in amore poiché, di fronte a ogni disincanto, l'amore è eterno quanto l'erba.
Accetta bonariamente il consiglio degli anni rinunciando con grazia alla tua giovinezza. Fortifica in te una potenza di spirito
per proteggerti in caso d'improvvisa disgrazia.
Non ti rattristare con le tue chimere.
Molte paure nascono dalla fatica e dalla solitudine.
Oltre ad avere una sana disciplina, sii dolce con te stesso.
Sei figlio dell'universo. Come gli alberi e le stelle.
Hai il diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o meno, l'universo si muove come deve. Qualunque siano i tuoi impegni e i tuoi
sogni, mantieni,
nel chiassoso sgomento della vita, la pace del tuo cuore.
Con tutte le sue perfidie e i suoi sogni infranti,
il mondo è comunque bello.

XLII
Dio è nella natura in forma di assenza ed è fuori dalla natura in forma di presenza. Dio è nascosto dappertutto, ma regna al di sopra di noi in ciò che la nostra ignoranza chiama il vuoto, il nulla e il niente. Prima che il mondo fosse mondo e dopo la fine dei tempi, il niente e il tutto erano da tutta l'eternità e saranno per sempre una sola e unica cosa. Non c'è vuoto perché, fuori dallo spazio e dal tempo, il vuoto è pieno di Dio. E il nulla esiste solo perché si confonde con Dio.
Poiché niente può nascere da niente, come può l'universo scaturire dal nulla? La domanda agita gli uomini da quando sono capaci di pensare. Ed essi hanno inventato mille favole e innumerevoli sotterfugi per evitare l'inverosimile verità: Dio trae il mondo dal niente, cioè da se stesso. Dio è il nulla da cui sorge il nostro tutto. Non esiste nel senso in cui esistono le cose e gli esseri sprofondati nello spazio e nel tempo. Egli è da tutta l'eternità poiché è allo stesso tempo il niente e il tutto, l'essere e il nulla.
È impossibile per gli uomini capire qualcosa in questo niente che sfugge alle leggi che ci governano. E che, per noi - fantasmi smarriti nell'orgoglio e sul nostro misero pianeta sperduto in una periferia lontana dell'immenso universo e costretto, indovinate da chi, a girare per miliardi di anni prima di sparire per sempre - non può essere, per definizione, che un insolubile enigma.
Ci è soltanto permesso di aggrapparci, nel delirio della ragione e nella disperazione, a questa folle speranza: Dio non esiste, ma è. Non è nient'altro che niente - cioè tutto. E ci manda, da molto lontano, o piuttosto da altrove, segni cifrati e trasparenti: suo Figlio, dei profeti, dei capolavori improbabili e più grandi degli uomini, il tempo, la luce, una bellezza straziante, la verità, rincorsa di era in era con ostinazione eppure fuori da ogni portata, una giustizia sempre zoppa, la fine di tutto senza eccezione e la morte di noi tutti che non avrebbe il minimo senso se la gloria di Dio -perfino prima di regnare sul nostro tutto che è solo una parentesi, un sogno, un'onnipotente illusione - non regnasse anche e già su quel tutto primordiale di cui l'altro nome è quel niente a cui ritorneremo e che, nella nostra follia, chiamiamo il nulla.

(Il mio canto di speranza, Ed. Clichy 2015, pp. 109-129)