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     Don Bosco

    nel contesto pedagogico

    del suo tempo

    José Manuel Prellezo


    “U
    n contatto impegnativo di don Bosco con la pedagogia scientifica ufficiale, accademica, non sembra essersi mai seriamente verificato, anche se reali furono le relazioni, perfino di cordialità e di amicizia, con alcuni teorici contemporanei della pedagogia”, afferma Pietro Braido, e cita, tra i più noti, Antonio Rosmini, Giovanni A. Rayneri, Giuseppe Allievo [1]. Invece Alberto Caviglia assicura, riferendosi al movimento pedagogico piemontese della seconda metà del secolo XIX, che “Don Bosco seguì quel movimento con interesse, direi con bramosia d’imparare appunto il metodo d’impartire le conoscenze ai giovanetti”[2].

    In questa cornice sono da evidenziare taluni dati e testimonianze riguardanti i contatti del fondatore della Congregazione salesiana con i pedagogisti menzionati e, in generale, con il contesto pedagogico del suo tempo, allo scopo di individuarne gli aspetti più illustrativi e di cogliere più agevolmente – negli scritti e nei documenti messi a disposizione del lettore nella seconda parte di questa raccolta antologica – i nuclei qualificanti del pensiero di don Bosco sull’educazione e sulla scuola. Allo stesso tempo, detti contatti svelano le caratteristiche più salienti del suo metodo di educare la gioventù “povera e abbandonata”.

    Formazione pedagogica nell’ambito familiare e scolastico

    Nella formazione di don Bosco sono intervenute svariate esperienze e hanno influito differenti fatti, persone e istituzioni. Il cardine della vocazione educativa del fondatore dei Salesiani si costituisce e si sviluppa con il crescere della sua maturazione umanistica, cristiana e pastorale. Infatti, attento al flusso degli eventi del suo tempo e ai principali ambiti della sua particolare esperienza, don Bosco ci ha consegnato cenni a episodi importanti e nomi di sacerdoti, insegnanti, persone e istituzioni che contribuirono, di fatto, a delineare le principali tappe della sua preparazione pedagogica.
    Nell’esperienza infantile di orfano, emerge la figura della madre, Margherita Occhiena, “la prima educatrice e maestra” di Giovannino Bosco. A distanza di circa sessanta anni, di lei scrive: “sua massima cura fu di istruire i suoi figli nella religione, avviarli all’ubbidienza ed occuparli in cose compatibili a quella età”[3]. Nell’ambiente familiare apprese, in particolare, l’abitudine alla preghiera, all’adempimento del dovere e al sacrificio.
    Accanto all’opera formativa materna, occupa un posto privilegiato – per un tempo breve ma significativo – la figura di un venerabile sacerdote, don Giovanni Calosso. Dopo un fortuito incontro (novembre 1829), si stabilisce intenso e genuino rapporto di stima e di fiducia tra il ragazzo povero, ma intelligente e desideroso di frequentare la scuola, e il benevolo cappellano di Morialdo. Sotto la guida di questi, Giovanni riprese con entusiasmo gli studi elementari. Il tipo di relazione stabilitasi tra l’alunno e il maestro è raccontato e proposto ai salesiani come esemplare: “Io mi sono messo nelle mani di don Calosso […]. Ogni parola, ogni pensiero, ogni azione eragli prontamente manifestata. Ciò gli piacque assai, perché in simile guisa potevami regolare nello spirituale e nel temporale” (MO, 71). La morte improvvisa del benefattore è percepita dall’adolescente Giovanni come un “disastro irreparabile”. Ma, prima di scrivere queste parole, don Bosco rammenta con entusiasmo l’incontro con il seminarista Giuseppe Cafasso, che in seguito avrà, come direttore spirituale e professore, una rilevante influenza sulla formazione culturale e sulle scelte educativo-pastorali di Giovanni Bosco, giovane sacerdote.

    La bontà: nucleo centrale del metodo educativo

    Il racconto degli eventi successivi permette a don Bosco di mettere in risalto determinati tratti personali dei suoi maestri e la peculiarità delle scuole da lui frequentate. Al rievocare, per esempio, le classi di grammatica, egli sintetizza con efficace espressione le caratteristiche dell’ambiente scolastico a Chieri: “bontà dei professori” (MO, 77). Ognuno di questi viene sinteticamente descritto nei suoi atteggiamenti educativi preventivi: il prof. Valimberti, gli “diede molti buoni avvisi” sul modo di tenersi “lontano dai pericoli”; il prof. Pugnetti gli “usò molta carità” (MO, 78-79); il prof. Pietro Banaudi, “Era un vero modello degli insegnanti. Senza mai infliggere alcun castigo era riuscito a farsi amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai figli, ed essi l’amavano qual tenero padre” (MO, 88). Don Bosco, d’altro canto, non tralascia di sottolineare limiti e difetti osservati nei suoi educatori. Racconta, ad esempio, che un “amato maestro” venne supplito da un altro insegnante, il quale, “incapace di tenere la disciplina, mandò quasi al vento quanto nei precedenti mesi avevo imparato” (MO, 77).
    Anche a proposito dei formatori del seminario, egli torna a accennare alle loro qualità e limiti con alcune critiche piuttosto severe: “Io amavo molto i miei superiori, ed essi mi hanno sempre usato molta bontà; ma il mio cuore non era soddisfatto. Il Rettore e gli altri superiori solevano visitarsi all’arrivo delle vacanze e quando si partiva per le medesime. Niuno andava a parlare con loro se non nei casi di ricevere qualche strillata […]. Accadendo che qualche superiore passasse in mezzo ai seminaristi, senza saperne la cagione, ognuno fuggiva precipitoso a destra e a sinistra come da una bestia nera” (MO, 105).

    La religione: “parte fondamentale dell’educazione”

    La “bontà” che affascina il giovane Bosco – da lui volentieri sottolineata quando allude ai suoi insegnanti –, non rimane ristretta a una “dolcezza” superficiale o a semplici “buone maniere”. La bontà autentica che egli suggerisce poggia su una retta condotta morale e una solida base religiosa. Evocando il periodo trascorso nel “Collegio” di Chieri (1831-1835), don Bosco traccia nelle Memorie dell’Oratorio un quadro assai dettagliato del regime disciplinare allora vigente nelle scuole pubbliche, ordinato dal Regolamento per le scuole fuori dell’Università (1822). Dopo aver accennato alle riunioni della “Società dell’Allegria” che si svolgevano durante la settimana nella casa di uno dei soci “per parlare di Religione”, puntualizza: “Qui è bene che vi ricordi come di quei tempi la religione faceva parte fondamentale dell’educazione. Un professore che eziandio celiando avesse pronunciato una parola lubrica, o irreligiosa era immediatamente dismesso dalla carica. Se facevasi così dei professori immaginatevi quanta severità si usasse verso gli allievi indisciplinati o scandalosi!” (MO, 83). L’enfasi messa sulla “severità” usata in determinate circostanze suggerisce che, comprensibilmente, le misure proposte dal rigido e “conservativo” ordinamento scolastico del 1822 – ispirato alla prassi dei collegi gesuitici – non fossero gradite al narratore. “Tuttavia nel ricordo di don Bosco maturo, le prescrizioni erano perfettamente in linea con fondamentali dimensioni del suo sistema educativo «preventivo» per forti principi di religiosità, di moralità, di ordine, che ispiravano tutta la vita scolastica”[4].
    Non manca, inoltre, la rievocazione di contatti positivi con le istituzioni e i metodi educativo-didattici della Compagnia di Gesù. Con alcuni amici “esemplari”, in tutte “le feste, dopo la congregazione del collegio andavamo – ricorda don Bosco – alla chiesa di S. Antonio dove i Gesuiti facevano uno stupendo catechismo, in cui raccontavansi parecchi esempi che tuttora ricordo” (MO 82).
    Le esperienze vissute e le figure incontrate, nell’infanzia e gioventù – alle quali abbiamo rapidamente accennato – contribuirono certamente, e in misura non indifferente, alla formazione del futuro educatore e fondatore di congregazioni consacrate all’educazione della gioventù. Dal punto di vista pedagogico, dovette, d’altra parte, diventare specialmente feconda la tappa in cui don Bosco rimase nel Convitto ecclesiastico di Torino (1841-1843). La pratica pastorale e gli studi teologici ivi realizzati non mancarono di dargli “gli orientamenti di base a una pedagogia religiosa e morale, essenziale e pratica”[5]. In quegli anni don Bosco ebbe pure occasione d’integrare la propria formazione con l’esperienza religiosa e la spiritualità proprie di due figure di santi che incideranno sensibilmente nel suo stile educativo “preventivo”: Filippo Neri e Francesco di Sales, apprezzati nell’ambiente culturale piemontese e specialmente nel Convitto ecclesiastico di Torino.
    Basti accennare qui a un fatto. Volendo manifestare il motivo per cui la sua prima opera dedicata ai ragazzi “cominciò a chiamarsi di San Francesco di Sales”, don Bosco scrive: “perché la parte di quel nostro ministero esigendo grande calma e mansuetudine, ci eravamo messi sotto alla protezione di questo santo, affinché ci ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine e nel guadagno delle anime” (MO 137).
    Il seminario di Chieri e il Convitto di Torino non potevano fornire al giovane sacerdote la cultura specifica in materia pedagogica e didattica. Tuttavia contribuirono a fornire le “strutture mentali di base”, che gli consentirono, grazie alla sua non comune intelligenza e innato senso pratico, di integrarsi senza difficoltà nell’impegno assistenziale-educativa tra i giovani e ragazzi della capitale del Regno Sabaudo.

    L’incontro con i giovani delle carceri e con i ragazzi orfani e abbandonati delle contrade torinesi

    Quando don Bosco approda al Convitto ecclesiastico, l’anno 1841, sotto la guida di don Giuseppe Cafasso realizza le prime esperienze d’insegnamento catechistico tra i giovani immigrati, e frequenta le carceri torinesi. I contatti con i ragazzi carcerati e la partecipazione attiva in esperienze educative concrete costituirono sicuramente fattori determinanti nella formazione di don Bosco “educatore” e “autore di scritti pedagogici”. Racconta egli stesso: “L’idea degli oratori nacque dalla frequenza delle carceri di questa città. In questi luoghi di miseria spirituale e temporale trovavansi molti giovanetti sull’età fiorente, d’ingegno svegliato, di cuore buono, capaci di formare la consolazione delle famiglie e l’onore della patria; e pure erano colà rinchiusi, avviliti, fatti l’obbrobrio della società. Ponderando attentamente le cagioni di quella sventura si poté conoscere che per lo più costoro erano infelici piuttosto per mancanza di educazione che per malvagità”[6].
    Dalle esperienze vissute emersero elementi e orientamenti che in seguito guideranno e caratterizzeranno la sua opera: “Fu allora che io toccai con mano che i giovanetti usciti dal luogo di punizione, se trovano una mano benevola, che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticavano il passato, diventavano buoni cristiani ed onesti cittadini” (MO, 129). Altre volte, don Bosco parla dell’incontro con giovani per piazze e contrade, spesso orfani, arrivati dalla campagna in città alla ricerca di un lavoro; ne ricorda anche il nome, come nel caso di Bartolomeo Garelli, col quale “inizia” la sua opera di formazione religiosa nella sagrestia della chiesa di San Francesco di Assisi (MO 127-129).
    Già dai primi anni ’40, dunque, c’è nella vita di Giovanni Bosco un punto fermo: la scelta dell’educazione dei giovani. “La mia propensione è occuparmi per la gioventù”, confessa a don Cafasso; lo dichiara altresì alla marchesa di Barolo, e con pari schiettezza lo comunica alle autorità civili che lo invitano a partecipare con i suoi ragazzi alle feste nazionali.
    Attento ad ascoltare “la voce del suo tempo”, non cercò di sottrarsi ai complessi problemi che comportò il Risorgimento italiano, in particolare il conflitto tra coscienza nazionale e coscienza religiosa. Ma, come “molti cattolici liberali e clerico-moderati, intuì la possibilità di una base comune di lavoro: l’educazione popolare. Come tutti i cattolici sofferse per le umiliazioni della Chiesa e ne sentì la missione trascendente […]. In definitiva sentì la sua vita sostanzialmente impegnata quasi soltanto nel problema educativo, avvertito come quello che avrebbe dato la soluzione globale a quello religioso e civile”[7].

    Don Bosco non è un solitario nella storia dell’educazione

    Nella scelta privilegiata e definitiva dei giovani, come impegno di vita, e nelle opere iniziate per l’educazione di quelli più abbandonati, don Bosco non percorse la strada da solo. Egli si trovava, anzitutto, in sintonia con un vasto gruppo di educatori di orientamento cristiano-cattolico. Analoghi indirizzi pedagogici sono seguiti e proposti da altri. “Il sistema preventivo che pratica, di cui parla e, infine, scrive sorge in un contesto nel quale analoghi orientamenti sono seguiti, codificati e proposti da altri. Si tratta di educatori e educatrici, spesso geograficamente vicini, che in qualche caso, hanno influito o potrebbero aver influito, su di lui, o perché ne poté leggere taluni scritti o ebbe modo di averne una qualche notizia. Soprattutto sono uomini e istituzioni che condividono con lui le ansie nei confronti della gioventù in tempi nuovi e difficili e intraprendono tipi non dissimili di iniziative in favore di essa, con stile educativo, che si può legittimamente definire preventivo”[8].
    Tra gli educatori incontrati a Torino hanno un posto di rilievo i Fratelli delle Scuole Cristiane. Al loro provinciale, fratel Hervé de la Croix, don Bosco dedicò uno dei sui libri più rilevanti: la Storia ecclesiastica ad uso delle scuole (1845). Appaiono tuttavia eccessive le affermazioni di Alberto Caviglia, quando scrive che il fondatore dei Salesiani “fu studiossisimo” dei “metodi lasalliani”; non si è potuto infatti documentare che egli abbia letto le opere pedagogico-spirituali di Giovanni Battista de la Salle. È invece del tutto probabile che non sia rimasto indifferente di fronte alle scuole serali per operai, aperte dai Fratelli delle Scuole Cristiane nel 1846, e che abbia avuto tra le mani un fascicoletto pedagogico – Le dodici virtù del buon maestro (Marietti 1835) – del lasalliano fratel Agathon. Questi, discorrendo sulle virtù del maestro e sul suo comportamento nella azione educativa, insiste su: “la bontà”, “la cordialità”, “l’amorevolezza”, “la mansuetudine ossia dolcezza”… Sono termini che ricorrono spesso nella produzione bibliografica donboschiana.
    Feconda di spunti educativi dev’essere stata anche l’esperienza dei due anni trascorsi come cappellano nelle opere della marchesa di Barolo. È ragionevole supporre che don Bosco, giovane sacerdote, sia stato particolarmente influenzato dai principi che avevano dato origine alle diverse iniziative benefico-religiose dell’illustre nobildonna: distribuire il pane della fede, facendolo precedere e accompagnare dal pane della sussistenza quotidiana; cercare la salvezza delle anime, curando insieme i corpi e i cuori; rieducare amorevolmente piuttosto che reprimere, fornire l’istruzione di base necessaria nei tempi nuovi. Quel biennio “dovette essere per don Bosco una scuola organizzata, anche se non accademica, di sistema preventivo”[9].
    Accanto alle esperienze educative accennate, è indispensabile prendere in considerazione altri fondatori di istituti per l’educazione dei giovani bisognosi. Ci limitiamo a citarne i più significativi.
    Innanzitutto i fratelli Marco e Antonio Cavanis, iniziatori della Congregazione dei chierici secolari delle scuole di carità, fondata a Venezia nei primi decenni dell’Ottocento, che esprimono il nucleo del loro metodo educativo con i termini di “prevenzione”, “amorosa disciplina” e “amore paterno”. Queste espressioni sicuramente non erano sconosciute a don Bosco quando diede gli ultimi ritocchi alla redazione del Regolamento per le case salesiane (1877) e preparò il più noto dei suoi scritti: Il Sistema preventivo nell’educazione della gioventù (1877). Qualche anno prima, infatti, come egli stesso dichiarò, nel processo di elaborazione delle Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales, aveva avuto tra le mani le regole dell’“Istituto Cavanis di Venezia”[10]. Certamente avrà letto, tra gli altri, l’articolo che recitava: “Gli insegnanti si propongano di svolgere il loro compito tra i fanciulli non tanto come maestri, ma come padri; pertanto si assumano la cura dei fanciulli con la massima carità […]; si studino sempre di imbeverli di costumi cristiani, li preservino con paterna vigilanza dal contagio del mondo” (art. 94).
    Congetture affini si possono fare riguardo agli scritti del sacerdote educatore bresciano Ludovico Pavoni, la cui istituzione (1847), si proponeva “educare nella religione e nelle arti” i ragazzi “poveri, od abbandonati”, con la finalità di ridonare “alla Chiesa degli ottimi cristiani, ed allo Stato dei buoni artisti [artigiani], e sudditi virtuosi e fedeli”. Anche in questo caso, il parallelismo tra i testi riportati e quelli che troveremo in questa raccolta di Fonti salesiane è agevolmente riscontrabile. Sono, però, testi e testimonianze non infrequenti nell’ambiente culturale del tempo. Perciò non risulta semplice fissare le dipendenze. Conviene, quindi, fare un passo ulteriore. Più d’una volta, don Bosco riporta il nome dell’autore dell’opera che ha utilizzato nella redazione di un determinato scritto o che raccomanda ai collaboratori, impegnati non solo nell’insegnamento del catechismo negli oratori festivi o nelle scuole domenicali e serali, ma in opere educative più complesse e articolate.

    Apertura al contesto pedagogico piemontese della seconda metà del secolo XIX

    La prima istituzione assistenziale-educativa di don Bosco – l’Oratorio di San Francesco di Sales in Valdocco (1846) – e le sue prime pubblicazioni pedagogico-spirituali (1845) si iscrivono in un clima culturale particolarmente vivace. Nella seconda metà dell’Ottocento, il tema dell’educazione è affrontato, in Piemonte, con consapevole risolutezza, non solo come “problema pedagogico”, ma altresì, come “problema politico”. Alla radice di tale movimento si riscontrano fatti di rilievo. Nel 1844 il pedagogista ed educatore Ferrante Aporti è chiamato all’Università di Torino per tenervi un corso di metodica, che ha ampia risonanza. Nel 1845 vede la luce il primo numero della rivista, “L’Edutatore Primario”, particolarmente attenta allo studio e diffusione della “pedagogia popolare”. In essa, a conclusione di un suo contributo, il pedagogista Vincenzo Troya scrive che l’educazione, “perché sia compiuta, dovrà primariamente proporsi di fare buoni cristiani, e insieme industriosi, intelligenti, laboriosi cittadini utili alla società e alla famiglia”[11].
    Non sappiamo se il saggio di V. Troya abbia influito sulla formulazione del noto principio pedagogico riproposto più volte, con leggere varianti, negli scritti di don Bosco: “buoni cristiani ed onesti cittadini”. È possibile documentare, in ogni caso, che il Santo aveva sul tavolo di lavoro qualche quaderno della rivista menzionata, mentre portava a termine la composizione di alcuni dei suoi scritti. Nella Storia sacra ad uso delle scuole (1847), ad esempio, egli trascrive brani tratti da “L’Educatore Primario” e sottoscrive il parere del direttore della rivista, Antonio Fecia, che sostiene la necessità di “popolarizzare” la Sacra Scrittura per metterla alla portata dei lettori. Don Bosco riconosce, anche, di aver inserito nel suo manuale varie illustrazioni, seguendo gli orientamenti di “saggi maestri”, secondo i quali la storia sacra deve essere insegnata con l’aiuto di mappe, quadri e disegni che rappresentino i fatti più importanti.
    Si tratta del cosiddetto metodo “intuitivo”, divulgato in Italia – con il nome di “metodo dimostrativo” – da Ferrante Aporti, le cui lezioni torinesi erano state pubblicate ne “L’Educatore Primario”.
    L’apertura al movimento pedagogico piemontese non si limita alla citata pubblicazione. Nel 1863, in una lettera personale al provveditore degli Studi di Torino, rispondendo ad alcune critiche formulate a riguardo di un’altra sua opera, la Storia d’Italia, – in particolare, l’aver taciuto “azioni biasimevoli” di determinati “personaggi” – don Bosco giustifica la propria scelta: “Ho ciò fatto per secondare il principio stabilito dai celebri educatori Girard ed Aporti, i quali raccomandano di tacere ne’ libri destinati per fanciulli tutto quello che può cagionare sinistra impressione nelle tenere e mobili menti dei giovanetti”[12].
    Dopo l’approvazione delle Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, l’attenzione di don Bosco sul tema dell’educazione e della scuola diventa sempre più consapevole. Quello stesso anno (1874), d’accordo con i collaboratori più stretti, il fondatore stabilisce che i giovani ascritti alla Società salesiana abbiano una regolare “scuola di pedagogia”. Nomina professore della materia don Giulio Barberis. Questi, dopo trent’anni d’insegnamento, preciserà di aver utilizzato nella stesura del suo manuale – Appunti di pedagogia sacra – quanto aveva ascoltato dalla viva voce di don Bosco, quanto aveva appreso dagli scritti di pedagogisti raccomandati dal Santo – G. A. Rayneri, G. Allievo, A. Franchi, A. Monfat, mons. F. Dupanloup –, e dalle pubblicazioni di “vari altri provati autori”.
    Le opere di uno degli autori ricordati, Antoine Monfat, erano familiari a Valdocco. Il 16 novembre 1882 nella “gran conferenza” del personale responsabile della casa – “presenti tra chierici assistenti, maestri e sacerdoti, un 35 circa” – si faceva lettura di un paragrafo sulla “Disciplina tra gli educatori. Pratica dell’educazione cristiana del P. A. Monfat (sacerdote della Società di Maria), che diede luogo – si sottolinea nel verbale della riunione – a più altre osservazioni, specialmente a quella di essere uniti, d’andar d’accordo, e che questo nostro accordo trapeli nei giovani da noi educati”. Alla riunione era presente anche don Bosco.
    Tra i “provati autori” a cui allude Barberis, merita attenzione speciale il barnabita Alessandro Maria Teppa. Una delle sue pubblicazioni più diffuse – Avvertimenti per gli educatori ecclesiastici della gioventù (1868) – è caldamente raccomandata da don Bosco ed è da lui utilizzata per le conferenze formative ai giovani salesiani studenti di filosofia. Ancora negli anni Ottanta l’operetta del padre barnabita godeva di particolare considerazione nella Casa Madre. L’8 di marzo 1883, durante la conferenza al personale di Valdocco, in cui si trattò il problema della disciplina, dopo la lettura del paragrafo dedicato ai “castighi” nel trattatello sul Sistema preventivo, veniva commentato anche “il capo che tratta dei castighi” nel citato volumetto del Teppa. E, nella successiva conferenza, fu deciso di “provvedere per ciascuno” dei presenti un esemplare del medesimo, affinché esso servisse “come di guida” per non allontanarsi dallo “spirito di don Bosco”[13]. Nelle semplici ma sostanziose pagine di questo volumetto si trovano affermazioni come queste: “Chi dunque vuol farsi amare dai suoi alunni sia egli il primo ad amarli di vero cuore con affetto di padre e di amico. Si prenda sollecita cura di tutto che può esser loro di bisogno o di vantaggio sì per lo spirito, come per il corpo”.

    Uno stile caratteristico di educare

    Non era, però, la prima volta che i responsabili dell’ormai complessa istituzione educativa di Valdocco ascoltavano le espressioni riportate o altre similari. Non si trattava neppure dell’unica occasione in cui l’iniziatore di quell’opera invitava i suoi giovani collaboratori a mettere in pratica quegli orientamenti o altre norme molto vicine.
    Don Bosco, benché non sia giunto – come si è ribadito più volte – a elaborare un sistema pedagogico compiuto in termini teoretici, tuttavia, ha riflessamente adottato nei suoi scritti e consapevolmente sperimentato nel suo lavoro educativo tra i giovani, elementi validi e coerenti che gli hanno consentito di plasmare, nell’insieme, una proposta educativa articolata e unitaria, inconfondibilmente sua.
    In tale proposta sono individuabili “nuclei dottrinali” di notevole “efficacia pratica”. Ne elenchiamo i più rilevanti e caratteristici: 1) attenzione preventiva: “prevenire non reprimere”; 2) ottimismo pedagogico: fiducia nella gioventù, sulla quale si “fonda la speranza di un futuro felice”; 3) formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini”: scopo e traguardo di una educazione completa; 4) “ragione religione amorevolezza”: tre pilastri del Sistema preventivo; 5) assistenza: presenza, positiva e stimolante, tra i ragazzi; 6) importanza degli educatori: “padri, maestri e amici” dei giovani educandi; 7) ambiente educativo: accogliente, familiare, gioioso.
    Non è questo un indice schematico di formule generali e astratte. Si tratta, viceversa, di principi e orientamenti che don Bosco ha saputo mettere in pratica con stile personale: prima, in incontri con giovani bisognosi sulle strade torinesi o in istituzioni aperte come gli oratori festivi; poi, in opere sempre più compiute e complesse – scuole ginnasiali interne, ospizi, collegi, laboratori di arti e mestieri… –, apprezzate dai contemporanei, che hanno avuto straordinario sviluppo fino ai giorni nostri.
    I rapidi cenni al contributo del fondatore della Società salesiana nell’ambito della storia della pedagogia e dell’educazione possono essere utilmente completati – nella prospettiva della lettura delle Fonti salesiane –, richiamando la testimonianza del primo professore di pedagogia dei giovani salesiani, Giulio Barberis. Questi, riferendosi al Sistema preventivo, afferma che “don Bosco non lo scrisse che nelle linee generali”, ma “lo applicò poi interamente” sotto gli occhi dei seguaci e dei collaboratori [14].
    Per raggiungere un’adeguata conoscenza del pensiero di don Bosco sull’educazione e sulla scuola, pertanto, non è sufficiente lo studio, pur attento e approfondito, dei suoi scritti. Risulta indispensabile dedicare una avveduta attenzione alla sua biografia, alla singolarità delle sue esperienze educative: quelle da lui raccontate e quelle narrate dai suoi collaboratori e contemporanei. Accolte ovviamente con misurato senso critico.
    In sintesi. Lo sviluppo delle idee pedagogiche e delle opere educative di don Bosco non è stato, ovviamente, il semplice risultato delle sue capacità organizzative e di circostanze saggiamente sfruttate. È stato anche frutto di una pedagogia vissuta, “coerente nei suoi principi essenziali” e “flessibile nel suo progresso e nelle sue applicazioni nell’ambito delle mutevoli situazioni storiche. Non è stato neanche pura elucubrazione astratta, ma la molla poderosa di una relazione educativa e di un complesso sistema di opere”[15].
    In tale prospettiva si scopre il sistema preventivo di don Bosco – nel senso più ampio – come progetto necessariamente aperto a integrazioni e sviluppi teorici, storici e metodologici che lo arricchiscano e lo rendano sempre più attuale, senza snaturarne le linee originarie essenziali[16].

    NOTE

    [1] Pietro Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco. Roma, LAS 1999, p. 152. Per una contestualizzazione generale: Rachele Lanfranchi - José Manuel Prellezo Educazione scuola e pedagogia nei solchi della storia, vol. 2. Dall’Illuminismo all’era della globalizzazione. Roma, LAS 2010.

    [2] Alberto Caviglia, Don Bosco nella scuola, in BS 53 (1929) 6, 179.

    [3] Giovanni Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Saggio introduttivo e note storiche a cura di Aldo Giraudo. Roma, LAS 2011, p. 61. D’ora in poi sarà citata: MO, 61. Sul significato e valore storico-pedagogico di questo scritto postumo di don Bosco, cf ibid, pp. 5-49.

    [4] P. Braido, Prevenire non reprimere…, p. 138.

    [5] Ibid., p. 142.

    [6] Giovanni Bosco, Cenni storici intorno all’Oratorio di S. Francesco di Sales, in Pietro Braido (ed.), Don Bosco nella Chiesa a servizio dell’umanità. Studi e testimonianze. Roma, LAS 1987, p. 60.

    [7] Pietro Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Volume primo: Vita e opere. Seconda edizione riveduta dall’autore. Roma, LAS 19792, pp. 253-254.

    [8] P. Braido, Prevenire non reprimere…, p. 93.

    [9] Pietro Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, I. Roma, LAS 22009 pp.179-180; cf anche Ibid., pp., 207-208.

    [10] E(m) I, p. 562.

    [11] Vincenzo Troya, Quale sia il genere d’istruzione utile e necessario specialmente nei villaggi, in “L’Educatore Primario” 1 (1845) 12, 192.

    [12] Lettera al provveditore agli studi di Torino Francesco Anselmi, in E[m] I, p. 589. Anni prima, nel 1848, nelle pagine de “L’Educazione Primario”, era stata recensita positivamente e raccomandata la Storia sacra per uso delle scuole composta da don Bosco.

    [13] José Manuel Prellezo, Valdocco nell’Ottocento tra reale e ideale. Documenti e testimonianze. Roma, LAS 1992, pp. 254-255, 258.

    [14] Giulio Barberis, Appunti di pedagogia sacra… [Torino], Litografia Salesiana 1897, p. 277.

    [15] Pietro Stella, Juan Bosco en la historia de la educación, Madrid, Editorial CCS 1996, p. 33.

    [16] Cf P. Braido, Prevenire non reprimere…, pp. 391-404.

    (Fonte: Istituto Storico Salesiano, Fonti salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Roma, LAS 2014, pp. XXVI-XXXVII)


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