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     Don Bosco

    nel contesto storico

    del suo tempo

    Francesco Motto


    I
    n prima istanza riteniamo utile un breve profilo dell’educatore piemontese, collocato nello scenario storico del secolo XIX.[1] Nato nell’anno del Congresso di Vienna (1815), evento che segna l’inizio della Restaurazione e tenta di ristabilire il sistema politico e sociale precedente alla rivoluzione francese, don Bosco muore verso la fine del secolo (1888), in un’Italia unificata da circa un trentennio, anche se carica di problemi non risolti.


    Gli anni della formazione (1815-1844)

    Il percorso formativo di Giovanni Bosco inizia con la prima educazione in famiglia, nel territorio di Castelnuovo d’Asti (1815-1830), abbraccia il decennio degli studi secondari (1831-1835) e seminaristici (1835-1841), trascorso a Chieri, e si conclude a Torino col triennio di approfondimento teologico-pastorale nel Convitto Ecclesiastico (1841-1844). Sono gli anni della Restaurazione. In Piemonte, dopo un primo rigido tentativo di ripristino dell’antico ordine di cose, fallito con i moti rivoluzionari del 1821, sotto il governo del re Carlo Felice (1821-1831) ci si concentra sull’attuazione di graduali riforme in campo strutturale e amministrativo, commerciale, militare e giuridico. Così matura il clima culturale che nel 1848, col re Carlo Alberto, porterà alla svolta costituzionale parlamentare. I principali attori della trasformazione sono giovani aristocratici formati ad uno spirito europeo, come i fratelli Massimo e Roberto d’Azeglio e Camillo Cavour, insieme ad una élite della borghesia imprenditoriale e colta di idee liberali, tendenzialmente ostile al regime di privilegio di cui godevano le istituzioni religiose, favorevole al movimento di unificazione nazionale.
    La ripresa economica, avvenuta grazie alle riforme di Carlo Felice, e le speranze suscitate tra i gruppi patriottici e liberali dall’ascesa al regno di Carlo Alberto risparmiano al Piemonte la seconda ondata di sollevazioni che, tra 1830 e 1831, interessa altri stati italiani (Regno di Sicilia, Ducato di Modena, Stato Pontificio), repressa duramente. In quel clima crescono le società segrete. Nel 1831 nasce la Giovane Italia fondata da Giuseppe Mazzini (1805-1873), attivista politico di idee repubblicane, il quale dall’esilio propone l’abolizione della monarchia e l’unità nazionale con Roma capitale. Nutriti di tali principi numerosi patrioti organizzano ulteriori moti rivoluzionari (Savona e Genova, 1834), tutti fallimentari. Molti di essi sono obbligati all’esilio, come Giuseppe Garibaldi. Negli anni seguenti nuovi tentativi di sollevazione in Calabria, in Sardegna e nelle Romagne vengono immediatamente soffocati con la forza [2].
    Il giovane don Bosco non pare abbia sentore di tali avvenimenti, occupato com’è nei suoi studi. Nell’autunno 1835 entra nell’ambiente fervido e impegnato del seminario di Chieri. L’istituzione, fondata sette anni prima ad opera dell’arcivescovo Colombano Chiaveroti (1754-1831), è regolata secondo un modello ispirato alla tradizione formativa postridentina [3].
    Gli stessi ideali don Bosco li ritrova quando entra nel Convitto Ecclesiastico di Torino dopo l’ordinazione (1841) per il triennio di specializzazione. Qui, oltre allo studio, è avviato all’esercizio pastorale nelle parrocchie e nelle scuole dei quartieri poveri, nelle carceri e nelle istituzioni caritative. Grazie a questo ministero prende coscienza dei problemi di una città in rapida crescita demografica. È toccato soprattutto dall’abbandono educativo in cui si trovano ragazzi e giovani e decide di dedicarsi ad essi. Il catechismo domenicale, iniziato nei primi mesi con un gruppo di giovani lavoratori si consolida.
    Quando nel 1844 don Bosco accetta l’incarico di cappellano delle opere Barolo, nel quartiere periferico di Valdocco, le attività si moltiplicano e il numero di giovani cresce. Con l’aiuto dei colleghi cappellani, di altri ecclesiastici e laici affianca al catechismo una serie di iniziative educative e sociali che danno all’opera una fisionomia più solida. Nasce l’Oratorio di San Francesco di Sales che si consolida dal momento in cui trova sede stabile nella casa Pinardi (1846) e don Bosco decide di abbandonare ogni altro impegno per dedicarsi esclusivamente ad esso. L’opera si impone per la sua efficacia preventiva e rieducativa, per la sua originalità metodologica in un ambiente segnato da problematiche sociali e giovanili che le autorità faticano a controllare. Don Bosco raccoglie ed assiste i giovani “poveri ed abbandonati”, li forma e li equipaggia per un inserimento dignitoso e ordinato nella società. Per essi compila testi adatti di indole istruttiva, educativa e devozionale; organizza una casa di accoglienza per i più derelitti; apre un secondo Oratorio dedicato a san Luigi Gonzaga nel quartiere di Porta Nuova (1847), sostenuto da un’opinione pubblica via via più attenta al suo lavoro e dalla fiducia degli amministratori, del governo e della famiglia reale.

    Un biennio di svolta (1848-1849)

    Alla vigilia del 1848, mentre in Inghilterra procede la rivoluzione industriale con forti costi umani, in Francia e nell’impero austroungarico l’economia si fa più prospera, in Italia cresce anche tra il popolo l’ideale patriottico nazionale e l’anelito all’unificazione politica dei diversi stati. Il sacerdote filosofo Vincenzo Gioberti (1801-1852) propone una formula confederativa, sotto la presidenza onoraria del pontefice (neoguelfismo). Mentre gli ambienti cattolici e moderati accolgono il messaggio con favore, altri, ispirati da ideali repubblicani o da una visione nazionale più compatta, lo rifiutano. Le aperture riformiste e liberali del papa Pio IX, eletto nel 1846, attirano molte simpatie. Sotto la pressione dei moti rivoluzionari scoppiati in tutta l’Europa, il re Carlo Alberto, che nel 1847 aveva soppresso la censura, promulga lo Statuto (4 marzo 1848), legge fondamentale dello Stato ispirata a modelli francesi e belgi. Anche Pio IX concede una Costituzione (14 marzo 1848) e istituisce due camere legislative aprendo ai laici la carriera politica e amministrativa. Le scelte del papa alimentano le speranze dei liberali [4]. Altri sovrani italiani attuano riforme, mentre in Francia, crollata la monarchia, viene eletto presidente della Repubblica Luigi Napoleone Bonaparte (dicembre 1848). Anche l’impero austriaco nel 1848 è scosso da rivolte, duramente domate dall’esercito. Il cancelliere Metternich si dimette e l’imperatore Ferdinando I abdica in favore del giovane Francesco Giuseppe (1830-1916).
    Sull’onda dei moti scoppiati tra 17 e 18 marzo a Venezia e a Milano, i consiglieri inducono Carlo Alberto a dichiarare guerra all’Austria (23 marzo 1848). Dopo iniziali successi, l’esercito piemontese è obbligato a firmare un armistizio (5 agosto) abbandonando Milano nelle mani degli imperiali. Pio IX, che non ha ritenuto opportuno partecipare alla guerra (allocuzione del 29 aprile), viene accusato dai patrioti come traditore della causa nazionale. Cade l’idea confederativa e l’opinione pubblica, nei confronti del pontefice, si divide su due fronti contrapposti: quello ostile liberal radicale e quello cattolico conservatore. Ripresa la guerra contro l’Austria, a Novara (23 marzo 1849) il Piemonte subisce una pesante sconfitta. Carlo Alberto abdica e favore del figlio Vittorio Emanuele II che firma una pace umiliante con gli austriaci. Nel frattempo a causa di gravi disordini Pio IX è costretto a rifugiarsi a Gaeta (Regno delle Due Sicilie), mentre in Roma viene proclamata una Repubblica (9 febbraio 1849), che ha vita breve: cade il 3 luglio a seguito dell’intervento militare francese che restaura lo Stato Pontificio.
    In questo difficile biennio a Torino don Bosco è impegnato a consolidare gli oratori di Valdocco e di Porta Nuova, ai quali aggiunge quello dell’Angelo Custode nella periferia di Vanchiglia, che il fondatore don Giovanni Cocchi è costretto ad abbandonare. Dà anche inizio ad una Società di mutuo soccorso tra oratoriani, sottoscrive “contratti di lavoro” per giovani lavoratori e fonda il giornale L’Amico della gioventù, che dura pochi mesi (1848-1849). Nonostante le difficoltà economiche dovute alla guerra, trova i fondi per acquistare la casa Pinardi e il terreno circostante, deciso a potenziare le attività oratoriane per far fronte all’aumento delle povertà economiche e morali.
    La situazione sociale di Torino in quegli anni chiedeva interventi urgenti, a tutti i livelli. Nel decennio 1838-1848 la popolazione passa da 117.072 a 136.849 abitanti, con un incremento di 19.777 unità, pari al 16,89%. Nel decennio successivo la crescita sarà del 31,28%, grazie anche al costante flusso migratorio [5]. Le periferie cittadine assistono all’insediamento numeroso e disordinato di intere fa-miglie o di singoli individui, per lo più giovani, dovuto allo sviluppo dell’industria manifatturiera e dell’edilizia. Precarietà lavorativa, malnutrizione, mancanza di igiene, unite all’ignoranza, al basso livello salariale e all’assenza di ammortizzatori sociali, si ripercuotono sulle condizioni generali di vita delle persone. Il numero dei poveri in città aumenta, anche con espressioni di degrado morale e di pericolosità sociale [6].
    Gli eventi politici del biennio hanno una ripercussione importante sulle scelte di don Bosco e sul futuro della sua opera. L’euforia patriottica di alcuni suoi collaboratori, anche sacerdoti, e la svolta anticlericale indotta dagli eventi lo convincono a prendere le distanze da qualsiasi schieramento “politico” (non vuole farsi dei nemici per fatti estranei alla sua missione) e, soprattutto, ad impegnarsi per formare collaboratori più affidabili, scelti tra gli stessi ragazzi dell’Oratorio, plasmandoli secondo il suo spirito e i suoi ideali. Da questo momento la sua persona e la sua opera acquistano prestigio e, con la considerazione positiva del suo apporto sociale, si incrementa la beneficenza.

    Il decisivo avvio dell’Opera salesiana nel decennio di preparazione all’Unità d’Italia (1850-1860)

    Dopo il crollo della Repubblica romana, Pio IX tornato a Roma abolisce la Costituzione repubblicana e accentua il senso religioso del suo pontificato, lasciando al Segretario di Stato card. Giacomo Antonelli la gestione degli affari politici, e affidandosi alla protezione militare di Napoleone III, che nel 1852 dà inizio al secondo impero francese.
    Mentre nel resto d’Italia il fallimento della prima guerra d’indipendenza provoca un irrigidimento antiliberale, il Piemonte non recede dalle scelte costituzionali. Un parlamento moderato a fine 1849 collabora con il governo, nel quale dal 1850 siede Camillo Cavour (1810-1861), che diventa primo ministro nel novembre 1852 e lo sarà quasi ininterrottamente fino al 1861, grazie all’intesa con il centrosinistra di Urbano Rattazzi. È un decennio decisivo per l’affermazione dello Stato piemontese, in cui si consuma anche un netto distacco tra Stato e Chiesa. La politica di laicizzazione ha un forte accento anticlericale, reso evidente nel 1850 con le leggi Siccardi sull’abolizione dei privilegi ecclesiastici e l’esilio forzato dell’arcivescovo Luigi Fransoni. È anche processo di centralizzazione statale che culmina nel 1855 con l’abolizione della personalità giuridica degli ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni (legge Cavour-Rattazzi) e nel 1859 con la legge Casati di riforma della scuola. Dure polemiche esasperano gli animi e provocano una grave crisi di coscienza dei cattolici, lacerati tra patriottismo e fedeltà alla Chiesa.
    Cavour imposta con successo la politica estera piemontese. Con l’azione diplomatica e la partecipazione militare nella guerra di Crimea (1855), riesce a trasformare il problema dell’unificazione italiana in un problema europeo (Congresso di Parigi 1856) e stringe alleanza con Napoleone III (Plombières, luglio 1858) in funzione antiaustriaca. Il decisivo sostegno dell’esercito francese, determina il successo della seconda guerra d’indipendenza, che culmina, il 24 giugno 1859, nella battaglia di Solferino e San Martino con la vittoria franco-piemontese, seguita dall’armistizio di Villafranca (1° luglio) e dalla pace di Zurigo (10 novembre). In cambio dell’appoggio militare la Francia ottiene Nizza e la Savoia. Il Piemonte si annette la Lombardia e, a seguito di plebisciti popolari (11-12 marzo 1860), anche la Toscana e l’Emilia-Romagna. Lo Stato Pontificio, dopo la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860), perde le Marche, l’Umbria e la Sabina ed è ridotto al solo Lazio. Cavour, sfruttando abilmente il successo della spedizione di Giuseppe Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie, include anche i territori dell’Italia meridionale e rende possibile la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) [7].
    Gli eventi politici hanno conseguenze dolorose per i cattolici fedeli alla Santa Sede. Vescovi e sacerdoti in disaccordo con la politica liberale lesiva dei diritti della Chiesa vengono processati, rimossi e anche incarcerati.
    Don Bosco è scosso dalla piega presa dagli eventi, ma non si scoraggia. Pur nella fedeltà al papa, conferma la sua decisione di evitare ogni presa di posizione politica e si interroga sulle scelte da fare nei nuovi scenari. Attento alle esigenze dei giovani e dei ceti popolari, coglie il momento favorevole per evolvere l’opera di Valdocco. Tra 1851 e 1852 costruisce la chiesa di San Francesco di Sales, sostenuto dal governo e dalla beneficenza pubblica. Nominato da mons. Fransoni direttore capo dei tre oratori (31 marzo 1852), consegue l’autonomia necessaria per attuare i suoi progetti. Sceglie tra i giovani i suoi collaboratori, avviandoli agli studi ecclesiastici e formandoli secondo il proprio spirito. Amplia la casa annessa all’Oratorio trasformandola in un istituto educativo per studenti e artigiani: nel 1853 innalza la prima parte di un nuovo edifico che completa nel 1856. Vi apre laboratori e scuole ginnasiali. Il numero degli allievi cresce enormemente, soprattutto dopo l’acquisto della vicina casa Filippi (1860) che permette un ulteriore ampliamento edilizio. Nel frattempo il progetto di costituire una congregazione per il servizio dell’opera, suggerito dal ministro Rattazzi e sostenuto da Pio IX, si concretizza con la fondazione della Pia Società di San Francesco di Sales (18 dicembre 1859). È una svolta che determinerà gli sviluppi futuri dell’opera salesiana.
    Intanto la sua fama si è consolidata, grazie alle molteplici iniziative educative e sociali, ai contributi offerti in occasione dell’epidemia di colera (1854), alle pubblicazioni popolari, alla fortunata impresa delle Letture Cattoliche (iniziate nel 1853) e all’instancabile mobilitazione della beneficenza attraverso lotterie e lettere circolari. È appunto questa geniale sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sperimentata nel decennio 1850-1860 e successivamente perfezionata, che permetterà all’opera salesiana di trovare le risorse necessarie per decollare a livello locale e mondiale.
    Il suo inconfondibile modello formativo, la sua pedagogia “spirituale”, trova una formulazione narrativa ideale nella vita dell’allievo Domenico Savio (1859), ampiamente diffusa, la quale contribuisce enormemente a propagare la conoscenza e la stima dell’opera di don Bosco.
    Il decennio 1850-1860 può considerarsi decisivo della vita del Santo. In esso si consolidano la sua personalità carismatica e le sue visioni, e si mettono basi solide per gli sviluppi futuri, in campo organizzativo, pedagogico e spirituale.

    La crescita dell’Opera salesiana oltre Torino nel decennio del compimento dell’unità nazionale (1861-1870)

    Il nuovo Regno d’Italia, dopo la morte prematura di Camillo Cavour (6 giugno 1861), si confronta con enormi problemi: politici, diplomatici, economico-sociali, culturali, amministrativi, ma anche religiosi per la vertenza con la Chiesa e, dal 1870, per la “questione romana” che si protrarrà fino ai Patti Lateranensi (1929).
    Il successore del Cavour, Bettino Ricasoli tenta, inutilmente, di indurre il papa a rinunciare allo Stato Pontificio. Dopo il blocco della spedizione militare di Garibaldi per la conquista di Roma (ottobre 1862), si sceglie la via diplomatica. Con la convenzione di settembre (1864) il primo ministro Marco Minghetti assicura l’imperatore Napoleone III sull’integrità dello Stato Pontificio in cambio del ritiro delle armi francesi da Roma e del trasferimento della capitale a Firenze, che avviene nel 1865.
    L’anno successivo, nella guerra austro-prussiana, l’Italia si schiera con la Prussia (giugno 1866). È la terza guerra d’indipendenza. Nonostante le sconfitte italiane, grazie ai successi dei prussiani e alla diplomazia francese, il Regno d’Italia ottiene l’annessione del Veneto, senza Trento e Trieste. Quattro anni più tardi, approfittando della vittoria dei prussiani sui francesi a Sedan (1° settembre 1870) e del crollo del secondo impero, l’esercito italiano marcia su Roma e la conquista il 20 settembre (breccia di Porta Pia), mettendo fine allo Stato Pontificio. Pio IX si ritira in Vaticano. Il 3 febbraio 1871 Roma viene proclamata capitale del Regno d’Italia: uno Stato centralizzatore, borghese, socialmente conservatore e anticlericale.
    Il decennio 1861-1870 è connotato da forti tensioni, da pesanti misure fiscali che gravano sui ceti più miseri, dalla lotta al brigantaggio meridionale, dall’inasprimento dei rapporti con la Santa Sede, sempre più intransigente nella difesa dei principi, nella condanna del liberalismo e del laicismo, nel proclamare la necessità del potere temporale come garanzia della sua libertà. Con la pubblicazione del Sillabo “contenente i principali errori del nostro tempo” (8 dicembre 1864), si conferma la rottura definitiva della Chiesa col liberalismo e la fine di ogni tentativo di conciliazione tra cattolici e società contemporanea. Lo Stato prosegue il progetto di laicizzazione con misure drastiche, con l’estensione della legge di soppressione delle congregazioni e la liquidazione dell’asse ecclesiastico (1866-1867), con l’abolizione dell’esenzione dalla leva militare per i chierici (1869). Nel Concilio Vaticano I la Chiesa sancisce il primato pontificio e l’infallibilità papale in ambito di fede e di costumi.
    Nonostante tutto, don Bosco prosegue sulla linea intrapresa negli anni precedenti e riesce non solo a consolidare l’Oratorio di Valdocco, ma ad aprire nuovi orizzonti cogliendo intelligentemente le opportunità che si vanno aprendo e dimostrando di saper intuire le linee di tendenza future. Lo sviluppo della sua opera dopo il 1860 è in qualche modo un prodotto della situazione creatasi in Italia a metà Ottocento, nel clima patriottico e liberale. Tra 1860 e 1870 la città di Torino è profondamente cambiata. L’immigrazione non è più stagionale, ma definitiva. I giovani lavoratori che un tempo, alla domenica, si riversavano nelle strade e nelle osterie, hanno cambiato tendenza: ovunque sono sorte organizzazioni operaie, società ginnastiche, musicali e culturali, centri ricreativi. Il numero di frequentatori degli oratori festivi tende a diminuire. Il Santo, che agisce secondo i bisogni dei tempi, coglie altre istanze, come la crescente domanda di istruzione. Lo sviluppo della tipografia (aperta nel 1862), ad esempio, è favorito dall’interesse generale per l’elevazione culturale del popolo (originato dal senso di dignità umana tipico del liberalismo), da cui fiorisce la produzione di libri per l’istruzione dei ceti giovanili e la loro educazione cristiana. Le stesse cause facilitano, in quegli anni, la crescita degli internati (collegi-convitti), in Italia e in Europa. Mentre lo Stato cerca faticosamente di risolvere i problemi di organizzazione della pubblica istruzione, la legislazione liberale, nonostante il controllo centralizzato e l’indirizzo aconfessionale e anticlericale del settore, permette l’esistenza della scuola libera o privata e favorisce l’organizzazione di collegi-convitti da parte delle amministrazioni municipali. Questo è uno degli ambiti in cui il mondo cattolico, estromesso dall’agone politico, si concentra e si organizza, come anche nell’associazionismo religioso, nel mutuo soccorso, nelle banche popolari, nelle assicurazioni, nell’assistenza sociale. Don Bosco coglie al volo queste opportunità per ampliare la sua missione.
    L’opera di Valdocco viene potenziata con “la massima occupazione dei locali dopo il 1868 con ottocento e più individui. Aumenta inoltre il numero di quanti si ascrivono alla Società Salesiana. S’impone la fondazione di nuovi istituti per distribuire fuori Valdocco la popolazione eccedente, decongestionare gli ambienti, sgravare il carico economico, occupare utilmente quanti si legavano a don Bosco con voti religiosi”[8]. A partire dal 1863, anno di fondazione del piccolo seminario di Mirabello, il Santo moltiplica i collegi, gli ospizi, le scuole artigianali (Lanzo 1864; Cherasco 1869; Borgo San Martino 1870; Alassio, Varazze, Marassi e Sampiedarena 1870-1871). Spesso sono le amministrazioni comunali che li richiedono. È una scelta che permette il consolidamento dell’istituzione salesiana: gli internati garantiscono una popolazione giovanile più stabile e meglio organizzabile (in un momento storico in cui questo genere di opere è richiesto dall’ambiente), servono all’espansione territoriale dell’opera e del carisma salesiano, contribuiscono allo sviluppo delle organizzazioni cattoliche con la formazione di giovani leve, assicurano un regolare afflusso vocazionale per lo sviluppo della Congregazione. L’incremento dei collegi a partire da questi anni è un dato di fatto di cui bisogna tenere conto per comprendere gli orientamenti della mentalità di don Bosco e alcuni degli elementi che caratterizzano la pedagogia preventiva e la spiritualità salesiana. Da ora in poi il Santo sempre più spesso penserà ai Salesiani soprattutto come educatori di collegi.
    In occasione del Concilio Vaticano I (1869-1870) don Bosco viene a contatto con alcuni vescovi provenienti dall’America, dall’Asia e dall’Africa, che visitano la sua opera e propongono fondazioni nelle loro diocesi. Inizia così un interesse più diretto per le missioni, che si concretizzerà negli anni seguenti.
    Le circostanze politico-religiose sono anche quelle che orientano don Bosco verso il culto dell’Ausiliatrice. In un tempo di annessione dei territori pontifici, i vescovi dell’Umbria invitano i fedeli ad invocare Maria Auxilium Christianorum. Nel 1862 si diffonde la notizia di rivelazioni mariane e guarigioni vicino a Spoleto. Il vescovo della città ne invia relazione al giornale torinese L’Armonia (17 e 27 maggio). Don Bosco racconta i fatti in una buona notte del 24 maggio 1862 e il 30 narra un sogno in cui la nave della Chiesa, assalita, trova rifugio tra le colonne dell’Eucaristia e della Madonna Ausiliatrice. Nel dicembre successivo progetta la costruzione di una chiesa più ampia dedicata appunto all’Ausiliatrice: “I tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana”[9]. Nel 1864 si intraprende lo scavo delle fondamenta e il 27 aprile 1865 viene solennemente posta la pietra angolare della nuova chiesa alla presenza del principe Amedeo di Savoia, figlio del re. La grave crisi economica generale spinge don Bosco ad allargare la sua cerchia di conoscenze per reperire i fondi necessari. Viaggia a Firenze, a Roma e in altre città italiane. Scrive lettere, organizza lotterie. Riprende il flusso delle grandi e piccole offerte e i lavori giungono a conclusione. Il 9 giugno 1868 l’arcivescovo di Torino consacra il santuario. Per sollecitare la beneficenza don Bosco fa leva sui bisogni dei tempi, sull’entusiasmo popolare, sull’attesa di prodigi, sui favori celesti personali, familiari ed ecclesiali che si sperano per intercessione di Maria. Compone il libretto Maraviglie della madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice (1868) e altri opuscoli, che diffonde ovunque. Fonda anche la Pia Associazione dei divoti di Maria Ausiliatrice (1869). Così, mentre quello di Spoleto resta un santuario locale, la chiesa di Torino e l’immagine dipinta dal Lorenzone acquistano rilevanza nazionale e internazionale, sull’onda degli sviluppi dell’opera salesiana. Valdocco si avvia ad essere un centro di religiosità popolare e mariana e la spiritualità salesiana ne viene fortemente caratterizzata.
    Nel 1869 don Bosco ottiene l’approvazione pontificia della Congregazione Salesiana. Da questo momento si impegna con tutte le forze per infondere nei suoi discepoli una più chiara identità religiosa. Le vocazioni crescono, le opere si moltiplicano, soprattutto le scuole. Viene incrementata la produzione libraria e avviate nuove iniziative editoriali come la Biblioteca della gioventù italiana (1869).
    Come cattolico obbediente alla Santa Sede, don Bosco ne segue l’invito: “Né eletti né elettori”, ma continua a comunicare al papa e al Segretario di Stato Antonelli quanto riesce a sapere degli intenti di politica ecclesiastica dei vari governi nazionali che si susseguono. Si impegna soprattutto per risolvere il problema delle sedi vescovili vacanti: come persona gradita alla Santa Sede ed apprezzata da vari ministri, negli anni 1865-1867 si offre o è invitato a mediare tra le parti, in via assolutamente privata, in vista di nuove nomine episcopali. Vi riesce soprattutto per il Piemonte, dove non pochi prelati devono a lui la loro nomina.

    Lo sviluppo italiano, europeo e sudamericano dell’Opera salesiana negli anni settanta e ottanta

    Per effetto della presa di Roma (1870) peggiorano le relazioni tra Stato e Chiesa. La Santa Sede non riconosce la legge delle guarentigie (13 maggio 1871), con cui il governo italiano cerca di legittimare l’occupazione della capitale, regola le relazioni con la Santa Sede, garantisce la libertà del Pontefice nel governo della Chiesa e l’indipendenza del clero nello svolgimento della sua missione. Il papa respinge la legge come atto unilaterale e, nel 1874, ingiunge ai cattolici italiani di non partecipare alla politica (“non expedit”, non è conveniente) in uno Stato considerato “usurpatore”. La rottura Stato-Chiesa è insanabile, soprattutto dopo che nel 1873 a Roma si procede all’estensione delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e all’incameramento dei loro beni (chiese, conventi, istituzioni educative e caritative, ospedali…) [10].
    Nel 1876 in Italia avviene una “rivoluzione parlamentare” che porta al governo la Sinistra “storica”, più laicista, anticlericale e massonica della Destra che aveva governato fino a quel momento [11]. Ha un programma ambizioso, ma trova difficoltà a portarlo a compimento, anche per la brevità dei vari governi che si succedono (ben 11 in 12 anni, fra cui 8 presieduti da Agostino Depretis). Tra le varie riforme va segnalata la legge Coppino sull’obbligo di frequentare i primi tre anni della scuola elementare (1877) e la legge sulla tutela del lavoro minorile (1886).
    Il 9 gennaio 1878 muore Vittorio Emanuele II e gli succede il figlio Umberto I. Dopo un mese muore anche Pio IX (7 febbraio). Il nuova papa, Leone XIII (1810-1903), già nella scelta del nome indica l’intenzione di un mutamento d’impostazione, nonostante mantenga il “non expedit” nei confronti della partecipazione politica dei cattolici italiani. È il primo papa della modernità che riflette sul rapporto scienza-religione (Aeterni Patris, 1879), sul ruolo dei cattolici nella società (Immortale Dei, 1885), sulla dottrina sociale della Chiesa (Rerum Novarum, 1891) e promuove il rinnovamento degli studi filosofici e teologici e la fondazione di università cattoliche.
    Come tutti i cattolici, don Bosco ha sperato nella conservazione dello Stato Pontificio, ma prende atto della situazione prudentemente, senza particolari commenti. Continua le trattative con Roma per l’approvazione definitiva delle Regole; accetta di essere coinvolto nella mediazione tra Governo italiano e Santa Sede per l’exequatur governativo dei vescovi piemontesi e lombardi. I rapporti molto prudenti con singoli ministri della Sinistra sono sempre funzionali alle esigenze della sua missione e delle sue opere: i titoli legali per l’insegnamento o il sostegno all’opera dei Salesiani in Sudamerica, terra di emigrazione italiana. Ad esempio, il 16 aprile 1876, durante i preparativi per la seconda spedizione missionaria, presenta al ministro degli Esteri Luigi Melegari un singolare progetto di insediamento coloniale italiano in Patagonia, piuttosto irrealistico e frutto di “un po’ di poesia”, come egli stesso scrive, ma occasione per esprimere il suo “buon volere di giovare alla povera umanità”[12].
    Ma don Bosco in questi anni soprattutto prosegue deciso nel suo lavoro di intraprendente fondatore, di sagace formatore di educatori, di forgiatore di comunità religiose votate all’educazione giovanile, di maestro di vita spirituale per i giovani e il popolo. Il governo della Congregazione è condiviso con i membri del Capitolo Superiore e con i direttori delle singole opere, che egli sa valorizzare e coinvolgere, nelle regolari riunioni di Consiglio, nelle annuali Conferenze di San Francesco di Sales e nei Capitoli Generali. Nel 1872 don Bosco fonda l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, a partire dal gruppo delle Figlie dell’Immacolata di Mornese dirette da don Pestarino, che plasma secondo il suo spirito e inserisce con successo nel circuito dell’opera salesiana in piena espansione. Nel 1874 ottiene l’approvazione definitiva delle Costituzioni, passo importante per il consolidamento della Società Salesiana, pur limitata da alcuni condizionamenti giuridici superati nel 1884 con la concessione dei “privilegi”. Nel 1875, in piena sintonia con la ripresa del movimento missionario cattolico, organizza la prima spedizione missionaria salesiana in America Latina, seguita da altre spedizioni annuali. Nel 1876 avvia l’associazione dei Cooperatori, ingegnoso progetto di solidarietà cattolica per il sostegno della missione salesiana. Nel 1877 fonda il Bollettino Salesiano, periodico mensile di informazione strategico per l’allargamento del consenso e del sostegno all’opera salesiana. Nello stesso anno presiede il primo dei Capitoli Generali della Congregazione.
    È un tempo di frenetica ed intelligente attività, in cui emergono le straordinarie doti di don Bosco e le sue ampie visioni, nonostante il progressivo declino fisico. Cura i contatti con autorità religiose e civili, con i benefattori e gli amici, attraverso corrispondenze e incontri personali. Intraprende frequenti viaggi in Italia (specialmente a Roma) e in Francia (a partire dal 1875). Insieme alla fama della sua opera, si diffonde la venerazione per la sua personalità carismatica. Trionfali sono le accoglienze che gli vengono riservate a Parigi (1883) e a Barcellona (1886): don Bosco è diventato un simbolo per la sensibilità del mondo cattolico europeo che, sottoposto a duri attacchi anticlericali, si mostra attento ai fatti soprannaturali, consolida la sua fede, si compatta attorno alla figura del romano pontefice e si protende nell’azione sociale, educativa e pastorale.
    In questi anni i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia ampliano le loro presenze con opere in Liguria, Lazio, Sicilia, Toscana, Trentino e Veneto [13]. Le opere si sviluppano anche all’estero: in Francia (Marsiglia, Navarra, Saint-Cyr, Parigi, Lille), in Spagna (Utrera, Barcellona), in Gran Bretagna (Londra); soprattutto in Sudamerica (Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Ecuador) l’espansione è prodigiosa, grazie a missionari di valore come Giovanni Cagliero, Giuseppe Fagnano, Luigi Lasagna, Giacomo Costamagna.
    I problemi non mancano. I rapporti di don Bosco con le autorità romane attraversano momenti critici, aggravati dal contenzioso con il nuovo arcivescovo di Torino, mons. Lorenzo Gastaldi, protrattosi tra 1872 e 1883, anno della morte del presule, nonostante la “concordia” imposta dalla Santa Sede (1882). Le urgenze economiche incoraggiano don Bosco a moltiplicare le visite, a organizzare la rete della cooperazione, ad avviare una meticolosa campagna di sensibilizzazione per alimentare il flusso delle offerte necessarie al sostegno delle molteplici fondazioni e alla dispendiosa costruzione di grandi edifici sacri: la chiesa di San Giovanni Evangelista a Torino, consacrata nell’ottobre 1881, e la basilica del Sacro Cuore a Roma, inaugurata nel 1887 da don Bosco stesso, giunto agli estremi della vita. Il declino fisico del Santo è iniziato da alcuni anni. Egli progressivamente demanda il governo pratico della Congregazione al Capitolo Superiore presieduto dal prefetto generale don Michele Rua, il quale viene nominato vicario generale con pieni poteri per decreto pontificio nel 1884.

    NOTE

    [1] Sono innumerevoli gli studi sull’Ottocento italiano. Ci limitiamo ad indicare un volume che analizza il Risorgimento in tutte le sue dimensioni, da quella politica a quella simbolica, da quella privata a quella europea: Alberto Maria Banti e Paul Ginsborg (edd.), Storia d’Italia. Annali, vol. XXII. Il Risorgimento. Torino, Einaudi 2007. Sulle problematiche religiose ed ecclesiali dell’epoca si vedano: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia dalla Restaurazione all’età giolittiana. Bari, Laterza 1988; Id. (ed.), Storia dell’Italia religiosa, vol. III. L’età contemporanea. Roma-Bari, Laterza 1995; Maurilio Guasco, Storia del clero in Italia dall’Ottocento ad oggi. Roma-Bari, Laterza 1997; Mario Rosa (ed.), Clero e società nell’Italia contemporanea. Bari-Roma, Laterza 1992; Francesco Traniello, Cultura cattolica e vita religiosa tra Ottocento e Novecento. Brescia, Morcelliana 1991.

    [2] Dei moti rivoluzionari don Bosco coglierà soprattutto le derive, vale a dire “lo spirito rivoluzionario ed irreligioso”, frutto di corruzione dei costumi, di critica al deposito della fede e al papato (cf Giovanni Bosco, La storia d’Italia raccontata alla gioventù da’ suoi primi abitatori sino ai nostri giorni. Torino, Tipografia Paravia e Compagnia 1855, 480).

    [3] Sugli studi umanistici e seminaristici della Torino dell’epoca cf Aldo Giraudo, Clero, seminario e società. Aspetti della Restaurazione religiosa a Torino. Roma, LAS 1993.

    [4] La monografia più ampia sul papa del Risorgimento è quella di Giacomo Martina, Pio IX. 3 voll. Roma, Università Gregoriana Editrice 1974-1990.

    [5] Cf Giuseppe Melano, La popolazione di Torino e del Piemonte nel secolo XIX. Torino, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Comitato di Torino 1961, 73 e 124.

    [6] Una efficace rappresentazione della situazione sociale è offerta da Umberto Levra, L’altro volto di Torino risorgimentale 1814-1848. Torino, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano 1988.

    [7] Per il “tessitore dell’unità d’Italia” si veda la monumentale opera di Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, 3 vol. [1818-1842, 1842-1854, 1854-1861]. Bari, Laterza 1984 e la più recente biografia di Luigi Cafagna, Cavour. Bologna, Il Mulino 1999.

    [8] Pietro Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870). Roma, LAS 1980, p. 124.

    [9] MB 7, 334.

    [10] Cf Carlo Maria Fiorentino, Chiesa e Stato a Roma negli anni della Destra storica 1870-1876. Il trasferimento della capitale e la soppressione delle Corporazioni religiose. Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano 1996.

    [11] Cf Guido Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità 1848-1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana. Bari, Laterza 1981; Id., Cattolicesimo e laicismo nell’Italia contemporanea. Milano, F. Angeli 2001.

    [12] E(m) V, pp. 119-120.

    [13] Per le fondazioni in Italia si vedano i tre volumi del 150° dell’unità d’Italia: Francesco Motto (ed.), Salesiani di don Bosco in Italia. 150 anni di educazione. Roma, LAS 2011; Grazia Loparco - Maria Teresa Spiga (edd.), Le Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia. Donne nell’educazione. Roma, LAS 2011; Francesco Motto - Grazia Loparco (edd.), Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia. Un comune percorso educativo (1859-2010). Roma, LAS 2013.

    (Fonte: Istituto Storico Salesiano, Fonti salesiane. 1. Don Bosco e la sua opera. Roma, LAS 2014, pp. XII-XXVI)


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